L’Anno del Gallo italico.

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Il Gallo aprirà  domani dalle ore 1.08  il Capodanno Cinese  che cade sempre alla seconda luna nuova dopo il solstizio d’inverno. Questo universale animale da cortile, o precisamente il suo simbolo astrologico, comincerà il suo dominio astrologico per tutto l’anno.  Antigone la contraria ha letto che nella simbologia orientale  il gallo viene considerato un potente amuleto contro le forze occulte della mente. C’è da sperare che esso possa influenzare anche quest’altra parte del mondo e che possano essere tirate vie  non tanto le forze occulte, che in letteratura comune sembrano circostanziali di  sette religiose o massoniche, ma quelle esplicite delle menti  in disuso per cronico scetticismo, rassegnazione e accidia. Pare che il padrone oroscopico di quest’anno “porti con se fierezza, franchezza, coraggio di esporsi con una fiducia illimitata nelle proprie risorse, sospinto dall’ambizione verso traguardi sempre più alti . (Laura Tuan). La franchezza è insindacabilmente la qualità che dovremmo importare in questo (strano) Paese che grida sempre che è ora di cambiare e poi si trasforma con la lentezza di una lumaca al bar. Paese  furbo nella sua accezione negativa, come quando per portare ascolti e sponsor ad un festival nazional popolare di canzonette, mette sul palco il figlio di un boss della camorra. Onestissimo e talentuoso, per carità. Mai le colpe dei padri debbono ricadere sui figli, ma vuoi mettere che orgoglioso momento di spettacolo si poteva trasmettere se su quello stesso palco si invitava anche Roberto Saviano? Esser franchi non è una richiesta, ma una locuzione che apre le parole alla verità, quella sgradevolmente vera. Siamo franchi e franche quando non ne possiamo più di aver dovuto mangiare tutta la sabbia dove si è ficcato il nostro collo, e allora mitragliamo e cannoneggiamo verità nude e crude. La verità fa scoppiare le guerre e pare che per rimediare a ciò abbiamo inventato la diplomazia internazionale che invece non le fa mai accadere, come ben si vede da quando esiste il racconto della storia umana. Ad esser franchi forse (forse) si può vendere qualche libro di denuncia. Antigone la contraria ad esempio, vuole comprare l’ultimo di Emiliano Fittipaldi, Lussuria, dove si scrivono delle verità sulla cupola di potere che nasconde gli abusi pedofili di una parte ingiustificabile del clero cattolico. Fittipaldi è un gallo cinese quando scrive, con il coraggio di esporsi con una fiducia illimitata nella verità, che “in Vaticano ci vorrebbe un direttore del personale più accorto. Papa Francesco è un abile comunicatore, ma all’atto pratico non ha fatto nulla. Solo operazioni di facciata: ha istituito una commissione antipedofilia che non ha potere di indagine. In compenso uno degli “insabbiatori” (delle indagini sulla pedofilia) il cardinale honduregno Maradiaga, il papa l’ha nominato suo consigliere”. E ci vuol del coraggio a tirar fuori dalla santità comunicativa l’attuale pontefice. Un coraggio da gallo Asterix, per finire in leggerezza, con la sua indomita anarchia anti-colonizzazione romana. Per estensione, c’è anche il ruolo del franco tiratore, che quando decide di entrare nell’ombra della zona d’ombra politica riesce anche a far cadere “inciuci” di una certa qualità. L’auspicio di quest’anno gallico e gallinico potrebbe generarsi dall’insospettabile franco tiratore che è in ogni uomo e donna di buona volontà, e che dovrebbe quest’anno uscire fuori dalla zona di sicurezza e finalmente dire e pretendere di ascoltare solo la verità. Anche solo per un anno ogni dodici. Meglio dodici mesi ogni cento e rotti che non farlo mai.

riferimenti
intervista di Federica Furino a Emiliano Fittipaldi
su Gioia n4\2017

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“Meglio il mio cane”. L’insensibilità come passaporto dell’egoismo.

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Non me ne vogliano i possessori di mici e di cagnolini, di tartarughine marine e di canarini e passerotti per il tema di questo articolo. Escludendo le tartarughe ho avuto in casa ognuna di queste specie di animali da compagnia.  E ne ero affezionata. Chiudo la divagazione ritornando alle parole  “animali” e “compagnia” , ottimo binomio di presentazione per loro, gli animali di compagnia. Ci aggiungo anche la gioia che può portare il possesso esclusivo della loro vita, perché dal  padrone essi non potranno mai emanciparsi e forse nemmeno lo vogliono (a parte i pennuti alati che un volo nell’azzurro magari se lo farebbero volentieri). E in tempi di difficoltà comunicativa, e forse emozionale, gli animali di compagnia continuano invece ad essere semplici di modi e di manovrabilità, offrendo in cambio di poco un tempo calmo e piacevole. E a loro ci si dedica sempre più a giudicare dallo spuntare, come funghi dopo la pioggia, di catene di supermercati che vendono ogni carabattola possibile, dal guinzaglio swarovski alla doccetta biologica. Dove c’è richiesta c’è mercato, questa è la banale verità.  E niente è mai abbastanza per “i piccoli amici” da una parte all’altra del globo occidentalizzato. Sono essi gli affetti consolatori di tutti e offrono perfino pacate conversazioni fra conoscenti ed estranei appena incontrati nel parco cittadino; li si vezzeggia e li si mette in alto nella propria piramide sentimentale. Così non ci si stupisce che quando quest’estate è morta Katie, la cagnetta di Nicholas Kristof, opinionista del New York Times, questi ha pubblicato un piccolo arrivederci nel blog del giornale e ha  ricevendo un “diluvio di toccanti condoglianze” da parte dei lettori. Facendone nascere in lui un lungo dubbio. Perché Kristof lo stesso giorno del cagnologio aveva pubblicato un lungo articolo sulle sofferenze della popolazione siriana durante questa estenuante guerra civile tutt’ora senza soluzioni efficaci di pace e i commenti arrivati non erano stati né torrenziali né empatici come quelli per la cagnetta. E l’autore ci ha riflettuto su a lungo, soprattutto su quel commento in cui si faceva intendere che i problemi degli arabi se li risolvessero gli arabi da soli.  Il distacco dell’anima empatica degli uomini. Un cane è un cane, “But, in fact, as even dogs know, a human is a human” si è chiesto Kristof sul suo blog.  Non è che si possa tutti insieme mettersi sulle spalle il mondo (He Jude, don’t carry the world upon your shoulders) e finché non tocca a noi meglio non impicciarsi. Molto meglio la tranquillità del mondo in un solo guinzaglio e nella nostra paura che possa scapparci via di mano. Una parte importante di empatia verso la comunità umana forse non si mai costruita, e chissà se in futuro si potrà costruire. A suon di bombe o di pressioni economiche,  si continuano a mettere paletti e confini fra gli uomini e donne, costringendoli (e costringendosi) in etichette mordi e fuggi o in centenari stereotipi di genere sociale. Il qualunquismo è il libero arbitrio del tempo umano. C’è da sottrarre a questo “valore” l’istinto di sopravvivenza e la paura del futuro che concediamo quali parti vive di tutta l’esistenza. C’è però da aggiungere la faciltà con cui si delegano le vicende degli altri ad altri. A meno che non si tratti di orsetti intrappolati o camosci che scampano ai cacciatori. O di cani e gatti che passano a miglior vita. Lì si è pienamente solidali con il dolore del padrone.
L’articolo di Kristof è andato on line il 18 agosto. Buona lettura.

 

 

Accadde un mercoledì. Alain Melò, la memoria e il mouvement coopératif

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Alain Mélo conobbe la sua prima cooperativa a sei anni, quando accompagnò  il padre al lavoro nella tipografia cooperativa di Bellegarde. Il suo interesse per i collettivi cooperativi lo coinvolse sempre più fino agli anni ’70, “periodo fausto del movimento di ritorno alla terra”, durante quale frequentò numerose comunità francesi, dalla  Savoia al Centro del Paese, per poi decidere di fermarsi ad occuparsi stabilmente di quel mondo diventando l’archivista intercomunale della Fraternelle di Saint-Claude. La Fraternelle E’ uno luogo storico immenso.  Ed ancora in cerca di spazio: la Fraternelle a tutt’oggi accanto al suo archivio storico è un luogo dove la vita sociale si immerge di mondo e di arte, con il suo teatro, il suo cinema, il suo jazz bistrò e perfino la sua tipografia dove si stampano libri. E’ una realtà di resistenza attiva\passiva all’inerzia a certa  comunicazione globalizzatante dove le radici e il vivere sociale sono spazzati via da (non) valori di distacco. Mélo sarà a Reggio Emilia questo mercoledì presso lo spazio di via Selo, nel cuore della Cooperativa di Mancasale e Coviolo per raccontarci lo stato delle cose “dalla casa del popolo” in Francia. Siamo tutti invitati\e. 

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riferimenti in rete

http://www.maisondupeuple.fr/

http://villacougnet.it/041210

Antigone l’eterna: La parola contraria di Erri De Luca

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Domani si potrà leggere in Italia “La parola contraria” di Erri De Luca. Il libro è stato già pubblicato in anteprima in Francia, dove l’intellettuale partenopeo ha ben altro trattamento di favore e di stima rispetto al nostro Paese che il 28 gennaio lo manda a processo con l’accusa di aver rilasciato, in un’intervista, delle affermazioni che incitavano al sabotaggio della costruzione della Tav di Val di Susa. Incitazione verbale al sabotaggio, dunque, l’accusa verso lo scrittore. Che significa in termini legislativi? Che le parole sabotano il potere, forse. Che è ben facile lodare la libertà di pensiero ma ben altro accettarla nei propri confronti.

Non è storia passata.  Sempre e in ogni tempo di questo Paese, per il delitto di Lesa maestà si è andati al rogo. Anche adesso, il potere non vuole voci contrarie, tutti devono assoggettarsi ad un unico (non) pensiero. Non pensate con la vostra testa, pensiamo noi al vostro bene, voi non sapete quale sia il vostro bene, noi si. E mentre nei social network in maniera quasi clandestina gira un post  che segnala che la ditta che ha fatto il viadotto crollato dopo 10 giorni dal suo collaudo in Sicilia, la CMC, sia la stessa del cantiere TAV in Val di Susa, Erri De Luca affida a 64 pagine edite la sua difesa dal processo “alla libertà di parola contraria”. “Questo – racconta Erri De Luca in un’intervista esclusiva Huffpost Italia – è un processo alla libertà di parola contraria, perché la libertà di parola ossequiosa, quella che risponde volentieri, obbediente insomma agli stati maggiori dell’informazione del potere, quella invece è sempre stata libera, non è compromessa. Quella contraria no, come in questo caso, perché si tratta di PAROLA non di atto contrario. E dunque la mie parole sono state prese così sul serio e sono diventate così importanti che sono stato incriminato per queste. Le mie parole, secondo gli accusatori, hanno avuto la possibilità di istigare degli altri, cosa che non riesce nemmeno ai politici più accaniti, dunque, lo considero un premio letterario”.

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Ben triste questo premio, datogli dalla macchina strozza-dissenso del Grande Potere italiano. L’eterna condanna di Antigone.  L’eterna tirannia del potente contro chi gli dissente in nome della libertà dell’essere e soprattutto, della propria dignità intellettuale. “E uno stato che processa i poeti – scrive il giornalista Oscar Nicodemo – in sintonia col pensiero dell’illustre imputato vi sarà una massa enorme di onesti cittadini. E non sono certamente pochi coloro che, ben al di là di ogni impatto ambientale, ritengono la costruzione della Tav, osservata alla stregua delle tante opere pubbliche realizzate nell’interesse privato, soggetta ad un sistema criminale atto a produrre un fiorente mercato di tangenti. Pertanto, la sua realizzazione andrebbe, se non ostacolata, opportunamente e sacrosantamente controllata, nel suo iter burocratico ed amministrativo, punto per punto, passo dopo passo”.
“Via, siamo seri!”  – continua l’opinionista -. “Alla luce di quanto sta avvenendo in Europa e nel mondo, in considerazione della gravità di una involuzione politica e morale devastante, il processo ad un poeta dalle caratteristiche e i risvolti umani di Erri, a prescindere dalla posizione che occupa nel gradimento dei critici, appare comunque un atto tanto innaturale da far pensare ad un gesto inconsulto, come un’aggressione ingiustificabile e violenta, come un tentativo arbitrario di limitare l’altrui libertà, come il divieto assurdo del pensiero non allineato alla volontà dominante. Viviamo in un paese dove autentici traditori dello stato, delle leggi e del popolo sono dediti ad una attività “politica” per saccheggiare quanto più è possibile il denaro pubblico, senza che i miserabili di una tale sconvenienza, una volta scoperti con le mani nel sacco, perdano il diritto di cittadinanza, di voto e di libertà. Si preferisce, invece, mettere sotto torchio l’idea e l’azione di un onesto e bravo forgiatore di parole, a testimonianza di una linea di regime che non predilige il dissenso, la diversità, la protesta”.

Si, proprio così, ma Antigone non è mai morta abbastanza, e domani leggeremo il libro di De Luca e disobbediremo anche noi.

Riferimenti in rete:

http://www.huffingtonpost.it/oscar-nicodemo/stato-processa-poeti_b_6452988.html?utm_hp_ref=italy

http://www.huffingtonpost.it/2015/01/06/erri-de-luca-processo_n_6421984.html

http://iostoconerri.net