Giovedì diVersi. La poesia femminile? – Bologna, 8 marzo.

8 marzo 2018 h.21:00
La giornata della donna avrà anche ha il suo dibattito declinato sulla poesia femmine al Costarena di via Azzo Gardino, a Bologna, dove tornano gli incontri della seconda stagione dei Giovedì diVersi. Giovedì diVersi è la rassegna poetica a cura di Versante Ripido, che si avvale della direzione artistica di di Silvia Secco e con la collaborazione di Enea Roversi, Claudia Zironi, Francesca Del Moro, Daniele Barbieri, Luca Ariano, Alberto Cini.
Un punto di domanda segue la poesia: si può o no antologizzare poesia al “femminile”? . Nella società letteraria, c’è posto e motivo per declinare la poesia con il genere?
Sotto “riflessione” gli interventi e letture di Amelia Rosselli e altre voci di poete del novecento di: Serenella Gatti Linares, Loredana Magazzeni, Marinella Polidori, Maria Luisa Vezzali, Simonetta Sambiase, Graziella Sidoli e il sottofondo musicale di un violoncello, toccato dalla maestria di
Giacomo Gamberucci.
Condurranno Claudia Zironi e Francesca Del Moro, e il Golem Femmina, vi aspetta tutte e tutti.

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La Vandea del #metoo. Che bel sederino, signora Bardot.

 

 

Il #metoo apre l’anno nuovo con la dichiarazione di una vecchia gloria del cinema europeo e mondiale, Brigitte Bardot, che sul Paris Match dichiara, a proposito dello scandalo Weinstein che : “Bisogna distinguere tra le denunce delle donne in generale e quelle delle attrici. La maggior parte delle accuse di queste ultime sono ipocrite e ridicole. Ci sono molte attrici che fanno le civette con i produttori per ottenere un ruolo . E poi vengono a raccontare che sono state molestate”. Per poi aggiungere: “Ho sempre trovato affascinante che mi dicessero che ero bella o che avevo un bel “sederino”. Questo tipo di complimenti sono piacevoli».

Prendiamo atto che secondo un certo tipo di sguardo femminile, le attrici non possano essere tutelate dalle molestie e aggressioni di sfondo sessuale. Che sia giudizio facile (né scritto né sancito) che un certo maschilismo prenda uso ed appoggio da parte sia di taluni  produttori predatori che di qualche donna “attricetta”, a cui una gran pacca sul sedere e altro ancora, sia d’obbligo e faccia solo un gran piacere. Questo giudizio potrebbe forse spiegare l’odio contro Asia Argento  che si è scatenato da taluni noti  e tante sconosciutissime che hanno intasano pagine dei social e lasciato commenti al vetriolio nei giornali on line. Potebbe spiegarsi anche l’arroganza di certe prese di posizioni contro le molestie. Niente di nuovo sotto il sole italiano ed internazionale, si finirebbe per pensare:  quella stessa luce spettrale spesso illumina le lingue che commentano a bassa voce “che tutto sommato, se una ragazza che indossa una minigonna per strada viene stuprata, non si deve gridare allo scandalo”. Che se un datore di lavoro ti getta il viso sul suo pene non c’è niente di male, anzi quella donna dovrebbe ringraziare i santi perché c’è la fila di disoccupate che cercano lavoro e lei invece il lavoro ce l’ha. Che se un cliente di un’azienda (cooperativa, ente pubblico etc etc) ogni volta che arriva ti venga alle spalle non certo per guardare quello che scrivi al computer, si debba sorridere e compiacere perché il cliente ha sempre ragione e porta soldi e se l’impiegata\la commessa\laragioniera\la buyer internazionale\non è compiacente, si danneggia l’azienda (la cooperativa, l’ente pubblico, etc etc).

Un modus operandi, validato dalle basse alle alte sfere,  altrimenti non potrebbe accadere che  un giudice del Consiglio di Stato, tal Francesco Bellomo, avrebbe obbligato le allieve della sua scuola privata di formazione per magistrati, “Diritto e Scienza”, a presentarsi ai corsi in minigonna, tacchi a spillo e trucco marcato, pretendendo anche che non fossero sposate. Un’imposizione fatta in virtù della legge non scritta dei predatori impuniti.  Brigitte Bardot è un problema dello stato francese, ma Bellomo è un problema delle donne italiane, e scusate il campanilismo. Un servitore dello Stato il cui stipendio lo pagano le donne di questo Paese con i loro contributi mensili tolti nelle buste paga, se lavoratrici dipendenti oppure nelle altre forme contributive del lavoro autonomo.  A questo proposito,  le nostre parlamentari potrebbero ideare un disegno di legge che preveda il risarcimento economico a questi “infedeli servitori dello Stato” che andasse ai centri antiviolenza o alle associazioni che si occupano di genere. Ricordate il marito della Mussolini , tal Floriani, che andava a prostitute minorenni durante il suo turno di lavoro come dirigente di Trenitalia? E’ stato licenziato per assenza ingiustificata sul luogo di lavoro? Chissà. Certo, Brigitte Bardot (e prima di lei, quasi in comunione di pensiero, Catherine Deveuve), non ha paragone di fama rispetto a Bellomo. E allora ritorniamo a ragione sul proclama della libertà delle pacche sui sederi femminili della Bardot.  Spetterebbe (forse) a degli specialisti della personalità aiutare una giovane Brigitte con l’autostima di sé che si alza a suon di ammiccamenti e toccatine veloci da qualunque parte arrivino, che poi nel tempo si tramuti in compiacimento nell’attacco verbale a tutta una categoria lavorativa,  a cui, tra l’altro, vi si appartiene. Anche se si è stati “Brigitte Bardot”, il giudizio sulla propria vita passa comunque attraverso i sentimenti e le azioni. Il tempo che si muove e invecchia, potrebbe lasciare saggezza e empatia, ad esempio. E il #metoo è una buona possibilità di tempo nuovo, di tempo che  porti, o  riporti,  i sentimenti e il rispetto come valori di comunicazione fra uomo e donna, liberandola dalla violenza e dall’aggressione sessuale. Brigitte Bardot ha sprecato un’occasione per consegnare uno sguardo intergenerazionale di comprensione e insegnamento. Ma ricordiamo chi è oggi Brigitte Bardot. Come scrive “Vanity fair”, l’attrice è “Diventata un’anziana signora sciupata, icona razzista del Fronte Nazionale”. Il sito Noglobs.or da più informazioni:  “Ricordiamo che Brigitte Bardot é sposata con un militante del Front National, che sostiene Marine Lepen alle elezioni presidenziali, e che è stata condannata 5 volte per odio razziale e omofobia”.

Odio razziale è una gran brutta parola, signora Bardot. Che tu sia un’anziana “sciupata” (che mancanza di stile, Vanity Fair!) o un’anziana meno sciupata ma sconosciuta, l’odio razziale è ancora punibile e indecente in una società civile, che può migliorare indifferibilmente la qualità dei rapporti fra i diversi generi che la compongono, donne e uomini, uomini e donne, donne e donne, uomini e uomini. Lo può fare anche ragionando sul complesso, (molto complesso) hashtag “metoo”. Senza semplificazioni indecenti come quello bardotiniano della pacca sul sedere alle civette. L’hashtag “metoo” non è un’incongruenza delle donne, un’indiscrezione da salotto, una moda femminista passeggera, un noioso femminismo 4.0. E’ un’occasione di muoversi a sdegno sulla persistenza dell’approvazione delle aggressioni sessuali nel terzo millennio dell’umanità. Non va  tritato e servito come ultima moda; non va lasciato privo di discussione sociale e politica. La violenza è inaccettabile in tutte le forme, e va prevenuta sempre. E pure punita (vivaddio!) come ogni atto contro la persona giudicato e sanzionato dai codici legislativi. Il prossimo governo italiano, dovrebbe metterci mano, visto che sono ben tre le proposte di legge che si occuperanno di contrasto alle molestie e alla violenza di genere (1); leggi già presentate ma ancora da assegnare e che lasciano ben sperare che nel carosello degli scontri e sconti sulle violenze a sfondo sessuale si fermi la sarabanda e si scenda tutti e tutte giù. Anche se il nuovo fondo è un ghiaccio sottile, su cui alcuni vogliono ancora scivolare, basti pensare alle pericolosissime boutade degli ultimi giorni sulla riapertura delle case chiuse. Anche qui c’è una donna a validarne la proposta. L’avvocata Giulia Bongiorno, palermitana doc, responsabile del progetto “Doppia Difesa”, è salita sul carro della Lega e benedice le modernissime idee lenoni del suo leader, confidando che: “Sulle case chiuse serve una regolamentazione, basta con il caos. Le prostitute consapevoli devono pagare le tasse”. Magari le stesse tasse che formano lo stipendio di Bellomo. No, niente da fare. La prostituzione è una vergogna non un lavoro. Chi è povera e priva di mezzi deve essere aiutata a trovare un lavoro produttivo e dignitoso, non vendere pezzi del proprio corpo, signora avvocata. La prostituta consapevole è un’immagine ancora più avvilente della pacca sul sedere avvizzito della Bardot. Continuiamo a seguire la sorte che prenderà #metoo, non affondiamoci dentro.

1. Disposizioni per il contrasto della violenza di genere, anche perpetrata con l’abuso del processo.
Introduzione degli articoli 609-ter.1 e 609-ter.2 del codice penale, in materia di molestie sessuali, e altre disposizioni per il contrasto delle medesime nell’ambito lavorativo.
Disposizioni per la tutela della dignità e della libertà della persona contro le molestie sessuali nei luoghi di lavoro.

fonti in rete:

https://www.quotidiano.net/politica/giulia-bongiorno-1.3670955/amp
href=”https://www.vanityfair.it/people/mondo/2018/01/19/brigitte-bardot-molestie-metoo-critiche-attrici-intervista-foto”>

https://www.vanityfair.it/people/mondo/2018/01/19/brigitte-bardot-molestie-metoo-critiche-attrici-intervista-foto
http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/europe/france/11051530/Brigitte-Bardot-calls-Marine-Le-Pen-modern-Joan-of-Arc.html
http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/18_gennaio_09/bellomo-strano-algoritmo-per-lasciare-fidanzati-sfigati-2d62e2b6-f57a-11e7-b250-16cc66648122.shtml

https://parlamento17.openpolis.it/singolo_atto/94010
https://parlamento17.openpolis.it/singolo_atto/92592″>

 

 

“Meglio il mio cane”. L’insensibilità come passaporto dell’egoismo.

do you care more about a dog then a refugees , il golem femmina, met sambiase, simonetta sambiase
Non me ne vogliano i possessori di mici e di cagnolini, di tartarughine marine e di canarini e passerotti per il tema di questo articolo. Escludendo le tartarughe ho avuto in casa ognuna di queste specie di animali da compagnia.  E ne ero affezionata. Chiudo la divagazione ritornando alle parole  “animali” e “compagnia” , ottimo binomio di presentazione per loro, gli animali di compagnia. Ci aggiungo anche la gioia che può portare il possesso esclusivo della loro vita, perché dal  padrone essi non potranno mai emanciparsi e forse nemmeno lo vogliono (a parte i pennuti alati che un volo nell’azzurro magari se lo farebbero volentieri). E in tempi di difficoltà comunicativa, e forse emozionale, gli animali di compagnia continuano invece ad essere semplici di modi e di manovrabilità, offrendo in cambio di poco un tempo calmo e piacevole. E a loro ci si dedica sempre più a giudicare dallo spuntare, come funghi dopo la pioggia, di catene di supermercati che vendono ogni carabattola possibile, dal guinzaglio swarovski alla doccetta biologica. Dove c’è richiesta c’è mercato, questa è la banale verità.  E niente è mai abbastanza per “i piccoli amici” da una parte all’altra del globo occidentalizzato. Sono essi gli affetti consolatori di tutti e offrono perfino pacate conversazioni fra conoscenti ed estranei appena incontrati nel parco cittadino; li si vezzeggia e li si mette in alto nella propria piramide sentimentale. Così non ci si stupisce che quando quest’estate è morta Katie, la cagnetta di Nicholas Kristof, opinionista del New York Times, questi ha pubblicato un piccolo arrivederci nel blog del giornale e ha  ricevendo un “diluvio di toccanti condoglianze” da parte dei lettori. Facendone nascere in lui un lungo dubbio. Perché Kristof lo stesso giorno del cagnologio aveva pubblicato un lungo articolo sulle sofferenze della popolazione siriana durante questa estenuante guerra civile tutt’ora senza soluzioni efficaci di pace e i commenti arrivati non erano stati né torrenziali né empatici come quelli per la cagnetta. E l’autore ci ha riflettuto su a lungo, soprattutto su quel commento in cui si faceva intendere che i problemi degli arabi se li risolvessero gli arabi da soli.  Il distacco dell’anima empatica degli uomini. Un cane è un cane, “But, in fact, as even dogs know, a human is a human” si è chiesto Kristof sul suo blog.  Non è che si possa tutti insieme mettersi sulle spalle il mondo (He Jude, don’t carry the world upon your shoulders) e finché non tocca a noi meglio non impicciarsi. Molto meglio la tranquillità del mondo in un solo guinzaglio e nella nostra paura che possa scapparci via di mano. Una parte importante di empatia verso la comunità umana forse non si mai costruita, e chissà se in futuro si potrà costruire. A suon di bombe o di pressioni economiche,  si continuano a mettere paletti e confini fra gli uomini e donne, costringendoli (e costringendosi) in etichette mordi e fuggi o in centenari stereotipi di genere sociale. Il qualunquismo è il libero arbitrio del tempo umano. C’è da sottrarre a questo “valore” l’istinto di sopravvivenza e la paura del futuro che concediamo quali parti vive di tutta l’esistenza. C’è però da aggiungere la faciltà con cui si delegano le vicende degli altri ad altri. A meno che non si tratti di orsetti intrappolati o camosci che scampano ai cacciatori. O di cani e gatti che passano a miglior vita. Lì si è pienamente solidali con il dolore del padrone.
L’articolo di Kristof è andato on line il 18 agosto. Buona lettura.

 

 

La lotta di classe fra la lepre e la tartaruga – Elogio della lentezza per la sopravvivenza sociale

Gli individui nascono e si sposano,
vivono e muoiono in mezzo ad un trambusto così frenetico
da indurti a pensare che stiano per impazzire
William Dean Howells

 

golem femmina, elogio della lentezza, simonetta sambiase

Lunedì 9 maggio si celebra la Giornata mondiale della lentezza che a molti  parrebbe una celebrazione inutile (perfino dannosa) perché i cosiddetti “fast thinkers” paiono aver conquistato il mondo e lo stanno anche governando alla stregua dei peggiori monarchi assolutisti della storia passata. Il culto della fretta e della sovrapproduzione è il nuovo riferimento spirituale di questi tempi moderni. Klaus Schwab, fondatore  del Forum economico mondiale scriveva nel 2004: “Passiamo da un mondo in cui i grandi mangiano i piccoli a un mondo in cui i veloci mangiano i lenti”. A tutt’oggi,  la parola d’ordine della maggior parte dei nuovi contratti lavorativi nazionali è “produttività”. Lavora di più e produci di più, non importa se la produzione finale è frettolosa anche nella gestione della qualità, ciò che conta è che hai prodotto di più e che hai consumato più tempo a produrre cose di cui non se ne ha mai a sufficienza pur non avendone bisogno. Primo esempio sott’occhio: quanti nuovi modelli di cellulari ha prodotto quest’anno la Samsung? Ne ha sfornati così tanti perché la comunità internazionale ne aveva bisogno per continuare a sopravvivere ai cambiamenti climatici? Ha poco senso. Anche non pensare ai danni che ci arrechiamo noi stesse\i quando avalliamo questo tipo di accelerazione consumista. E quando si ascolta il ritornello mediatico che bisogna sacrificarsi per uscire dalla crisi che ormai è sistematica, producendo di più per meno salario e immolando il proprio tempo e la propria vita perché lo stato sociale sta crollando e non si possono più tenere aperti gli ambulatori e i pronto soccorso e colmare le buche sulle strade provinciali, dovremmo ricordare quante volte negli ultimi anni i quadri, i dirigenti, i direttori generali e tutta la classe politica dominante hanno cambiato il loro parco macchine, comprando suv e berline nuove di zecca con i sacrifici dei loro dipendenti dai livelli d’inquadramento più bassi. (E’ evidente che la durata massima di operatività per una flotta aziendale non debba superare i 24 mesi, altrimenti potrebbe sovvertirsi l’ordine sociale del capitalismo mondiale). E sempre sulla produttività e sulla velocità e sui sacrifici richiesti alle classi dei lavoratori non autonomi, bisognerebbe ricordare bene le lunghe liste di quegli imprenditori che hanno nascosti i profitti di quei sacrifici nei paradisi fiscali, e che sono ben lungi da riportarli a casa e nei contratti integrativi dei loro dipendenti. E allora è importante innestare nelle nostre vite “l’elogio al rispetto verso gli altri”, più che alla lentezza. Strafottersene della cultura del “lavora fino a crollare”, se il lavoro ti fa restare povero lo stesso perché i capitali prodotti sono già stati presi e portati via e tu resti indaffarato, aggressivo, frettoloso, snervato e pronto a crollare. Perché  se poi crolli,  crolli da solo\sola. Questo è il  Paese dove la riforma delle pensioni Fornero ha creato la più grande ingiustizia sociale verso intere classi di cinquantenni che non usciranno mai dal lavoro se non con pensioni da fame e di ventenni che non entreranno mai nel sistema pensionistico. Potresti restare sola\solo in un Paese dove le uniche pensioni degne di questo nome sono date a quella stessa classe dirigente che cambia il parco macchine ogni 24 mesi. E che impone sacrifici di tempo e lavoro continuamente, anche dal mare salato delle loro vacanze esotiche di un Ferragosto tropicale, mentre l’accelerato lavoratore sta cercando di sopravvivere ai 47 gradi percepiti negli spogliatoi aziendali mai ventilati abbastanza. “Ma la fretta è la politica migliore?”. L’evoluzione si basa sul principio della sopravvivenza della specie che più si adatta non quella che corre più veloce (le cavallette se no governerebbero la Terra).  Sopravvivono e si riproducono più facilmente gli individui che hanno raggiunto un migliore adattamento all’ambiente in cui vivono, e che quindi sono favoriti nella lotta per l’esistenza. “Il capitalismo moderno genera un benessere straordinario ma divora le risorse naturali più rapidamente di quanto Madre Natura riesca a sostituirle. I lunghi orari di lavoro ci rendono malati, infelici, poco produttivi e soggetti a sbagliare. Gli ambulatori dei medici generici sono gremiti di pazienti che lamentano sintomi legati allo stress: asma, insonnia, emicranie, ipertensione e disturbi gastrointestinali, per citarne solo alcuni”. E la sanità italiana costa sempre di più ed è sempre più lenta. Anche nel riconoscere le malattie professionali. Quindi lavoriamo di più e guadagniamo meno, trascuriamo noi stessi fino a sfinirci, trascuriamo affetti e viviamo in superficialità le relazioni perfino all’interno dei nostri affetti perché non abbiamo “abbastanza tempo”. E se poi qualcosa dentro il corpo si spezza, finiamo anche per lasciarli orfani quegli affetti. Orfani che dovranno imparare a sopravvivere in un mondo squalo che apprezza la “morte da superlavoro” soprattutto quella degli altri. Non è mai troppo tardi per fermarsi un’ora . “Fermati. Per un momento. Prima di andare.\Ascoltiamo le grida d’amore\o le grida d’aiuto\il tempo trascinato nella polvere del mondo\se ti fermi e ascolti non sarai mai perduto ” ha scritto il poeta Roberto Roversi ed aveva ragione.

 

  • le citazioni dell’articolo sono tratte dal libro di Carl Honoré, Elogio della lentezza.
    rallentare per vivere meglio, (2004)

 

 

ELOGIO DELLA LENTEZZA

Mi fermo un momento a guardare
Non correre. Fermati. E guarda.
Guarda con un solo colpo dell’occhio
la formica vicino alla ruota dell’auto veloce
che trascina adagio adagio un chicco di pane
e così cura paziente il suo inverno.
Guarda. Fermati. Non correre.
Tira il freno alza il pedale
abbassa la serranda dell’inferno.
Guarda nel campo fra il grano
lento e bianco il fumo di un camino
con la vecchia casa vicina al grande noce.
Non correre veloce. Guarda ancora.
Almeno per un momento.
Guarda il bambino che passa tenendo la madre per mano
il colore dei muri delle case
le nuvole in un cielo solitario e saggio
le ragazze che transitano in un raggio di sole
il volto con le vene di mille anni
di una donna o di un uomo venuti come Ulisse dal mare.
Fermati. Per un momento. Prima di andare.
Ascoltiamo le grida d’amore
o le grida d’aiuto
il tempo trascinato nella polvere del mondo
se ti fermi e ascolti non sarai mai perduto.

Roberto Roversi

Primo. Maggio e Lavoro.

(c) C. Boschini
(c) C. Boschini

Buon PrimoMaggio a tutte noi. Buon PrimoMaggio a tutti voi. Buon primo maggio a questo Paese dove i padroni erano diventati di malavoglia “datori di lavoro” ed ora si stanno vendicando, tagliando stipendi e portando i soldi guadagnati con la bravura dei lavoratori nei paradisi fiscali. Buon Primo maggio a quegli imprenditori che decidono di restare e non di aprire fabbriche nei posti più poveri del mondo per guadagnare due lire (mamma non ci sono più  le lireeee, direbbe mio figlio) in più. Buon Primo maggio ai giovani e alle giovani italiane che sono i più istruiti di tutte le generazioni precedenti e sono quelli a cui daremo stipendi da fame per anni e una pensione per comprare dentiere e un posto nella casa di riposo. Buon Primo maggio a chi non dice che i sindacati devono scomparire perché vuole firmare contratti nazionali al di sotto della soglia di povertà chiamandola “ripresa economica italiana”. Buon Primo maggio a chi dice sciocchezze e crede che tutti le prendano come oro colato e a che dice che i tempi sono cambiati e che bisogna adeguarsi a loro. Ovvio che i tempi sono cambiati. Lapalissiano che i tempi cambiano. E’ come li facciamo cambiare che fa la differenza e la storia. Buon Primo maggio a chi provvede quotidianamente alla cura dei figli, degli anziani, delle persone disabili e poi viene pure penalizzata al lavoro perché “poco disponibile” a fare straordinari  o a trasferirsi in un altra sede. Buon Primo maggio a chi è stato “de-localizzato” messo in contratto di solidarietà, spostato di cantiere, demansionato e ha dovuto accettarlo perché ha bisogno di mangiare due volte al giorno anche se con meno scelta di un tempo e con più acquisti al discount. Buon Primo maggio a chi fa la fila per comprarsi un I-Phone nuovo e non scende in piazza per i propri diritti perché “tanto non cambia mai niente”. Buon Primo maggio a chi urla contro il capolarato e poi non indaga a chi c’è dietro a quelle raccolte di pomodori a pochi spiccioli (ci dovessero mai trovare le multinazionali della distribuzione che vogliono acquistare a poco e rivendere a tanto??? No, non è così non ci credo! E’ uno stereotipo…) Buon Primo maggio a chi crede che fare un figlio sia un valore e non un “costo” per la società. Buon Primo maggio per chi si sveglia tutti i santi giorni alle 4 perché il suo lavoro in fabbrica comincia alle 5 . Buon Primo maggio a chi lavora 40 ore per portare uno stipendio che finisce la settimana prima della nuova mensilità. Buon Primo maggio a chi non sta mai zitto sul posto di lavoro e chiede che tutti gli impianti e la produzione siano a norma di sicurezza perché nessuno muoia o rimanga invalido. Buon Primo Maggio a chi non sta dietro al politico che urla di più ma a quello che è venuto dal mondo del lavoro e sa che significa timbrare il cartellino ogni giorno. Buon Primo Maggio a tutte e a tutti noi che viviamo in una Repubblica fondata sul lavoro. Buon Primo Maggio a chi andrà a sentire la musica in piazza e i sindacati che parlano di lavoro. Buon Primo Maggio al Golem Femmina che a volte sente la primavera a volte l’autunno.

Accadde un mercoledì. Alain Melò, la memoria e il mouvement coopératif

cooperativa anarchiche, il golem femmina

 

Alain Mélo conobbe la sua prima cooperativa a sei anni, quando accompagnò  il padre al lavoro nella tipografia cooperativa di Bellegarde. Il suo interesse per i collettivi cooperativi lo coinvolse sempre più fino agli anni ’70, “periodo fausto del movimento di ritorno alla terra”, durante quale frequentò numerose comunità francesi, dalla  Savoia al Centro del Paese, per poi decidere di fermarsi ad occuparsi stabilmente di quel mondo diventando l’archivista intercomunale della Fraternelle di Saint-Claude. La Fraternelle E’ uno luogo storico immenso.  Ed ancora in cerca di spazio: la Fraternelle a tutt’oggi accanto al suo archivio storico è un luogo dove la vita sociale si immerge di mondo e di arte, con il suo teatro, il suo cinema, il suo jazz bistrò e perfino la sua tipografia dove si stampano libri. E’ una realtà di resistenza attiva\passiva all’inerzia a certa  comunicazione globalizzatante dove le radici e il vivere sociale sono spazzati via da (non) valori di distacco. Mélo sarà a Reggio Emilia questo mercoledì presso lo spazio di via Selo, nel cuore della Cooperativa di Mancasale e Coviolo per raccontarci lo stato delle cose “dalla casa del popolo” in Francia. Siamo tutti invitati\e. 

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riferimenti in rete

http://www.maisondupeuple.fr/

http://villacougnet.it/041210