Miholjsko ljeto – canto per la Bosnia. Paolo Maria Rocco, dal concorso 2018 de LaRecherche.it.

Miholjsko ljeto
di Paolo Maria Rocco

IV classificata al concorso 2018
Il Giardino di Babuk
– Proust en Italie –
organizzato da LaRecherche.it

http://www.ebook-larecherche.it/ebook.asp?Id=229

Miholjsko ljeto

Le corse degli oggetti, hai detto, il loro suono
riverbera costante, risoluto
sul manto di catrame, e stanno
il bene tuo e il mio nel cardine del tempo
e in questa successione rutilante
di parole, in questo sguardo sagittale
che poi svetta… e si fa uguale
a un turbine di notte, a un temporale. Tu, spettatrice
della stessa tua vacanza, una visione
sei chiamata del mondo ad evocare, rigorosa
come fosse della luce un’alternanza
speculare, o dei tuoi occhi. Sì, le corse degli oggetti

E poi le ruote che mordono l’asfalto, il presagio
hai detto, deliziato di un quadro disegnato
dall’atomo versatile di un vetro, dalla vista
ch’è interrotta da una rete sullo schermo
di gocce ovali e innumerevoli
di pioggia. Così perfetto
e tenero è il paesaggio che si fa saldo
nel cuore del ritorno, della vita del pensiero
la sua testimonianza, luogo del sorriso che s’irradia
dalla Bosna al tuo candido incarnato: si distilla
cilestrino un miholjsko dal baleno ljeto sulle sponde
del tuo fiume e sul ponte di Jalija immacolato

(c) N. Isakoviç.

* Miholjsko ljeto: in lingua bosniaca significa Estate di San Martino, qui evocata a Zenica, in Bosnia e Herzegovina. Bosna è il nome del fiume che attraversa Zenica, solitamente declinata al femminile: la Bosna. Jalija è il nome di uno dei ponti che, a Zenica, unisce le sponde della Bosna.

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I versi sono copyright dell’autore. Il blog ha “preso in prestito” la poesia dall’ebook de La Recherche.it, mantenendone il link originale, e nel caso di segnalazione  dell’ autore, si impegna a rimuovere l’articolo.

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I canti dell’Interregno. Recensione del nuovo libro di Pina Piccolo da CinqueColonne.it.

icantidell'interregno

Ringrazio tutta la redazione del magazine on line Cinquecolonne.it per aver ospitato la mia recensione sul libro di poesie “I Canti dell’Interregno” di Pina Piccolo.

http://www.cinquecolonne.it/i-canti-dell-interregno.html

 

 

Ora che queste cose le sai,

sei pronta a spezzare

la fune che ti lega

alla zavorra di un passato

graffito da Byron sulla colonna dorica

che da secoli lancia

lo sguardo implorante verso il mare?

Pina Piccolo

Nell’Interregnum “Siamo liberi di fare il bene. Il giudizio è infallibile. Non siamo liberi di fare il male” (Isidore Ducasse), e chiamiamo aiuto alla coscienza che ha voce in versi perché :“La poesia deve avere come scopo la verità pratica” (Isidore Ducasse).  Ne “I canti dell’Interregno” di Pina Piccolo, i versi hanno il canto della narratologia del presente, la voce è alta come dall’alto di un monte sacro dove suona continuamente “il piffero della rivoluzione”, titolo dell’ultima sezione del libro. Non alla tromba o al tamburo è concessa la sveglia della coscienza,  ma al piccolo e legnoso piffero, insistente, squillante,  strumento inusuale di metafora di rivolta, ma nulla è inusuale nella trama del dettato poetico della raccolta di versi.  E’ subito chiaro che non ci saranno ricordi gloriosi nell’Interregno. La storia è quella del presente, l’ora è quella attuale, il “Duecento dopo Darwin” ed è adesso che urge a Pina Piccolo cantare il sonno degli egoismi, usare i versi per la traslazione rigida dell’indifferenza che desensibilizza giorno dopo giorno i sensi, fino a spingere la natura stesso dello sguardo.  Le pupille occidentali “balugicano” sulle armi e sul potere del futile a cui opporre cultura, empatia e una buona dose di ironia. L’olfatto è “disuso a distinguere l’odore della felicità\ da quello della morte in agguato”, mentre  la grande migrazione dei popoli della sabbia e della fame, quella dei “figli malvoluti da mamma Africa”, viene sommersa o salvata, sommersaosalvata, salvataosommersa, i braccianti di Rosarno colgono arance a un euro all’ora per le offerte sottocosto degli ipermercati e zelanti comuni del Belpaese distruggono alberi secolari per far posto all’ennesima speculazione.

In questo scritto, siamo nel territorio della conoscenza del simbolo e del suo uso, un uso plathiano degli oggetti e dei suoi riconoscimenti che viene amplificato al ricordo di ogni dea e dio passato che ha servito la mitologia del Mediterraneo e anche oltre, è non servito a portare misericordia sugli uomini. Si canta il coraggio, si canta il dolore, si canta la verità spogliata e nuda, come dovrebbe esser sempre. “Gridateli i nomi\perché la parola\crea mondi\e racchiude\l’essenza, la perifrasi non media le pagine”, si chiede nei versi dedicati alla morte di  Miriam Makeba”.   “Dopo sessant’anni di battaglia\non ne puoi più, continuano a chiederti\quella scemenza di Pata Pata”, ed invece nell’Interregno, la parola torna nuda e vera, per Zenzile Makeba,  Mama Afrika dalle mille battaglie che sull’ultimo campo desolato della terra, quel Castel Volturno roso da indifferenza e paura, muore in un palco ventoso sopra una piazza quasi vuota, “..di donna integra\che di libertà cantava\in ogni angolo del mondo” l’etica di un epica nuova ed antica insieme: “Cantaci oh Diva\non l’ira funesta del Pelide Achille\che infiniti addusse lutti agli Achei\ma la bellezza del suono\polifonico e inceppato\le sillabe che si librano\volteggiano e cadono\come corvi con le ali spezzate\da uragani prossimi venturi”. I messaggi, gli avvisi dalle sponde, gli scombussolamenti che fanno segnare il sud delle cose perse, sono i canti del caos, “delle nostre magnifiche sorti e progressive\dal  calderone del pianeta gelido ed infiammato” e pazienza se le strofe sono arrossate dall’energia dell’antilirica, il loro labor limae è nella verità di un’esclamazione, nell’assonanza di versi che espongono, nell’ironia che sfronda la visione. Il canto di Pina Piccolo non può né vuole avere pause. E le differenti sezioni che compongono il testo poetico, non ne hanno. Sono sottoposte al tempo dell’Interregnum e vanno al contrario, datando le collezioni poetiche dall’oggi all’ieri e l’energia, o meglio l’élan vital , scorre in crescendo,  chi più vive,  più ha resistenza.

Resilienti sono i versi in cui l’ironia caustica caustica il caos indifferente di una vista che non vuole “disturbare\gli umani traffici\e le disumane trame”; resilienti sono gli omaggi alle scritture che l’autrice ama e disperde nella trama dei versi, concedendo uno slancio lirico che prende alti spazi di scrittura, soprattutto in certe chiuse in cui la poeta affida al ritmo metrico le ultime strofe. Ecco la chiusa di “Ventisei rose di mare”: “L’ultima volta che ognuna\levò in alto gli occhi\forse le arrise Oshun\negra dea dell’acqua dolce\giunta a raccogliere\neri petali di rosa\per farne ghirlanda”. Ecco l’omaggio a José Saramago in “Muore il vecchio” : “Muore il vecchio che i nomi\aveva scovato\osservandoli truce nascosto\a una finestra\organizzando poi processioni\per carpirne il codice\del Grande Libro dei Vivi”. Ecco Montale fra le strofe dei “Versetti dell’alta velocità”: “Ferro, cemento e vetro\forbici, carta o sasso\masso che ruote ti muovi\non recidere quel cordone che alla terra ci lega”. “La terra ci lega” è un verso guida. In tutta l’estensione di questa raccolta, la poesia ha gridato, spiegato, mostrato, evocato come tutte noi e tutti noi abbiamo la stessa terra che ci lega, e che “la crisi consiste precisamente nel fatto\che il vecchio sta morendo e il nuovo non può ancora nascere”.

L’ingombro alla libreria delle Donne di Bologna

Nel pomeriggio di venerdì 28 aprile, nell’ambito della rassegna di poesia “HER KIND”, organizzata dalla Libreria delle Donne di Bologna, Le Voci della Luna presentano la raccolta vincitrice della XXII edizione del premio di poesia Renato Giorgi – anno 2016:

“L’ingombro” di Simonetta Sambiase

Dialogheranno con l’autrice
– Loredana Magazzeni
– Marinella Polidori
– Michela Turra
– Maria Luisa Vezzali

leggerà oltre l’autrice
Leila Falà

È finito il giorno di riposo, zoppico
arrotolo il voi, il noi, ci tiro una riga e rimbalzo
che sto scialando per vita piena
me l’ha scritto anche il dottore delle pillole per dormire
da quaggiù perennemente c’è infestazione di chiasso
ho bisogno di imparare a consegnarmi al fracasso
ai difetti, alla fiere occasionali, al mascara, ai saldi autunnali
vendo Melencolia fitta tutta scarnita con il bulino di Dürer
citazioni colte e l’insonnia che filtra tra i libri
segue una linea e una curva passa alla radio l’intera generazione
che sente solo vecchie canzoni, con tacchi di sughero o di zeppa
sotto le rughe

Simonetta (Met) Sambiase, impegnata nel mondo sindacale e nella politica delle donne, ha fondato a Reggio Emilia l’associazione culturale Exosphere PoesiArtEventi, con cui cura progetti poetici in collaborazione con PrimaveraDonna. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni e varie antologie. In rete, il suo blog è Il Golem Femmina. Con L’ingombro (prefazione di Maria Luisa Vezzali) ha vinto la XXII edizione del Premio nazionale di poesia Renato Giorgi.

La parola è stagione incendiaria. Bologna in lettere in memoria di Jolanda Insana.

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da La Fabbrica Sfabbricata

E’ “satura di cartuscelle” l’Insana e le cartuscelle sono quelle carte che ingombrano le scrivanie meridionali degli scrittori o dei contabili;  sono le carte scritte in cui si viene sommersi senza riuscire a mettere ordine. Essere in mezzo a carte e cartuscelle è essere immersi in un mare di parole in cui per uscirne, per trovarne un ordine,  bisognerà concederle tempo e tempo. Non dovrai avere fretta per uscire fuori da loro e se l’avrai non troverai mai la via giusta:  ed è questo l’omaggio dovuto alla poesia di Jolanda Inasana, riconoscerle il tempo saturo di ogni sua poesia, ipnotizzante e respingente, la terza persona dialogante di un plurale singolare che ti incalza e ti lega ad ogni cesura, ad ogni paronomasia, ad ogni sillaba dura e cruda che lei ha portato in vita.

S. Sambiase

Levania. Un anno di critica e poesia nel numero quinto della rivista.

Al numero 290 della lunga strada del Duomo di Napoli, che  alle e nelle sue spalle porta il cuore del centro storico, martedì 13 viene presentato il numero cinque della rivista di poesia Levania. Nel nuovo numero, il lettore troverà scritti di Marco De Gemmis intorno a un importante taccuino di Mario Persico ed alle tavole del maestro,  le poesie di Italo Testa introdotte da Enza Silvestrini, di Yves Leclair, con traduzioni e testo di presentazione di René Corona. Testi di Michele Zaffarano commentati da Eugenio Lucrezi; di Anna Santoro accompagnati da Enzo Rega e di due giovani poeti, Lorenzo Pradel e Fabrizio Maria Spinelli, introdotti rispettivamente da Bruno Di Pietro e da Massimo Fusillo. Due conversazioni fra versi e prosa con Giusi Drago e Paola Nasti.   I versi della poeta Giovanna Marmo e le immagini dell’artista Roberto De Caro. Completano il numero le recensioni di Anna Maria Carpi su Anna Toscano, di Enzo Rega su Umberto Piersanti e su Clemente Napolitano, di Antonio Perrone su Francesca Medaglia, di Marisa Papa Ruggiero su Donatella Bisutti e su Lucia Stefanelli Cervelli, di Emmanuel Di Tommaso su Yari Bernasconi esu Brunella Bruschi, di Antonio Lotierzo su Victor Segalen e Ugo Piscopo, di Eugenio Lucrezi su Luigi Fontanella, di Lorenza Carannante su Monica Martinelli. 

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Poesia fra la via Emilia – Il Giorgi e il Tassoni 2016

Questo sabato due appuntamenti con premi prestigiosi di poesia nella lunga dorsale dell’Emilia da Sasso Marconi a Modena.

Il premio Renato Giorgi giunto alla sua ventiduesima edizione, apre alle ore 16 il lungo appuntamento con i poeti di Sasso e la sua premiazione.

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Verso Nord, a Modena, nello storico teatro San Carlo, sarà invece l’ora dell’undicesima edizione del Premio Alessandro Tassoni, a partire dalle ore 18.30.

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i link di riferimento

https://levocidellaluna.wordpress.com/
premi.giorgi@virgilio.it.

http://www.premioalessandrotassoni.it/
premioalessandrotassoni@bollettario.it

 

 

Tre poesie da Assorta la corda vira di Federica Galetto

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GLI ANNI

Tu
che hai fatto il giro di boa
che da quindici sono trenta
Gli anni
Trenta snodi d’acciaio
in un bestiario di carta
in brossura
inseguendo cigni nel lago
a riemergere appena un passato
Gli anni invaghiti del tremore
le dure spinte al dosso
comunque e sempre
Un bacio sulla porta che deve
senza sperare mai
Dove sei andato
incollato cielo di ieri sul petto
un mormorare lesto d’ansia
la palpebra sola sul respiro
dove quella corsa al mio collo
nelle sere d’inverno
sul cuscino l’impronta di latte
Siamo vapore nel sole
tu
che hai fatto il giro di boa
che da quindici sono trenta
Gli anni
Ancora mi cerchi nei passi
la mattina presto
mai esistiti sul parquet di iroko
che scalda la tua casa
mai sentiti davvero
sognati come nuvole che passano
E i fogli scritti di sentimento
le parole schiave
un furtivo chiederne ancora per saziarsi
mentendo al futuro
al passato
ciclico eterno ritorno senza
abitudini certe
solo amore scordato e riapparso
come ombre in un giardino d’ottobre
Negli anni
un fragile fiore è comparso
nel sottobosco fitto

C’ERANO LE ORE

C’erano le ore nello strepitio
stanco di una gioia
E le doglie di un parto a termine
che non superava la notte
Fra le cortine di polvere
si alzava la pena
di quando ancora un bollire
sottotono s’incantava per nulla
E ora le nubi s’apprestano a gonfiare
Oltre le rose del giardino si sente
un lamento
che il vento domina
Il braccio alzato contro il sole
Denti d’oro rilucono e non mordono
Le bocche si schiudono per un sibilo
laddove non esiste il decoro
e neppure lacrime da consumare

C’era un groviglio astuto che premeva
nel fondo
e poi ancora un cavillo addomesticato
che dormiva da anni
Eppure si sentiva l’aria giocare
che il futuro sbraitava tanto e forte
al suo passaggio
C’erano le ore nello strepitio
stanco di dolore
Aperte le stanze e volate via le foglie
sui muri non vi sono ora ombre a passeggio
Ma impronte
Che lascino esse solo deserto
Fioriscono cactus anormali
a forma di pietra
Elevata sui giorni
Fioriscono segni sulle crepe dritte
Senza sogni
Senza piedi e mani
Vuoti all’interno come scavate buche al passaggio.

DI FORZA IL DESIDERIO

Di forza il desiderio
macera l’intelletto
che nell’osso scarno
dell’ipotesi instabile
s’avverte
Illuse pose in illuse
notti sacrificano torti
mai lavati nelle lacrime
dissoltesi in sale
Rose la carne nel fiato acceso
che catturandolo lucciole
nel petto s’erge
austera e rigida
come giaccio eterno

(poesia presente ne “Il segreto delle fragole 2007”, Lietocolle)

altre poesie su
http://lastanzadinightingale.blogspot.it/

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Federica Galetto è nata a Torino, fa poesia, traduce, scrive racconti ed ha creato il blog La stanza di Nightingale.
E’ vicepresidente dell’associazione Exosphere ed oggi è il suo compleanno. Auguri da parte delle sue amiche coofondatrici, Met e Gabriella.