Padre albero e radice. Cinque poesia di Elina Miticocchio dedicate alla figura paterna.

Nella letteratura poetica, le dediche al padre occupano forse spazio minore di quelle della madre, legate spesso più alla sua assenza e alla sua memoria che alla sua presenza. Anche le cinque poesie che ci regala Elina Miticocchio ricostruiscono una biografia dell’assenza paterna, con una grazia malinconica che è tratto fondativo della bellezza della sua scrittura in versi. Il padre amato così tanto fino al giorno della  sua scomparsa non è solo un’ombra nei ricordi, ma un portato infinito nei verbi dell’attesa e dell’affetto. E’ una presenza. E’ il presente che si trasfigura in vento e cielo, perché la memoria e l’amore non possono che essere pesati che con misure naturali ed infinite. I versi sono carezze, brevi come segni o lunghi come riflessi. La nostalgia non sconfigge il cuore. E tutta la scrittura, la sua forma estetica formale e stilistica ha la dolcezza dell’evocazione, che accompagna la “parola figlia” immergendola in stagioni e “fantasia di carta” dove solide sono state e saranno per sempre le radici dell’albero padre.

per gentile regalo di
Elina Miticocchio

Grigio napoletano

ti aspetto
in questo novembre d’alberi
e di fantasie di carta
sei il mio alberopadre
con l’anima imbrigliata
nel filo spinato
ti aspetto
e avrai il tuo tronco aperto
ad accogliermi
a farmi da tana
poiché sono una foglia staccata

Dedicata

Tra il giallo e il rosso io voglio restare
mai perdere lo specchio che il tempo regala
ai brevi istanti quali noi siamo
intanto mi chiedo e quasi sorrido
saranno mai le nostre dita bianche nuvole?

Breve
da La parola scrive

Questa notte mi metto in cammino.
Esco di casa diretta verso la casa di mio padre e mia madre.
Un vento fortissimo disarma il mio passo perdo peso e vago.
Perdo gomitoli e lettere le immagini bambine ora scappano dalle mani
Ci saranno altre strade per continuare a scrivere
in quaderni di parole
cuciti i respiri
un ramo una mano
il nido della voce
soffiati

Oggi le nuvole

Ti guardo
hai gli occhi chiusi
mi chiedo se esistono oggi le nuvole
se mai io possa accoglierne una sola
nel palmo della mia mano
per porgerla al tuo silenzio di ombre
per ritrovarti padreradice
del mio piccolo cielo

Violetta

Si chiamava violetta la stanza di mio padre
Dalla finestra guardavo tra il folto delle foglie
una piccola gazza ladra
e spesso le lanciavo briciole
unite ai miei pensieri e al vento
C’era poco vento quel giorno
in cui lo vidi allontanarsi
sotto un ampio mantello di neve

 

(c) Elina Miticocchio

Simonetta Sambiase, L’ingombro

E’ stato un privilegio essere “letta, tagliata e ricucita” nella scrittura critica della penna accademica di Anna Maria Curci . La ringrazio. E naturalmente, ringrazio tutta la redazione di Poetarum Silva per avermi dato ospitalità e cura.

 

 

 

Poetarum Silva

ingombro

Simonetta Sambiase, L’ingombro, Le voci della luna 2016

È avvolta in «abiti fagotti» l’anima che percorre, cantando di sé e dell’universo circostante, L’ingombro, la raccolta di Simonetta Sambiase vincitrice del Premio Internazionale “Renato Giorgi” nel 2016, e in quello stesso anno pubblicata da “Le voci della luna”. Pur edotta – indubbiamente – su dicerie di salvezza e dispositivi di sopravvivenza, non abbocca a illusioni fatue, ma “passa avanti e canta”. Mi preme innanzitutto sottolineare questi due verbi, passare avanti e cantare, che prendo in prestito dalla poesia Scrivendo di Marie Luise Kaschnitz, perché il grande impatto esercitato da L’ingombro su chi legge scaturisce a mio avviso da un verso dal suo procedere a ritmo serrato e, nel contempo, sensibile a ogni variazione di oggetti, contesti e fogge, dall’altro dalla bellezza del dettato poetico, incurante di qualsiasi canone, ma invigorito da una forza fondante tale da creare un canone…

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Al di là dell’Otto marzo – Pagateci il giusto! #herpayrise

 

Woman’s Day 2017. Parliamo finalmente dei soldi delle donne? Il tabù profondo della differenza retributiva a parità di lavoro fra uomo e donna, il gender gap, è cosi insito nel nostro Paese che l’Italia quest’anno ha peggiorato la sua posizione nell’indicatore mondiale di disparità di trattamento fra uomo e donna, che viene redatto dal Word Economic Forum, scendendo ancora nella sua classifica, dal quarantunesimo posto al cinquantesimo. Scorrendo i dati, le due voci che catapultano le donne del Belpaese verso il medioevo retributivo sono la partecipazione e le opportunità al lavoro e della differenza di salario per lavoro similare (equal pay for work of equal value). Quest’ultima voce ci vede alla centoventisettesimo posto nel mondo, e pare che dopo di noi non ce ne siano così tanti di Paesi a finire la lista. La fotografia di tutta la carriera lavorativa e salariale è presto visibile, con le spalle al muro di una vita complicata da carichi di cura e attività domestica che continuano a gravare sulle donne, finanche dopo la pensione, quando si sostiene la cura di nipoti e familiari fin quando la propria salute lo permetta.  La Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere,  in una relazione rilasciata nel settembre 2016, ha scritto: “che, rispetto agli uomini, le donne sono maggiormente soggette a interrompere più volte la carriera e a dover lavorare a tempo parziale, dal momento che in casa la responsabilità delle cure alla persona incombe loro in maniera sproporzionata” e “ che il divario salariale tra uomini e donne persiste ancora nell’UE e nel 2014 era pari al 16,3 %, principalmente a causa di fenomeni di discriminazione e segregazione, che si traducono in un numero maggiore di donne nei settori in cui il livello di retribuzione è inferiore rispetto ad altri per lo più occupati da uomini”.  A parte qualche isola felice, in zona scandinava e polare, dove welfare e contribuzione sono ripartiti in maniera efficace, il gender gap è il  nemico comune di tutte le donne.  Chidi King, direttrice del Dipartimento Eguaglianza dell’ITUC, il raggruppamento internazionale dei sindacati, lo scorso febbraio ha spiegato che:  “Le recenti stime mondiali alla luce di aumenti progressivi del (gender) gap, ci dicono che una cesura significativa di questo fenomeno non sarà possibile fino al 2069. Se non agiamo ora, i cambiamenti nel mondo del lavoro, incluso l’automazione e l’economia on-demanding, potrebbero rendere il divario ancora più insanabile”. Previsione dunque di almeno due o tre generazioni di donne che dovranno continuare a lavorare più del dovuto, in casa e fuori casa, per raggiungere una stabilità nelle proprie  risorse economiche. Tornando all’oggi, anche   quando le lavoratrici vanno  in pensione lo spettro della povertà non si allontana. Le donne vivono statisticamente più a lungo ma la classificazione  non ha mai preso in carico la qualità di questa lunga vita,  Ancora nella relazione UE si legge che “il divario pensionistico di genere (il cosiddetto “gender gap in pensions”), che può essere definito come la differenza tra la pensione media percepita (al lordo dell’imposizione fiscale) dalle donne e quella percepita dagli uomini, nel 2012 era del 38% per la fascia di età dei 65 anni e oltre e che che le donne godono di una copertura pensionistica inferiore a quella degli uomini e che sono sovrarappresentate nelle categorie dei pensionati più poveri e sottorappresentate nelle categorie più ricche”. Ricchi e povere. Una lunga catena di ingiustizia sociale. Sulle spalle delle donne. E finora le statistiche hanno affrontato le casistiche delle lavoratrici regolari, perché il fenomeno del precariato e il ritorno del lavoro in nero getterebbe ancor più nel pozzo la vita retributiva delle donne italiane. Eppure tutto accade intorno a noi , non solo platealmente nella compilazione della busta paga, ma anche nelle scelte “politiche” di organizzazione del lavoro che spesso ignorano l’uguaglianza di genere. Comincerei a chiedere dei comitati o degli uffici per le pari opportunità nelle aziende: ci sono e stanno funzionando?  Come mai nei premi aziendali, per quelle aziende virtuose che ancora hanno questo istituto contributivo, si premia ancora e solo  la presenza del lavoratore\trice nel posto di lavoro, ignorando i bisogni di cura e maternità che la legge tutela? Come mai la conciliazione dei tempi del lavoro continua ad essere la richiesta urgente e cronica delle lavoratrici agli sportelli delle federazioni sindacali? Come mai nei premi aziendali, per quelle aziende virtuose che ancora hanno questo istituto contributivo, si premia ancora e solo  la presenza del lavoratore nel posto di lavoro, ignorando i bisogni di cura e maternità che la legge tutela? Le donne che fanno figli, ricordiamolo una volta a tutti e tutte, svolgono un lavoro sociale che permette di continuare la vita stessa della società, non possono essere “punite” economicamente negli accordi per i premi di produzione perché assenti. E’ un’ingiustizia sociale non solo economica. E continuando a leggere il sociale, a che punto siamo con le “quote rosa”? Le quote rosa che dovrebbero naturalmente esaurirsi nel 2022 (secondo l’utopica speranza della Golfo Mosca) hanno portato dei cambiamenti di sostanza nelle prospettive economiche e lavorative delle donne, o sono state delle corse a tappare dei buchi neri per quelle società in Borsa e statali che non avevano ancora formato e dato spazio alla managerialità femminile? E quanto hanno pagato quelle manager che sono riuscite a sfondare “il tetto di cristallo”? E quelle manager hanno poi rinvestito la loro esperienza in azioni positive verso il proprio genere per ampliare e difendere le dipendenti della loro azienda dal più alto livello retributivo al più basso? Questo Woman’s Day 2017 deve tenere conto di tutti questi punti di domanda oltre il suo giorno. “Le donne sono il cuore dell’economia europea”. E il cuore è un unico corpo di due grandi parti che battono all’unisono. Lo dimentichiamo spesso, perse nel  vissuto complicato e stancante dell’economia degli ultimi dieci (lunghissimi) anni. E l’hashtag lanciato dai sindacati europei, l’#herpayrise,  per ridurre il gender gap deve essere sostenuto fino alla sua risoluzione. Non basterà (quando accadrà e speriamo  il più presto possibile) una diminuzione di qualche punto percentuale in una classifica di numeri stilati su una carta a dirci che si può costruire una nuova società di inclusione e diritti ugualmente distribuiti. Dovremmo tenerne anche la memoria storica per impedire che l’ingiustizia accada di nuovo.

riferimenti in rete

https://www.etuc.org/press/she-needs-pay-rise-herpayrise#.WL8oQTvhDIU

Al di là dell’8 marzo – Adele Cambria

Ricordi Adele la sera del tuo compleanno com’eri bella ed elegante? Proprio come piaceva a te: curata, vestita di un abitino giapponese verde smeraldo con fiori arancioni, le scarpe nere col solito tacco….vanitosa, “sciantosa”, frizzante.
I tuoi occhi verdi brillavano.
Sul tuo terrazzo la vista era meravigliosa: il Gianicolo, Trastevere in lontananza, il Tevere, i ponti e il tuo discorrere fluido, colto e sempre ironico.
Ottant’anni compivi piccola fata, e ridevi a rammentare quando a Roma negli anni ’50 per strada ti sussurravano: “a fata, piccola fata!”.

E non capivi ma presto hai compreso: bella ragazza, piccola ma bella!Andavano di pari passo i tuoi interessi, la tua professione e la tua vanità.
A volte non veniva compresa, a volte sembrava troppo. Invece era un tuo modo, un tuo essere piena di colori, di sciarpe, di orecchini vistosi, di enormi collane e deliziosi cappellini.

Hai insegnato che conta ben altro: il tuo passo svelto quando inseguivi operai in sciopero, il tuo andare a Reggio Calabria durante la rivolta, prendere l’aereo per assistere al matrimonio di Grace Kelly e il Principe Ranieri.

Sei stata tutto questo e per tutte noi ha tenuto coraggio, tenacia e grandezza. E mentre ti penso e scrivo, sto qui a vederti con gli occhi e sentire la tua voce che mi racconta ancora di questa o quella storia mentre metto ordine fra i tuoi libri e i tuoi appunti e mi perdo nei tuoi ricordi. Come allora oggi, grazie.

Gabriella Gianfelici 

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Domenica 5 marzo, a Reggio Emilia, nell’ambito della rassegna Trecentosessantacinque giorni donna del Comune di Reggio Emilia, le associazioni Exosphere e Eutopia-Rigenerazioni Territoriali ricordano Adele Cambria, una delle grandi madri del giornalismo e della testimonianza femminista del nostro Paese, insieme a Oriana Fallaci e Camilla Cederna.

Nata a Reggio Calabria , classe 1931, voce ribelle, giornalista, scrittrice, autrice di teatro ed anche di televisione, perfino attrice in alcuni film di Pier Paolo Pasolini, è stata anche  cofondatrice di  Rivolta Femminile e la piccola casa editrice ad esso collegata e di Noi Donne. Nel 1972, presta la sua firma  al giornale di Lotta Continua, diretto da Adriano Sofri, che doveva però avvalersi di direttori responsabili iscritti all’Albo professionale, dimettendosi all’indomani dell’uccisione del commissario Luigi Calabresi,  per forte dissenso dell’editoriale comparso in prima pagina. Uno dei suoi ultimi libri è l’autobiografia  “Nove dimissioni e mezzo – l’Italia vista da una cronista ribelle” in cui scorrono “mezzo secolo di cronaca, di personaggi, di processi e di spettacolo, e d’impegno quotidiano. (S. Mazzocchi). Adele Cambria è scomparsa a Roma, la città dove viveva dal 1956 il 5 novembre dello scorso anno.

I suoi libri saranno custoditi da Archivia, la biblioteca centro di documentazione della Casa delle Donne di Roma, per volontà della scrittrice. Una piccola parte dei suoi libri di poesia, donati a Gabriella Gianfelici, la curatrice del suo archivio personale, sono stati portati al fondo di poesia Exosphere di via Selo a Reggio Emilia.

 

 

 

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Al di là dell’Otto Marzo. Le origini. Camicette Bianche.

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A metà tra testo biografico e testo storico, il libro Camicette Bianche di Ester Rizzo nasce dall’esigenza dell’autrice di ridare memoria e posto storico alle vittime dell’incendio del Triangle Waist Company del 1911. La tragedia  del Triangle Waist, il 25 marzo 1911 segna il punto di non ritorno del capitalismo patriarcale delle fabbriche americane, quando bruciarono vive 126 operaie nel rogo della fabbrica di camice per signora della Triangle Shirtwaist Company di New York di proprietà di Max Blanck e Isaac Harris.  Tradizione popolare, vuole questo rogo l’origine del Woman’s Day, la Giornata dedicata  “alle rivendicazioni dell’emancipazione delle donne e per l’acquisizione dei loro diritti di lavoratrici in varie parti del mondo, dagli Usa alla Russia, all’incirca dal 1907 in poi”. Più precisamente” l’’8 marzo – ricorda la scrittrice – in realtà è una data convenzionale che ricorda vari eventi tutti collegati fra loro”.  Tutti concentrati nei primi anni dello scorso secolo. Erano anni in cui non esistevano datori di lavoro, ricordiamolo, ma padroni. Anni in cui si poteva anche affermare che “Non è un problema se bruciano gli operai, in fondo sono solo un sacco di bestiame” (ct, pag 85). Nel libro, la lunga lista delle vittime del Triangle Waist è compilata con attenzione e precisione nelle sue ultime pagine. E’ una delle sue parti  più dolorose:  contare quante operaie avessero solo quattordici o quindici anni quando bruciarono vive perché nel loro edificio le poche uscite erano bloccate e le loro postazioni erano create in modo di non poter comunicare fra di loro. Quasi tutte loro erano italiane e russe. Alcune erano di seconda generazione, come oggi si usa indicare. Ma molte di loro avevano affrontato il lungo viaggio oceanico dall’Italia a Ellis Island da pochi anni, con il libretto rosso da emigranti.  I nomi, le storie della fabbrica delle camicette bianche, sono stati tenacemente ricercati dall’autrice, che le ha accompagnate a noi nei loro giorni americani insieme a quello che ne fu dei loro figli, dei  padri e delle madri, vittime “indirette della tragedia”. Ne riporto una,  quella della madre di “Sonia Wisotsky, Esther, che dopo che la figlia diciassettenne morì, non dormì più per tutta la vita in un letto. Sistemava tre sedie allineate e lì passava l’intera notte. Era la punizione che si infliggeva per aver permesso alla figlia, sei mesi prima, di lasciare la Russia ed andare in America. Così racconta Esther Mosak, pronipote di Sonia” (ct, pag 69)

Il processo ai due titolari della fabbrica, accusati di omicidio colposo, durò appena ventitré giorni, “con centotre testimoni, la maggior parte della difesa ed in tanti ebbero il dubbio che alcuni fossero stati pagati per affermare il falso… Harris e Blanck furono assolti da una giuria di soli uomini, che arrivò al verdetto in sole due ore. Quando uscirono dal tribunale furono circondati da una folla che piangendo gridava: “Ridateci le nostre mogli, le nostre figlie, le nostre sorelle. Dov’è andata a finire la giustizia?” . Un unico coro di voci si alzò: “Omicidio! Omicidio! Omicidio! “. (ct. pag 72).

Isaac Harris e Max Blanck
Isaac Harris e Max Blanck

Il racconto del libro continua offrendo un panorama diverso, quello degli interventi legislativi che seguirono il rogo delle operaie.
“Comunque, quelle donne non morirono invano. Il 14 ottobre 1911 venne istituita la “Società Americana degli ingegneri per la Sicurezza. Nei quattro anni successivi si approvarono otto nuove leggi che furono inserite nel codice del lavoro, poi altre venticinque ed infine altre tre nel 1914. Inoltre, tale leggi stabilirono orari limitati di lavoro per donne e bambini”. (ct, pag 75).   Il  seguito della storia è fatto di conquiste e diritti, di donne che guidano cambiamenti legislativi,   a cominciare da quelle all’interno del Trade Union League, i sindacati dei lavoratori, che pochi anni prima del rogo, nel 1903,  aveva creato la costola di genere, il WTUL, il Woman’s Trade Union League, aprendosi così alle istanze delle lavoratrici.

Women’s Trade Union League, 2 gennaio 1910
Women’s Trade Union League, 2 gennaio 1910

Al suo vertice, Rose Schneiderman, classe 1882, nata in Polonia  anche lei emigrata come la maggior parte delle operaie del Triangle W. “Sin da giovanissima, nel 1903, iniziò a lottare per migliorare la vita dei lavoratori e grazie a lei le donne poterono entrare a far parte dei sindacati” (ct, pag 76).  Il discorso di Rose alla commemorazione delle vittime del rogo tenutosi il 2 aprile, esattamente una settimana dopo, prese la parola in un discorso di fuoco e lacrime, paragonando le fabbriche e i loro macchinari a moderni strumenti di tortura per poveri”.  (http://trianglefire.ilr.cornell.edu/primary/testimonials/ootss_RoseSchneiderman.html)

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E’ ricordata inoltre Frances Perkins (per un refuso la indicano come Francis? nda) , che divenne la prima Segretaria del Lavoro nella storia degli Usa, in quota Democratica, durante i difficili anni della Depressione.  Durante il mandato, per sua volontà si  rafforzarono  i diritti dei lavoratori e lavoratrici, con le tutele contro gli incidenti sul lavoro,  l’introduzione del salario minimo, l’indennità di disoccupazione e il divieto del lavoro infantile. Citiamo anche Anne Morgan, figlia di uno dei potenti typhoon dell’epoca, avvocata anch’essa come la Perkins, che non esitò a schierarsi a fianco delle rivendicazioni sindacali derivate dal rogo del Triangle W. L’ultima figura restituita dal libro è quella di Rose Rosenfeld Freedman, un’operaia sopravvissuta al rogo del 25 aprile, che per tutta la vita restò fedele al ricordo dell’accaduto, battendosi per la sicurezza sui luoghi di lavoro e sostenendo le lotte e le rivendicazioni sindacali delle lavoratrici. Come integrazione delle lotte femministe dell’epoca, laddove il libro si ferma, si potrebbe anche ricordare Jane Addams, che in termini di azioni politiche e sociali delle politiche di genere è una delle figure più rilevanti del femminismo americano, leader del movimento riformista americano, ed Elizabeth Gurley Flynn, la Giovanna d’Arco dell’Est, che in quegli anni era presente a New York nell’Industrial Workers of the World, il sindacato radicale americano, che organizzò buona parte degli scioperi del 1912 per la rivendicazione della giornata lavorativa di otto ore e che subì repressioni brutali finanche con l’impiccagione dei propri componenti. Lottò a lungo per la tutela legale dei sindacalisti e dei militanti perseguitati per le idee politiche. (R. Lupinacci).

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Il libro Camicette Bianche, sarà presentato a Modena questo giovedì, nell’ambito della rassegna Lottomarzo, organizzato dai sindacati confederali e dall’Udi territoriale.

riferimenti fotografici in rete

http://trianglefire.ilr.cornell.edu/index.html

La parola è stagione incendiaria. Bologna in lettere in memoria di Jolanda Insana.

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da La Fabbrica Sfabbricata

E’ “satura di cartuscelle” l’Insana e le cartuscelle sono quelle carte che ingombrano le scrivanie meridionali degli scrittori o dei contabili;  sono le carte scritte in cui si viene sommersi senza riuscire a mettere ordine. Essere in mezzo a carte e cartuscelle è essere immersi in un mare di parole in cui per uscirne, per trovarne un ordine,  bisognerà concederle tempo e tempo. Non dovrai avere fretta per uscire fuori da loro e se l’avrai non troverai mai la via giusta:  ed è questo l’omaggio dovuto alla poesia di Jolanda Inasana, riconoscerle il tempo saturo di ogni sua poesia, ipnotizzante e respingente, la terza persona dialogante di un plurale singolare che ti incalza e ti lega ad ogni cesura, ad ogni paronomasia, ad ogni sillaba dura e cruda che lei ha portato in vita.

S. Sambiase

La responsabilità della scrittura. Tessere di pensiero di Anna Lombardo.

Reblog di parte della lunga intervista ad Anna Lombardo sulla responsabilità della scrittura poetica . Da Via delle belle donne.

anna

viadellebelledonne

anna Anna Lombardo Geymonat

Riportiamo un brano della lunga intervista di Anna Lombardo sul sito Diritti Globali .it nella parte in cui si mette a fuoco la coscienza della scrittura poetica come “percorso attivo, di ascolto e lettura di sé stessi e del mondo” e dell’importanza di rimettere “al mondo” un percorso di rivalutazione del femminile all’interno della produzione artistica poetica.

Nella fattispecie, per Anna Lombardo: ” la scrittura poetica ci spinge a cercare la nostra voce, ci interroga sulle nostre posizioni, sui nostri stessi limiti. E in questo ci vedo la sua forza rivoluzionaria e non solo di denuncia. Io credo molto nella responsabilità della scrittura: non posso scrivere e restare alla finestra a guardare. Non mi interessa quel tipo di poesia. Quella è una poesia che fa male, sollecita solo la tua passività, fa male a tutti non solo a chi la produce, a chi l’ascolta o legge e…

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