I Campi di Maggio. Igor Patruno e il suo romanzo affresco sugli anni ’70

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Scrivere è un lavoro di svelamento della memoria,
cercando quel che manca, che sfugge,
che resta nascosto.

 

La realtà è immaginosa più della finzione narrativa. La storia ne è una parte ipovedente, in bilico tra la luce dell’oggettività dei fatti e il buio della soggettività della decifrazione. La realtà può essere interpretata ed è uno strato molto sensibile della sua natura ma  ne è anche il suo grande fascino: perché in fondo (forse) direzionare il proprio punto di vista fuori o dentro la narrazione ufficiale della storia è l’arena delle nostre scelte di vita, personali o generazionali. E dalla complessità di descrivere una generazione dal suo dentro e dalla sua storia, dalla letteratura che vuol contenere storie di una generazione che ci ha voltato le spalle da non molti così anni,  una generazione che come mai prima delle altre ha provato a scardinare i vecchi modelli di vita sociale di questo Paese, nasce l’affresco letterario de  I Campi di Maggio di Igor Patruno.  E la finzione narrativa ha la lingua viva della Storia. Ci racconta l’autore che: “Quando si pensa agli anni ‘Settanta si avverte, dal punto di vista della letteratura un’assenza. La nostra generazione non ha avuto un romanzo generazionale. Per avere le prime opere narrative ambientate in quel decennio si è dovuto attendere il nuovo secolo e questo perché non c’è stata la voglia e la capacità di affrontare il tema della violenza. È un tema scomodo e anche difficile. “I campi di maggio” non è un romanzo generazionale. Non può esserlo perché i romanzi generazionali si scrivono dentro gli eventi, o immediatamente dopo. E naturalmente bisogna essere giovani per scriverlo”.
Il romanzo, pubblicato da edizioni Ponte Sisto, apre le sue pagine nel maggio 1975 a Roma, con il ritrovamento di una giovane ragazza, Silvana, uccisa in un campo alla periferia di Roma.  Il mese successivo toccherà al giovane Andrea finire in malo modo lungo i binari di una ferrovia francese. E a novembre il corpo di un uomo scomodo e celebre viene trovato massacrato all’idroscalo di Ostia: è quello di Pier Paolo Pasolini. “Cos’hanno in comune queste morti?  – si legge nella quarte di copertina – Antonio Delle Piane, studente romano conosce Silvana e Andrea, e frequanta un ragazzo che sostiene di sapere cosa sia successo a Pasolini. La sua giovinezza, gli amori, gli incontri, attraversano le nebbie grigie degli “anni di piombo”, insieme alla voglia di vivere e alle grandi speranze della sua generazione. Quarant’anni dopo, con l’esperienza del suo mestiere di giornalista, Antonio decide di rompere il silenzio. Sulle tracce dei fantasmi dei due ragazzi, si addentra in un viaggio disincantato nelle zone torbide di un periodo ormai lontano. Scoprirà verità parziali e dolorose nei documenti che esistono, si imbatterà in cancellazioni e distruzioni colpevoli, incontrerà i sopravvissuti cercando di illuminare le loro verità indicibili. Con le scoperte sulla sua storia personale Antonio cambierà anche il nostro modo di guardare a quegli anni”. Il flusso della storia, il flusso della vita, il gioco della letteratura, la verità e la finzione.
“Antonio Delle Piane, il protagonista del romanzo, – segna Patruno – tenta di andare oltre la memoria, oltre i ricordi, perché cerca il mondo di due ragazzi che non ci sono più, Andrea e Silvana. La morte è la fine di quel solo e insostituibile mondo che si dilegua insieme a chi scompare. Chi sopravvive viene privato dell’altro e del mondo dell’altro. Antonio, quarant’anni dopo, tenta l’impossibile, tenta di riappropriarsi del mondo di Andrea e Silvana. Nel farlo è costretto a fare i conti con un tema centrale dell’esserci, ovvero con l’inappropriabilità infinita dell’altro”. Non c’è un unico fuoco, non è possibile trovare “le cose nascoste fin dalla fondazione del mondo che di solito sono retaggio solo dei cattivi* perché i cattivi e buoni appartengono a percorsi lineari di giudizi e prove, ma il tessuto di cui è fatta la storia di quegli anni ha una “tendenza” alla verità non alla “certezza”. Il piombo, la rivolta, il golpe, lo slogan politico: mancano i riferimenti letterari alla chiarezza della luce e dell’ombra ancora oggi che il terzo millennio è cominciato da un pezzo. “L’incapacità di elaborare collettivamente la propria storia è una malattia congenita del popolo italiano. L’Italia è il paese del rimosso. Non sono state elaborate le motivazioni profonde che hanno creato consenso attorno al fascismo, preferendo liquidare il ventennio come un’operetta mal riuscita. Non è stata elaborata la guerra civile successiva alla fine del secondo conflitto mondiale che ha lasciato rancori e divisioni di certo non sanate dall’amnistia. Non sono state elaborate le conseguenze sociali e culturali del boom economico che ha spazzato via la cultura contadina ed operaia su cui poggiava il tessuto sociale del Paese. Non è stata elaborata la deriva stragista e la violenza degli anni Settanta, rimuovendo un decennio come se non ci fosse stato. Le ragioni sono molteplici: la mancanza di una idea condivisa di nazione innanzi tutto, poi la sostituzione violenta, atroce, dei valori della cultura popolare con quelli della società dei consumi. Insomma un vuoto immenso e profondo che impedisce ogni volta di elaborare la propria storia”. E’ in questo frammento di buio che letteratura produce l’intaglio che crea passaggi di luce “Di fronte alla rimozione la scrittura elabora i ricordi – continua lo scrittore – narrare, però, non può essere semplicemente un riportare in forma scritta quel che è rimasto nella memoria, perché significherebbe restare con la testa volta all’indietro. Scrivere è un lavoro di svelamento della memoria, cercando quel che manca, che sfugge, che resta nascosto.

* Francesco Rognoni,  dal libro “Di libro in libro”, 2006

IGOR PATRUNO, giornalista, scrittore, blogger, appassionato di comunicazione,soprattutto politica, sarà a Reggio Emilia sabato 28 maggio per presentare il libro I Campi di Maggio con gli storici Antonio Canovi e Lorenzo Bertuccelli
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Potage de sabot – Poesie per Erri De Luca – (da Sprigionate le parole a Reggio Emilia)

 “Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero

con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione

Art.21  della Costituzione della Repubblica Italiana

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Il dove è stato nella libreria Conad di Reggio Emilia (che qui ufficialmente ringraziamo:  Grazie infinite); il quando è stato a pochi giorni dal processo contro l’intellettuale partenopeo Erri De Luca; il chi è stato dato dall’adesione  di poeti dalla parte bassa della via Emilia, fra Bologna\Modena\Reggio Emilia; il come è stato dato dalla parola contraria (non solo di Erri De Luca ma in questi giorni è lui che la sta pagando, una gogna tutta italiana); il perché è il perché si!.  Abbiamo (cercato) di aprire la bocca per il muto prima che i muti diventiamo tutti noi altri, menti libere e di buona volontà.

Alcune poete hanno scritto degli inediti per Erri De Luca. Il GolemFemmina  li ospita con l’augurio che essi possano viaggiare anche altrove. Per la cronaca burocratica, le autrici sono ben felici di autorizzare chiunque a diffondere i loro testi. Si chiede loro solo il buonsenso di non cancellare la loro firma.

Ad Erri De Luca e al diritto alla parola contraria.

IL CANTO DEGLI ZOCCOLI 

per Erri De Luca

Sabot, sabot, sabot
Zoccolo, zoccolo duro
da gettare in pasto agli ingranaggi
alla macchina che ti dà il ritmo
alla macchina che ti scandisce il tempo
la macchina e l’ingranaggio
linguaggio e lignaggio
decretano la fine dell’agio
araldi di disagio

Mangia, macchina, mangia
Les sabots les sabots les sabots
lo zoccolo duro del tessitore
E oggi ricorre il 173esimo
In cui Jacques, operaio lionese
per acquietarla, dis-alimentarla
ingozzò di zoccolo la macchina

Potage de sabots
Sabotage

Pina Piccolo 

LETTURE PACIFICHE

per parlare del parlare

della lingua che madre

batte dove duole il dente

e duole qui dove esige dire

la parola che il pensiero dice.

E il pensiero quale è?

Di un potere potente

che fa ciò che crede

e del tuo dissenso

fa scartoffie, melina, finta di niente

potere intransigente

che ti nega la voce

e tu allora per dire

devi erigerti alto.

E da in alto devi dire il pensiero.

Altri si lasciano tacere da soli

si danno per vinti censurano

il proprio dire e ala fine

anche il proprio pensare.

E’ così che muore ogni criterio

di quella che chiamammmo

democrazia che la Arendt ci disse

che dovevamo pensare

se non volevamo rifare

i campi di concentramento.

***

E quando sono incazzata

io parlo incazzata

la voce forte dice cose dure

E la prova di forza è farmi dire piano

che altrimenti vengo tacciata

di essere io la violenta.

Eppure io non ho che la parola e

di parole ogni giorno son massacrata.

Parole che feriscono, ma io non ferisco.

Feriscono il mio senso di bene,

di cittadinanza.

Parole che diventano fatti,

che diventano soldi e

pagano chi mi disfa il lavoro, la casa

un bosco il paese. Il Paese.

Approvvigionano mafie e corrotti.

Il Paese. Il mio amore per il quieto vivere

per una libertà leggera

rispettosa di ciò che altro.

Leilà Falà

ALZIAMO FORTE E CHIARA LA PAROLA

alziamo forte e chiara la parola
qui nella pianura
lungo la valle fino al monte
perché ci ascolti il fiume,
l’acqua del torrente
la vigna, gli alberi del melo
e gli abeti, i salmoni
i petti rossi e le aquile
nel cielo
il bosco tutto, le cime innevate
alziamo forte e chiara la parola
per la cova degli uccelli
il palco dei cervi
i pascoli d’altura
per il bosco e il suo silenzio
per il ventre del monte
violato
alziamo forte e chiara la parola
per fare da barriera
all’insipienza e all’ingordigia
dello stato
alziamo forte e chiara la parola
per gli uomini e le donne
che con il sangue ed il sudore
hanno fatto fertile la terra
per il nascere dei figli
senza polveri di amianto
nelle vene

Giovanna Gentilini 

LUPI E FALCHI

Io che nel sociale sono impegnata
giusto quel tanto da non farmi male
alle mie poesie cambio le parole
per renderle facili da capire.
Negli arzigogoli nascondo testa e coda
affinché la voce possa uscire filtrata
come da un imbuto,
anche se capita, forse a causa di correnti da più lati
mi resti chiusa in petto solidificata,
e da questo intreccio fatale al risultato
fuoriesce alfine il filo d’un belato
e lupi e falchi attorno, con un boccone
fanno di me grosso bottino scarso di parole.

Caterina Franchetta
Reggio Emilia, 25.1.2015

LA PAROLA CONTR’ARIA

È lì nella lingua

che s’annida il nemico di donne santi e incanti

fritt’aria riccia e spiccia

ci vuole inermi ubbidienti solerti

tra gli sterpi certe serpi

e io dico no con erri

sabotando seduta stante la parola dominante

in pratica creazione continua nov’ovazione

perenne provocazione per una storia

di follia retriva prepotenza giuliva

da far brillare all’istante

e sbriciolare d’ogni altare le macerie

trucide gardenie piene di tenie.

Nadia Cavalera

S. Sambiase, G. Gentilini, C. Bedocchi
S. Sambiase, G. Gentilini, C. Bedocchi
C. Franchetta
C. Franchetta
L. Failà, N. Cavalera.
L. Failà, N. Cavalera.
N. Cavalera, L. Fornieri, C. Bedocchi
N. Cavalera, L. Fornieri, C. Bedocchi
M. Paltrinieri
M. Paltrinieri