“Meglio il mio cane”. L’insensibilità come passaporto dell’egoismo.

do you care more about a dog then a refugees , il golem femmina, met sambiase, simonetta sambiase
Non me ne vogliano i possessori di mici e di cagnolini, di tartarughine marine e di canarini e passerotti per il tema di questo articolo. Escludendo le tartarughe ho avuto in casa ognuna di queste specie di animali da compagnia.  E ne ero affezionata. Chiudo la divagazione ritornando alle parole  “animali” e “compagnia” , ottimo binomio di presentazione per loro, gli animali di compagnia. Ci aggiungo anche la gioia che può portare il possesso esclusivo della loro vita, perché dal  padrone essi non potranno mai emanciparsi e forse nemmeno lo vogliono (a parte i pennuti alati che un volo nell’azzurro magari se lo farebbero volentieri). E in tempi di difficoltà comunicativa, e forse emozionale, gli animali di compagnia continuano invece ad essere semplici di modi e di manovrabilità, offrendo in cambio di poco un tempo calmo e piacevole. E a loro ci si dedica sempre più a giudicare dallo spuntare, come funghi dopo la pioggia, di catene di supermercati che vendono ogni carabattola possibile, dal guinzaglio swarovski alla doccetta biologica. Dove c’è richiesta c’è mercato, questa è la banale verità.  E niente è mai abbastanza per “i piccoli amici” da una parte all’altra del globo occidentalizzato. Sono essi gli affetti consolatori di tutti e offrono perfino pacate conversazioni fra conoscenti ed estranei appena incontrati nel parco cittadino; li si vezzeggia e li si mette in alto nella propria piramide sentimentale. Così non ci si stupisce che quando quest’estate è morta Katie, la cagnetta di Nicholas Kristof, opinionista del New York Times, questi ha pubblicato un piccolo arrivederci nel blog del giornale e ha  ricevendo un “diluvio di toccanti condoglianze” da parte dei lettori. Facendone nascere in lui un lungo dubbio. Perché Kristof lo stesso giorno del cagnologio aveva pubblicato un lungo articolo sulle sofferenze della popolazione siriana durante questa estenuante guerra civile tutt’ora senza soluzioni efficaci di pace e i commenti arrivati non erano stati né torrenziali né empatici come quelli per la cagnetta. E l’autore ci ha riflettuto su a lungo, soprattutto su quel commento in cui si faceva intendere che i problemi degli arabi se li risolvessero gli arabi da soli.  Il distacco dell’anima empatica degli uomini. Un cane è un cane, “But, in fact, as even dogs know, a human is a human” si è chiesto Kristof sul suo blog.  Non è che si possa tutti insieme mettersi sulle spalle il mondo (He Jude, don’t carry the world upon your shoulders) e finché non tocca a noi meglio non impicciarsi. Molto meglio la tranquillità del mondo in un solo guinzaglio e nella nostra paura che possa scapparci via di mano. Una parte importante di empatia verso la comunità umana forse non si mai costruita, e chissà se in futuro si potrà costruire. A suon di bombe o di pressioni economiche,  si continuano a mettere paletti e confini fra gli uomini e donne, costringendoli (e costringendosi) in etichette mordi e fuggi o in centenari stereotipi di genere sociale. Il qualunquismo è il libero arbitrio del tempo umano. C’è da sottrarre a questo “valore” l’istinto di sopravvivenza e la paura del futuro che concediamo quali parti vive di tutta l’esistenza. C’è però da aggiungere la faciltà con cui si delegano le vicende degli altri ad altri. A meno che non si tratti di orsetti intrappolati o camosci che scampano ai cacciatori. O di cani e gatti che passano a miglior vita. Lì si è pienamente solidali con il dolore del padrone.
L’articolo di Kristof è andato on line il 18 agosto. Buona lettura.

 

 

La lotta di classe fra la lepre e la tartaruga – Elogio della lentezza per la sopravvivenza sociale

Gli individui nascono e si sposano,
vivono e muoiono in mezzo ad un trambusto così frenetico
da indurti a pensare che stiano per impazzire
William Dean Howells

 

golem femmina, elogio della lentezza, simonetta sambiase

Lunedì 9 maggio si celebra la Giornata mondiale della lentezza che a molti  parrebbe una celebrazione inutile (perfino dannosa) perché i cosiddetti “fast thinkers” paiono aver conquistato il mondo e lo stanno anche governando alla stregua dei peggiori monarchi assolutisti della storia passata. Il culto della fretta e della sovrapproduzione è il nuovo riferimento spirituale di questi tempi moderni. Klaus Schwab, fondatore  del Forum economico mondiale scriveva nel 2004: “Passiamo da un mondo in cui i grandi mangiano i piccoli a un mondo in cui i veloci mangiano i lenti”. A tutt’oggi,  la parola d’ordine della maggior parte dei nuovi contratti lavorativi nazionali è “produttività”. Lavora di più e produci di più, non importa se la produzione finale è frettolosa anche nella gestione della qualità, ciò che conta è che hai prodotto di più e che hai consumato più tempo a produrre cose di cui non se ne ha mai a sufficienza pur non avendone bisogno. Primo esempio sott’occhio: quanti nuovi modelli di cellulari ha prodotto quest’anno la Samsung? Ne ha sfornati così tanti perché la comunità internazionale ne aveva bisogno per continuare a sopravvivere ai cambiamenti climatici? Ha poco senso. Anche non pensare ai danni che ci arrechiamo noi stesse\i quando avalliamo questo tipo di accelerazione consumista. E quando si ascolta il ritornello mediatico che bisogna sacrificarsi per uscire dalla crisi che ormai è sistematica, producendo di più per meno salario e immolando il proprio tempo e la propria vita perché lo stato sociale sta crollando e non si possono più tenere aperti gli ambulatori e i pronto soccorso e colmare le buche sulle strade provinciali, dovremmo ricordare quante volte negli ultimi anni i quadri, i dirigenti, i direttori generali e tutta la classe politica dominante hanno cambiato il loro parco macchine, comprando suv e berline nuove di zecca con i sacrifici dei loro dipendenti dai livelli d’inquadramento più bassi. (E’ evidente che la durata massima di operatività per una flotta aziendale non debba superare i 24 mesi, altrimenti potrebbe sovvertirsi l’ordine sociale del capitalismo mondiale). E sempre sulla produttività e sulla velocità e sui sacrifici richiesti alle classi dei lavoratori non autonomi, bisognerebbe ricordare bene le lunghe liste di quegli imprenditori che hanno nascosti i profitti di quei sacrifici nei paradisi fiscali, e che sono ben lungi da riportarli a casa e nei contratti integrativi dei loro dipendenti. E allora è importante innestare nelle nostre vite “l’elogio al rispetto verso gli altri”, più che alla lentezza. Strafottersene della cultura del “lavora fino a crollare”, se il lavoro ti fa restare povero lo stesso perché i capitali prodotti sono già stati presi e portati via e tu resti indaffarato, aggressivo, frettoloso, snervato e pronto a crollare. Perché  se poi crolli,  crolli da solo\sola. Questo è il  Paese dove la riforma delle pensioni Fornero ha creato la più grande ingiustizia sociale verso intere classi di cinquantenni che non usciranno mai dal lavoro se non con pensioni da fame e di ventenni che non entreranno mai nel sistema pensionistico. Potresti restare sola\solo in un Paese dove le uniche pensioni degne di questo nome sono date a quella stessa classe dirigente che cambia il parco macchine ogni 24 mesi. E che impone sacrifici di tempo e lavoro continuamente, anche dal mare salato delle loro vacanze esotiche di un Ferragosto tropicale, mentre l’accelerato lavoratore sta cercando di sopravvivere ai 47 gradi percepiti negli spogliatoi aziendali mai ventilati abbastanza. “Ma la fretta è la politica migliore?”. L’evoluzione si basa sul principio della sopravvivenza della specie che più si adatta non quella che corre più veloce (le cavallette se no governerebbero la Terra).  Sopravvivono e si riproducono più facilmente gli individui che hanno raggiunto un migliore adattamento all’ambiente in cui vivono, e che quindi sono favoriti nella lotta per l’esistenza. “Il capitalismo moderno genera un benessere straordinario ma divora le risorse naturali più rapidamente di quanto Madre Natura riesca a sostituirle. I lunghi orari di lavoro ci rendono malati, infelici, poco produttivi e soggetti a sbagliare. Gli ambulatori dei medici generici sono gremiti di pazienti che lamentano sintomi legati allo stress: asma, insonnia, emicranie, ipertensione e disturbi gastrointestinali, per citarne solo alcuni”. E la sanità italiana costa sempre di più ed è sempre più lenta. Anche nel riconoscere le malattie professionali. Quindi lavoriamo di più e guadagniamo meno, trascuriamo noi stessi fino a sfinirci, trascuriamo affetti e viviamo in superficialità le relazioni perfino all’interno dei nostri affetti perché non abbiamo “abbastanza tempo”. E se poi qualcosa dentro il corpo si spezza, finiamo anche per lasciarli orfani quegli affetti. Orfani che dovranno imparare a sopravvivere in un mondo squalo che apprezza la “morte da superlavoro” soprattutto quella degli altri. Non è mai troppo tardi per fermarsi un’ora . “Fermati. Per un momento. Prima di andare.\Ascoltiamo le grida d’amore\o le grida d’aiuto\il tempo trascinato nella polvere del mondo\se ti fermi e ascolti non sarai mai perduto ” ha scritto il poeta Roberto Roversi ed aveva ragione.

 

  • le citazioni dell’articolo sono tratte dal libro di Carl Honoré, Elogio della lentezza.
    rallentare per vivere meglio, (2004)

 

 

ELOGIO DELLA LENTEZZA

Mi fermo un momento a guardare
Non correre. Fermati. E guarda.
Guarda con un solo colpo dell’occhio
la formica vicino alla ruota dell’auto veloce
che trascina adagio adagio un chicco di pane
e così cura paziente il suo inverno.
Guarda. Fermati. Non correre.
Tira il freno alza il pedale
abbassa la serranda dell’inferno.
Guarda nel campo fra il grano
lento e bianco il fumo di un camino
con la vecchia casa vicina al grande noce.
Non correre veloce. Guarda ancora.
Almeno per un momento.
Guarda il bambino che passa tenendo la madre per mano
il colore dei muri delle case
le nuvole in un cielo solitario e saggio
le ragazze che transitano in un raggio di sole
il volto con le vene di mille anni
di una donna o di un uomo venuti come Ulisse dal mare.
Fermati. Per un momento. Prima di andare.
Ascoltiamo le grida d’amore
o le grida d’aiuto
il tempo trascinato nella polvere del mondo
se ti fermi e ascolti non sarai mai perduto.

Roberto Roversi

Je suis l’umanità indifesa – di Gassid Mohammed

“Il silenzio delle loro morti mi assilla le orecchie”

JE SUIS L’UMANITà INDIFESA, VIOLENTATA E DIMENTICATA

di Gassid Mohammed

la vignetta che mi ha più commosso nella mia vita (G. M)
la vignetta che mi ha più commosso nella mia vita (G. M)

Non esiste nessun uomo sulla faccia della terra che abbia più valore di un altro. Nessuno ha più dignità di un altro. Siamo tutti umani allo stesso livello, e tutti abbiamo il sangue rosso e le ossa bianche. Tutti aspiriamo ossigeno ed espiriamo anidride carbonica. Nessuno toglie la sete con l’olio ma con l’acqua, e nessuno cammina in aria o sull’acqua ma sulla terra.

Scrivere questa cosa è una banalità, mi direte, sono cose ormai ovvie, e che nessuno è contrario a ciò.

Che l’epoca di Hitler è ormai tramontata, e che il sole dell’umanità è sorto su di noi.

E invece non è così.

Se siamo tutti d’accordo su ciò con le parole, non lo siamo con il cuore e soprattutto con gli atti e gli atteggiamenti.
Da quando mi sono reso conto d’essere un uomo simile ed eguale a tutti gli altri, ho cominciato a sentirmi un filo intrecciato con tantissimi altri fili che formano una rete tanto sottile e delicata quanto una ragnatela, ma tanto forte quanto la stessa ragnatela per un ragno. Questa grande rete si chiama umanità, un concetto che va al di là delle religioni, delle nazioni, del coloro e di qualsiasi altra cosa. Non si può affatto sostenere che, durante le epoche, questa rete era stata solida e ben intrecciata, anzi, la storia ci dimostra che l’umanità era stata sempre lacerata e smembrata. Ci sono state sempre categorie di persone che si sono fatte tracciare una rete al di sopra di altre reti di persone indifese, deboli, sfruttate e schiavizzate. Ci sono stati sempre soprusi e ingiustizie, ci sono state guerre le cui vittime era spesso la gente semplice e sfruttata. La storia ci dimostra tutte queste mostruosità, e ne siamo ben coscienti, anzi, paradossalmente noi, gli uomini di oggi rigettiamo e condanniamo spesso gli uomini del passato che avevano commesso questi crimini. L’uomo del terzo millennio, istruito e colto, evoluto e tecnologizzato al massimo, che colpevolizza la mentalità criminale dell’uomo del passato, a mio avviso, è ancora peggio di lui. E dico che siamo peggio perché nonostante il nostro alto livello di istruzione e di cultura e nonostante supponiamo d’essere umani, noi ci comportiamo come loro, seguendo la loro stessa logica criminale, soltanto che lo facciamo in modo molto evoluto e tecnologico. L’unica differenza tra l’uomo del passato e l’uomo di oggi è il metodo seguito per arrivare ai propri scopi. L’uomo di oggi considera sé stesso sulla cima della scala umana, invece è davvero nell’abisso della disumanità. Alcune categorie, come Al-Qaeda o l’ISIS , si atteggiano esattamente come l’uomo del passato, con la stessa mentalità criminale, indossando un turbante ed eseguendo i loro crimini con la spada. In questa maniera costringono le persone a seguire la strada che tracciano loro e che ritengono sia la migliore. Un’altra categoria, le potenze mondiali che non c’è bisogno di nominarle, si comportano esattamente come gli uomini del passato e come l’ISIS, soltanto che loro lo fanno con abiti e cravatte molto eleganti, e con pulsanti e parole. Parole con cui si riempiono la bocca, come libertà, democrazia e diritti umani, ingannando la gente ingenua e guidandoli sulla strada che tracciano loro.

(c) Gastòn Ugalde
(c) Gastòn Ugalde

Non sono né un teologo musulmano né quantomeno un teologo cristiano. Vorrei però dare un’interpretazione umana e sociale al messaggio principale dei due più grandi rivoluzionari della storia umana: Gesù e Maometto.

Credo profondamente che lo scopo principale delle religioni non sia creare regni nei cieli, non edificare paradisi e terre promesse, bensì, lo scopo è creare un regno di giustizia, pace e amore sulla terra. Non ho nessuna intenzione di negare l’aldilà, non ne sono capace. Ma so, in quanto un essere umano, che la grande preoccupazione dell’uomo è stata sempre la vita dopo la morte. L’uomo sa benissimo che la vita sulla terra è effimera, perciò volge lo sguardo verso quell’ignoto che lo aspetta. Per questo tutti i profeti hanno portato delle leggi e hanno promesso per chi le rispetta una vita meravigliosa dopo la morte, un regno di Dio, dei paradisi con delle delizie introvabili sulla terra. Chi le trasgredisce invece avrà una pena eterna. La gente è stata sempre attirata da questa visione meravigliosa del regno promesso. Ma qual è il prezzo di questa meravigliosa terra promessa? Se osserviamo le leggi religiose che l’uomo dovrebbe rispettare per meritare il paradiso promesso, troviamo che tutte parlano di giustizia, amore, fratellanza e pace. Se effettivamente queste leggi vengono rispettate si crea, di conseguenza, un regno meraviglioso sulla terra. Non sarà, forse, questa la terra promessa?
Infatti, Gesù, ad esempio, dopo aver dettato i suoi precetti disse ai seguaci: “Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli”.
Qual è il messaggio finale di Gesù? Gesù è stato un grande rivoluzionario contro le ingiustizie sociali, e ha cercato, con le sue parabole e i suoi precetti, di creare una società migliore, basata principalmente sull’uguaglianza, sulla fratellanza, sulla pace, sull’amore e sulla giustizia. Penso che a lui, come a Maometto, interessa di più costruire questa società sulla terra piuttosto che nei cieli.
Ecco, osserviamo alcune sue parole, riportate nel Vangelo secondo Matteo:
“Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha
qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono”. Chiaramente Gesù ci sta dicendo che il rapporto di fratellanza tra le persone equivale al rapporto tra la persona e Dio. Amare il prossimo è un concetto centrale nel messaggio di Gesù. Il suo primo obbiettivo era edificare gli spiriti delle persone, seminare l’amore per il prossimo, per la giustizia e per il bene nei loro cuori. Ecco un altro passo meraviglioso sulla giustizia:
Ecco il mio servo, che io ho scelto/ il mio amato, nel quale ho posto il mio compiacimento/ Porrò il mio spirito sopra di lui/ e annuncerà alle nazioni la giustizia/ Non contesterà né griderà/ né si udrà nelle piazze la sua voce/ Non spezzerà una canna già incrinata/ non spegnerà una fiamma smorta/ finché non abbia fatto trionfare la giustizia/ nel suo nome spereranno le nazioni”.
Un altro passo recita:
Beati quelli che sono nel pianto/ perché saranno consolati/ Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra/ Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia/ perché saranno saziati/ Beati i misericordiosi/ perché troveranno misericordia/ Beati i puri di cuore/ perché vedranno Dio/ Beati gli operatori di pace/ perché saranno chiamati figli di Dio/ Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.”
Vediamo che le promesso ai beati hanno l’obiettivo di purificare l’animo umano, di costruire un individuo giusto, misericordioso, puro di cuore, sensibile alle afflizioni degli altri e operatore per la pace. Non è l’uomo ideale e perfetto?
La grande paura di Gesù era per  coloro che “guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono”, e in questo si compie la profezia di Isaia:
Udrete, sì, ma non comprenderete/ guarderete, sì, ma non vedrete/ Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile”.

L’insensibilità dei cuori delle persone, in effetti, è il problema centrale del nostro tempo.

(c) Tomaso Albertini
(c) Tomaso Albertini

Tale insensibilità oggigiorno la chiamiamo indifferenza, che è l’epidemia più pericolosa che possa mai colpire l’umanità.  E’ davvero il cancro che divora le cellule umane e ci rende disumani e criminali pur essendo vittime. Perché allora non considerare il sacrificio di Gesù, la passione e la crocifissione, come un movente per togliere questa indifferenza dai cuori delle persone? Possiamo considerare questo sacrificio come una sorgente di passione che è stata sempre, e sta tuttora, nei cuori dei veri seguaci di Gesù. Spesso l’uomo ha bisogno di una colpo forte, di un esempio dal vivo per svegliare la sua coscienza e l’aspetto buono della sua umanità. A volte il leader rivoluzionario, per far riuscire la sua rivoluzione, si trova costretto a sacrificare la propria vita. Forse il peccato originale che Gesù ha cercato di redimere è quella indifferenza, quel egoismo insito nell’animo umano, ha cercato di salvare l’uomo da sé stesso sacrificando la propria vita. Un simile gesto lo fece anche l’Imam Hussein bin Ali, il nipote del profeta Maometto. (Vedi: Battaglia di Kerbala su Wikipedia). L’Imam Hussein si ribellò contro Yazid ibn Mu’awiya perché questi  cominciò a demolire i precetti del profeta Maometto. L’Imam Hussein allora si ribellò conto le ingiustizie sociali. Il suo esercito, se si può chiamare tale, contava settantadue persone, mentre quello dei suoi nemici contava migliaia e migliaia di soldati. Non era di fatto una guerra, era semplicemente un sacrificio che fecero l’Imam Hussein e i suoi compagni, che  svegliò la coscienza della gente, la quale si ribellò contro Yazid ibn Mu’awia e il suo regime. Fino ai giorni nostri l’Imam Hussein è considerato un simbolo della ribellione contro qualsiasi ingiustizia, e il genocidio di Kerbala come emblema della vittoria del sangue sulla spada. Gandhi, ad esempio, disse: “ho imparato da Hussein come essere oppresso per ottenere la vittoria”.
Ora se osserviamo il messaggio di Maometto lo troviamo simile a quello di Gesù, tant’è vero che Maometto riconosce Gesù come fratello. Anche Maometto, a sua volta, era un grande rivoluzionario, e, infatti, i suoi primi seguaci furono gli schiavi e i più deboli della sua società, perché lui proclamava l’uguaglianza tra gli esseri umani. I potenti, invece, hanno contrastato il suo messaggio proprio perché toglieva loro tutti i loro prestigi, li riduceva uguali ai loro schiavi. Maometto ha cercato di costruire una società basata sull’uguaglianza nei diritti e nei doveri, sulla giustizia, sulla fraternità, sull’amore, sulla pace e sul rispetto. Rispetto anche per i seguaci delle altre religioni, tant’è vero che uno dei suoi famosi detti recita: “chi fa male a un Dhimi fa male a me”. I Dhimi erano le genti del libro, cioè i cristiani e gli ebrei. Un altro detto recita: “tutti siete discendenti di Adamo, e Adamo è creato dall’argilla”, cioè nessun uomo ha più valore di un altro, ma sono tutti uguali, a prescindere del colore, della statura, della ricchezza o di qualsiasi altra cosa. Un versetto del Corano recita:
O uomini, vi abbiamo creato da un maschio e una femmina e abbiamo fatto di voi popoli e tribù, affinché vi conosceste a vicenda. Presso Allah, il più nobile di voi è colui che più Lo teme”.
Tutti gli uomini, dunque, sono uguali, i più nobili sono coloro che temono Dio di più.

Ma cosa vuol dire temere Dio?

Vuol dire rispettare le sue leggi, i precetti che Maometto ha ricevuto da Dio. Tutti i precetti che ha portato Maometto incitano l’uomo a non fare ingiustizia, ad amare il prossimo, ad essere misericordiosi, ad aiutare gli altri, a non considerarsi superiore agli altri, a non essere egoisti, a non essere indifferenti alle afflizioni degli altri, a non rubare, non uccidere ecc. Maometto, come Gesù, promette a chi non rispetta questi precetti un inferno eterno, invece promette un paradiso di delizie inimmaginabili per chi li rispetta. Ma chi rispetta questi precetti non sarà forse un uomo ideale e perfetto? Possiamo concludere con facilità che anche Maometto ha l’obiettivo di creare una società migliore, proprio sulla terra e non in un altrove di cui nessun ha ancora sperimentato niente.
Questa società che ha voluto creare i profeti, e che oggigiorno vorrebbe creare l’uomo del terzo millennio con le sue leggi, non è ancora per nulla realizzata, anzi, forse sta andando sempre verso il peggio. Il sacrificio di Gesù, la fatica di Maometto e il sacrificio di suo nipote e di tanti altri ancora, nulla è  riuscito a salvare davvero l’umanità da sé stessa, dal suo egoismo e dalla sua indifferenza.

Il mondo di oggi è diviso in diverse categorie: una categoria uccide in nome di un Dio sanguinario che non ha nulla a che fare con il Dio di Gesù e di Maometto. Una categoria che uccide in nome di valori umani di cui non ne ha la minima idea, ma li usa soltanto per realizzare i suoi interessi. Queste due categorie sono quelle dei puri criminali. Un’altra categoria, pur non commettendo crimini con le proprie mani, è criminale lo stesso, per via dell’indifferenza. Una categoria vittima delle prime tre. E un’ultima categoria, un piccolissimo gruppo che combatte tutte le altre categorie, e ha tutto il mondo contro, e che viene a volte uccisa, o tuttavia sommersa dall’ombra della grande massa indifferente.
La maggior parte delle vittime delle due categorie criminali vengono spesso uccise due volte: una quando le si toglie la vita, un’altra quando la loro morte si dissolve e sparisce nel silenzio e nell’indifferenza della maggioranza. Vivono come uomini di secondo livello e muoiono nello stesso livello: anche nella loro morte non hanno la stessa dignità degli uomini del primo livello, nonostante davanti alla morte siamo tutti uguali. Ecco perché dicevo all’inizio che se siamo d’accordo sull’uguaglianza della dignità delle persone con le parole, non lo siamo con i cuori, ma soprattutto con gli atti e gli atteggiamenti.
Per dodici persone, nell’attentato a Charlie Hebdo, uccise dai terroristi è stato scosso il mondo, e i leader dei più grandi e potenti paesi, al di là di chi sono davvero e di quale pasta sono fatti, sono andati a partecipare alla marcia repubblicana, come risposta all’attentato. Ma non solo, migliaia e migliaia di articoli sono stati scritti su questo evento, e milioni e milioni di persone avevano proclamato: “Je suis Charlie Hebdo”. Soltanto un giorno dopo questo attentato ci fu  una strage in cui si contarono duemila vittime: Boko Haram attaccò la città di Baga e la ridusse in ceneri. Il massacro di migliaia di innocenti accaduto alcune ore dopo quella di Parigi è stato sommerso dall’ombra della strage di Charlie Hebdo. In quella città devastata non c’è andato nessun leader, non c’è stata nessuna marcia e nessun cartello con la scritta “Je suis …”. Questo evento ha messo a nudo il fatto che ci siano davvero delle categorie di uomini di primo livello e altre molto sotto. Lo stesso avviene quando un occidentale viene catturato e ucciso dai terroristi in Siria o in qualche altro paese infernale, viene scosso il mondo, e invece il mondo dorme sonni tranquilli per le centinaia di migliaia di persone che vengono trucidati in Siria o altrove.

Il 12 giugno 2014 in Iraq sono stati massacrati dai terroristi dell’ISIS 1700 perone innocenti, eppure non se n’è parlato proprio, e non c’è stato nessun “Je suis”.

E proprio due giorni fa, a Garissa, i terroristi di Al-Shebaab hanno massacrato 148 vittime innocenti, e il silenzio sulle loro morte mi assorda le orecchie. C’è un atroce differenza nella dignità dei vivi, e ancora più atroce la differenza nella dignità dei morti. Certi morti vengono esaltati alle stelle, altre invece vengono avvolte nel sudario del silenzio e dell’indifferenza mondiale. E non solo, come scrive Igiab Scego, le foto dei morti, in Africa, in Siria, in Iraq e in altri posti, vengono pubblicate e condivise suoi social network senza alcuna considerazione di loro o dei loro cari, mentre le foto delle stragi di Parigi o dei bambini di Sandy Hook non vengono affatto esposte.
Dobbiamo essere umani, valorizzare l’uomo per sé e non per l’appartenenza religiosa o geografica, per lo status, per il colore. Dobbiamo esseri umani di pari umanità. Per questo vorrei dire:

Je suis gli ebrei uccisi nella shoah, je suis l’umanità ridotta a zero nei campi di sterminio, je suis i palestinesi, scacciati, violentati e uccisi da lunghi anni, je suis gli iracheni, musulmani, cristiani, yazidi siano, che da lunghissimi anni convivono con la morte, je suis i siriani, uccisi o  scacciati  dalla loro terra, je suis i nigeriani uccisi o indifesi, je suis i keniani, uccisi con i loro sogni, je suis i giornalista di satira, il cui sangue ha colorato le penne, je suis le vitte della multinazionale “Monsanto” in Sud America e ovunque al mondo, je suis tutte le vittime, di qualsiasi paese, colore, religione, credo, ideale.

Je suis l’umanità indifesa, violentata e dimenticata.

Gassid Mohammed

riferimenti in rete

http://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Kerbela

http://it.euronews.com/2015/01/15/nigeria-massacro-di-boko-haram-devastante-modifica-immagini-satellitari/

Blocchi di Dio nel deserto

 

narrow, sinai,

Se cercare Dio nel deserto del Sinai non è difficile adesso, dev’esser stato ancor più possibile nei millenni passati. E’ polvere rossa ogni pulviscono di terra che poggia sotto i piedi, le montagne sono né alte né basse e tutte hanno la perfezione di un geometrico ordine naturale equilaterale, e forse da questo sono nate le Piramidi non da altro. Nessuna isola d’acqua, al di là dei recinti per turisti formati dai grandi parchi naturali. E il vento oscilla  costante, non ti abbandona mai, come il dubbio galileiano per cui si subisce l’inquisizione (io amo il vento caldo, l’ostro che depenna dalle mie ossa l’umido padano). I sensi subiscono l’esatto contrario dell’atrofia nel deserto,  si ampliano e riscuotono quello che l’istinto reclama insolvente per tutta la vita consumista, la purezza dell’ascolto, la vita naturale, limpida ma deprivata dalla fortuna della vegetazione , per questo preziosa all’animale umano  che immagina di sopravvivere e trova qualcosa di inaspettato ad attenderlo.

Quando finalmente le guide stanno zitte, smettendo di raccontare come il governo egiziano abbia fatto questo o quello, e finiscono di spennare i viaggiatori con storie tagliafiato di poveri bambini beduini che finalmente ora vanno a scuola, ma voi comprate la paccottiglia se no il capo tribù che vi sta facendo il te non può comprare le provviste per la tribù di cento anime almeno, allora puoi diventare deserto, puoi attendere che ciascun terminale di materia vivente si impossessi di te, puro lui, pura tu. Il vento continua, il caldo dilata e tutt’intorno il colore della ruggine ad attendere i tuoi passi. Nessuno, hanno anche tolto gli scorpioni, pare. Hai voglia di cambiar nome, di farti chiamare penitente, pellegrina perfino samaritana perché il luogo ti assidera la mente e l’arsura ti necessita per vivere e compiere le risposte a domande che da decenni non ti facevi più. E finisci per ricordare le vecchie storie che sentivi in chiesa, e usare quell’aggettivo non è sacrilegio perché lo sommi con il volto di tua nonna che da sola, avrebbe potuto riscrivere uno o tutti e due Testamenti a memoria. Se Dio c’è allora è lì che riesco a farmi la domanda. E quando con un pulmino  – guidato da un autista che in un paese occidentale dovrebbe lavorare una vita intera per pagare le multe di tutte le infrazioni di tutti i codici della strada dalla pelle bianca –  dicevo e quando un vecchio pulmino ti porta ad attraversare delle gradi pietre squadrate che la guida spiega essere il nome di Dio ﷲ creato da un’artista nazionale, non hai tanto voglia di fare la foto ricordo quanto piuttosto di ricordare come si coniuga un’Ave Maria.

Meth.

porta-allah, sinai