INCROCIANDO LO SGUARDO DI ADELE CAMBRIA di Gabriella Gianfelici

E’ andata via Adele Cambria. La notizia l’ho sentita alla radio nazionale nel radiogiornale delle tredici, un lampo di dieci secondi circa, inframmezzato dalla vittoria di una squadra di calcio che non ricordo in una gara che manco quella ricordo e un servizio sul nuovo album di una giovane cantante di ventiquattro anni sconosciuta, povera me. Adele Cambria invece la conoscevo, o meglio ne conoscevo la vita spesa nel nome del femminismo. Di lei poi me ne parlava da un po’ di tempo la mia amica Gabriella (Gianfelici, nda) che ne stava curando l’immenso patrimonio cartaceo. Suo il saluto ad Adele (qui sul GolemFemmina e sul sito Exosphere) dove recuperiamo il giusto spazio che lei meritava.

adele cambria

INCROCIANDO LO SGUARDO DI ADELE CAMBRIA

di Gabriella Gianfelici

Quello che accade nei ricordi è importante. Ricordo di te Adele, la tua conoscenza in un teatro di Mestre, negli anni ’70, dove si rappresentava: “In principio era Marx“, un tuo testo teatrale così graffiante, ironico e colto che allora non seppi comprendere bene.
Intesi, però, la tua lucidità intellettuale e la tua forza d’animo. E soprattutto la tua determinazione.
Ora  la tua biografia verrà ricordata da molti: laureata giovanissima  partisti da Reggio Calabria per Roma per fare l’impiegata,  ma in realtà volevi diventare giornalista e così accadde. E anche scrittrice, donna impegnata politicamente. E femminista.
(Adele Cambria, insieme a Camilla Cederna e a Oriana Fallaci furono le nostre giornaliste, dagli anni ’50 in poi).
Ma quello che mi piace ricordare di te, sono quei tuoi occhi verdi arguti, guizzi di ironia e di curiosità. La tua cultura immensa mi affascinava e di quando nel tuo studio, sistemato il tuo archivio mi “giravi” sempre intorno e poi ti sedevi accanto per dirmi:‘”Vedi ?questa lettera è del pittore lucano…“e ancora :”Vedi? questa foto è della manifestazione…”
Per archiviare pochi fogli, a volte, occorrevano molte ore!!!
Parlavamo molto: letteratura e poesia, libri, i tuoi lavori e il nostro femminismo passato e futuro.
Non hai mai risparmiato la tua presenza e le tue parole per proteggere la natura devastata, le persone indifese e le donne ancora vittime di tanta violenza.
I tuoi scritti, il tuo immenso archivio e la tua vita saranno sicuramente importanti per chi volesse trarne spunti di ricerca e di riflessione.
Ci siamo incrociate centinaia di volte, e parlate altrettanto.
Ed è stato il tuo sguardo sincero e penetrante il regalo più grande.

La tua amica bibliotecaria Gabriella

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“… ho avuto una figlia …” in memoria di Leda Spaggiari

il golem femmina, golemfemmina

La nascita di un figlio è, o dovrebbe essere, sempre un avvenimento felice.  Io ricordo invece la nascita di mia figlia come un momento di dolore e di rifiuto.
Dolore fisico e rifiuto psicologico perché per tutta la gravidanza mi ero augurata che non fosse femmina. Provo ancora un po’ di rimorso per non averla accettata subito. L’idea che attraverso lei avrei dovuto ricominciare le battaglie e le sfide che l’essere donna mi avevano imposto per tutta la vita mi era insopportabile. Era come se quello scricciolo di bimba riaprisse tute le mie ferite. Alla base di tutto c’era il timore che non saperle evitarle umiliazioni e avvilimenti, la certezza di non essere capace di trasmetterle gli insegnamenti giusti, la convinzione di aver messo al mondo un essere destinato a una vita difficile.
Il rifiuto, come il dolore, fortunatamente sono durati poco. Un neonato assorbe una quantità incredibile di energie questo ha finito per relegare in seconda linea le altre preoccupazioni. Averla cresciuta insieme a un fratello di poco più grande ha certamente facilitato il mio compito, teso ad evitare la differenziazione di ruoli pur rispettandone le personalità diverse. Il maschietto ha imparato nella concretezza quotidiana, il rispetto della sorella senza sentirsi mai “superiore”, se non per il fatto che la maggiore età gli assegnava qualche responsabilità in più; la bimba, a non sentirsi mai “inferiore” se non per cause puramente fisiche. Tuttavia periodi critici dovuti all’essere una donna, dall’adolescenza in poi, anche per lei ci sono stati benché la mentalità comune fosse nel tempo cambiata notevolmente. Non potevo evitarglieli, ma l’hanno aiutata a crescere e ad avere fiducia in se stessa. Credo di essere riuscita a insegnarle due concetti per me fondamentali: prima di tutto che non è l’uomo il nostro nemico, ma l’ingiustizia. Ed è l’ingiustizia, in tutte le sue forme che va combattuta, ma per vincere bisogna farlo insieme, uomini e donne. In secondo luogo , che deve sentirsi sempre e prima di tutto una persona, e non accettare di essere considerata un semplice “genere”.

(dal libro “Quando hai due soldi buttali in mare –  i diari di viaggio di Leda Spaggiari”)

LE NUOVE FORME DI UN’ANTICA DEA – di Giovanna Gentilini

LE NUOVE FORME DI UN’ANTICA DEA

Omaggio al culto della Dea nelle opere di Maria Lai e Niki se Sainte Phalle

di Giovanna Gentilini

 

(c) Giovanna Gentilini
(c) Giovanna Gentilini

Il culto della Dea, che Marija Gimbutas ha largamente contribuito a scoprire e a far conoscere attraverso i suoi studi e i ritrovamenti archeologici in Europa ed Asia, ci parla di un principio femminile che ha dato origine all’universo tutto, un divino che non è trascendente ma immanente in tutti gli esseri che ha creato, le piante, gli animali, gli esseri umani, l’acqua, l’aria; la terra stessa, simboleggiata nelle statuette steatopigie dal ventre gravido, è definita la madre di tutti i viventi che ad essa ritornano dopo la morte. Un principio generante di cui il corpo femminile è testimone e custode. Hannah Arendt, una delle più grandi filosofe del nostro tempo, mette chiaramente in connessione la storia del pensiero occidentale, sia nella metafisica che nella politica,con la categoria di morte che definisce gli esseri umani per la loro condizione di finitezza, di contingenza e per l’angoscia della sparizione, e propone, come alternativa, un pensiero della nascita e del dare la vita. Il profondo legame con il principio generante della natura, che dà la vita e se ne prende cura, è presente nelle opere di Maria Lai e di Niki de Sainte Phalle . Come pure la convinzione che, in una società fondata su un ordine maschile che pone al centro il principio di morte, l’arte può scuotere le coscienze e promuovere un radicale cambiamento verso una civiltà pacifica e non violenta, che ponga al centro il principio fondativo della nascita.

Maria Lai, nata a Ulassai in Sardegna nel 1919, è venuta a mancare nella primavera del 2013 ed è una delle più grandi artiste italiane del 900. Il lavoro di cui vi parlo, dal titolo “ Legarsi alla montagna”, è emblematico di tutta la sua attività artistica . Come pure rappresentativo della poetica artistica di  Niki de Sainte Phalle, nata in Francia nel 1930 e morta negli Stati Uniti nel 2002, è l’installazione dal titolo “lei” “ Hon” in svedese. “Bunkers” è il titolo di una mia Land Art che entrò a far parte di un’altra opera, un libro d’artista “ Il luogo della sapienza” che mi aprì le porte della Biennale d’Arte di Venezia del 1995 ; un viaggio simbolico nel corpo della donna alla scoperta del codice della vita che si snoda in dieci soste come dieci sono le lunazioni che occorrono per procreare. Tutte è tre le opere nascono dal rifiuto di una società il cui ordine sia fondato sulla violenza e sulla guerra. Quando Maria Lai realizzò l’opera “Legarsi alla montagna” aveva avuto la richiesta da parte della Giunta del comune di Ulassai di progettare un monumento ai Caduti. Critica verso un monumento che celebrasse coloro che erano morti combattendo, lei che rifuggiva la guerra, fece un’altra proposta: legare con un nastro azzurro le case del paese l’una all’altra, porta a porta, balcone a balcone e poi, da ultimo, fare salire i nastri in cima alla montagna per legarla al paese tutto. Simbolicamente dare materializzazione attraverso i nodi a un nuovo patto di dialogo, rispetto, solidarietà tra tutti gli abitanti e tra gli abitanti e la montagna.

Lo scopo era di rifondare la comunità di Ulassai ch aveva dimenticato il passato comune, ed era diventata muta e sorda, divisa da rancori, affinché gli abitanti ricominciassero a parlarsi e riacquistassero la fiducia reciproca perduta. Il progetto prendeva spunto da un antica leggenda nata dalla fantasia di un poeta sconosciuto o da un pastore che narra di una bambina che , rifugiatasi, in una grotta insieme ai pastori e al gregge durante un temporale, vide passare davanti alla grotta un nastro azzurro. Per la bambina è uno stupore che la trascina fuori dal rifugio, verso la salvezza, mentre frana la grotta con pastori e greggi. La grotta la troviamo in altre opere di Maria Lai, come pure le pietre della montagna e i muri che delimitano la vecchia strada che conduce al Santuario di Santa Barbara.” Il muro mi parla e mi dice che cosa fare” dice Maria Lai che lascia messaggi scritti in forma di libro davanti alle grotte e scrive sulle pietre. Possiamo dire che Maria Lai sentiva che lo spirito vitale che era presente nelle pietre, nella terra della montagna era lo stesso che sentiva dentro di lei? Io credo di sì. La realizzazione dell’operazione di strappo dei nastri, di legatura delle case e infine di legatura della montagna con l’aiuto di rocciatori, coinvolse tutto il paese, donne, bambini, uomini e culminò con una processione, balli e canti, una festa per tutti e segnò l’inizio di una nuovo modo di essere insieme comunità, rompendo l’isolamento in cui ciascuno si era cacciato. Ed è per contribuire a rompere l’isolamento di cui era rimasto vittima il popolo d’Albania dalla fine della seconda guerra mondiale nel 1945 fino al 1990 che, un gruppo di volontari e volontarie emiliane, delle città di Bologna, Modena e Reggio Emilia si recarono nell’estate del 1993 a Quèparò piccolo paese situato sulla costa albanese di fronte a Corfù e mettendo a disposizione lavoro, materiali e competenze costruirono un acquedotto che portò l’acqua nelle case delle famiglie del paese. Mentre i più lavoravano sotto il sole cocente scavando e mettendo in posa i tubi, un altro piccolo gruppo dipinse i bunkers di cui era cosparsa la costa, proprio vicino all’acqua, di un color rosa carne, trasformando costruzioni nate per accogliere uomini e armi con cui uccidere chiunque avesse tentato , dal mare, di avvicinarsi alla costa,o chiunque, dalla terra, prendendo una barca avesse tentato di scappare dall’Albania per raggiungere un altro paese o semplicemente per pescare, in accoglienti seni femminili. Erano le mammelle della Dea che davano il benvenuto allo straniero e che recavano testimonianza che una nuovo ordine sociale era possibile, fondato sull’accoglienza,sul rispetto e l’amore per la vita e non sulla separazione e sulla paura della morte.

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(c) Giovanna Gentilini
(c) Giovanna Gentilini

Un mio progetto nato a Modena, in Italia, con l’aiuto di tanti compagne e compagni che ci avevano creduto , prendeva corpo sulla costa di Albania con l’aiuto e la partecipazione degli abitanti. Un’ altra Dea, intanto,ritornava, dopo quasi cinquant’anni di esilio, sul muro di una parete della chiesa ortodossa del piccolo paese: una Madonna con bambino che dipinsi su richiesta del prete della comunità. Di giorno dipingevo i “ Bunkers”, di notte, alla luce improvvisata di una lampada, la maternità cristiana. Molti sono gli elementi che accomunano l’operazione di Maria Lai e la mia : i luoghi in cui avviene, Ulassai e Quèparò, sono paesi di pastori, le capre si ricoverano nelle grotte e nei bunkers, che da luoghi di morte divengono luoghi di protezione;la terra e l’acqua, simboli della Grande Dea sono presenti: la madre terra, la montagna, non è più minacciosa ma si lega amorosamente alla comunità ; l’acqua, elemento indispensabile alla vita, è donato da un popolo ad un altro popolo, e il mare può trasformarsi da elemento di separazione a luogo di incontro. Ulassai e Quèparò , da paesi emblematici per isolamento, diventano simbolo del mondo e in particolare della storia di oggi, e testimoniano l’attualità di un messaggio all’ Italia e all’Europa affinchè si impegnino a governare il grave problema dell’immigrazione dall’Africa verso le coste europee. E che dire di ”Hon”di Niki de Sainte Phalle? Ques’opera rappresentò una svolta nell’arte dell’artista che aveva iniziato non molto tempo prima con una serie di opere ” Fuoco a volontà” che realizzava sparando a dei sacchetti di colore su una tela bianca. Sparava per distruggere e distruggendo creava un’opera d’arte. Adolescente negli anni della seconda guerra mondiale, era figlia di un pensiero maschile che faceva della guerra uno strumento di potere e di ordine mondiale. Più avanti Niki dice”Sparavo a me stessa, alla società con le sue ingiustizie. Stavo sparando alla mia stessa violenza e alla violenza dei tempi. Sparando alla mia violenza, non dovevo portarmela dentro.” Ma la svolta nel suo pensiero avviene con “ Lei “ “ Hon “ in svedese, un’enorme bambola multicolore progettata per il museo di Stoccolma. Il pubblico era invitato ad entrare nel gigantesco corpo di plastica da un apertura collocata in corrispondenza della vagina. Dentro trovava un bar, un planetario, un auditorium, un cinema e una galleria d’arte; tutto quello di cui un essere umano ha bisogno per vivere , lo trova nel corpo della donna. Ella aveva modernizzato l’archetipo della dea-madre. Niki de Sainte Phalle, così ce ne parla Martina Corgnati in “ Artiste”, edito da Mondadori, contrappone all’idea maschile del potere un’idea femminile della grandezza come condizione fisica, fertile e nutriente, assimilabile alla Venere di Malta o alla Mater Matuta di Capua. Io direi che c’è un chiaro riferimento ai templi di Malta a forma del corpo femminile da cui si entra dalla vagina .”Hon” non è sola: intorno a lei e prima di lei sono cresciute le “Nanas”, bambole realizzate con materiali diversi, il cui corpo, strabordante e obeso, rifugge dai canoni estetici e richiama il corpo dai grossi glutei , dalle generose mammelle e dal vente gravido delle rappresentazioni in terra cotta o pietra della Grande Dea Madre. L’opera di Niki de Sainte Phalle scaturisce da una profonda riflessione sul femminile. Ella ebbe rapporti con gruppi femministi a lei contemporanei quali La spirale, Femmes en lutte, Collectif femmes/art, Art et regard des femmes ,con i quali condivise tante battaglie contro il maschilismo e il razzismo.

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Maria Lai e Niki de Sainte Phalle hanno dato voce a un sogno che è di tante artiste e poete, quello, attraverso l’arte e la parola, di scuotere le coscienze, mobilitare l’intelligenze ed operare un cambiamento per costruire un nuovo modo di stare al mondo, uno spazio comune di relazioni in cui le differenze generino ricchezza culturale condivisa e non emarginazione, paura ed isolamento. Anch’io attraverso le mie opere ho cercato di realizzarlo. Un civiltà sì fatta è esistita in Europa per migliaia di anni, auspico che l’Europa ritrovi le sue vere radici e non sia soltanto una società finanziaria.

 

 

 

LADY MARGARET HOBY- Presentazione e traduzione di Met Simonetta Sambiase

ma un diario cosa può contenere di così importante? Lady Hoby e la nascita della letteratura di genere. Da Carte Sensibili

CARTESENSIBILI

hans holbein the younger

Lady_Hoby,_by_Hans_Holbein_the_Younger

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“L’ornamento della donna è il silenzio”
Sofocle

Atti volontari e involontari avvengono nel “corpo linguaggio” della scrittura. La scrittura di un diario è principalmente un atto volontario, il cui codice linguistico è in genere costituito dalla necessità di ricordare o analizzare la trama micrologica del proprio quotidiano, (apparentemente) senza altri fruitori della lettura che il proprio sé nel tempo. Invece la paratia fra il silenzio del diario e la sua voce che diventa pubblica con la lettura altrui è costantemente aperta: si scrive comunque per entrare in uno stato comunicativo e il racconto, sia chiuso o aperto, è sottoposto al fenomeno naturale dello sblocco della narrazione privata verso la condivisione della lettura. Il diario è quindi uno strumento semivolontario di narrazione condivisa, ossia di lettura non indenne dall’indiscrezione del leggere. All’interno della narrazione del diario c’è la possibilità di trovare atti involontari di maggiore o…

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PRIMO QUADERNO – premio Tassoni – La memoria (e mia nonna Maria)

Madonna rossa di Vittoria Chierici
Madonna rossa di Vittoria Chierici

Curato da Nadia Cavalera è on line su Calameo l’e-book riassuntivo dei lavori letterari del premio Tassoni 2013, PRIMO QUADERNO – LA MEMORIA. A proposito di memoria, fondamenta del tema di quest’anno, scrive nella sua prefazione Nadia Cavalera: “Nella memoria di ogni individuo tutta la sua vita dell’albero genealogico (sino al pitecantropo, ancora più indietro: in un immenso oceano”. E’ la catena dell’anima che si lega ai fosfeni, le immagini visive primordiali presenti nella mente umana che è possibile ricavare dalla corteccia visiva del cervello e da lì ogni storia nasce e si diversifica per riunirsi in storia collettiva, sociale e poi diviene history, come spiegano meglio gli inglesi, storia passata e messa nei libri. La storia siamo noi e dentro c’è il nostro spirito. “La memoria è stratificazione – spiega ancora la poeta modenese – da cui attingere a piene mani per modificarsi, fortificarsi e non ricadere in errori fatali”.
Questo è il link del volume

http://en.calameo.com/read/00174981301bf781da997

(a mia nonna

pilastro e volta)

Maria Manna Sambiase premio Tassoni 2013

da  L’Eredità

in Primo Quaderno – La Memoria

Vengo alla terra

e porto corona, e rosolio

nel mese di maggio, a San Giovanni

sono nata con mezzo sangue

fra due sorelle e una novena

a caduta di schiena, il nome

un territorio di lettere

e il volto di mia nonna

che rendeva maschie le cose

perché Dio è un affare fra uomini – diceva –

fa la guerra e la pace e mette incinte le donne

non fa passare un solo dubbio sospeso

come passano gli occhi in frazioni di figlie

e pellegrinaggi alle Madonne dei dolori

adoranti e sacre con vecchie candele

io porto sette spade a trafiggere il cuore

un mistero gaudioso

perso fra i tacchi e provvisori dubbi.

La fede è un velo di kajal appeso

nero nero come un vecchio tulle da mettere in chiesa

o l’eredità di una corona di rosario

un cordone di madreperla all’ombelico

come cintura di spine.

(M. S)

Io sono il vento – La poesia di Zoë Akins

zoe atkins

Sul tema della memoria, che sarà il cuore portante del premio Alessandro Tassoni di quest’anno, la curiosità se non il caso mi ha guidato verso   dei passati forse ancora troppo sconosciuti e tutti al femminile. E   ho trovato delle poesie di Zoë Akins, fra cui Io sono il vento, che mi hanno ricordato in personalissimi giri di memoria la scrittura di una delle mie poete preferite, Else Lasker-Schüler. Le due penne non potrebbero (forse) essere più diverse, come le loro vite. I luoghi di vita sono ancora più distanti: la Berlino via via sempre più di miseria e di vagabondaggio della Lasker-Schüler, le colline luccicanti di dive e divine della Hollywood del cinema muto della Akins. In comune le due donne hanno la straordinarietà del loro vissuto.

***

Americana, era nata il giorno prima di Holloween nel 1886 ed era una donna del Sud Zoë Akins: il Missouri dove nasce e cresce è solo convenzionalmente nel MidWest. Saint-Luois fu la casa della sua gioventù, la città dove la donna che vinse il Pulitzer per la Drammaturgia  nel 1935 cominciò il suo percorso nella letteratura. Zoë Akins fu molte scritture: critica, giornalismo, testi  per il teatro e per il cinema hollywoodiano e poesia. La poesia fu raccolta in due volumi,  Interpretations (1914) e The Hills Grow Smaller (1934). E fu soprattutto una donna che lavorò ed emerse in un mondo eccessivo e trasgressivo non perdendo mai la rotta del suo talento e della sua conquista alla libertà da ogni condizionamento sociale ed espressivo. La sua Hollywood fu quella del cinema muto e di Greta Garbo, per cui Akins realizzò la sceneggiatura di Margherita Gauthier, una Signora delle Camelie di rara bellezza.

zoe akins

zoe akins

I suoi lavori letterari furono spesso dichiarati “too liberal” per quei tempi ed ebbero alterne fortune di pubblico, almeno fino al Pulitzer. Non erano giudizi di torto: Akins era molto più “liberal” dei suoi testi, sia nel posizionarsi saldamente all’interno di un mondo estremamente maschilista come quello dell’industria cinematografica americana sia nelle scelte personali. L’Akins  non aveva “confini amorosi”, e “divideva” la sua casa di Frankline Avenue  durante gli anni d’oro del cinema muto con l’attrice Jobyna Howland.   Di loro scriverà  Cecil Beaton su Vogue nel 1931: “la loro casa è piena degli oggetti più squisiti, così piena di fascino e di personalità della letteratura”. Un ospite fisso era George Cukor, il famoso regista. Nel 1932 Zoë Akins sposava lo svedese Hugo C. L. Rumbold, che  amava ricordare il suo grado militare di capitano (avuto durante la prima guerra mondiale) ma che di mestiere era un ottimo costumista e successivamente impresario teatrale. Le due poesie qui tradotte dall’inglese, Io sono il vento e La Viandante, sono contenute nella prima raccolta di poesia della Akins.

Georgia O'Keeffe
Georgia O’Keeffe

IO SONO IL VENTO

(1914)

Sono il vento che trema,

tu la terra ferma:

Io sono l’ombra che scorre

oltre la rena.

Sono della foglia l’oscillare,

Tu – l’incrollabile albero;

Sei come le stelle che stanno immobili,

Io sono il mare.

Tu sei la luce eterna

come una torcia io morirò…

Tu sei il crescendo di una musica immensa

Io – se non un grido.

***

LA VIANDANTE

(1914)

Le navi stanno distendendosi nella baia

I gabbiani  oscillando attorno ai loro alberi;

Il mio spirito impaziente come loro

sogna i fianchi delle stelle.

Così tanto amo il vagabondare

Così tanto amo il mare ed il cielo

che sarà una pietosa cosa

in una piccola tomba seppellirmi.

***

(trad. a cura di S. Sambiase

si ringrazia Federica Galetto per l’aiuto alla poesia La Viandante)

IL CIELO DI LAMPEDUSA – Bologna due novembre Modena tre novembre

BOLOGNA

sabato 2 novembre 

il cielo di lampedusa bologna

IL CIELO DI LAMPEDUSA

giornata prima

Bologna

Sabato 2 novembre, ore 18,00-20,00, Chiesa Metodista, via Venezian 1, Bologna

Nella ricorrenza dei morti e a quasi un mese dai tragici annegamenti al largo di Lampedusa, serata di interventi informativi, poetici, musicali e teatrali per tenere accesi i riflettori  sui morti e i sopravvissuti di Lampedusa, ma anche per contrastare il processo di militarizzazione del Mediterraneo che procede a grandi passi sulla scia degli ultimi eventi.  La serata inizia con il saluto del Prof. Guido Armellini in rappresentanza della Chiesa Metodista di Bologna e Modena che ospita l’iniziativa, seguito dall’intervento di Siid Negash, rappresentante dell’associazione  internazionale Eritrean Youth Solidarity for National Salvation-Italy reduce dalla storica manifestazione internazionale del 25 ottobre degli eritrei a Montecitorio e poi dalla testimonianza di Abraham, giovane eritreo che parlerà della sua traversata del Mediterraneo. Seguirà  quindi  l’intervento performativo di Antar Mohamed Marincola sulla lunga storia dei legami dell’Italia con paesi del Corno d’Africa e la Libia, tutti paesi protagonisti delle vicende che hanno portato ai più recenti tragici annegamenti.  Inframmezzati agli interventi informativi vi saranno letture di poesie dal contenitore poetico “Per i morti di Lampedusa annegati da respingimento” di poeti che fanno parte di 100 Thousand Poets for Change-Bologna e  dell’attrice Marina Mazzolani, intrecciate a momenti di performance  poetica della Compagnia dei Rifugiati”,  nonché letture  del regista Pietro Floridia dai testi del filosofo Paul Ricoeur sul concetto di straniero, accompagnati dalla chitarra blues  di Alessandro Barbera.  Alla fine degli interventi vi sarà un momento di dibattito per  trovare modalità concrete di aiutare i superstiti ed elaborare insieme modi umani di accogliere rifugiati/profughi/ migranti, creando le condizioni per la libera circolazione degli umani e non solo delle merci e dei capitali.

MODENA 

domenica tre novembre

il cielo di lampedusa modena

IL CIELO DI LAMPEDUSA

giornata seconda

Mondena

Domenica 3 novembre, ore10,30-12,30 

Portico del Collegio, via Emilia, Modena

A un mese esatto dai tragici annegamenti al largo di Lampedusa,  evento pubblico nel centro cittadino di Modena  con allestimenti, testimonianze, banchetto informativo  e lettura di poesie,  alcune tratte  dal contenitore poetico “Per i morti di Lampedusa annegati da respingimento”,   a cura di 100Thousand Poets for Change- Modena,  Reggio Emilia e Bologna e con  il patrocinio del Comune di Modena.  L’evento, insieme alla serata  che si svolge a Bologna il 2 novembre , mira a tenere accesi i riflettori  sui morti e i sopravvissuti di Lampedusa, ma anche a contrastare il processo di militarizzazione del Mediterraneo che procede a grandi passi sulla scia degli ultimi eventi.  Dislocati in tre diverse postazioni sotto il portico, i poeti leggeranno  poesie che  si avvicinano  ai tragici eventi di Lampedusa da angolature diverse, alcune nate in reazione all’orrore per gli annegamenti più recenti e dall’indignazione per la risposta dello Stato italiano e dell’Europa,  altre invece testimoni di fenomeni simili  accaduti nel Mediterraneo negli ultimi 20 anni e scritte sia da poeti italiani che da poeti provenienti dai paesi degli stessi profughi.  L’iniziativa prevede anche dialogo con i cittadini per  trovare modalità concrete di aiutare i superstiti ed elaborare insieme modi umani di accogliere rifugiati/profughi/ migranti, creando le condizioni per la libera circolazione degli umani e non solo delle merci e dei capitali.  All’incontro saranno presenti anche i poeti reggiani Giancarlo Campioli, Meth Sambiase, Claudio Bedocchi, Rina Xhiani, oltre a autori modenesi e bolognesi come Alberto Bertoni, Bartolomeo Bellanova, Nadia Cavalera, Lisabetta Serra, Giovanna Gentilini, Lia Liotti, Chiara Papazzoni, Valeria Raimondi, Sandra Tagliavini, Michele Lalla, Anna Maria Moscatiello, Rosario Biagio Castronuovo, Luca Ispani, Sandra Tassi, Franco Insalaco.