Levania. Un anno di critica e poesia nel numero quinto della rivista.

Al numero 290 della lunga strada del Duomo di Napoli, che  alle e nelle sue spalle porta il cuore del centro storico, martedì 13 viene presentato il numero cinque della rivista di poesia Levania. Nel nuovo numero, il lettore troverà scritti di Marco De Gemmis intorno a un importante taccuino di Mario Persico ed alle tavole del maestro,  le poesie di Italo Testa introdotte da Enza Silvestrini, di Yves Leclair, con traduzioni e testo di presentazione di René Corona. Testi di Michele Zaffarano commentati da Eugenio Lucrezi; di Anna Santoro accompagnati da Enzo Rega e di due giovani poeti, Lorenzo Pradel e Fabrizio Maria Spinelli, introdotti rispettivamente da Bruno Di Pietro e da Massimo Fusillo. Due conversazioni fra versi e prosa con Giusi Drago e Paola Nasti.   I versi della poeta Giovanna Marmo e le immagini dell’artista Roberto De Caro. Completano il numero le recensioni di Anna Maria Carpi su Anna Toscano, di Enzo Rega su Umberto Piersanti e su Clemente Napolitano, di Antonio Perrone su Francesca Medaglia, di Marisa Papa Ruggiero su Donatella Bisutti e su Lucia Stefanelli Cervelli, di Emmanuel Di Tommaso su Yari Bernasconi esu Brunella Bruschi, di Antonio Lotierzo su Victor Segalen e Ugo Piscopo, di Eugenio Lucrezi su Luigi Fontanella, di Lorenza Carannante su Monica Martinelli. 

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I Campi di Maggio. Igor Patruno e il suo romanzo affresco sugli anni ’70

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Scrivere è un lavoro di svelamento della memoria,
cercando quel che manca, che sfugge,
che resta nascosto.

 

La realtà è immaginosa più della finzione narrativa. La storia ne è una parte ipovedente, in bilico tra la luce dell’oggettività dei fatti e il buio della soggettività della decifrazione. La realtà può essere interpretata ed è uno strato molto sensibile della sua natura ma  ne è anche il suo grande fascino: perché in fondo (forse) direzionare il proprio punto di vista fuori o dentro la narrazione ufficiale della storia è l’arena delle nostre scelte di vita, personali o generazionali. E dalla complessità di descrivere una generazione dal suo dentro e dalla sua storia, dalla letteratura che vuol contenere storie di una generazione che ci ha voltato le spalle da non molti così anni,  una generazione che come mai prima delle altre ha provato a scardinare i vecchi modelli di vita sociale di questo Paese, nasce l’affresco letterario de  I Campi di Maggio di Igor Patruno.  E la finzione narrativa ha la lingua viva della Storia. Ci racconta l’autore che: “Quando si pensa agli anni ‘Settanta si avverte, dal punto di vista della letteratura un’assenza. La nostra generazione non ha avuto un romanzo generazionale. Per avere le prime opere narrative ambientate in quel decennio si è dovuto attendere il nuovo secolo e questo perché non c’è stata la voglia e la capacità di affrontare il tema della violenza. È un tema scomodo e anche difficile. “I campi di maggio” non è un romanzo generazionale. Non può esserlo perché i romanzi generazionali si scrivono dentro gli eventi, o immediatamente dopo. E naturalmente bisogna essere giovani per scriverlo”.
Il romanzo, pubblicato da edizioni Ponte Sisto, apre le sue pagine nel maggio 1975 a Roma, con il ritrovamento di una giovane ragazza, Silvana, uccisa in un campo alla periferia di Roma.  Il mese successivo toccherà al giovane Andrea finire in malo modo lungo i binari di una ferrovia francese. E a novembre il corpo di un uomo scomodo e celebre viene trovato massacrato all’idroscalo di Ostia: è quello di Pier Paolo Pasolini. “Cos’hanno in comune queste morti?  – si legge nella quarte di copertina – Antonio Delle Piane, studente romano conosce Silvana e Andrea, e frequanta un ragazzo che sostiene di sapere cosa sia successo a Pasolini. La sua giovinezza, gli amori, gli incontri, attraversano le nebbie grigie degli “anni di piombo”, insieme alla voglia di vivere e alle grandi speranze della sua generazione. Quarant’anni dopo, con l’esperienza del suo mestiere di giornalista, Antonio decide di rompere il silenzio. Sulle tracce dei fantasmi dei due ragazzi, si addentra in un viaggio disincantato nelle zone torbide di un periodo ormai lontano. Scoprirà verità parziali e dolorose nei documenti che esistono, si imbatterà in cancellazioni e distruzioni colpevoli, incontrerà i sopravvissuti cercando di illuminare le loro verità indicibili. Con le scoperte sulla sua storia personale Antonio cambierà anche il nostro modo di guardare a quegli anni”. Il flusso della storia, il flusso della vita, il gioco della letteratura, la verità e la finzione.
“Antonio Delle Piane, il protagonista del romanzo, – segna Patruno – tenta di andare oltre la memoria, oltre i ricordi, perché cerca il mondo di due ragazzi che non ci sono più, Andrea e Silvana. La morte è la fine di quel solo e insostituibile mondo che si dilegua insieme a chi scompare. Chi sopravvive viene privato dell’altro e del mondo dell’altro. Antonio, quarant’anni dopo, tenta l’impossibile, tenta di riappropriarsi del mondo di Andrea e Silvana. Nel farlo è costretto a fare i conti con un tema centrale dell’esserci, ovvero con l’inappropriabilità infinita dell’altro”. Non c’è un unico fuoco, non è possibile trovare “le cose nascoste fin dalla fondazione del mondo che di solito sono retaggio solo dei cattivi* perché i cattivi e buoni appartengono a percorsi lineari di giudizi e prove, ma il tessuto di cui è fatta la storia di quegli anni ha una “tendenza” alla verità non alla “certezza”. Il piombo, la rivolta, il golpe, lo slogan politico: mancano i riferimenti letterari alla chiarezza della luce e dell’ombra ancora oggi che il terzo millennio è cominciato da un pezzo. “L’incapacità di elaborare collettivamente la propria storia è una malattia congenita del popolo italiano. L’Italia è il paese del rimosso. Non sono state elaborate le motivazioni profonde che hanno creato consenso attorno al fascismo, preferendo liquidare il ventennio come un’operetta mal riuscita. Non è stata elaborata la guerra civile successiva alla fine del secondo conflitto mondiale che ha lasciato rancori e divisioni di certo non sanate dall’amnistia. Non sono state elaborate le conseguenze sociali e culturali del boom economico che ha spazzato via la cultura contadina ed operaia su cui poggiava il tessuto sociale del Paese. Non è stata elaborata la deriva stragista e la violenza degli anni Settanta, rimuovendo un decennio come se non ci fosse stato. Le ragioni sono molteplici: la mancanza di una idea condivisa di nazione innanzi tutto, poi la sostituzione violenta, atroce, dei valori della cultura popolare con quelli della società dei consumi. Insomma un vuoto immenso e profondo che impedisce ogni volta di elaborare la propria storia”. E’ in questo frammento di buio che letteratura produce l’intaglio che crea passaggi di luce “Di fronte alla rimozione la scrittura elabora i ricordi – continua lo scrittore – narrare, però, non può essere semplicemente un riportare in forma scritta quel che è rimasto nella memoria, perché significherebbe restare con la testa volta all’indietro. Scrivere è un lavoro di svelamento della memoria, cercando quel che manca, che sfugge, che resta nascosto.

* Francesco Rognoni,  dal libro “Di libro in libro”, 2006

IGOR PATRUNO, giornalista, scrittore, blogger, appassionato di comunicazione,soprattutto politica, sarà a Reggio Emilia sabato 28 maggio per presentare il libro I Campi di Maggio con gli storici Antonio Canovi e Lorenzo Bertuccelli
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Arbitri del nostro destino – Jane Eyre e i 200 anni di Charlotte Bronte

 

invece di piegare la fronte sotto la sua volontà,
l’ho sfidato
(da Jane Eyre)

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Duecento anni fa nasceva la terza figlia dei  Brontë. Il suo libro più importante (forse l’unico per cui la si ricordi) è un lungo romanzo pubblicato nel 1847, Jane Eyre.  Ad esso togliamo le pagine dove c’è Rochster “en travesti” da zingara ed altre parti che si conciliano con lo spirito dei tempi e finiremo immersi in lui, e nei dialoghi e nei monologhi interiori sappiamo che Jane è appena dietro di noi. Il suo lieto fine lo ha creato lei, non le è sceso dal cielo. Autodeterminazione è un termine che useremmo oggi, ma non possiamo cercarlo  nei luoghi storici di questo romanzo. Eppure è già lì. L’alta considerazione di se e del proprio valore, la ricerca dell’emancipazione attraverso il lavoro e la capacità di attraversare una quotidianità invasiva e granitica senza perdere la propria bussola interiore.  Chiedere rispetto. Resistere e crescere, crescere e diventare, fra negativi e positivi, una persona raggiante vita. Ecco il posizionamento del personaggio (fortemente autobiografico nella prima parte) di Jane Eyre all’interno della letteratura di genere. La pagina di paragone è con la Austen da sempre, ma questa autrice  cerca il lieto fine in un sistema chiuso da poche interazioni (il ballo, il salotto, la campagna addomesticata, il chiacchiericcio,  il cattivo pretendente vs il ricco pretendente, il futuro prete, il nobiluomo, l’altezzosa antagonista, etc). La Bronte nella sua scala narrativa ci mette dentro più vita e più dolore. Ad esempio  la parrocchia non è un luogo idilliaco dove andare a fare la vita della moglie anglicanamente serena come nei romanzi dellla Austen.  Il convitto religioso è un posto da poveri e come povere vengono trattate tutte: ingiustamente. La morte è dietro l’angolo e  non fa differenze nel portarti via affetti o liberarti dagli aguzzini. I colpi di scena sono drammatici, non consentono la nobiltà del silenzio e del ritiro: è la malasorte che disequilibria il mondo e con essa bisogna farci i conti e tenere duro, giorno dopo giorno, pensiero dopo pensiero.  Ettari di azioni minime e disciplinate , lande di emozioni e coraggio da attraversare. In Jane Eyre non si vacilla, perché nessuno può afferrarti nella caduta, hai solo te stessa per rimetterti in piedi. Elizabeth Bennet ha sorelle, madre, padre, amiche con cui superare la via sentimentale che la porterà al ricco Darcy  da domare. Jane Eyre no e nemmeno si aspetta che possa conquistarsi una posizione più elevata socialmente,  “strana, povera e oscura, brutta e piccina” eppure “del giudizio del mondo (se) ne lava le mani. L’opinione degli uomini la sfido”. Non tanto femminista ma rivoluzionaria della morale. Ed è per questo coraggio che ancora oggi l’amiamo così tanto.

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tre brani da Jane Eyre

di Charlotte Brontë

Il riposo non fa gli uomini felici; occorre loro azione e se non possono esercitarla, la creano. Milioni e milioni sono condannati a una vita più tranquilla della mia e milioni si ribellano in silenzio alla loro sorte. Nessuno suppone quante rivolte, oltre quelle politiche, fermentino nella massa degli essere viventi, che popolano la terra.

Si suppone che le donne siano generalmente calme; ma le donne sentono come gli uomini, hanno bisogno, come essi, d’esercitare le loro qualità, occorre loro un campo più vasto per estrinsecarle;

***

E’ pazzia di lasciare che nel cuore si accenda un amore che deve divorare la sua vita, se non è conosciuto e diviso, e, se è tale, simile a un fuoco fatuo, smarrirla in un labirinto di dolori senza uscita.

Ascolta la tua punizione Jane Eyre: domani prenderai uno specchio e farai fedelmente il tuo ritratto, senza omettere un solo difetto, senza addolcire nessuna linea dura, senza trascurare nessuna spiacevole irregolarità. Sotto vi scriverai: “Ritratto di un’istitutrice brutta, povera e senza attinenze di famiglia”.

“Dio ci ha dato, in una certa misura, il potere di essere arbitri del nostro destino; quando la nostra energia domanda un appoggio che non può avere, quando la nostra volontà aspira a una meta che non può conseguire; non abbiamo bisogno di lasciarci morire di fame o di dolore, dobbiamo solo cercare un altro nutrimento per lo spirito, così forte come quello proibito che voleva gustare e forse più pure; noi dobbiamo soltanto scavare col piede avventuroso una via che se è più difficile, non è né meno diretta né meno larga di quelle chiusa dalla fortuna dinanzi a noi.

 

Cosa chiamano cielo i prigionieri – da Porto Azzurro : Lettere d’amore a Giuseppina da Napoleone e dai detenuti – A cura di Simonetta Filippi e Clara Rota

Io non ho mai visto un uomo che guardasse  

  con occhio così ansioso 

verso il minuscolo lembo d’azzurro

che chiamano cielo i prigionieri,

verso ogni nuvola che trascina alla deriva

il suo vello di lana sfilacciato 

(Oscar Wilde, da La ballata del Carcere di Reading)

(c) chiamiamolannina
(c) chiamiamola annina

IL MARE:

DENTRO UN’ISOLA: L’ELBA

DENTRO UN PAESE: PORTO AZZURRO

DENTRO UNA CASA DI RECLUSIONE

DENTRO UNA PICCOLA STANZA

DENTRO 19 PERSONE:

16 DETENUTI, UN AGENTE, DUE DONNE

SCRIVONO LETTERE D’AMORE PER GIUSEPPINA

COSTRUISCONO PICCOLE VALIGE DI CARTA PER NAPOLEONE:

PAROLE E GESTI: UN BAGAGLIO PER EVADERE

 

“DARCI UN TAGLIO, parole e gesti” è il titolo dei laboratori di scrittura ed arte che dal 2010, con l’Associazione CHIAMIAMOLA ANNINA, proponiamo ovunque ci sia un gruppo di persone che hanno voglia di mettersi in gioco.

Ma quando Paolo Maddonni, l’educatore del carcere di Reclusione di Porto Azzurro, ci chiese di proporre un laboratorio ai detenuti, Clara, che aveva già lavorato nel carcere di Monza, era entusiasta, invece io ho faticato per ricordarmi e convincermi di nuovo che lo scopo dei nostri incontri è: ENTRARE IN RELAZIONE. Ce lo siamo dette tante volte anche di fronte a situazioni non facili: noi offriamo una chiave di comunicazione, l’arte del fare e la scrittura arrivano dove altri linguaggi falliscono, l’importante è NON GIUDICARE perché il giudizio è personale, non universale, crea barriere, preclude il contatto. Ma io non riuscivo a pensare come potessi comunicare senza giudicare guardando negli occhi un uomo che magari aveva commesso violenze e…

La valigia di Giuseppina
La valigia di Giuseppina

Il laboratorio: Aprile 2014. L’Isola d’Elba è impegnata nella preparazione dei deliranti festeggiamenti per il bicentenario dell’arrivo di Napoleone Bonaparte, noi proponiamo ai detenuti un laboratorio ironico chiedendo loro: che cosa si sarebbe portato l’imperatore, detenuto anche lui, durante il soggiorno forzato? Il suo cavallo bianco? I suoi ricordi? L’occorrente per il bagno al mare? I suoi mobili, compreso il famoso letto dei cigni? E mentre fuori continuano i preparativi, noi, qui dentro, 16 detenuti, un agente, io e Clara, ci divertiamo realizzando, in carta, ben 8 miniature di valige per napoleone. Non è stato facile, inizialmente gli uomini lavorano in piccoli gruppi chiusi: Siciliani, arabi, romeni e coppie isolate… sono bravissimi, attenti, concentrati, come solo chi conosce il valore del tempo sa fare… lo spazio è piccolo, c’è tensione. Un detenuto sta disegnando il grande cavallo bianco dell’imperatore, ma non sa come realizzare la coda e la criniera… un siciliano si ricorda di quando era bambino e al suo paese, durante le feste, ritagliava gli addobbi di carta in un certo modo… lo invitiamo a farlo, ed ecco che si materializza una magnifica coda di cavallo. Applauso di tutti, si ride, ci si rilassa, si sfotte il disegnatore del cavallo per l’occhio troppo dolce e, tutti d’accordo, si decide che è una cavalla, quella disegnata, uno scrive “chevalle” sulla valigia. Il gruppo si è formato con la giusta leggerezza, così che possiamo leggere alcune lettere d’amore da Napoleone a Giuseppina, e insieme, proviamo a scoprire il lato umano di quest’uomo votato alla guerra, le sue debolezze, la donna che amava e che lo tradiva. Il gioco continua e li invitiamo a diventare essi stessi gli amanti di Giuseppina e a scriverle parole d’amore.

Siamo soddisfatti quando alla fine mostriamo ad altri le nostre opere e veramente felici, tutti, quando un gallerista le considera degne di una mostra nella sua galleria d’arte, a Marciana Marina, FUORI da qui e noi con loro.

A laboratorio finito possiamo dire di avere raggiunto il nostro scopo: si è formato il gruppo, siamo entrati in relazione, ed io, in 12 ore, non ho avuto neanche il tempo di giudicare, anche perché stiamo già pensando alla prossima proposta: l’edizione cartacea di questo libro…

Simonetta Filippi

(presidente dell’Ass. CHIAMIAMOLA ANNINA)

http://www.chiamiamolaannina.it/

 

AMOROSE EVASIONI, il golemfemmina, il golem femmina, simonetta sambiase, met sambiase,

brani tratti dal libro

AMOROSE EVASIONI

LETTERE D’AMORE A GIUSEPPINA DA NAPOLEONE E DAI DETENUTI DI PORTO AZZURRO

***

… mi manchi tanto, ti vorrei abbracciare, sentire la tua voce, il tuo sorriso che mi fa ringiovanire, le tue parole e tutto il resto. sei la mia ragione di tutto, niente è più bello che essere insieme a te…

(Valentin)

***

… ho bisogno di voi, del vostro profumo. Se chiudo gli occhi riesco quasi a sentirlo, di toccare la vostra pelle, di gustare le vostre labbra…. non so se posso farcela a stare senza di voi così a lungo, vi vedo dappertutto e quando capisco che non siete voi, vorrei farmi del male, si, perché so che non potrete mai essere solo mia, appartenermi nell’animo e nelle carni…

(Santino)

***

… sogno un mondo d’amore dove non esistono né guerre né dolore. Sogno un mondo dove si possa perdonare e non continuare a giudicare…

(Olsi)

 

Dalla BassaTerra – Pietro Formentini raccontato da Claudio Bedocchi

Storie di  Bassa Terra

di Claudio Bedocchi

foto di Claudio Bedocchi
foto di Claudio Bedocchi

Lui era lì con quell’aria di uomo di terra e bambino con la voglia di raccontare, ma con una timidezza infinita nonostante i laboratori, nonostante la radio, televisione, teatro…
Reggiano come non mai, nato in quel di Bagnolo in Piano, nato fra le narrazioni dei racconti di parenti e vicini dove la vita si viveva, ma poi la si narrava la sera e diventava come per miracolo un’altra storia. Da qui nascono le visioni di “Storie di Bassaterra” di un luogo perso nell’orizzonte senza nulla se non campi, boschi e lunghi sguardi e il bisogno dell’emiliano di riempire quello spazio che si perde verso il fiume e che dal fiume riparte verso montagne azzurre per la lontananza e che spesso si perdono nella nebbia a un palmo dal naso. Una narrazione emiliana di luoghi ma anche di personaggi più o meno noti che circolano nelle piazze diventate spiagge o nei teatri che col tempo diventano supermercati o in allevamenti da bestiario come quelli per gli “Strussi”. Fra i personaggi spicca la storia di un certo pittore Antonio L. e la sua moto al cospetto di San Pietro.

foto di Claudio Bedocchi
foto di Claudio Bedocchi
foto di Claudio Bedocchi
foto di Claudio Bedocchi

Tra una narrazione e l’altra le note della chitarra classica di Roberto Puglisi con le mani che si muovono come ragni sulle corde, andando su e giù per scale impervie, e le note del flauto traverso di Silvia Cocco. Musiche non a citare i testi letti, ma a chiudere i racconti in una cornice per dare maggiore risalto al dipinto di parole del narratore e amare ancora di più quegli spacchi di luce su un territorio che ci cambia fra le dita.

Alessandro Sanna
Alessandro Sanna

Pietro Formentini

Pietro Formentini ha fatto teatro, come attore e regista di suoi testi comici. Ha cominciato scrivendo testi in rima (non erano vera e propria poesia!), recitati in nei cortili e nei piccoli teatri di paese con propri compagni coetanei. Continuando poi con spettacoli studenteschi, mentre sognava di diventare bravo e divertente come i clowns che lo entusiasmavano al circo.
La bio completa sul suo sito ufficiale: http://www.immaginariodiario.it/content/

Simonetta Met Sambiase presenta il Premio Sgarrupato e il SELF- Secondigliano Libro Festival

marcellodorta, golem femmina, il golem femmina Un anno fa moriva Marcello D’Orta. Nel quartiere napoletano di Scampia, un premio alla sua memoria. Sulla dimora ospitale delle Carte Sensibili. Buona lettura.

CARTESENSIBILI

CONCORSO SELF def. .

Quanti anni sono passati dal libro di Marcello D’Orta sulla capacità di lottare contro le “scarrupaggini” della realtà sociale dei bambini di una piccola cittadina partenopea? Quindici anni. E il suo autore se ne andato giusto un anno fa. La sua opera letteraria non rientrava in nessuna classificazione (Filosofia? Didattica? Letteratura? Diario scolastico?), ma ricordiamo che: Fu un successo di vendita e di critica; fu trasformata in un film diretto da Lina Wertmuller; e ancor di più, il suo titolo è diventato una locuzione, un modo di dire identificante: “Io? Speriamo che ora me la cavo…”.
In memoria dello scrittore, è nato un premio, Il “legato ad un progetto ambizioso assai”, il SELf, Secondigliano Libro Festival.
Secondigliano è un grosso quartiere partenopeo, una cerniera popolata e popolare fra l’ultima collinetta della città e la sterminata rete dei paesini della prima periferia della metropoli. Una parte si compone…

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Sentieri Letterari – Il Magazine –

 

 

 

 

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Per chi ha ancora le parole

comunichiamole a gesti,

nelle orbite dei saluti, nell’aria degli abbracci

da uomo a te, da giovane a nomade ….

(S. Sambiase)

 

 

 

 

 http://issuu.com/sentieriletterari/docs/rivista_issuu

Una redazione culturale di giovanissimi , ma giovani – giovani –  giovani –  non pseudogiovani over trenta come spesso accade nel mondo rallentato della cultura poetica o forse della cultura italiana in genere, fermo restante le canoniche eccezioni che confermano la regola, naturalmente. Questi giovani redattori – vi raccontavo –  dapprima hanno messo su e curato un bel blog sulla piattaforma Blogspot poi hanno creato anche una magazine mensile su Issuu. In alto a questo articolo trovate il link di riferimento. L’editoriale informa che il primo numero è dedicato al Progresso. Una gran sostantivo, il progresso, fin troppo mobile negli ultimi secoli, è forse giusto che se ne riapproprino i giovanissimi   (del progresso) che magari lo utilizzeranno con un po’ più di sale in zucca, riposizionando lo strumento progresso nella stadera del bene e del meglio e non in quella del necessario e dell’ineluttabile. Che si possa arrivare alla costruzione di uno spazio umano “in progress” dove la grammatica essenziale sia dialogante attraverso le  generazioni e i continenti. Questo “potrebbe essere” il progresso futuro delle genti, delle sequenze impreviste di buonsenso concatenate oltre le parole e i proclami di progresso. Un luogo “condiviso da tutti gli umani, dove è possibile tessere, continuamente e a vari livelli, legami di ospitalità reciproca tra tutti, uomini e donne, indipendentemente dalle loro tradizioni, appartenenze locali, razza o età” (L. Irigaray). Ci si aspetta così tanto da una magazine su una piattaforma gratuita? Si. Radicalmente tanto come il tanto da consegnare ad un giovanissimo, l’immenso cambiamento della nuova generazione che altrimenti finisce schiacciata dalla vecchia. Tanto quanto e altro ancora, è Cultura non può che essere ambiziosa. Auguri Sentieri Letterari, buon lavoro e buon progresso.