L’Amore Addosso – Lia Aurioso legge l’ultima raccolta di Grazia Fresu

“L’AMORE ADDOSSO”

Con L’amore addosso Gazia Fresu è alla sua quarta pubblicazione, dopo Canto di Sherazade, della quale sono protagoniste le donne; “Dal mio cuore al mio tempo” che ha per tema la relazione tra sé e il mondo e “Come ti canto, vita?” , un canto d’amore alla vita in tutti i suoi aspetti.

L’amore addosso è la raccolta di poesie che Grazia Fresu ha scritto per l’uomo che ama, il suo Capitano come lo definisce nella dedica, e che nella vita è realmente un uomo di mare, un Comandante della nostra Marina Militare. E se il termine di Capitano risulta di grado inferiore nella gerarchia militare, ha di certo echi più alti nella poesia degli autori che Grazia ama, nel Whitman di “O capitano mio capitano”, nei “I versi del Capitano” di Neruda, scritti per un amore sbocciato a Capri nell’ Invictus di Henley, e questa scelta investe il nostro, o meglio il suo Capitano, di una luce da eroe romantico.

Il Capitano è stato il primo amore dall’adolescente Grazia, vissuto sull’isola della Maddalena, insieme, gli innamorati, hanno provato le prime emozioni e i primi turbamenti, poi, come spesso accade, si son persi e ciascuno ha vissuto pienamente il proprio tempo sia sul piano affettivo che su quello professionale senza condividerlo con l’altro, ma la loro storia non era finita e la vita li fa incontrare di nuovo e di nuovo innamorare per comprendere che sono stati, l’una per l’altro, l’amore della vita.

Il tema dell’amore ritrovato lascia increduli e poi emoziona, sa di favola, di commedia a lieto, anche se tardivo, fine, ed invece è vera come la vita stessa che non smette di sorprenderci e di offrirci opportunità. Ed è l’oggi il tempo che conta, il ritrovato amore che Grazia vive e racconta, senza esclusioni di sorta né inutili pudori, in tutte le sue possibili declinazioni. Lo fa da donna passionale, carnale e coraggiosa qual è, una donna che crede profondamente nella vita e nella possibilità di ricominciare sempre, una donna che ha in sé il passato e guarda al futuro ma vive l’oggi, unica nostra certezza, pienamente.

Lia Aurioso e Grazia Fresu

La poesia di una donna, anche laddove vengono sottolineati gli aspetti più femminili, la cura per i dettagli di natura più o meno domestica o l’attenzione per i moti del cuore, deve essere svincolata dalle differenze di genere. La poesia è prima di tutto poesia, buona o meno buona che sia, e come tale va valutata.
E la poesia di Grazia è prima di tutto poesia vera, lirica, musicale, talvolta epica, di matrice mediterranea, una poesia che si esprime per immagini vivide che investono i nostri sensi e ci rapiscono il cuore coi profumi e i colori del mirto e delle rose, delle arance, della pelle degli amanti, del mare e delle emozioni.
Una poesia che nasce dall’assenza dell’amato, un’assenza che si fa presenza costante ed amorevole per accompagnare la poetessa lungo i giorni dell’attesa.
“In presenza dell’assenza”, citando il grande poeta palestinese M. Darwìsh, e per placare la mancanza dell’amato, nasce la poesia de “L’amore addosso”, la prima raccolta di versi tutta dedicata all’ amore di Grazia Fresu.

La lettura della raccolta è una sorta di viaggio epico attraverso una costellazione di temi e sentimenti che cantano ora l’attesa dell’amato e la distanza che li separa con le acque dei mari, ora la voce che li unisce attraverso il telefono e la presenza che resta oltre l’assenza, poi, finalmente, il mito dell’incontro, le attenzioni reciproche, la certezza, dopo dolori e tradimenti, dell’amore ricambiato, accogliente e dolce, ma sopra ogni cosa appassionato come quello di un tempo.

Parallelamente al suo capitano, la poetessa ha superato tempeste e solcato mari, figli dell’isola hanno entrambi il mare dentro e sono finalmente giunti in porto con la bonaccia, ma la quiete non è mai abitudine ed ha con la Fresu il sapore di un’epica avventura, una nuova Odissea con Atena che visita gli innamorati per restituire loro ogni incanto perduto affinché l’incontro sia bello e lieve come appena nato, come lo fu per Penelope e Ulisse ritrovatisi sul letto d’ulivo.

Sarà, allora, L’amore addosso, l’amore che non si può nascondere, caldo come una seconda pelle, come strati di baci, come un fiume impetuoso che trascina via il freddo e i timori dell’abbandono e che preme per essere raccontato attraverso la poesia. Una dichiarazione d’amore per l’amore, per la vita tutta e la poesia la cui scrittura accompagna l’autrice da sempre e le consente di esprimere tutte le sfumature dell’animo.

I riferimenti, peraltro bellissimi, a quegli aspetti squisitamente femminili di cui dicevamo, sono una costante nella poesia di Grazia Fresu, ne sono sostanza come la presenza del mare che misura le distanze, segna i cicli e il flusso della vita che, simile alle maree, si ritira per tornare a donare in un continuo movimento e rende inquieti coloro che hanno il mare dentro e sono costantemente in cerca dell’altrove.

Lia Aurioso

L’ingombro alla libreria delle Donne di Bologna

Nel pomeriggio di venerdì 28 aprile, nell’ambito della rassegna di poesia “HER KIND”, organizzata dalla Libreria delle Donne di Bologna, Le Voci della Luna presentano la raccolta vincitrice della XXII edizione del premio di poesia Renato Giorgi – anno 2016:

“L’ingombro” di Simonetta Sambiase

Dialogheranno con l’autrice
– Loredana Magazzeni
– Marinella Polidori
– Michela Turra
– Maria Luisa Vezzali

leggerà oltre l’autrice
Leila Falà

È finito il giorno di riposo, zoppico
arrotolo il voi, il noi, ci tiro una riga e rimbalzo
che sto scialando per vita piena
me l’ha scritto anche il dottore delle pillole per dormire
da quaggiù perennemente c’è infestazione di chiasso
ho bisogno di imparare a consegnarmi al fracasso
ai difetti, alla fiere occasionali, al mascara, ai saldi autunnali
vendo Melencolia fitta tutta scarnita con il bulino di Dürer
citazioni colte e l’insonnia che filtra tra i libri
segue una linea e una curva passa alla radio l’intera generazione
che sente solo vecchie canzoni, con tacchi di sughero o di zeppa
sotto le rughe

Simonetta (Met) Sambiase, impegnata nel mondo sindacale e nella politica delle donne, ha fondato a Reggio Emilia l’associazione culturale Exosphere PoesiArtEventi, con cui cura progetti poetici in collaborazione con PrimaveraDonna. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni e varie antologie. In rete, il suo blog è Il Golem Femmina. Con L’ingombro (prefazione di Maria Luisa Vezzali) ha vinto la XXII edizione del Premio nazionale di poesia Renato Giorgi.

La parola è stagione incendiaria. Bologna in lettere in memoria di Jolanda Insana.

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da La Fabbrica Sfabbricata

E’ “satura di cartuscelle” l’Insana e le cartuscelle sono quelle carte che ingombrano le scrivanie meridionali degli scrittori o dei contabili;  sono le carte scritte in cui si viene sommersi senza riuscire a mettere ordine. Essere in mezzo a carte e cartuscelle è essere immersi in un mare di parole in cui per uscirne, per trovarne un ordine,  bisognerà concederle tempo e tempo. Non dovrai avere fretta per uscire fuori da loro e se l’avrai non troverai mai la via giusta:  ed è questo l’omaggio dovuto alla poesia di Jolanda Inasana, riconoscerle il tempo saturo di ogni sua poesia, ipnotizzante e respingente, la terza persona dialogante di un plurale singolare che ti incalza e ti lega ad ogni cesura, ad ogni paronomasia, ad ogni sillaba dura e cruda che lei ha portato in vita.

S. Sambiase

ISTANTANEE- Fernanda Ferraresso: “L’ingombro” di Simonetta Sambiase – Note di lettura su Carte Sensibili

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Ringrazio Fernanda Ferraresso e tutte le Carte Sensibili per la lettura de L’Ingombro. Considero le Carte un luogo alto di letteratura e pensieri creativi ed essere nelle sue Istantanee è per me fonte di grazia.

Vi rimando al link

https://cartesensibili.wordpress.com/2017/01/28/istantanee-fernanda-ferraresso-lingombro-di-simonetta-sambiase-note-di-lettura/

e lo riporto una buona parte anche nel piccolo Golem f.

Grazie.

 

C’è folla
nel ripostiglio gli abiti si stanno spintonando
spuntano alla rinfusa e vado fraintendendo
longitudine linguaggi e sei ante d’armadio
pieno di lavanda che toglie le tarme all’esistenza
i piumoni cadono dal sonno
arrivano i piedi freddi e si scalpellano alle scarpe
spazi ristretti e scampoli fuori epoca tutto un trambusto di tempo che ci fessura gli occhi
e che ci si alzi o meno dalle doghe dei letti
si andrà a finire male
il quale (poi ci prende) ad una ad una lentamente
mentre stiamo mangiando
e ci discolpiamo e perdoniamo
e beviamo il caffè

simonetta sambiase– l’ingombro pag. 23

.

Appena apri la porta. Come un’aorta grossa t’investe ed è immediata la tua resa o la presa, d’atto e di coraggio, per assumere tutto. Perché di tutto e più di tutto c’è, dentro, l’universo umano, fatto di intrighi, di caos, di voler dire e non dire che confuso, un organismo copioso, ricco, si implementa giorno dopo giorno e non si riesce a stragli dietro, figurarsi davanti! Nemmeno davanti ad uno specchio ciò che si vede è un io solo. Si sbaglia a voler credere d’essere in un cantuccio, minimo minimo c’è un rumore, un odore, o un topo-s(ssssssss) che ti assale e tu, in quel luogo, sempre originale, nel sottofondo grigio a volte ceruleo di un codominio irrispettoso, ti senti a cavalcioni di un aereo pensiero, che ti prende e disarciona dalle perdite e dalle rendite, dai rendiconti e dalle prevendite, dalla consuetudine inesatta di voler dire pane al vino e viceversa, perché non esiste più una cosa con la testa e sulla coda c’è sola una cometa che ci aspetta. La morte, un solitario brillio di un attimo che subito ti metti dietro la schiena, perché fa paura vivere con lei davanti agli occhi e allora si dà giù di bisturi e lifting, di tinture e massaggi, di spa e spatapam e la palestra e la dieta, la corsa, gli abiti e i tacchi che allungano…E mentre metti punti all’indigesta presa di contatto con la resa inevitabile ti accorgi, a volte, non sempre , no no, di come sia sommaria la nostra vita per capi senza sommi e sommità e si aspetta, il più delle volte si aspetta, che tutto passi! Come se non fossimo noi gli artefici e gli artifici che tanta artiglieria mettono in campo per destabilizzare il fermo stantio mondo di un ieri che sta stretto, troppo pieno di doveri e rispetto!
Intanto in co(n)fusione ci andiamo tutti, perché nascono alfabeti e gerghi tutti i giorni e se ascoltituttoinsieme, come capita spesso, chi parla ad alta voce, chi dentro la cuffia destra che ancora non hai tolta, dall’altro orecchio al telefono tuo figlio o la suocera, davanti agli occhi la pubblicità di una macchina magnifica e in sottofondo un marocchino o un moldavo che parla la sua lingua natale, finisce che rimescoli tutti e ne esce un’alfabetizzazione leopardata, dove l’oggetto si fa aggettivo o aggettante un verbo o un abbrivio, un brivido di fumo , che a sua volte si assume a colazione come un avverbiale veleno, mentre il più sottile sta dietro il tuo paio d’occhiali che usi come antifurto contro chi vorrebbe scorgere e rubarti i tuoi cedimenti più intimi. Oggi, più caso fai al tuo fisico, più ti sfili da te stesso, ti sfidi a perdere chili e nel frattempo immetti ere di solitudine, tra muri spessi dove la bici è una cyclette che non ti porta mai da nessuna parte e tu che sudi e coli non respiri aria di campagna, non ti tuffi nel mare ma in una vasca che ti costa al mese quasi quanto un quarto di te stesso, perché noi tutti finiamo macellati ogni attimo, non lo stipendio,che è un compendio per dire niente e meno di niente, se non portare distante proprio da quel tu che cerchi tanto, ma oltre tutto. Non sai più cosa dire, nemmeno tra te e a te stesso, perché l’ingombro si è fatto grosso grosso, un aneurisma al centro dello stretto in cui tu non puoi e non vuoi passare, preferisci remare in alto mare. Magro magro, segaligno e duro, un corpo crudo mentre il curdo da lontano si fa vicino dentro il pc. Un gran casino o un casinò royal, dove ti aggiri alla ricerca di un attimo, da appuntare o in cui puntare un azzardo, o di metterti in pausa e invece ti rattristi,ti ingrigisci e ti fai un gessato, doppiandoti nel petto, perché nell’angolo c’è anche la menopausa o la demenza senile e no, non si può proprio accettare di invecchiare, ingrassare, imbiancare…meglio morire, in un hotel sorbire il sorbetto della fine mentre uno sconosciuto ti misura la pressione.
Tutto starebbe nell’infischiarsene ma, pochi, pochissimi lo sanno fare e non è ovvio per niente perché da ogni parte sei soggetto a spinte, che ti rendono spine dentro la testa e ti crocifiggono come è già stato più di una volta fatto.
Tutto ci raggiunge e ci rotola addosso, srotolando la corsia degli incurabili che siamo tutti, che tutti abbiamo in corpo perché siamo esseri terrestri di natura ma originariamente siamo cosmici, per questo possiamo tradire o tradurre regole in gole di re e cambiare la mela del male con l’arancia originale, possiamo fiorire una terra nuova se solo diamo aria a questo intrigo del cuore e valvola per valvola , stantuffo per stantuffo ci intrufoliamo un po’ d’amore e di coraggio, che sbaragli l’orrendo e si rimiri l’orrido di un pozzo che non ha fondo ma non azzanna né ammazza, semmai ci ricicla in una continuità che non è storica o stoica ma vita che ci eguaglia. Perché alla fine qualsiasi cosa tu faccia, sempre tu senti, diceva in Storie di mediocre millennio l’autrice,

senti che fuoca e si muove
di vita segretissima flussa una galassia nera di sterno
si fa la strada tra costole di spine
e stanno a giurare tutti di non essersi mai smarriti
né per sorte né per satellitare rotto
questi cittadini del nuovo mondo millenario tacciano spesso
e si rimane a casa ad spettare che il peggio passi
di bene in meglio e a due a due
come noi due che ci perdiamo di smog arieggiandoci
in cortili stretti di parenti
arrivati all’improvviso per spedizione postale
che ci invadono la casa e gli affetti e ci travolgono
così che per confusione accarezziamo il gatto invece che il figlio
che chissà dove è apparso, di conforto e stupore,
insieme a parecchie vite nuove
già tutte fredde e dal corpo invecchiato.

Ma ciò che importa, che importa davvero, ribadisce nell’ingombro che noi siamo a noi stessi, è che se anche …

Hai scacciato il mondo ora?

Lui non ti ha scacciato dai suoi pensieri

Ti tiene e ti tiene ed è questa la meraviglia.

.

Da bere, tutto di filato un liquido-libro che brucia, scalda, ustiona e ti mette sottosopra senza che tu possa opporti alla sua forza, una specie speciale, una viva ferocia d’amore che dal tuo sempre, altrove entra ,esce, va, fuori, rientra, dentro ma…dentro assaje.

fernanda ferraresso

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L’ingombro,
edizioni Le Voci della LUna
premio Giorgi 2016

Della propria voce. Due poesie dall’antologia del Gruppo 98.

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A Bologna si trovano ormai da anni per un loro percorso comune sulla discussione poetica.   Una parte del loro lavoro è racchiuso in questa nuovissima antologia, Della propria Voce. Sono dieci poetesse del Gruppo 98 che hanno collaborato a sviluppare gli argomenti e che hanno scritto  un’ottantina di poesie correlate dalle riproduzioni delle belle opere da Donatella Franchi.  Le autrici sono Paola Cimatti, Leila Falà, Zara Finzi, Serenella Gatti Linares, Loredana Magazzeni, Paola Tosi, Alessandra Vignoli, Vannia Virgili, Anna Zoli, Giovanna Zunica. Riflette Leila Falà: “E’ un’antologia che parla del dare voce alla propria capacità creativa, di ascoltare e dare spazio a quella voce, propria, interiore, a quella spinta a sperimentare, andare oltre, rinnovare. Coltivarne l’esigenza, il desiderio. Ma racconta anche come si lavora, di cosa e come si parla nel Gruppo ’98 Poesia.Riguarda la poesia, riguarda lo stare insieme, il produrre. Il fare al femminile”

Nel libro si notano anche due interventi delle  psicologhe  Pina Galezzi e di Daniela Palliccia.

Per gentile regalo di Leila Falà vi invitiamo a leggere due poesie dal libro, che è edito dai tipi della QUDU Libri e si trova in vendita nelle librerie e sulle maggiori piattaforme digitali.

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Rannicchiata
(da un’immagine affiorata nel dormiveglia)
di Leila Falà

Rannicchiata
come bambina
sul gradino della porta
che introduce alla tua casa.
Minuscola eppure
hai capelli solo bianchi
guardi e pensi se stare ancora
oppure entrare.
La casa al chiuso offre l’interno
il gradino offre la strada
il giardino offre l’esterno.
Lo stare è la perenne soglia.
Lo sguardo al lontano
la fronte al pavimento
i gomiti sulle ginocchia
le mani pencolanti foglie.
Ne resta di tempo per fare
per essere ancora altro.
Rinnovarsi? È con stanchezza
che pensi al da farsi.
Energia da trovare.
Come se sbagliare costasse tutto.
Come se tornare fosse interdetto.
Ma non è forse stato sempre così
lancinante pericoloso e ultimo il cambiamento?

Esperimento pericoloso

Tira e tira e tira e fai
sul filo del poi, che vengo, che dai
che è tardi, che faccio, che vedo
che dico e preparo, sistemo, poi scrivo.
Poi. È più tardi che scrivo
amica che vedo, che corro – mi manchi –
a prendere col pensiero
mentre compro il prosciutto.
Aspetta che ti telefono prima
di cena, dopo la spesa, dopo la cena, ma che
nessuno si accorga che sono tornata
e neanche che manco, ancora, da casa
non manco, ci sono, solo
non posso chiamarti, amica.
Ti scrivo più tardi un messaggio.
Non posso, non va. Sai, mi lascia il marito
lo sai? Tu che fai? Che dici? Che fai?
Ti sei separata? Anche tu?
(come mai? come me?)
Ma ora non posso.
Ti parlo domani o forse giovedì.
Ora vado.
È la fretta del tempo, la cena, la casa, ti vedo
mi manca, mi manchi, sei un poco sparita.
E poi scrivo, è poi che io scrivo
stanotte.
Ora mi manco. Stanotte col silenzio dovuto
col marito che attende o che va, che saluta.
Sei sparita, è sparito.
Io che salto il tempo che occorre
a lasciar decantare il tempo
di amare e di restare.
Mi manca, mi aspetta, mi vede.
Io vado e spero.
Se posso respiro.
Pericolo so.

Sei donna di valore
di Loredana Magazzeni

Sei donna di valore, ma te lo dico in privato
in pubblico mi presentano uomini
poeti, essi hanno il polso della
situazione poetica, si confrontano con altre
cerchie poetiche. Noi, ci troviamo in privato
parliamo piccolo. L’affetto che sentiamo
l’una per l’altra è cosa di poco conto
per chi guarda da fuori. Noi non vediamo
noi stesse, se ci affacciamo allo specchio
poetico: decenni di lavoro costante
annullati da migliaia di sguardi
che dicono no, non esisti, non esisti
non tentare di esistere, senza di me.

 

 

Art connection – Venezia e la poesia femminile

da Superba è la notte

C’era una fontana che dava albe
ed ero io.
Al mattino appena svegliata
avevo vento di fuoco
e cercavo di capire da che parte
volasse la poesia.
Adesso ahimè tutti vogliono
strapparmi la veste,
ahimè come ero felice
quando inseguivo i delitti
di questa porta dalle mille paure.
Adesso tutto è deserto e solo,
gemono ventiquattro cancelli
su cardini ormai spenti.

Alda Merini

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“C’era una fontana che dava albe
ed ero io”

Alda Merini

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Tre poesie da Assorta la corda vira di Federica Galetto

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GLI ANNI

Tu
che hai fatto il giro di boa
che da quindici sono trenta
Gli anni
Trenta snodi d’acciaio
in un bestiario di carta
in brossura
inseguendo cigni nel lago
a riemergere appena un passato
Gli anni invaghiti del tremore
le dure spinte al dosso
comunque e sempre
Un bacio sulla porta che deve
senza sperare mai
Dove sei andato
incollato cielo di ieri sul petto
un mormorare lesto d’ansia
la palpebra sola sul respiro
dove quella corsa al mio collo
nelle sere d’inverno
sul cuscino l’impronta di latte
Siamo vapore nel sole
tu
che hai fatto il giro di boa
che da quindici sono trenta
Gli anni
Ancora mi cerchi nei passi
la mattina presto
mai esistiti sul parquet di iroko
che scalda la tua casa
mai sentiti davvero
sognati come nuvole che passano
E i fogli scritti di sentimento
le parole schiave
un furtivo chiederne ancora per saziarsi
mentendo al futuro
al passato
ciclico eterno ritorno senza
abitudini certe
solo amore scordato e riapparso
come ombre in un giardino d’ottobre
Negli anni
un fragile fiore è comparso
nel sottobosco fitto

C’ERANO LE ORE

C’erano le ore nello strepitio
stanco di una gioia
E le doglie di un parto a termine
che non superava la notte
Fra le cortine di polvere
si alzava la pena
di quando ancora un bollire
sottotono s’incantava per nulla
E ora le nubi s’apprestano a gonfiare
Oltre le rose del giardino si sente
un lamento
che il vento domina
Il braccio alzato contro il sole
Denti d’oro rilucono e non mordono
Le bocche si schiudono per un sibilo
laddove non esiste il decoro
e neppure lacrime da consumare

C’era un groviglio astuto che premeva
nel fondo
e poi ancora un cavillo addomesticato
che dormiva da anni
Eppure si sentiva l’aria giocare
che il futuro sbraitava tanto e forte
al suo passaggio
C’erano le ore nello strepitio
stanco di dolore
Aperte le stanze e volate via le foglie
sui muri non vi sono ora ombre a passeggio
Ma impronte
Che lascino esse solo deserto
Fioriscono cactus anormali
a forma di pietra
Elevata sui giorni
Fioriscono segni sulle crepe dritte
Senza sogni
Senza piedi e mani
Vuoti all’interno come scavate buche al passaggio.

DI FORZA IL DESIDERIO

Di forza il desiderio
macera l’intelletto
che nell’osso scarno
dell’ipotesi instabile
s’avverte
Illuse pose in illuse
notti sacrificano torti
mai lavati nelle lacrime
dissoltesi in sale
Rose la carne nel fiato acceso
che catturandolo lucciole
nel petto s’erge
austera e rigida
come giaccio eterno

(poesia presente ne “Il segreto delle fragole 2007”, Lietocolle)

altre poesie su
http://lastanzadinightingale.blogspot.it/

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Federica Galetto è nata a Torino, fa poesia, traduce, scrive racconti ed ha creato il blog La stanza di Nightingale.
E’ vicepresidente dell’associazione Exosphere ed oggi è il suo compleanno. Auguri da parte delle sue amiche coofondatrici, Met e Gabriella.