Al di là dell’Otto marzo – Pagateci il giusto! #herpayrise

 

Woman’s Day 2017. Parliamo finalmente dei soldi delle donne? Il tabù profondo della differenza retributiva a parità di lavoro fra uomo e donna, il gender gap, è cosi insito nel nostro Paese che l’Italia quest’anno ha peggiorato la sua posizione nell’indicatore mondiale di disparità di trattamento fra uomo e donna, che viene redatto dal Word Economic Forum, scendendo ancora nella sua classifica, dal quarantunesimo posto al cinquantesimo. Scorrendo i dati, le due voci che catapultano le donne del Belpaese verso il medioevo retributivo sono la partecipazione e le opportunità al lavoro e della differenza di salario per lavoro similare (equal pay for work of equal value). Quest’ultima voce ci vede alla centoventisettesimo posto nel mondo, e pare che dopo di noi non ce ne siano così tanti di Paesi a finire la lista. La fotografia di tutta la carriera lavorativa e salariale è presto visibile, con le spalle al muro di una vita complicata da carichi di cura e attività domestica che continuano a gravare sulle donne, finanche dopo la pensione, quando si sostiene la cura di nipoti e familiari fin quando la propria salute lo permetta.  La Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere,  in una relazione rilasciata nel settembre 2016, ha scritto: “che, rispetto agli uomini, le donne sono maggiormente soggette a interrompere più volte la carriera e a dover lavorare a tempo parziale, dal momento che in casa la responsabilità delle cure alla persona incombe loro in maniera sproporzionata” e “ che il divario salariale tra uomini e donne persiste ancora nell’UE e nel 2014 era pari al 16,3 %, principalmente a causa di fenomeni di discriminazione e segregazione, che si traducono in un numero maggiore di donne nei settori in cui il livello di retribuzione è inferiore rispetto ad altri per lo più occupati da uomini”.  A parte qualche isola felice, in zona scandinava e polare, dove welfare e contribuzione sono ripartiti in maniera efficace, il gender gap è il  nemico comune di tutte le donne.  Chidi King, direttrice del Dipartimento Eguaglianza dell’ITUC, il raggruppamento internazionale dei sindacati, lo scorso febbraio ha spiegato che:  “Le recenti stime mondiali alla luce di aumenti progressivi del (gender) gap, ci dicono che una cesura significativa di questo fenomeno non sarà possibile fino al 2069. Se non agiamo ora, i cambiamenti nel mondo del lavoro, incluso l’automazione e l’economia on-demanding, potrebbero rendere il divario ancora più insanabile”. Previsione dunque di almeno due o tre generazioni di donne che dovranno continuare a lavorare più del dovuto, in casa e fuori casa, per raggiungere una stabilità nelle proprie  risorse economiche. Tornando all’oggi, anche   quando le lavoratrici vanno  in pensione lo spettro della povertà non si allontana. Le donne vivono statisticamente più a lungo ma la classificazione  non ha mai preso in carico la qualità di questa lunga vita,  Ancora nella relazione UE si legge che “il divario pensionistico di genere (il cosiddetto “gender gap in pensions”), che può essere definito come la differenza tra la pensione media percepita (al lordo dell’imposizione fiscale) dalle donne e quella percepita dagli uomini, nel 2012 era del 38% per la fascia di età dei 65 anni e oltre e che che le donne godono di una copertura pensionistica inferiore a quella degli uomini e che sono sovrarappresentate nelle categorie dei pensionati più poveri e sottorappresentate nelle categorie più ricche”. Ricchi e povere. Una lunga catena di ingiustizia sociale. Sulle spalle delle donne. E finora le statistiche hanno affrontato le casistiche delle lavoratrici regolari, perché il fenomeno del precariato e il ritorno del lavoro in nero getterebbe ancor più nel pozzo la vita retributiva delle donne italiane. Eppure tutto accade intorno a noi , non solo platealmente nella compilazione della busta paga, ma anche nelle scelte “politiche” di organizzazione del lavoro che spesso ignorano l’uguaglianza di genere. Comincerei a chiedere dei comitati o degli uffici per le pari opportunità nelle aziende: ci sono e stanno funzionando?  Come mai nei premi aziendali, per quelle aziende virtuose che ancora hanno questo istituto contributivo, si premia ancora e solo  la presenza del lavoratore\trice nel posto di lavoro, ignorando i bisogni di cura e maternità che la legge tutela? Come mai la conciliazione dei tempi del lavoro continua ad essere la richiesta urgente e cronica delle lavoratrici agli sportelli delle federazioni sindacali? Come mai nei premi aziendali, per quelle aziende virtuose che ancora hanno questo istituto contributivo, si premia ancora e solo  la presenza del lavoratore nel posto di lavoro, ignorando i bisogni di cura e maternità che la legge tutela? Le donne che fanno figli, ricordiamolo una volta a tutti e tutte, svolgono un lavoro sociale che permette di continuare la vita stessa della società, non possono essere “punite” economicamente negli accordi per i premi di produzione perché assenti. E’ un’ingiustizia sociale non solo economica. E continuando a leggere il sociale, a che punto siamo con le “quote rosa”? Le quote rosa che dovrebbero naturalmente esaurirsi nel 2022 (secondo l’utopica speranza della Golfo Mosca) hanno portato dei cambiamenti di sostanza nelle prospettive economiche e lavorative delle donne, o sono state delle corse a tappare dei buchi neri per quelle società in Borsa e statali che non avevano ancora formato e dato spazio alla managerialità femminile? E quanto hanno pagato quelle manager che sono riuscite a sfondare “il tetto di cristallo”? E quelle manager hanno poi rinvestito la loro esperienza in azioni positive verso il proprio genere per ampliare e difendere le dipendenti della loro azienda dal più alto livello retributivo al più basso? Questo Woman’s Day 2017 deve tenere conto di tutti questi punti di domanda oltre il suo giorno. “Le donne sono il cuore dell’economia europea”. E il cuore è un unico corpo di due grandi parti che battono all’unisono. Lo dimentichiamo spesso, perse nel  vissuto complicato e stancante dell’economia degli ultimi dieci (lunghissimi) anni. E l’hashtag lanciato dai sindacati europei, l’#herpayrise,  per ridurre il gender gap deve essere sostenuto fino alla sua risoluzione. Non basterà (quando accadrà e speriamo  il più presto possibile) una diminuzione di qualche punto percentuale in una classifica di numeri stilati su una carta a dirci che si può costruire una nuova società di inclusione e diritti ugualmente distribuiti. Dovremmo tenerne anche la memoria storica per impedire che l’ingiustizia accada di nuovo.

riferimenti in rete

https://www.etuc.org/press/she-needs-pay-rise-herpayrise#.WL8oQTvhDIU

Al di là dell’8 marzo – Adele Cambria

Ricordi Adele la sera del tuo compleanno com’eri bella ed elegante? Proprio come piaceva a te: curata, vestita di un abitino giapponese verde smeraldo con fiori arancioni, le scarpe nere col solito tacco….vanitosa, “sciantosa”, frizzante.
I tuoi occhi verdi brillavano.
Sul tuo terrazzo la vista era meravigliosa: il Gianicolo, Trastevere in lontananza, il Tevere, i ponti e il tuo discorrere fluido, colto e sempre ironico.
Ottant’anni compivi piccola fata, e ridevi a rammentare quando a Roma negli anni ’50 per strada ti sussurravano: “a fata, piccola fata!”.

E non capivi ma presto hai compreso: bella ragazza, piccola ma bella!Andavano di pari passo i tuoi interessi, la tua professione e la tua vanità.
A volte non veniva compresa, a volte sembrava troppo. Invece era un tuo modo, un tuo essere piena di colori, di sciarpe, di orecchini vistosi, di enormi collane e deliziosi cappellini.

Hai insegnato che conta ben altro: il tuo passo svelto quando inseguivi operai in sciopero, il tuo andare a Reggio Calabria durante la rivolta, prendere l’aereo per assistere al matrimonio di Grace Kelly e il Principe Ranieri.

Sei stata tutto questo e per tutte noi ha tenuto coraggio, tenacia e grandezza. E mentre ti penso e scrivo, sto qui a vederti con gli occhi e sentire la tua voce che mi racconta ancora di questa o quella storia mentre metto ordine fra i tuoi libri e i tuoi appunti e mi perdo nei tuoi ricordi. Come allora oggi, grazie.

Gabriella Gianfelici 

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Domenica 5 marzo, a Reggio Emilia, nell’ambito della rassegna Trecentosessantacinque giorni donna del Comune di Reggio Emilia, le associazioni Exosphere e Eutopia-Rigenerazioni Territoriali ricordano Adele Cambria, una delle grandi madri del giornalismo e della testimonianza femminista del nostro Paese, insieme a Oriana Fallaci e Camilla Cederna.

Nata a Reggio Calabria , classe 1931, voce ribelle, giornalista, scrittrice, autrice di teatro ed anche di televisione, perfino attrice in alcuni film di Pier Paolo Pasolini, è stata anche  cofondatrice di  Rivolta Femminile e la piccola casa editrice ad esso collegata e di Noi Donne. Nel 1972, presta la sua firma  al giornale di Lotta Continua, diretto da Adriano Sofri, che doveva però avvalersi di direttori responsabili iscritti all’Albo professionale, dimettendosi all’indomani dell’uccisione del commissario Luigi Calabresi,  per forte dissenso dell’editoriale comparso in prima pagina. Uno dei suoi ultimi libri è l’autobiografia  “Nove dimissioni e mezzo – l’Italia vista da una cronista ribelle” in cui scorrono “mezzo secolo di cronaca, di personaggi, di processi e di spettacolo, e d’impegno quotidiano. (S. Mazzocchi). Adele Cambria è scomparsa a Roma, la città dove viveva dal 1956 il 5 novembre dello scorso anno.

I suoi libri saranno custoditi da Archivia, la biblioteca centro di documentazione della Casa delle Donne di Roma, per volontà della scrittrice. Una piccola parte dei suoi libri di poesia, donati a Gabriella Gianfelici, la curatrice del suo archivio personale, sono stati portati al fondo di poesia Exosphere di via Selo a Reggio Emilia.

 

 

 

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Al di là dell’Otto Marzo. Le origini. Camicette Bianche.

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A metà tra testo biografico e testo storico, il libro Camicette Bianche di Ester Rizzo nasce dall’esigenza dell’autrice di ridare memoria e posto storico alle vittime dell’incendio del Triangle Waist Company del 1911. La tragedia  del Triangle Waist, il 25 marzo 1911 segna il punto di non ritorno del capitalismo patriarcale delle fabbriche americane, quando bruciarono vive 126 operaie nel rogo della fabbrica di camice per signora della Triangle Shirtwaist Company di New York di proprietà di Max Blanck e Isaac Harris.  Tradizione popolare, vuole questo rogo l’origine del Woman’s Day, la Giornata dedicata  “alle rivendicazioni dell’emancipazione delle donne e per l’acquisizione dei loro diritti di lavoratrici in varie parti del mondo, dagli Usa alla Russia, all’incirca dal 1907 in poi”. Più precisamente” l’’8 marzo – ricorda la scrittrice – in realtà è una data convenzionale che ricorda vari eventi tutti collegati fra loro”.  Tutti concentrati nei primi anni dello scorso secolo. Erano anni in cui non esistevano datori di lavoro, ricordiamolo, ma padroni. Anni in cui si poteva anche affermare che “Non è un problema se bruciano gli operai, in fondo sono solo un sacco di bestiame” (ct, pag 85). Nel libro, la lunga lista delle vittime del Triangle Waist è compilata con attenzione e precisione nelle sue ultime pagine. E’ una delle sue parti  più dolorose:  contare quante operaie avessero solo quattordici o quindici anni quando bruciarono vive perché nel loro edificio le poche uscite erano bloccate e le loro postazioni erano create in modo di non poter comunicare fra di loro. Quasi tutte loro erano italiane e russe. Alcune erano di seconda generazione, come oggi si usa indicare. Ma molte di loro avevano affrontato il lungo viaggio oceanico dall’Italia a Ellis Island da pochi anni, con il libretto rosso da emigranti.  I nomi, le storie della fabbrica delle camicette bianche, sono stati tenacemente ricercati dall’autrice, che le ha accompagnate a noi nei loro giorni americani insieme a quello che ne fu dei loro figli, dei  padri e delle madri, vittime “indirette della tragedia”. Ne riporto una,  quella della madre di “Sonia Wisotsky, Esther, che dopo che la figlia diciassettenne morì, non dormì più per tutta la vita in un letto. Sistemava tre sedie allineate e lì passava l’intera notte. Era la punizione che si infliggeva per aver permesso alla figlia, sei mesi prima, di lasciare la Russia ed andare in America. Così racconta Esther Mosak, pronipote di Sonia” (ct, pag 69)

Il processo ai due titolari della fabbrica, accusati di omicidio colposo, durò appena ventitré giorni, “con centotre testimoni, la maggior parte della difesa ed in tanti ebbero il dubbio che alcuni fossero stati pagati per affermare il falso… Harris e Blanck furono assolti da una giuria di soli uomini, che arrivò al verdetto in sole due ore. Quando uscirono dal tribunale furono circondati da una folla che piangendo gridava: “Ridateci le nostre mogli, le nostre figlie, le nostre sorelle. Dov’è andata a finire la giustizia?” . Un unico coro di voci si alzò: “Omicidio! Omicidio! Omicidio! “. (ct. pag 72).

Isaac Harris e Max Blanck
Isaac Harris e Max Blanck

Il racconto del libro continua offrendo un panorama diverso, quello degli interventi legislativi che seguirono il rogo delle operaie.
“Comunque, quelle donne non morirono invano. Il 14 ottobre 1911 venne istituita la “Società Americana degli ingegneri per la Sicurezza. Nei quattro anni successivi si approvarono otto nuove leggi che furono inserite nel codice del lavoro, poi altre venticinque ed infine altre tre nel 1914. Inoltre, tale leggi stabilirono orari limitati di lavoro per donne e bambini”. (ct, pag 75).   Il  seguito della storia è fatto di conquiste e diritti, di donne che guidano cambiamenti legislativi,   a cominciare da quelle all’interno del Trade Union League, i sindacati dei lavoratori, che pochi anni prima del rogo, nel 1903,  aveva creato la costola di genere, il WTUL, il Woman’s Trade Union League, aprendosi così alle istanze delle lavoratrici.

Women’s Trade Union League, 2 gennaio 1910
Women’s Trade Union League, 2 gennaio 1910

Al suo vertice, Rose Schneiderman, classe 1882, nata in Polonia  anche lei emigrata come la maggior parte delle operaie del Triangle W. “Sin da giovanissima, nel 1903, iniziò a lottare per migliorare la vita dei lavoratori e grazie a lei le donne poterono entrare a far parte dei sindacati” (ct, pag 76).  Il discorso di Rose alla commemorazione delle vittime del rogo tenutosi il 2 aprile, esattamente una settimana dopo, prese la parola in un discorso di fuoco e lacrime, paragonando le fabbriche e i loro macchinari a moderni strumenti di tortura per poveri”.  (http://trianglefire.ilr.cornell.edu/primary/testimonials/ootss_RoseSchneiderman.html)

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E’ ricordata inoltre Frances Perkins (per un refuso la indicano come Francis? nda) , che divenne la prima Segretaria del Lavoro nella storia degli Usa, in quota Democratica, durante i difficili anni della Depressione.  Durante il mandato, per sua volontà si  rafforzarono  i diritti dei lavoratori e lavoratrici, con le tutele contro gli incidenti sul lavoro,  l’introduzione del salario minimo, l’indennità di disoccupazione e il divieto del lavoro infantile. Citiamo anche Anne Morgan, figlia di uno dei potenti typhoon dell’epoca, avvocata anch’essa come la Perkins, che non esitò a schierarsi a fianco delle rivendicazioni sindacali derivate dal rogo del Triangle W. L’ultima figura restituita dal libro è quella di Rose Rosenfeld Freedman, un’operaia sopravvissuta al rogo del 25 aprile, che per tutta la vita restò fedele al ricordo dell’accaduto, battendosi per la sicurezza sui luoghi di lavoro e sostenendo le lotte e le rivendicazioni sindacali delle lavoratrici. Come integrazione delle lotte femministe dell’epoca, laddove il libro si ferma, si potrebbe anche ricordare Jane Addams, che in termini di azioni politiche e sociali delle politiche di genere è una delle figure più rilevanti del femminismo americano, leader del movimento riformista americano, ed Elizabeth Gurley Flynn, la Giovanna d’Arco dell’Est, che in quegli anni era presente a New York nell’Industrial Workers of the World, il sindacato radicale americano, che organizzò buona parte degli scioperi del 1912 per la rivendicazione della giornata lavorativa di otto ore e che subì repressioni brutali finanche con l’impiccagione dei propri componenti. Lottò a lungo per la tutela legale dei sindacalisti e dei militanti perseguitati per le idee politiche. (R. Lupinacci).

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Il libro Camicette Bianche, sarà presentato a Modena questo giovedì, nell’ambito della rassegna Lottomarzo, organizzato dai sindacati confederali e dall’Udi territoriale.

riferimenti fotografici in rete

http://trianglefire.ilr.cornell.edu/index.html

Lo status quo della clava.

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C’era il femminicidio anche quando ero piccola io ma nessuna aveva creato ancora il neologismo. Si sceglievano parole diversissime. La bussola verbale segnava la parola a seconda della difesa che si dava al carnefice per giustificarlo in tribunale e agli occhi dell’opinione pubblica. Quasi sempre si trattava di un “delitto passionale”.  Solitamente la moglie veniva uccisa  o perché il marito era geloso “assai”o perché (peggio del peggio) il marito aveva creduto di “avere le corna” . Raramente veniva uccisa una sorella o una cugina .   O forse sono io che non lo ricordo.  Oppure il casus belli è sempre e proprio  il possesso sessuale della vittima. Altre volte l’assassino pare uccidesse perché esasperato dal brutto carattere della fidanzata o della moglie, che non lo lasciava mai in pace, eccetera eccetera. I nomi delle vittime non li ricordo, perché i fatti di sangue mi spaventavano e lo fanno ancora. Ma quello che mi si è inciso a memoria è il ricordo  delle combriccole di donne, la città delle femmine dal quartiere a tutti i quartieri,   che commentando gli accaduti davano pietà alla vittima ma tutto sommato giustificavano il carnefice. Se l’era cercata, doveva starci più attenta, non doveva esasperarlo, è stata sfortunata, così va il mondo comare mia… Un mondo di donne che accettava l’omicidio come una delle possibilità insite nella vita coniugale. Almeno nella discussione sociale dei salotti, delle botteghe alimentari, dei tavolini con gli spumoni e le granite, delle panchine dei giardinetti, delle prime sdraio a righe bianche a blu delle spiagge di luglio e di agosto. Tutta quella violenza pareva potesse avere un senso perché inserita in un sistema sociale che manteneva lo status quo della clava, impermeabile ai sensi di colpa di una giustizia umana negata alle vittime. La colpa dell’assassino non era mai veramente assoluta. E la solidarietà delle donne si rinchiudeva nel gineceo della propria famiglia, le lotte di genere erano lontane. Non pareva necessario consultare i sociologhi per spiegare perché si accettava quella sorta di sindrome di Procne collettiva che negava ogni evidente sopraffazione al diritto di non essere uccisa dal delirio onnipotente di un proprio familiare. La morta ..si, faceva pena… ma vuoi mettere quanta compassione popolare c’era per quel povero giovane marito o vecchio fidanzato che doveva convivere per tutta la vita con il ricordo di quella passione così potente da averlo costretto a strozzare o sparare alla donna della sua vita? Un’imperfezione sociale dell’italietta comune, dall’ipocrisia qualunquista che zittiva e finiva la giustizia di (ogni) genere. Anche le femministe che conquistavano terreno sociale anno dopo anno, dopotutto non facevano altro che inasprire i poveri uomini e togliere loro il diritto al quieto vivere millenario. Le “femmine moderne”, che andavano a fumare in mezzo alla strada e che guidavano e che non si licenziavano dal lavoro quando si sposavano o peggio ancora ci ritornavano anche dopo essere diventate mamme, erano un modello sociale impresentabile per la cultura nazional-popolare dei musicarelli e dei principi azzurri in canottiera da ascella profonda. Pare che alcune di loro tentennassero anche nell’accettare lo ius primae fabbrica che in certi mercati del lavoro era la norma per l’assunzione di personale femminile, da Nord a Sud, segreto custodito di bocca in bocca da zie zitelle che guardavano con disprezzo l’impurezza del lavoro industriale di genere. Le “certe cose” che non si dicevano erano sconcerie non certo per chi le esercitava ma piuttosto per chi le denuciava apertamente. Cosa ci fosse nella saldatura di tutto il dna sessuofobo del Paese non fu mai trovata, né in mappa né in misura. Ma quegli anelli sono catene ancora oggi, nel confine appena superato del terzo millennio, basti pensare a quello che è successo ad una bella “ciaciona” partenopea che ha ingenuamente creduto che il suo intimo atto di fellatio ripreso dallo smartphone di quello a cui lo stava dando, potesse essere anche un altro modo di godersi la vita. Invece il machissimo idiota ha ben pensato di tramutarlo in un video pubblico che è diventato il nodo scorsoio con cui la forca degli italianissimi beoti ha ucciso la ragazza. E l’anaffettiva cultura nazional popolare, (dai video semi deficienti a certi tipi di blog fai da te che sono anche contenti di chiamarsi “Degrado virale” fino ad una delle maggiori radio private nazionali che poi si è salvata la faccia scusandosi pubblicamente) per mesi, nella totale indifferenza, ha continuato il giochino al massacro dell’autostima della ragazza. Le “femmine moderne” non le hanno fatto barriera attorno, c’è da dirlo. Quando si tocca l’incandescenza della sessualità non c’è solidarietà che tenga. C’è da aver paura sociale. Ricordo ancora che tempo fa, una quotatissima compagna femminista che portava avanti una distorta autodeterminazione del corpo femminile in una sorta di licenza o di ritorno a forme di prostituzione legale, censurò il mio pensiero contrario che interveniva sulla necessità di non porre manco per scherzo di carnevale il ritorno del dibattito e di virarlo sull’autodeterminazione al diritto all’emancipazione economica del lavoro e della parità di trattamento economico. La mia indole sindacale insomma non aveva potuto tacere, come anche la simpatia e vicinanza alle sante donne di un’associazione della mia piccola città che lottano in silenzio e con “la tigna” contro la schiavitù della tratta per scopi sessuali per ridare dignità umana alle “ultime fra le ultime”. Zac. Un taglio netto all’intervento. Zac. Una censura alla censura.  E questa stortura tutta femminista me la porto ancora dentro.  E mi fa paura. Più dei numeri che oggi verranno dati sul femminicidio di quest’anno o del prossimo. Perché dietro ai numeri, alle oscillazioni di incremento o diminuzione delle morte ammazzate, c’è ancora quello spirito ostinato ed ostile che non cede lo scettro sociale della clava. E che difficilmente andrà via anche in questa generazione, a cui però dare merito di averlo cacciato dalla tana dell’abulia della rassegnazione sociale. Che però continua a canticchiare “appena ti trovo da sola ti taglio la gola, ti tagliooo la golaaaa” o “mi hai perquisito gli occhi\e sai sono pulito\non posso uccidertiiii mai più” scritte da glorie canore nazionali senza mai chiederne ragione o scusa. Il patto generazionale è anche questo. Andare avanti verso il rispetto della dignità dell’altro. Ascoltare non solo ascoltarsi. Trasformarsi. Rivoluzionare il quotidiano per allagarlo di coraggio. Non una di meno. Andrà meglio alla prossima generazione.

La violenza sulle donne: poesie e altri contributi

Narda Fattori, Sara Ferraglia, Maria Gisella Catugno, Marta Ajò. Quattro penne a ridosso della giornata mondiale per l’abolizione della violenza di genere. Dal blog Viadellebelledonne.

viadellebelledonne

Femminicidio

Non farlo ti prego non farlo

soccombo ai miei futili orrori

nelle balaustrate di nebbia

perdonami la colpa sottile

il tuo livido mi fiorisce la pancia

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Per diritto di voto – 4 giugno a Reggio Emilia

Diritto è un sostantivo derivato dal latino  “diréctum” (ciò che è retto , ciò che a ciascuno spetta). Nel nostro Paese, il diritto al voto per tutti i cittadini e le cittadine senza distinzione di classe sociale o di genere ha appena 70 anni.  La rettitudine ha appena il bianco sui capelli, insomma. Sul tema, continuano gli appuntamenti nella città del Tricolore e sabato tocca alle associazioni culturali di Eutopia e Exosphere compilare un pomeriggio di impegno e testimonianze. “Per diritto di voto” si terrà sabato pomeriggio nel piccolo gazebo del parco di villa Cougnet, la biblioteca comunale, e vedrà anche la presenza di poeti e poete da tutta la via Emilia per leggere versi fra bellezza e impegno. Siateci.