Padre albero e radice. Cinque poesia di Elina Miticocchio dedicate alla figura paterna.

Nella letteratura poetica, le dediche al padre occupano forse spazio minore di quelle della madre, legate spesso più alla sua assenza e alla sua memoria che alla sua presenza. Anche le cinque poesie che ci regala Elina Miticocchio ricostruiscono una biografia dell’assenza paterna, con una grazia malinconica che è tratto fondativo della bellezza della sua scrittura in versi. Il padre amato così tanto fino al giorno della  sua scomparsa non è solo un’ombra nei ricordi, ma un portato infinito nei verbi dell’attesa e dell’affetto. E’ una presenza. E’ il presente che si trasfigura in vento e cielo, perché la memoria e l’amore non possono che essere pesati che con misure naturali ed infinite. I versi sono carezze, brevi come segni o lunghi come riflessi. La nostalgia non sconfigge il cuore. E tutta la scrittura, la sua forma estetica formale e stilistica ha la dolcezza dell’evocazione, che accompagna la “parola figlia” immergendola in stagioni e “fantasia di carta” dove solide sono state e saranno per sempre le radici dell’albero padre.

per gentile regalo di
Elina Miticocchio

Grigio napoletano

ti aspetto
in questo novembre d’alberi
e di fantasie di carta
sei il mio alberopadre
con l’anima imbrigliata
nel filo spinato
ti aspetto
e avrai il tuo tronco aperto
ad accogliermi
a farmi da tana
poiché sono una foglia staccata

Dedicata

Tra il giallo e il rosso io voglio restare
mai perdere lo specchio che il tempo regala
ai brevi istanti quali noi siamo
intanto mi chiedo e quasi sorrido
saranno mai le nostre dita bianche nuvole?

Breve
da La parola scrive

Questa notte mi metto in cammino.
Esco di casa diretta verso la casa di mio padre e mia madre.
Un vento fortissimo disarma il mio passo perdo peso e vago.
Perdo gomitoli e lettere le immagini bambine ora scappano dalle mani
Ci saranno altre strade per continuare a scrivere
in quaderni di parole
cuciti i respiri
un ramo una mano
il nido della voce
soffiati

Oggi le nuvole

Ti guardo
hai gli occhi chiusi
mi chiedo se esistono oggi le nuvole
se mai io possa accoglierne una sola
nel palmo della mia mano
per porgerla al tuo silenzio di ombre
per ritrovarti padreradice
del mio piccolo cielo

Violetta

Si chiamava violetta la stanza di mio padre
Dalla finestra guardavo tra il folto delle foglie
una piccola gazza ladra
e spesso le lanciavo briciole
unite ai miei pensieri e al vento
C’era poco vento quel giorno
in cui lo vidi allontanarsi
sotto un ampio mantello di neve

 

(c) Elina Miticocchio

POESIE DEL PADRE – Vorrei guardare ancora le stelle in piedi con te sulla porta del bivacco

(c) Dan Hillier

Il nemico
di Nerina Ardizzoni

Rotola in terra il cuore,
fra segmenti di foglie e rami secchi;
i fragili occhi,
che ogni giorno han fatto fronte alla vita,
che ogni giorno han cercato il pane,
sono spenti.
Non eri tu il nemico,
non ero io la cattiva sorte.
Troppo breve la vita,
antichi rancori a dividerci,
come scudi fra di noi.
Ora, domande senza risposta
e il rimpianto
di non aver fatto il primo passo.

(Nerina Ardizzoni)

(c) Elbow Toe

Padre

di Patrizia Mortati
Si è ibernato il tempo
nell’istante prima
in cui il respiro ti abbandonasse,
gli occhiali poggiati distrattamente
su una rivista aperta a pagina 56
che non avresti mai finito,
ma tu non lo sapevi,
la spazzola coi tuoi capelli
rimasti ancorati alle setole,
brillanti e candidi,
improvvisa ti ha sorpreso
la morte. A lei non importava
delle cose che ancora avevi diritto di vivere,
di quello che volevi vedere
dire, aggiustare, bere, assaporare,
dell’aria che volevi respirare…
Il tuo ricordo inizia a sbiadire,
come la foto al cimitero,
ha i contorni sfumati
ma i segni del tuo passaggio nel mondo
sono ancora qui, camminano
e ti cercano nei sogni…

(c) Patrizia Mortari
(da” Un cielo di poesia” 2014)

 

A mio padre

di Paola Surano

Oh vorrei che mi prendessi per mano
– vorrei ce mi prendessi ancora per mano –
come quando bambina, mi portavi sui sentieri
di montagna, con il tuo passo cadenzato
di montanaro che lento scandiva il tempo
del nostro andare.
Oh vorrei ascoltare il silenzio
– vorrei ancora ascoltare il silenzio –
che ci avvolgeva compatto, assoluto
eppur così fitto di suoni, parole e pensieri:
per dire guarda, la luce del sole fra i rami
senti il profumo del vento
ascolta: il fischio lontano della marmotta
attenta! Un sasso, un buco un ruscello da
guardare
ma tranquilla, non tempere ci sono io, qui, ad
aiutare.
Oh vorrei guardare le stelle
– vorrei guardare ancora le stelle –
in piedi con te sulla porta del bivacco
raggiunto come premio alla fatica
e ascoltare alla fine la tua voce
che mormorava, mentre stringeva la mia mano,
“Sia lodato il creato
e lodato il suo Creatore”

(di Paola Surano)

(c) Richard Aldrich

A mio padre

di Maria Grazia Dall’Aglio

Dall’ombra dei ricordi,
affiorano reminiscenze del passato
e il volto amato di mio padre
e il caldo sentimento che ci univa,
quando bambina
attingevo al suo sapere,
e scrivevo le prime note
sul pentagramma della vita.
Le sue scelte erano anche le mie,
facevo miei i valori in cui credeva,
perché tanta era la stima
per una persona buona,
che, dotata di tanto ingegno,
sapeva fare della semplicità virtù.
Tanto tempo è passato
da quando te ne sei andato,
in quei caldi giorni di luglio,
che, inconsapevoli, sottolineavano
il periodo più grigio della mia
allora giovane vita.
Tanto tempo è passato
da quando eri con me,
ma ciò che tu mi hai donato
con presenza costante,
sollecite attenzioni
ed affetto profondo
è ancora ed ancora con me
5 gennaio 1995

(di Maria Grazia Dall’Aglio)

Poesie del padre – L’unico uomo che mi ha amato dal primo respiro di placenta.

(c) Silvano Campeggi
(c) Silvano Campeggi

C’E’ UNA SEPOLTURA

di Sabrina Spinella

C’è una sepoltura

che non mi dà pace

nemmeno se non spreco

più lacrime

da anni

quelle ossa ripulite

formavano l’unico uomo

che mi ha amato

dal primo respiro di placenta.

Perdere il padre autorizza

la mia mancanza per sempre.

 

dal libro  Via del ponte perso (c) Guido Vicari Editore

(c) Howard Schatz
(c) Howard Schatz

L’OMBRA

di Giorgina Busca Gernetti
Nei pressi della Soglia imperscrutabile
un’Ombra vana appare
e s’accosta ondeggiante nell’oscura
acqua fonda del lago, s’allontana
quasi il timore la spingesse lungi
dallo spirito livido nel lago.
Ma si volge dubbiosa tra le alghe
tornando accanto allo spirito triste.

«Padre, sei tu?» pare esclamare fioca
l’anima-spirito del lago grigio.
«Sei tu, padre, che infine mi compari
sì ch’io ti veda almeno oltre la morte?»
«Figlia mia, son tuo padre, riaffiorato
dal buio della guerra che mi spense
prima che tu nascessi. Ora gli abbracci
solo tra fredde ombre.»

«Padre, soltanto questo mi è concesso?
Le carezze paterne non conosco.»
«Sorte amara per te, piccola mia,
e per me, che mi spensi nella morte
piangendo le mie bimbe abbandonate
senza poter vedere
te, che crescevi ancora dentro il grembo
della madre piangente.»

E svanisce tra l’alghe l’Ombra amata.

*

Dal poemetto L’anima e il lago, Pomezia 2010, Tricase-Le 2012²

 

EPICEDIO PER MIO PADRE

di Giorgina Busca Gernetti

 

Ho deposto un cuscinetto di terra

italiana

davanti alla tua lapide,

amato Padre mio,

nel Sacrario in terra straniera:

la stoffa è rossa, bianca, verde.

 

La guerra è sempre atroce,

anche se s’abbellisce

di nobili ideali

e s’ammanta di gloria.

 

Atroce per chi muore

e per chi vive.

 

*

 

 

Dal libro Ombra della sera, Genesi Editrice, Torino 2002

 

(c) John Singer Sargent
(c) John Singer Sargent

A MIO PADRE

di Walter Valeri

Oh padre come sei pula che il vento seleziona

sei stato pane crusca e cibo oltre la fame
qui dentro casa dove hai gridato
dentro la notte oltre la notte

rotto di rabbia e ossesso di farina. Sei stato
servo mai arreso e hai detto al figlio
di un corpo che dimagra col crescere dell’anima

e con pietà d’ogni tua colpa vergognosa.
Che dura verità la tua sapienza
figlio di un servo e della Rosa

se mi hai insegnato di non sputare a tavola
e di guardare franco negli occhi dell’amico
poi con dolcezza i seni della sposa

che fiore aspro vivo senza scampo
sei venuto qui gridando
nel segno di tuo padre ed egli di suo padre in te

perché prendesse voce in chi seduto scrive
mite e feroce la nostra nuova storia. Oh padre
come sei pula che il vento seleziona

e come ti somiglio
mentre a fatica la morte ci allontana.

Poesia tratta dalla raccolta Another Ocean, Sparrow Press, Mass., USA, 2012.

 

 

UN SOLO FIUME

di Roger Waters

Quando il vento falcia le messi/
E gli uomini validi cadono/
E i bimbi impauriti e increduli si rannicchiano nelle braccia tenere delle madri/
A proteggersi dalla lama incurante dei banditi/
Mio padre, ora distante/
Ma vivo, e caldo e forte/
In una bruma uniforme tabacco/
Parla./
Figlio mio, dice./
Non opporti al dolore del tuo lutto/
Ma affilane e appuntane la lama./
Che /
Tu non sfugga mai/
Obnubilato, crudele,/
A sfide ardue da sostenere./
Che prezzo ha un figlio?/
Quale?/
Il tuo o il mio?/
Questo a casa?/
L’uccellino implume che ingolla scodelle di vermi di pasta/
Oppure/
Quello in tv, morto e sgranato in qualche fosso dei Balcani/
Non riuscire a capire che il lutto di altri padri/
Nega i legami forgiati in sangue filiale/
E il vessillo lucente passato da uomo a bambino/
Al posto d’onore, forte, privo di meschinità e rancore./
Quindi/
Raccogli le tue lacrime, dice mio padre/
Raccogli in una coppa quella medaglia di sale/
Sgorga da un unico fiume/
Su quel fiume figlio mio/
Mi sono giocato la vita.

(Traduzione di Emilia Benghi)

riferimento in rete :

http://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2013/11/11/news/un_solo_fiume_la_poesia_di_roger_waters_dedicata_al_padre-70738504/

 

Poesie del Padre – Di padre, s’attende l’attesa

(c) Maurizio Galimberti
(c) Maurizio Galimberti

La tenerezza di Joe infatti, era così straordinariamente proporzionata ai miei bisogni, da rendermi un bambino nelle sue mani. Sedeva e parlava con me con l’antica confidenza, l’antica semplicità, ‘antico modo conciliante e protettivo, così da farmi quasi credere che tutta la mia vita sucessiva ai giorni della vecchia cucina, fosse una delle sofferenze causatemi dalla febbre, che ora era passata. Faceva per me ogni cosa….

(da Grandi Speranze, di Charles Dickens)

Di padre

Di padre s’apprende il nome.
La mano muta nell’abbandono
Fra cancelli ancora suggellati
Su svelte scarpinate in vie di fuga.
Coraggi assediati sul costato
Fra attimi sbiaditi in pause
Al poi trarne avviso nei domani.

Di padre s’apprende il credo
La lotta avviata su strade inesplorate
Sterminate da bandiere disuguali
Ai venti primi in fila
Proni agli estuari.

S’apprende il taglio di mete andate a colpa
La piena degli imbrogli necessari
Sopra opzioni naufragate in salde sere.

Di padre s’apprende scavo.
Grinze ammansite nelle vene
Al riverbero fra occhi temperati
Su rimbombi di ricordi
Idolatrati.

S’apprende l’urlo spietato
Decantato a fierezza sopra scudi
Al tono di spettare
annuvolato
Reciso a sfascio in ghiaia.

L’aroma del tabacco
Disperso fra castagni
Come oro radiato
A crearne eclisse e svago.
Il fiato silenzioso
Usurato dentro ansie imbavagliate.
L’occhiata scalza
Sopra messe stanate da cuscini
Al gergo della fitta
Mascherata d’ornamenti.

Di padre s’apprende l’attesa.
Il polso al bordo letto
Cullante sul sarà
Come pendolo scordato.
Occhi dissolti
In calo a pelle ossuta.
Germi di gerani rispediti
Su sfide sorte a capo
Celebrate da ire in grugno a Dio
A formarne clessidre senza sabbia.

MARINA MINET  (da “Le Frontiere dell’anima, Ed. Liberodiscrivere 2006)

(c) Thomas Hart Benton
(c) Thomas Hart Benton

Quando trovai mio padre a bocca spalancata che,

di sbiego sulla seggiola, fissava morto la televisione accesa,

e quando lo riponemmo vestito a festa,

proprio allora, già composto, infilai nel suo taschino

una fotografia di mia madre,

che già da molto sorbiva la luce tetra o

tenerella delle stelle.

Pensai: unitevi ora, che in vita

vita vi ha dispersi.

E la colazione a volere unire\riunire,

mi è rimasta come piega

o dovere o lama. O presunzione.

Quella che non vedesti, e ti apparve incompresa,

fu comprensione.

In realtà, era costernata afflizione.

GABRIELLA MALETI

Dialoghi interrotti 

L’alloro staglia fronde

contro l’azzurro terso,

il vecchio pota l’olivo

come ieri.

Massiccia fissità

della montagna: qui il tempo

è infinito presente.

In questo attimo chiaro ti rivedo

piegato sulla terra

dura da dissodare, arida

da concimare, solcare, sarchiare

bassa da coltivare.

Ma il sole dorava spighe

tremava la rugiada

su teneri germogli di smeraldo

andavi in prima linea avanti l’alba

mescolando il tuo fiato con quello delle brume.

Ora che non combatti più con i rovi

nidifica la serpe tra le zolle

e non conosce ostacoli l’ortica.

Fra terra e cielo dialoghi interrotti

in una primavera sbalordita

cui soffocano palpiti gli spini.

(c)  John Hedgecoe
(c) John Hedgecoe

GIOVANNA BONO MARCHETTI 

Nelle mie smarrite sere

Raccontami, pà,

delle domeniche mattina,

quando per mano

mi conducevi in piazza fra giganti:

ero un pulcino senza paura

dentro i miei primi  pantaloni lunghi

tenuti su con le bretelle.

Raccontami di te,

dei nonni,

del tuo paese natio…

perché non mi senta

buttato qui in mezzo senza radici.

Lasciami guardare

nei tuoi occhi stanchi

le mattine gelide

a raccogliere arance

fra le foglie inzuppate di rugiada

o i meriggi

di canicola

a mietere frumento

con la gola arsa di polvere

e il sordo grattare di cicale nella testa….

e i tuoi ritorni a casa, sempre più lenti,

per i chilometri a piedi,

dopo la fatica

eroe senza gloria e senza pretese.

Lasciami scovare

tra le pieghe della tua fronte

i pensieri amari, le preghiere mute

dei giorni con le mani in mano

a spiare il cielo

sulla soglia di casa o all’osteria,

per la pioggia di settimane,

che ti rubava il pane.

Vecchio olivo ricurvo

dalle ferite incallite,

e dai groppi di pietra,

ancora vengo a cercare la tua frescura,

il profumo di terra smossa ed erba

la risacca stanca della tua voce

nelle mie smarrite sere….

(c) Jacqueline Osborn
(c) Jacqueline Osborn

PAOLO SALOMONE

Ultimo canto per il padre

Vorrei parlarti, padre, in questa notte

da questa nave che batte a fatica

le tenebre e ricerca un porto vero

dopo prove d’approdi, di conati

falliti sempre d’una piuma. Intanto

scorre il vento sull’équore increspato,

grida un sottile silenzio, uccellino

di cristallo: perciò trabocca ancora

fiume di canto dagli argini della

memoria, note tristi che ravviva

l’arpa del cuore.Rivedono gli occhi

(o credono) il mare verde del grano

e viti appese a sinuose colline

sotto cieli d’infanzia – azzurri, dunque -,

solerti al ruzzo passeri e fringuelli,

il tuo volto giocondo a fatica.

Ed ora, d’oltre il cielo, sappi padre,

che questo tumido lacerto detto

cuore serba anche il pianto del distacco

celato per pudore dai tuoi occhi,

quando partii, nel vento della vigna:

perenne graffio, padre, acre dolore.

PASQUALE BALESTRIERE

Poesie del padre – Ti hanno restituito la tua ombra

 

Figure in Tree di Peter Doig
Figure in the Tree
di Peter Doig

 

 

 

 

“Le richieste di accudimento e di protezione, possono trovare una risposta speciale nel padre.
Il paternage a differenza del maternagé assolve funzioni e rappresentazioni di difesa
e protezioni più pratiche…
L’immagine paterna è sinonimo di guida alla sopravvivenza
più adulta e responsabilizzante” (Franco Angeli)

 

ELEGIA PER MIO PADRE

Niente ti poteva fermare
Non il giorno più bello non il silenzio
Non il cullarsi del mare
Continuavi imperterrito nel tuo morire
Non gli alberi sotto cui passeggiavi
non gli alberi che ti davano ombra
non il medico che ti aveva avvertito
il dottore giovane dai capelli bianchi
che già ti aveva salvato
continuavi imperterrito nel tuo morire
niente ti poteva fermare
non tuo figlio
non tua figlia
che ti imboccava e ti aveva ritrasformato in bambino
non tuo figlio che pensava avresti vissuto in eterno
non il vento che ti strattonava il bavero
non l’immobilità che si offriva al tuo movimento
non le scarpe che si facevano sempre più pesanti
non gli occhi che si rifiutavano di guardare avanti
niente ti poteva fermare
te ne stavi in camera seduto a guardare la città
e continuavi imperterrito nel tuo morire
andavi al lavoro e permettevi al freddo di penetrarti i vestiti
lasciavi sudare il sangue nei calzini
la faccia ti diventava bianca
la voce ti si spezzava in due
ti appoggiavi al bastone ma niente ti poteva fermare
non gli amici che ti davano consigli
non tuo figlio
non tua figlia che ti guardava rimpicciolire
non la spossatezza che abitava nei tuoi sospiri
non i polmoni che si riempivano d’acqua
non le maniche che trasportavano il dolore delle tue braccia
niente ti poteva fermare
continuavi imperterrito nel tuo morire
quando giocavi con i bambini
continuavi imperterrito nel tuo morire
quando ti mettevi a tavola
quando ti svegliavi la notte bagnato di lacrime
il corpo scosso dai singhiozzi
continuavi imperterrito a morire
niente ti poteva fermare
non il passato
non il futuro con il suo bel tempo
non la vista dalla finestra
la vista del cimitero non la città
non la città orribile dalla case di legno
non la sconfitta non il successo
non facevi altro che continuare imperterrito a morire
portavi l’orologio all’orecchio
sentivi che te ne stavi andando
stavi a letto incrociavi le braccia sul petto
e sognavi il mondo senza di te
lo spazio sotto gli alberi
lo spazio in camera tua
lo spazio che ora sarebbero stati vuoti senza di te
e tu
continuavi imperterrito a morire
niente ti poteva fermare
non il tuo respiro non la tua vita
non la vita che volevi non la vita che avevi
niente ti poteva fermare

tu hai la tua ombra
i luoghi in cui sei stato l’hanno restituita
i corridoi e i prati vuoti dell’orfanotrofio
l’hanno restituita
la news boys home l’ha restituita
le vie di New York l’hanno restituita
come anche le vie di Montreal
le stanze di Belen
dove le lucertole inghiottivano zanzare
l’hanno restituita
le strade buie di Manaus
le strade fradice di Rio l’hanno restituita
Città del Messico da cui te ne volevi andare l’ha restituita
e Halifax dove il porto se ne laverebbe le mani di te
l’ha restituita
tu hai la tua ombra

quando viaggiavi
la scia bianca del tuo percorso affondava la tua ombra
ma quando arrivavi era lì ad aspettarti
tu avevi la tua ombra
le porte in cui entravi ti rubavano l’ombra
e quando uscivi te la restituivano
tu avevi la tua ombra
perfino quando la scordavi la ritrovavi
era rimasta con te
una volta in campagna
l’ombra di un albero coprì la tua ombra
e tu rimanesti in incognito
una volta in campagna
pensasti che la tua ombra venisse proiettata da un altro
la tua ombra non disse nulla
i tuoi vestiti portavano in se la tua ombra
quando li toglievi
l’ombra si spandeva come l’oscurità del tuo passato
e le tue parole
che volteggiavano in un’aria che è perduta
in un posto che nessuno conosce
ti hanno restituito la tua ombra
gli amici ti hanno restituito la tua ombra
i nemici ti hanno restituito la tua ombra
hanno detto che era pesante e avrebbe ricoperto la tua tomba
quando moristi
la tua ombra dormì alla bocca della fornace
e mangiò le ceneri come pane
esultava tra le rovine
vegliava mentre gli altri dormivano
brillava come cristallo tra le tombe
componeva se stessa come aria
voleva essere come neve sull’acqua
voleva non essere niente
ma ciò non era possibile
venne a casa mia
mi si sedette in spalla
la tua ombra è tua le dissi
le dissi che era tua
l’ho portata con me per troppo tempo
la restituisco
ti piangono
quando ti alzi a mezzanotte
e la rugiada riluce sul sasso delle tue guance
ti piangono
ti riconducono nella casa vuota
riportano dentro i tavoli e le sedie
ti fanno sedere e ti insegnano a respirare
il tuo fiato brucia
brucia la cassa di pino e le ceneri piovono come la luce del sole
ti danno un libro
e ti dicono di leggere
ascoltano e gli occhi gli si riempiono di lacrime
le donne ti carezzano le dita,
pettinandoti restituiscono il biondo ai tuoi capelli
radono via il gelo dalla tua barba
ti massaggiano le cosce
ti vestono elegante
ti strofinano le mani per tenerle calde
ti danno da mangiare
ti offrono dei soldi
si inginocchiano e ti scongiurano di non morire
quando ti alzi a mezzanotte
ti piangono
chiudono gli occhi e in un sussurro
continuano a ripetere il tuo nome
ma non posso estrarti dalle vene la luce sepolta
vecchio mio alzati
e continua ad alzarti
è inutile, ti piangono come possono
è inverno, è l’anno nuovo
non ti conosce nessuno
lontano dalle stelle e dalla pioggia di luce
giaci al maltempo delle pietre
non c’è alcun filo che ti riporta indietro
i tuoi amici sonnecchiano alla luce del piacere
e non possono ricordare
non ti conosce nessuno
sei il vicino del nulla
non vedi la pioggia che scroscia
e l’uomo che si allontana a piedi
il vento sporco che soffia le proprie ceneri per tutta la città
non vedi il sole che trascina la luna come un eco
non vedi il cuore illividito andare in fiamme
i crani degli innocenti farsi fumo
non vedi le cicatrici dell’abbondanza
gli occhi senza luce. E’ finita
E’ inverno. E’ l’anno nuovo
gli umili portano la propria pelle in paradiso
i disperati soffrono il freddo con quelli che non hanno niente da nascondere
è finita
e non ti conosce nessuno
c’è la luce delle stelle alla deriva dell’acqua nera
ci sono pietre nel mare che nessuno ha visto
c’è una costa e la gente attende
e non ritorna niente
perché è finita
perché c’è silenzio invece di un nome
perché è inverno ed è l’anno nuovo.

MARK STRAND

 

Ritratto di gentiluomo seduto -  Frederic Whiting
Ritratto di gentiluomo seduto –
Frederic Whiting

 

PAPA’

 

Non servi, non servi più,

O nera scarpa, tu

In cui trent’anni ho vissuto

Come un piede, grama e bianca,

Trattenendo respiro e starnuto.

 

Papà, ammazzarti avrei dovuto.

Ma tu sei morto prima che io

Ci riuscissi, tu greve marmo, sacco pieno di Dio,

Statua orrenda dal grigio alluce

Grosso come una foca di Frisco

 

E un capo nell’Atlantico estroso

Al largo di Nauset laggiù

Dove da verde diventa blu.

Un tempo io pregavo per riaverti.

Ach, du.

 

In tedesco, in un paese

Di Polonia al suolo spianato

Da guerre, guerre, guerre.

Ma il paese ha un nome molto usato.

Un mio amico polacco

 

Mi dice che ce n’è un sacco.

Cosi non ho mai saputo

Dov’eri passato o cresciuto.

Mai parlarti ho potuto.

Mi si incollava la lingua al palato.

 

Mi s’incollava a un filo spinato.

Ich, ich, ich, ich,

Non riuscivo a dir più di così.

Per me ogni tedesco era te.

E quell’idioma osceno

 

Era un treno, un treno che

Ciuff-ciuff come un ebreo portava via me.

A Dachau, Auschwitz, Belsen.

Da ebreo mi mettevo a parlare.

E lo sono proprio, magari.

 

Le nevi del Tirolo, la birra chiara di Vienna

Non sono molto pure o sincere.

Per la mia ava zingara e fortunosi sbocchi

E il mio mazzo di tarocchi e il mio mazzo di tarocchi

Qualcosa di ebreo potrei avere.

 

Ho avuto sempre terrore di Te,

Con la tua Luftwaffe, il tuo gregregrè.

E il tuo baffo ben curato

E l’occhio ariano d’un bel blu

Uomo-panzer, panzer O Tu –

 

Non un Dio ma svastica nera

Che nessun cielo ci trapela.

Ogni donna adora un fascista,

Lo stivale in faccia e il cuore

Brutale di un bruto a te uguale.

 

Tu stai alla lavagna, papà,

Nella foto che ho di te,

Biforcuto nel mento anziché

Nel piede, ma diavolo sempre,

 

Sempre uomo nero che

Con un morso il cuore mi fende.

Avevo dieci anni che seppellirono te.

A venti cercai di morire

E tornare, tornare a te.

Anche le ossa mi potevano servire.

 

Ma mi tirarono via dal sacco,

Mi rincollarono i pezzetti.

E il da farsi così io seppi.

Fabbricai un modello di te,

Uomo in nero dall’aria

Meinkampf,

 

E con il gusto di torchiare

E io che dicevo sì, sì.

Papà, eccomi al finale.

Tagliati i fili del nero telefono

Le voci più non ci possono miagolare.

 

Se ho ucciso un uomo,

due ne ho uccisi

Il vampiro che diceva esser te

E un anno il mio sangue bevé,

Anzi sette, se tu Vuoi saperlo.

Papà, puoi star giù.

 

Nel tuo cuore c’è un palo conficcato.

Mai i paesani ti hanno amato

Ballano e pestano su di te.

Che eri Tu l’hanno sempre saputo.

Papà, papà, bastardo, ho finito.

SYLVIA PLATH

(c) Karel Funk
(c) Karel Funk

MON PÈRE

Mon père

non so perché ti chiamo così,

non parlavi francese,

ma questo probabilmente l’avresti capito,

forse mi esprimo in lingua straniera

per ritegno,

riuscivamo ad amarci

soltanto così:

non troppo da vicino.

Sedevamo

in vecchie osterie

a bere il riesling

o lo sipon

o più spesso

qualche vinello acre,

parlavamo

del più e del meno

e la vita se ne stava

dietro la porta,

a debita distanza.

Ci pareva

troppo impetuosa

per darle

un nome.

Le parole troppo grandi,

mon père,

ci facevano paura.

Adesso sei solamente

una foto alla parete

e una tomba

in un cimitero.

Ti accendo un lumino,

ti porto dei fiori.

Non a te,

alle tue ossa.

Ti racconto

tante cose.

Ma tu taci.

C’è solo la tua lapide.

Con le date.

Dal-al.

Dio mio,

cosa non dicono i figli

oggigiorno ai padri.

A quelli vivi e ai morti.

Mon père

nessuno era stato

come te.

Così solo,

così mio,

così padre,

sperduto in questo mondo

come me.

 

KAJETAN KOVIC

(Traduzione di Jolka Milic)

***

IL GIORNO CHE UCCISI MIO PADRE

 

Mio padre era un uomo libero

ma io sono più libero di lui.

Il giorno che l’ho ucciso

era un giorno qualunque.

Mi sono alzato presto, come al solito

fatto partire Grace

ho acceso il notebook e messo sottosopra

il frigo, prima di tutto il resto

che si deve fare: sciacquarsi il viso,

radersi, spalancare le imposte.

Il latte era finito; sono dovuto uscire

per rifornirmi (non posso rinunciare

ad una colazione degna di questo nome).

Mio padre, se ricordo bene, russava ancora

ignaro nel suo letto

mentre io barbuto ed accigliato

strascicavo il sembiante verso la latteria.

Pochi minuti dopo era già morto.

 

Il giorno che ho ucciso mio padre

era un giorno qualunque d’estate:

non un filo di vento o un timore di pioggia

una nube lontana a distinguerlo

da tutti i giorni uguali precedenti.

Fu un giorno memorabile

e nessuno se ne avvide.

Del resto chi potrebbe dire

l’istante in cui l’inverno diventa primavera,

il baco farfalla, l’attimo esatto in cui

il giglio è al culmine della sua bellezza

e il vino sboccato al punto giusto?

 

Dopo la colazione (mi sembra respirasse ancora)

ho letto le stesse cose del giorno precedente

sugli stessi libri, ma per poche ore.

C’era un bel tizio che diceva nulla

un altro rispondeva ohibò

ma come dialogavano… per dio!

con tutti i crismi della letteratura

più accurata e più pura, soli tra loro.

Quindi ho espletato i miei doveri di cittadino

scorrendo i titoli del televideo RAI,

e quelli d’uomo d’oggi, scrutinando

le pagine 230 e 101

(dalla sua camera nessun suono sospetto).

Sono poi uscito per comprare

una camicia bella fresca per la sera.

 

L’ultimo spasmo deve averlo avuto

intorno a mezzogiorno e venticinque

mentre io lucido, cosparso d’olio

di cocco o d’altro frutto tropicale

fendevo le acque delle vasca

numero 80 (o giù di lì)

nella bella piscina di campagna

dove ogni giorno pratico i miei

cinque chilometri di cromoterapia

nuotando nell’azur più puro,

per liberarmi dalle tossine

e dalle scorie dello studio.

Deve essere morto proprio in quel momento

(l’istante in cui toccavo il bordo

– la bracciata tesa –

e una rapida fitta di dolore mi ha sfiorato

la spalla destra come un presentimento)

perché, tornato a casa, del suo corpo

non c’era ormai più traccia.

 

D’averlo ucciso l’ho capito tardi.

È stato necessario qualche giorno

per notare l’assenza e interrogarsi

sulla questione, trovare le risposte,

stendere il regesto, denunciare il fatto.

Non l’ho ucciso per caso: questo sia chiaro.

Il colpo era premeditato nei particolari.

Restava da decidere il momento giusto.

L’ho ucciso perché non mi ha lasciato

nient’altro da ammazzare: morti i suoi padri

i suoi nonni e anche gli zii. I suoi fratelli:

morti. Tutti prima che generasse me.

E a cosa serve un uomo se non può

esercitare il suo diritto a uccidere

e a piangere i defunti più cari?

Così ho deciso: prima o poi

sarebbe morto da solo, tanto valeva

farlo con le mie mani,

per innestare in una vita grigia

almeno un mito. Quello del parricida.

 

 

***

 

 

Il mio paese è piccolo e la voce

si è diffusa con gran rapidità. Mio padre

era abbastanza noto e benvoluto

(se lo meritava: era proprio un brav’uomo).

Quando fu risaputa l’identità dell’omicida

ci fu uno scandalo di dimensioni

tutto sommato contenute

(forse perché eravamo una famiglia povera).

Non in pochi mi hanno tolto il saluto

ma i più hanno preso la notizia

con la più assorta indifferenza.

Qualcuno ancora fa buon viso, qualcuno

non fa mancare un pacca sulla spalla

non so se per pietà o per compassione.

Io quegli sguardi (allegri, sospettosi,

di disprezzo, d’invidia, d’ignoranza…)

ormai ho imparato a non tenerli in conto

più di quanto sia bene (il bene mio);

passo in mezzo alla folla a gran velocità

sulla bici scassata, quella di sempre,

e me ne vado fischiettando

un motivetto che mi piace tanto.

 

MARTINO BALDI

(poesia tratta dalla rivista Sagarana, n.10)

POESIE DEL PADRE (e con saggezza mi ha allevato…)

Ci si potrebbe chiedere, incidentalmente,

se per caso non possano essere considerati in larga misura esauriti

i compiti assolti dall‘imago  paterna a livello macroscopico .

Guido Maggioni,  Padri nei nostri tempi

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SEQUENZA AL PADRE NEL CENTENARIO DELLA SUA NASCITA

FRANCO BUFFONI
L’elicotterino
E mi chiedevo
Quante volte lo dovrò far salire su
Tirando forte il filo di plastica
Questo elicotterino
Per poi correre a raccoglierlo
Fin quasi nella neve
Perché lui pensi che sono contento
Che me l’ha regalato.
Virilità anni cinquanta
La bottega del barbiere di domenica mattina
Camicie bianche colletti barbe dure
Fumo. E quelle dita spesse
Quei colpi di tosse quei fegati
All’amaro 18 Isolabella
Al pomeriggio sulla Varesina nello stadio
Con le bestemmie gli urli le fidejussioni
Pronte per domani, lo spintone all’arbitro all’uscita
La cassiera del bar prima di cena.
Le ditte muoiono in ospedale
Le ditte muoiono in ospedale
Quando il titolare dopo trenta
Sigarette al giorno per trent’anni
Entra per controlli
E allora in processione il contabile
Col magazziniere a mezzogiorno
Vengono a riferire per qualche settimana
Poi solo le firme alla sera
E infine è la buonuscita dalla signora
Un’altra processione i figli fuori.
L’odore di mio padre
Cercavo i documenti della casa
Un antico rogito con mappa,
In una borsa chiusa da trent’anni
C’era il suo odore
In divisa da ufficiale,
Saltava fuori fresco
Mi copriva
Di amore singolare.
Nelle vacanze per tenermi occupato
– Non esisteva che leggessi tutto il giorno –
Mio padre mi mandava in magazzino
A aiutare il Giovanni.
Se c’era un lavandino da spostare
Però ci pensava il Giovanni
O le vasche da scaricare,
Io spostavo i rubinetti
E neanche sempre.
C’era dentro l’odore di cartone
E paglia umida,
Carezzavo le gabbie degli scaldabagni
Il legno ruvido.
E il Giovanni che ansimava lo guardavo.

(c) F. Buffoni, tutti i diritti riservati

(c) The Kid
(c) The Kid

OLIVE

FARRAH SARAFA

Your father,
his inheritance shed of him
like the skin of a snake.
only he cried afterward.

Walking through barren olive fields
he envisions their roots active with sprout,
alive, as they once were, with the fruit of his ancestors.

The bitter black taste of Palestinian soil
accompanied by the toasted pita-bread and melted white cheese,

he dreams
of children’s olive-like eyeballs
their sparkling gaze

like onyx,
but the dream is shot with the poke of an empty hand
a branch, fringed-ash and embroidered by greed

whose jugglers and smugglers in moan
have thrown staunch families into pleas
they sneeze
to rid of the fumes clenching their inner lung
constricted black and frightened tongue,
ambitions sullied, by ancestor’s songs unsung

life squeezed out of my grandfather’s love
he blows the ash from a branch
wind carrying it from his eyes
open eyes, lashes curled toward the heavens
he inhales their deeply embedded fragrance
buried beneath layers of activity and reactivity

from which this culture will continue to flourish.

Farrah Sarafa
© Copyright 2006

The Hedger di John Brett
The Hedger
di John Brett

MY FATHER WAS A FARMER: A BALLADE

ROBERT BURNS

My father was a farmer upon the Carrick border,
And carefully he bred me in decency and order,
He bade me act a manly part, though I had ne’er a farthing,
For without an honest manly heart, no man was worth regarding;

Then out into the world my course I did determine,
Tho’ to be rich was not my wish, yet to be great was charming,
My talents they were not the worst, nor yet my education,
Resolv’d was I at least to try to mend my situation;

In many a way, and vain essay, I courted Fortune’s favour,
Some cause unseen still stept between, to frustrate each endeavour,
Sometimes by foes I was o’erpower’d, sometimes by friends forsaken,
And when my hope was at the top, I still was worst mistaken;

Then sore harass’d and tir’d at last, with Fortune’s vain delusion,
I dropt my schemes, like idle dreams, and came to this conclusion,
The past was bad, and the future hid, its good or ill untried,
But the present hour was in my pow’r, and so I would enjoy it;

No help, nor hope, nor view had I, nor person to befriend me,
So I must toil, and sweat, and moil, and labour to sustain me,
To plough and sow, to reap and mow, my father bred me early,
For one, he said, to labour bred, was a match for Fortune fairly …

(1782)

MIO PADRE ERA UN CONTADINO (BALLATA)

Mio padre era un contadino sul confine del Carrick
e con saggezza mi ha allevato alla decenza e all’ordine
Lui mi ha detto di essere un vero uomo, sebbene non abbia mai avuto un soldo
perché senza un cuore virile e onesto, nessun uomo valeva uno sguardo.

Poi nel mondo, la mia strada ho determinato,
che essere ricco non sia il mio desiderio, sebbene esser importanti ha il suo fascino,
I miei talenti non erano il peggio e neppure la mia educazione
fui risoluto quanto meno nel cercare di migliorare la mia condizione;

Così in tanti modi e prove vane ho corteggiato la Fortuna,
Una causa persa, invisibile il suo passo fra noi, da frustrare ogni sforzo
Sopraffatto a volte da nemici, a volte abbandonato dagli amici,
E quando la mia speranza è stata al culmine, ero ancora nel peggior sbaglio;

Poi dolorante, esausto e stanco, con la vana illusione della Fortuna,
le mie difese sono cadute, come i sogni dei folli, e sono arrivato alla conclusione
il passato era in rovina, e il futuro nascosto, nel male o nel bene insicuro
è il presente ora in mio potere, e di questo ne potrò godere;

Nessun aiuto, né speranza, né considerazione, né gente per fare amicizia
quindi devo faticare e sudare, e lavorare duro e darmi da fare a sostenermi da solo
Arare e seminare, mietere e falciare, mio padre mi ha insegnato presto a farlo,
per chi – mi disse – ha l’abitudine al lavoro, la giusta fortuna si incontra….

(traduzione di S. Sambiase)

PADRE CHI SEI?

LAURA LA SALA

Sei il seme
che mi ha generato:
ma non il padre chè
ho sempre sognato

Sé sei l’affetto
le braccia protette
un tetto sicuro
il mio cuscinetto

Se sei la spalla, la consolazione:
La carezza dei giorni miei
La certezza, le radici
La mia fortezza…

Sè sei il padre padrone
il boia, la noia:
non fai parte di me!
Padre è colui che,
anche sé nelle vene
non scorre il mio sangue
Tutto ti da:
bene amore tranquillità

E non c’è seme
non c’è vena
Non c’è sostanza
Padre si nasce
non si diventa

Il padre è Padre!
E non padrone
Padre è colui che,
semina,
genera:
AMORE!…..

(c) Laura La Sala

Poesie per un padre – (E solo dopo, che ho fatto pace)

Robert Jahns
Robert Jahns

“Con mio padre, un uomo e silente e severo, tutto d’un pezzo e senza mai l’ombra di un dubbio, ho metaforicamente fatto a pugni per tutta la giovinezza. E, come ho raccontato in una lettera aperta pubblicata sul settimanale l’Espresso, la paura di deluderlo e di non essere all’altezza ha contribuito a farmi scivolare nell’anoressia. E’ stata solo dopo, uscita dalle tenebre di quel disturbo, che ho fatto pace con me stessa. E ho finalmente compreso che nella sofferenza possono esserci vittime, ma mai veramente colpevoli” . Michela Marzano.

Valentin Bogdanov - Man in Landscape 1957
Valentin Bogdanov – Man in Landscape 1957

La famiglia durante la mietitura

 di Jòzef Baran nella traduzione di Paolo Statuti 

mio padre con l’unzione del prete

suona il gong del sole

per una volta ancora

esegue il primo taglio delle biade

ed ecco di nuovo ci trasciniamo

con tutta la famiglia

attraverso i campi di stoppia

sferzati dalla frusta della calura

punzecchiati dai ciechi tafani

in questa annuale crociata

nella terra santa

per il pane

la mietitura è la nostra

più importante stazione

portiamo sulle spalle

arrossate dal calore

le croci del cielo di luglio

ricurvi

ritmicamente leghiamo i covoni

passiamo sei meriggi

come sei deserti

dove le uniche oasi

sono le brocche con l’acqua

nascoste nelle biche

mani e gambe abbiamo punte

dai taglienti steli

finalmente le messi conquistate

stanno allineate sulla stoppia

mia madre porge a mio padre

il velo della Veronica

per asciugarsi

il vecchio volto

coperto di sudore

tra le brocche domenicali

ci sediamo in cerchio

il grande riposo

iniziamo

foto di Zun Lee
foto di Zun Lee

ROVAGLIOSO 

di Carla de Falco

Pietrosa, mia Pietrosa, tu esisterai nel tempo

quando io sarò solo memoria

il cielo in cui cicala regna

ha palpebre chiuse

e niente nuvole.

la casa rossa delle estati bambine

sorride d’un lascito lontano

e niente chiavi.

la gente che amai e difesi a lungo

è fuggita via dai rovi stanchi

e nessuna parola.

protetto da speroni aspri di roccia

tu solo ancora mi sussurri

col fiato pastoso delle spume

i tuoi paterni moniti solenni:

 

ricordati di non appartenere,

increspati, per farli intimorire

incazzati e innalzati sultana

incantali e fatti anche solcare.

attenta a non svelar l’abisso.

poi calmati e goditi la quiete.

ripeti questo ad ogni passo

e io resto qui per ascoltare

ancora l’ultima tua fiaba

padre, mare.

–   da Il soffio delle radici,  LCE, Milano 2012 –

***

Annamaria Giannini 

(i marinai non muoiono diventano gabbiani:

così narra la leggenda)

di colpo il vento gira il sole

la mano lascia il padre, i nomi delle onde

e della nebbia fa male il tratto bianco

come di neve. senza la nitidezza

che chiude quasi gli occhi

all’acqua un bacio scende, risale al cielo

che pare allarghi la forma di un gabbiano

io ci sarò, alle caviglie il molo

da carne a carne, come di sangue -attesa.

Met(h) Sambiase 

Padre, noi non siamo più pieni o fatui o insieme

da tempo

mi manchi al mondo

così sono in terra un’ombra orfana

l’assenza non è un vuoto ma un suono che frammenta

l’assenza è una parola divorante

e sfilaccia il resto del nulla che ingombra la tavola

ti turba le carote e il mangiare del gatto

sono quarant’anni che continuo a farcire i bicchieri con le pesche gialle nel vino,

dovunque tu sia padre sai già che ora è prossima l’estate

poi arriverà un nuovo compleanno solare, ma io resto assente

della ripetitività dei mesi, delle settimane e dei giorni

da quando ho aperto allo spetto dell’ultimo momento

mi infestano gli spiriti di notte, discuto con tutti delle novene

chiudo i ricordi con  rosari di piombo e stagno

come una tomba è il peso del sole

ma tu taci e accendi candeline per torba

ingombrandomi di lacrime separabili\inseparabili.

poesie del padre

Father
by Edgar Guest

(proposta di Federica Galetto)

My father knows the proper way
The nation should be run;
He tells us children every day
Just what should now be done.
He knows the way to fix the trusts,
He has a simple plan;
But if the furnace needs repairs,
We have to hire a man.

My father, in a day or two
Could land big thieves in jail;
There’s nothing that he cannot do,
He knows no word like “fail.”
“Our confidence” he would restore,
Of that there is no doubt;
But if there is a chair to mend,
We have to send it out.

All public questions that arise,
He settles on the spot;
He waits not till the tumult dies,
But grabs it while it’s hot.
In matters of finance he can
Tell Congress what to do;
But, O, he finds it hard to meet
His bills as they fall due.

It almost makes him sick to read
The things law-makers say;
Why, father’s just the man they need,
He never goes astray.
All wars he’d very quickly end,
As fast as I can write it;
But when a neighbor starts a fuss,
‘Tis mother has to fight it.

In conversation father can
Do many wondrous things;
He’s built upon a wiser plan
Than presidents or kings.
He knows the ins and outs of each
And every deep transaction;
We look to him for theories,
But look to ma for action.