Vengo a vederti di nuovo – Le poesie della madre.

PAOLA BALLERINI
Senza titolo

Le tue mani non aprono
pochi i passi curvi
concessi dal deambulatore
la malattia è questo tempo che sgombra
futuro
un codice violato
il luogo dove perdo la misura
e mi frammento

ti muovi così poco adesso
stai ferma quasi come una pianta
sullla tua sedia preferita
solo per una molrvols
il sangue si distingue dalla linfa
esausto è il ferro dei tuoi vasi
come il rame detnro al legno
quando si ossida

osservo in questo mese
come sgusci fuori dal corpo
scivoli – sei precipitata
e io con te
il suono circolare
la profezia minima
di questa estate che ci lascia

da Le Voci della Luna n69.

 

(c)annemarie heinrich

JUANA CASTRO
Calice

E adesso sono
così uguale a te, madre,
che non mi riconosco sul vetro
di questo tuo ritratto così presente.
Se sapessi che tutto
ciò che di te ho odiato e maledicevo
adesso in me lo scopro
così esatto e recente come il cerchio
di una pietra sull’acqua, ripetuta.
Vengo a vederti di nuovo.
toccami, metti le mie dita
qui sulle tue piaghe e aprimi
questa rosa di spine delle costole.
Sono così tua che il mare
la tua voce copia nella mia voce per il suo canto.
E mi sveglio e nell’ora vivo
la tua medesima immensa sete, quella che sempre
nelle tue ossa vuote
irrimediabile ardeva.
Io non son il tuo fantasma, voglio crearti adesso sul filo
di chi ti ha dato il mio essere, resuscitata.
Da morta a morta dimmi:
chi allatta chi, mio serpente?

DARIA DE PELLEGRINI
da Spigoli vivi.

di notte la fasciano stretta
come una volta i bambini
che le gambe e i pensieri
non crescessero storti,
e fatta pesce di vasca aspetta
con fiducia
che cali il livello dell’acqua.

preda d’Alzheimer anche le piazze
hanno perduto memoria.
Panche di marmo e fioriere
segnano in cerchio il bersaglio
al cui centro verde di alghe
e mezza seccata
subisce sputi la vasca dei pesci.

 

(c) renee stout

KATIA COLICA

Baracca 11 (o Canto di Sergio De Simone)

Oggi mia madre mi aspetta, e io saprò esserci.
Non avrò paura di cercarla dietro il filo spinato
in mezzo alle pozzanghere di fango e piscio
tra le ossa parlanti al campo di lavoro
e non le preferirò questa baracca stantia
o lo spavento di muovermi, la paralisi,
l’incredulità bambina che ci immobilizza.
Sarò quello che, invece, indosserà il cappotto di crine
e scarpe senza lacci ai piedi; le calze, invece,
quelle no, quelle le ho perdute sul treno assieme a Dio.
E quando la vedrò metterò le mani in tasca
coprendo il mio tatuaggio per non farle altro male.
Appena la vedrò – da lontano – mi toccherò il cuore
ché le punte di questa stella sul petto buchino solo me.
E, infine, le dirò di questo istante eterno, infinito,
in cui ho fatto un passo avanti per averla.
Ho fatto un passo avanti per riaverla.

da https://perigeion.wordpress.com/2017/03/10/colica-inediti/

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Miholjsko ljeto – canto per la Bosnia. Paolo Maria Rocco, dal concorso 2018 de LaRecherche.it.

Miholjsko ljeto
di Paolo Maria Rocco

IV classificata al concorso 2018
Il Giardino di Babuk
– Proust en Italie –
organizzato da LaRecherche.it

http://www.ebook-larecherche.it/ebook.asp?Id=229

Miholjsko ljeto

Le corse degli oggetti, hai detto, il loro suono
riverbera costante, risoluto
sul manto di catrame, e stanno
il bene tuo e il mio nel cardine del tempo
e in questa successione rutilante
di parole, in questo sguardo sagittale
che poi svetta… e si fa uguale
a un turbine di notte, a un temporale. Tu, spettatrice
della stessa tua vacanza, una visione
sei chiamata del mondo ad evocare, rigorosa
come fosse della luce un’alternanza
speculare, o dei tuoi occhi. Sì, le corse degli oggetti

E poi le ruote che mordono l’asfalto, il presagio
hai detto, deliziato di un quadro disegnato
dall’atomo versatile di un vetro, dalla vista
ch’è interrotta da una rete sullo schermo
di gocce ovali e innumerevoli
di pioggia. Così perfetto
e tenero è il paesaggio che si fa saldo
nel cuore del ritorno, della vita del pensiero
la sua testimonianza, luogo del sorriso che s’irradia
dalla Bosna al tuo candido incarnato: si distilla
cilestrino un miholjsko dal baleno ljeto sulle sponde
del tuo fiume e sul ponte di Jalija immacolato

(c) N. Isakoviç.

* Miholjsko ljeto: in lingua bosniaca significa Estate di San Martino, qui evocata a Zenica, in Bosnia e Herzegovina. Bosna è il nome del fiume che attraversa Zenica, solitamente declinata al femminile: la Bosna. Jalija è il nome di uno dei ponti che, a Zenica, unisce le sponde della Bosna.

***
I versi sono copyright dell’autore. Il blog ha “preso in prestito” la poesia dall’ebook de La Recherche.it, mantenendone il link originale, e nel caso di segnalazione  dell’ autore, si impegna a rimuovere l’articolo.

Martedì nero fame. Equal Day Pay 2018.

L’Equal Pay Day è un’iniziativa europea per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla disparità di retribuzione tra uomini e donne. Equal pay, la giusta paga. Martedì 10 aprile è la nuova data in cui il mondo ricorda a tutti noi che le donne guadagnano di meno degli uomini,  la giornata in cui l’Europa (e non solo) ricorda l’iniquità della differenza salariale fra donne e uomini. Ogni anno, l’Equal Pay Day, il giorno della giusta paga, è determinato sul calendario dalla differenza dei giorni in più  che servono ad una donna per riuscire a guadagnare tanto quanto un suo collega uomo nell’anno precedente. Di anno in anno, la data si è allargata sempre più sul calendario, finendo ormai ad essere celebrata  in primavera avanzata.

Quest’anno il focus dell’European Equal Pay Day  è dedicato al divario pensionistico (pension gap) delle donne.  Il divario fra quello che le donne e gli uomini ricevono quando  finalmente raggiungono l’età pensionistica è del 39%. In particolare, il divario pensionistico italiano si fissa intorno al 37.1 %, in una media che l’avvicina agli altri Paesi dell’aria mediterranea (la Francia ha il 33%, la Spagna ha il 35.1, mentre il Portogallo raggiunge il 29.9) ma l’allontana da quella scandinava, dove si trovano i divari minori, sotto l’11%.

La cifra del 37.1 % è la punta finale dell’iceberg immobile, fatto di trattamenti economici sfavorevoli che accompagnano le donne italiane lungo tutto il  cammino lavorativo.
Disparità di trattamento economico che, ricordiamolo,  non potrebbe né dovrebbe esistere nel Paese, come sancito dall’articolo 37 della Costituzione indicante che “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore” .

Ed è proprio la “parità di lavoro” che necessita di sorveglianza e monitoraggio.
In primis, quando essa viene inficiata dalle scappatoie funzionali delle disparità di livelli contrattuali, dai premi di produzioni dispensati senza contrattazione collettiva  e dai premi “ab persona” che possono differenziare non poco  la quantità e la qualità salariale fra lavoratori e lavoratrici.
Quanti sono ancora i premi di produzione, di obiettivo, di risultato etc etc, che premiano la presenza o specificatamente la quantità numerica della presenza al posto della qualità produttiva del lavoro? Basta pensare a come la maternità venga contata “in sottrazione” nei luoghi di lavoro.
Altro uso diffuso di “normalità sociale “, soprattutto per alcune tipologie di lavoro in cui la conciliazione dei tempi vita e lavoro è negata da miopi politiche datoriali, è il ricorso al part-time. Il part time è la norma principe non scritta delle donne dopo l’arrivo di un figlio o di una figlia, dopo la presa in atto di un carico di cura familiare che va a sopperire a quelle mancanze di welfare sociale, ed altre disparità di genere che incidono sfavorevolmente  sul tessuto carrieristico ed economico del percorso lavorativo, per approdare alle soglie della pensione, alla deriva economica. La carriera, intesa come percorso meritocratico giustamente retribuito, è il luogo di un’altra sottrazione, che viene indicata sotto l’analogia del “soffitto di cristallo”. L’ascensione in verticale della carriera fino ai suoi vertici, con conseguente ed equa  retribuzione contributiva, si dimostra un’utopia, un gap, tutta al femminile.
L’azione positiva di maggior incisione sul fenomeno è stata la legge Golfo-Mosca per l’equilibrio del genere, applicata in quei lavori in cui lo Stato fa da committente, ma ricordiamo che la norma citata ha un effetto scadenzato e che la data del 2023 non è così lontana nel tempo. Per allora, ci si augura che il cambiamento culturale in ottica di genere possa essere stato completato nel nostro Paese. Ma a tutt’oggi, è cambiata solo la data dell’Equal Pay Day, che si è spostata, nuovamente, in avanti.

 

https://www.senato.it/documenti/repository/istituzione/costituzione.pdf

Art. 37 della Costituzione. La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parita`di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore

Giovedì diVersi. La poesia femminile? – Bologna, 8 marzo.

8 marzo 2018 h.21:00
La giornata della donna avrà anche ha il suo dibattito declinato sulla poesia femmine al Costarena di via Azzo Gardino, a Bologna, dove tornano gli incontri della seconda stagione dei Giovedì diVersi. Giovedì diVersi è la rassegna poetica a cura di Versante Ripido, che si avvale della direzione artistica di di Silvia Secco e con la collaborazione di Enea Roversi, Claudia Zironi, Francesca Del Moro, Daniele Barbieri, Luca Ariano, Alberto Cini.
Un punto di domanda segue la poesia: si può o no antologizzare poesia al “femminile”? . Nella società letteraria, c’è posto e motivo per declinare la poesia con il genere?
Sotto “riflessione” gli interventi e letture di Amelia Rosselli e altre voci di poete del novecento di: Serenella Gatti Linares, Loredana Magazzeni, Marinella Polidori, Maria Luisa Vezzali, Simonetta Sambiase, Graziella Sidoli e il sottofondo musicale di un violoncello, toccato dalla maestria di
Giacomo Gamberucci.
Condurranno Claudia Zironi e Francesca Del Moro, e il Golem Femmina, vi aspetta tutte e tutti.

I canti dell’Interregno. Recensione del nuovo libro di Pina Piccolo da CinqueColonne.it.

icantidell'interregno

Ringrazio tutta la redazione del magazine on line Cinquecolonne.it per aver ospitato la mia recensione sul libro di poesie “I Canti dell’Interregno” di Pina Piccolo.

http://www.cinquecolonne.it/i-canti-dell-interregno.html

 

 

Ora che queste cose le sai,

sei pronta a spezzare

la fune che ti lega

alla zavorra di un passato

graffito da Byron sulla colonna dorica

che da secoli lancia

lo sguardo implorante verso il mare?

Pina Piccolo

Nell’Interregnum “Siamo liberi di fare il bene. Il giudizio è infallibile. Non siamo liberi di fare il male” (Isidore Ducasse), e chiamiamo aiuto alla coscienza che ha voce in versi perché :“La poesia deve avere come scopo la verità pratica” (Isidore Ducasse).  Ne “I canti dell’Interregno” di Pina Piccolo, i versi hanno il canto della narratologia del presente, la voce è alta come dall’alto di un monte sacro dove suona continuamente “il piffero della rivoluzione”, titolo dell’ultima sezione del libro. Non alla tromba o al tamburo è concessa la sveglia della coscienza,  ma al piccolo e legnoso piffero, insistente, squillante,  strumento inusuale di metafora di rivolta, ma nulla è inusuale nella trama del dettato poetico della raccolta di versi.  E’ subito chiaro che non ci saranno ricordi gloriosi nell’Interregno. La storia è quella del presente, l’ora è quella attuale, il “Duecento dopo Darwin” ed è adesso che urge a Pina Piccolo cantare il sonno degli egoismi, usare i versi per la traslazione rigida dell’indifferenza che desensibilizza giorno dopo giorno i sensi, fino a spingere la natura stesso dello sguardo.  Le pupille occidentali “balugicano” sulle armi e sul potere del futile a cui opporre cultura, empatia e una buona dose di ironia. L’olfatto è “disuso a distinguere l’odore della felicità\ da quello della morte in agguato”, mentre  la grande migrazione dei popoli della sabbia e della fame, quella dei “figli malvoluti da mamma Africa”, viene sommersa o salvata, sommersaosalvata, salvataosommersa, i braccianti di Rosarno colgono arance a un euro all’ora per le offerte sottocosto degli ipermercati e zelanti comuni del Belpaese distruggono alberi secolari per far posto all’ennesima speculazione.

In questo scritto, siamo nel territorio della conoscenza del simbolo e del suo uso, un uso plathiano degli oggetti e dei suoi riconoscimenti che viene amplificato al ricordo di ogni dea e dio passato che ha servito la mitologia del Mediterraneo e anche oltre, è non servito a portare misericordia sugli uomini. Si canta il coraggio, si canta il dolore, si canta la verità spogliata e nuda, come dovrebbe esser sempre. “Gridateli i nomi\perché la parola\crea mondi\e racchiude\l’essenza, la perifrasi non media le pagine”, si chiede nei versi dedicati alla morte di  Miriam Makeba”.   “Dopo sessant’anni di battaglia\non ne puoi più, continuano a chiederti\quella scemenza di Pata Pata”, ed invece nell’Interregno, la parola torna nuda e vera, per Zenzile Makeba,  Mama Afrika dalle mille battaglie che sull’ultimo campo desolato della terra, quel Castel Volturno roso da indifferenza e paura, muore in un palco ventoso sopra una piazza quasi vuota, “..di donna integra\che di libertà cantava\in ogni angolo del mondo” l’etica di un epica nuova ed antica insieme: “Cantaci oh Diva\non l’ira funesta del Pelide Achille\che infiniti addusse lutti agli Achei\ma la bellezza del suono\polifonico e inceppato\le sillabe che si librano\volteggiano e cadono\come corvi con le ali spezzate\da uragani prossimi venturi”. I messaggi, gli avvisi dalle sponde, gli scombussolamenti che fanno segnare il sud delle cose perse, sono i canti del caos, “delle nostre magnifiche sorti e progressive\dal  calderone del pianeta gelido ed infiammato” e pazienza se le strofe sono arrossate dall’energia dell’antilirica, il loro labor limae è nella verità di un’esclamazione, nell’assonanza di versi che espongono, nell’ironia che sfronda la visione. Il canto di Pina Piccolo non può né vuole avere pause. E le differenti sezioni che compongono il testo poetico, non ne hanno. Sono sottoposte al tempo dell’Interregnum e vanno al contrario, datando le collezioni poetiche dall’oggi all’ieri e l’energia, o meglio l’élan vital , scorre in crescendo,  chi più vive,  più ha resistenza.

Resilienti sono i versi in cui l’ironia caustica caustica il caos indifferente di una vista che non vuole “disturbare\gli umani traffici\e le disumane trame”; resilienti sono gli omaggi alle scritture che l’autrice ama e disperde nella trama dei versi, concedendo uno slancio lirico che prende alti spazi di scrittura, soprattutto in certe chiuse in cui la poeta affida al ritmo metrico le ultime strofe. Ecco la chiusa di “Ventisei rose di mare”: “L’ultima volta che ognuna\levò in alto gli occhi\forse le arrise Oshun\negra dea dell’acqua dolce\giunta a raccogliere\neri petali di rosa\per farne ghirlanda”. Ecco l’omaggio a José Saramago in “Muore il vecchio” : “Muore il vecchio che i nomi\aveva scovato\osservandoli truce nascosto\a una finestra\organizzando poi processioni\per carpirne il codice\del Grande Libro dei Vivi”. Ecco Montale fra le strofe dei “Versetti dell’alta velocità”: “Ferro, cemento e vetro\forbici, carta o sasso\masso che ruote ti muovi\non recidere quel cordone che alla terra ci lega”. “La terra ci lega” è un verso guida. In tutta l’estensione di questa raccolta, la poesia ha gridato, spiegato, mostrato, evocato come tutte noi e tutti noi abbiamo la stessa terra che ci lega, e che “la crisi consiste precisamente nel fatto\che il vecchio sta morendo e il nuovo non può ancora nascere”.

Mutazioni- Poesie contro la violenza sulle donne.

Sono stanca del mio collega, che sparla di me, e della strada che mi molesta,
nego tutte le condizioni e sono stanca anche di negare
Wafaa Lamrani

A poche ore dalla data ufficiale della 18° Giornata internazionale contro la violenza di genere e di tutti i convegni e dibattiti intorno ad essa. A poche ore dalla presentazione dei dati dai centri antiviolenza e da altre istituzioni simili che conteranno le morte ammazzate e quelle che per fortuna l’hanno scampata, seppure peste e pestate; a poche ore dalla presentazione di una delle piattaforme femministe forse più attese, quella di Non una di meno, che nella sua ambizione dichiara di aver scritto “..un piano (che) domanda a ciascun@ di posizionarsi, ognun@ a partire da sé, di prendere parte a un processo di trasformazione radicale della società, della cultura, dell’economia, delle relazioni, dell’educazione, per costruire una società libera dalla violenza maschile e di genere”. Poche ore ancora e  la grammatica imperfetta della violenza verrà passata “ufficialmente” con il rosso del sangue e il blu della speranza, per lavorare a correggere la stortura. Per generare e rigenerare pensieri e azioni. “Per promuovere un mondo nuovo – scriveva dieci anni fa Luce Irigaray – c’è bisogno di pensiero. Non basta fermarsi a qualche slogan concernente il potere, la soggettività femminile, la politica del “fra donne” eccetera. Si tratta di riflettere su quale contenuto oggettivo si mette dietro gli slogan e di verificare se questo contenuto si possa condividere e come”. La condivisione del pensiero non dovrebbe essere omogenea ma eterogena , con tutta l’enorme difficoltà che questo spostamento epocale di necessità ed educazione al rispetto civile porta con se. Eppure le epoche sono convenzioni umane, e come tutte le umane cose, sono perfette e imperfette insieme, nella loro capacità di trasformazione e mutamento continuo. Si può lavorare sulla metamorfosi delle relazioni, e si deve lavorare tutti e tutte insieme, non arrendendosi, ognuno con i mezzi e gli strumenti culturali, lavorativi, empatici di cui dispone. Nessuno è un’isola, recitava Donne, ma sarebbe pericoloso credere di essere tutti e tutte unite in un unico continente indifferenziato. Ognuno è diverso, e la sua diversità è preziosa. E’ il rispetto di questa diversità come diritto, che bisogna interiorizzare e metabolizzare come pensiero di tempo nuovo. L’arte viene chiamata spesso in campo, come se non fosse essa stessa campo e tempo. Sorte comune con l’espressione “cultura” , che viene brandita ad arma di offesa o di auspicio. Ma l’arte produce cultura, e ha in se elementi salvifici nell’immisurabilità della sua ispirazione vitale. Ecco perché, ancora una volta, questo piccolo blog sceglie l’arte poetica per posizionarsi nel flusso del cambiamento che queste ore di vigilia si chiede a tutte e tutti, perché i versi sono i mezzi che esso può mettere a disposizione nell’affrontare la necessità di riscrivere il proprio tempo.

Nda. Ringrazio Nadia Chiaverini e Moussia Fantoli  per i loro testi. Ringrazio di cuore l’attenzione e la cura che Gabriella Gianfelici e Simonetta Filippi continuano a donare al blog.

No desire to open my mouth
(Nessuna voglia di parlare)
di Nadia Herawi Anjuman

No desire to open my mouth
What should I sing of…?

Me, who is hated by life,
No difference to sing or not to sing.

Why should I talk of sweetness?
When I feel bitterness.

Oh, the oppressors feast
Knocked my mouth.

I have no companion in life.
Who can I be sweet for?

No difference to say, to laugh,
To die, to be.

Me and my strained solitude.
With sorrow and sadness.

I was borne for nothingness.
My mouth should be sealed.

Oh my heart, you know it is spring.
And time to celebrate.

What should I do with a trapped wing?
Which does not let me fly.

I have been silent for too long,
But I never forget the melody,
Since every moment I whisper.

The songs from my heart,
Reminding myself of
A day I will break the cage.

Fly from This solitude
And sing like a melancholic.

I am not a weak poplar tree
To be shaken By any wind.

I am an Afghan woman,
Makes sense to moan always.

Nessuna voglia di parlare.
(traduzione di Cristina Contilli
dal libro Poesie e traduzioni
2002-2008)

Che cosa dovrei cantare?

Io, che sono odiata dalla vita.
Non c’è nessuna differenza tra cantare e non cantare.

Perché dovrei parlare di dolcezza?
Quando sento l’amarezza.

L’oppressore si diletta.
Ha battuto la mia bocca.

Non ho un compagno nella vita.
Per chi posso essere dolce?

Non c’è nessuna differenza tra parlare, ridere,
Morire, esistere.

Soltanto io e la mia forzata solitudine
Insieme al dispiacere e alla tristezza.

Sono nata per il nulla.
La mia bocca dovrebbe essere sigillata.

Oh, il mio cuore, lo sapete, è la sorgente.
E il tempo per celebrare.

Cosa dovrei fare con un’ala bloccata?
Che non mi permette di volare.

Sono stata silenziosa troppo a lungo.
Ma non ho dimenticato la melodia,
Perché ogni istante bisbiglio le canzoni del mio cuore

Ricordando a me stessa il giorno in cui romperò la gabbia
Per volare via da questa solitudine
E cantare come una persona malinconica.

Io non sono un debole pioppo
Scosso dal vento

Io sono una donna afgana
E la (mia) sensibilità mi porta a lamentarmi.

Traduzione dal farsi in italiano di Amir e Sashinka Gorguinpour.
In memoria della poeta afgana, massacrata di botte a venticinque anni
dal marito, colpevole di aver osato acclamare i suoi versi in pubblico,
nel novembre del 2005)

***

Usa le mie ossa come speroni
da American Dreams
di Sapphire (Ramona Lofton)

usa le mie ossa come speroni,
intagliati, scolpiti, appuntiti.
lasciali essere coltelli nel cuore
o rasoi
che staccano testicoli.
lascia che impalino i nostri uccisori
e che cavino i loro occhi.
e quando la terra sanguinerà libera della loro presenza,
usa le mie ossa per costruire una casa
dove potremo guarire
e disimparare il patriarcato.
una casa dove mio padre
non potrà entrare, a meno che
non venga per il perdono.

***

alla signora CB

di Nadia Chiaverini

ho deciso /      oggi mi sfratto da sola

scarico la zavorra dalla mia mongolfiera

e prendo il volo                      indocile

lascio il branco                       m’inarco

la sento la brezza leggera del vento

taglio i fili del bucato

mi sporgo dal terrazzo            barcollo

la testa pesa più del corpo

mi capovolgo

e finalmente cado

senza più radici                  affondo

oggi non è giorno di lutto

nell’assenza del confine

divergenti sintonie

ossessione  d’ impotenza / è il paradosso

*

Limitarsi alle domande :

niente  risposte

neppure attenuate  o camuffate

E’ già troppo  / Tutto si stinge

come i lividi sulla pelle

color bluette, in grigioverde

poi trasmuta in giallo ocra

Distopia urbana

***

Bambina mia 

di Gabriella Gianfelici

Bambina mia
violentata:
ti sto cercando.

Bambina mia
non hai più le tue mutande
una mano l’ha strappate via
e tira adesso la tua gonna
e tu soffochi
di paura.
Sei gelida
sei sasso
sei vomito.

Il tuo sguardo fissa il pavimento
o il soffitto
non vuoi vedere
non vuoi sentire
non hai più voce
La lingua è bloccata.
anche la saliva non c’è più.

Sei un niente che vaga nel mondo
uno sgorbio con una tristezza infinita
una solitudine che mangia lacrime.

Vuoi morire
non puoi lottare
ma ti chiedi perché
non sei come le altre bambine
e allora non rinunci.

Sigilli la bocca
non puoi parlare
l’urlo l’ha mangiato già tua madre
sei in pieno deserto.
L’ombra che ti cammina accanto
era la bambina di prima
lei poteva giocare e parlare.
Come t’hanno ridotta
sei paralizzata
stare alla finestra e vedere la vita
solo questo ti è rimasto.

Hai asciugato tutto.
Hai chiuso tutto dentro di te.
Ancora questo fiato sulle spalle
il carnefice non è soddisfatto
è la tua condanna al mondo
gli altri ridono bevono passeggiano
tu rimani preda
e ti chiedi
perché non riesci a morire.

Denti gengive bocca
che continuate a sanguinare
a bagnare questa bambina
che volteggia come una meteora
nel buio del nulla.

Voi siete stati i miei amici notturni
insieme
al sudore dei miei capelli.
Mi domandavano sempre:
“Perché non parli?”
Non rispondevo: ero morta.
Ti rincorro grassa bambina
dal silenzio ingrassata
ma non rientro in te
ancora mi specchio in un’altra
e non posso urlare.
Vivo come se
non fossi stata bambina:
sono nata a dodici anni
oppure speravo di esserlo.

Le miserie le oscenità le bugie
il mio terrore
la vostra indifferenza
sola mi avete lasciata
in balia del mostro.
Sola
come in una pozzanghera nera
scendevo tutte le mattine a disperarmi
e col viso gonfio e fisso
andavo a scuola.

Gli occhi che mi guardavano
sembravano sapessero
ma nulla potevano fare.
Il mio corpo non c’era più
a farmi compagnia solo una bicicletta
con cui correvo correvo correvo
immaginando di poter fuggire.

Perché non sei fuggita prima
bambina mia
perché non hai urlato con quella bocca
non hai pianto da quegli occhi
non sei impazzita dallo schifo?
Peggio è stato macerare tutto dentro.
Peggio è stato non aiutarti.

Come posso volermi bene
come posso ritrovarti
accarezzarti
avvicinarmi a te.
T’ho gettata nello sfondo della mia vita
eppure sei qui
con la tua carne di marmo
i tuoi seni strusciati
le tue mani sporcate.

Difenditi
ti supplicavo dentro
ma l’orrore ti bloccava.
Cresciuta senza appoggi
le carezze di mia nonna
scendevano tenere
ma ancora
non sapevo parlare.

Aspettami bambina
sto cercando di darti la mano
per farti rientrare in me
e piangere insieme.

Piegata in un angolo senza forze
senza conoscenza del mondo
le tue vene scorrevano lacrime
le tue piaghe sempre più purulente.

Imploravi la vita e la morte insieme
soffocavi e risorgevi tutte le volte.
sempre il tuo corpo
era da un’altra parte.
Specchiarsi era impossibile
Il vestito nuovo una tortura
cosa sarebbe servito amarti di più?

Giaceva questa storia dentro di te
dolore silente che niente scopriva.
Piangiamo bambina mia
strozziamoci insieme nel ricordo di ieri
forse potremo ancora amarci
senza timore.

Ricucire gli strappi
unire i lembi del nostro passato
consolarci assieme
in questo dolore da consumare.

Ti cerco ancora
non ti trovo ancora
aspettami ancora.

***

Haiku
di Mussia Fantoli.     
 *
città di notte
il lupo esce a caccia
di cappuccetto
 *
sangue di donna
nascono rose rosse
dove fu sparso
 *
collo spezzato
sembrava addormentata
tra i ciclamini
 *
pianto di donna
contro il cuscino per non
destare i figli
 *
rose di Maggio
prostitute bambine
stessa durata
***

MUTAZIONE 1
di Armanda Guiducci

Com’eri trepido, chiaro, appassionato.
Di una tenerezza quasi
E senza riserve nella gioia
di quell’unica cosa che eravamo.

Lentamente, una forza
ha corrotto i tuoi tratti. Ha disegnato
un altro uomo in te: virile,
ma anche aspro, reticente, irato
verso il tuo cuore stesso e me – che ami
controvoglia, di nascosto, come un furto
o un caro errore, un lapsus reiterato.