Il terzo volo – Riapre il fondo poetico di Exosphere

Domenica 30 ottobre
al circolo Arci Pigal di Reggio Emilia
c’è il Terzo volo dell’associazione culturale Exosphere.
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“Meglio il mio cane”. L’insensibilità come passaporto dell’egoismo.

do you care more about a dog then a refugees , il golem femmina, met sambiase, simonetta sambiase
Non me ne vogliano i possessori di mici e di cagnolini, di tartarughine marine e di canarini e passerotti per il tema di questo articolo. Escludendo le tartarughe ho avuto in casa ognuna di queste specie di animali da compagnia.  E ne ero affezionata. Chiudo la divagazione ritornando alle parole  “animali” e “compagnia” , ottimo binomio di presentazione per loro, gli animali di compagnia. Ci aggiungo anche la gioia che può portare il possesso esclusivo della loro vita, perché dal  padrone essi non potranno mai emanciparsi e forse nemmeno lo vogliono (a parte i pennuti alati che un volo nell’azzurro magari se lo farebbero volentieri). E in tempi di difficoltà comunicativa, e forse emozionale, gli animali di compagnia continuano invece ad essere semplici di modi e di manovrabilità, offrendo in cambio di poco un tempo calmo e piacevole. E a loro ci si dedica sempre più a giudicare dallo spuntare, come funghi dopo la pioggia, di catene di supermercati che vendono ogni carabattola possibile, dal guinzaglio swarovski alla doccetta biologica. Dove c’è richiesta c’è mercato, questa è la banale verità.  E niente è mai abbastanza per “i piccoli amici” da una parte all’altra del globo occidentalizzato. Sono essi gli affetti consolatori di tutti e offrono perfino pacate conversazioni fra conoscenti ed estranei appena incontrati nel parco cittadino; li si vezzeggia e li si mette in alto nella propria piramide sentimentale. Così non ci si stupisce che quando quest’estate è morta Katie, la cagnetta di Nicholas Kristof, opinionista del New York Times, questi ha pubblicato un piccolo arrivederci nel blog del giornale e ha  ricevendo un “diluvio di toccanti condoglianze” da parte dei lettori. Facendone nascere in lui un lungo dubbio. Perché Kristof lo stesso giorno del cagnologio aveva pubblicato un lungo articolo sulle sofferenze della popolazione siriana durante questa estenuante guerra civile tutt’ora senza soluzioni efficaci di pace e i commenti arrivati non erano stati né torrenziali né empatici come quelli per la cagnetta. E l’autore ci ha riflettuto su a lungo, soprattutto su quel commento in cui si faceva intendere che i problemi degli arabi se li risolvessero gli arabi da soli.  Il distacco dell’anima empatica degli uomini. Un cane è un cane, “But, in fact, as even dogs know, a human is a human” si è chiesto Kristof sul suo blog.  Non è che si possa tutti insieme mettersi sulle spalle il mondo (He Jude, don’t carry the world upon your shoulders) e finché non tocca a noi meglio non impicciarsi. Molto meglio la tranquillità del mondo in un solo guinzaglio e nella nostra paura che possa scapparci via di mano. Una parte importante di empatia verso la comunità umana forse non si mai costruita, e chissà se in futuro si potrà costruire. A suon di bombe o di pressioni economiche,  si continuano a mettere paletti e confini fra gli uomini e donne, costringendoli (e costringendosi) in etichette mordi e fuggi o in centenari stereotipi di genere sociale. Il qualunquismo è il libero arbitrio del tempo umano. C’è da sottrarre a questo “valore” l’istinto di sopravvivenza e la paura del futuro che concediamo quali parti vive di tutta l’esistenza. C’è però da aggiungere la faciltà con cui si delegano le vicende degli altri ad altri. A meno che non si tratti di orsetti intrappolati o camosci che scampano ai cacciatori. O di cani e gatti che passano a miglior vita. Lì si è pienamente solidali con il dolore del padrone.
L’articolo di Kristof è andato on line il 18 agosto. Buona lettura.

 

 

La lotta di classe fra la lepre e la tartaruga – Elogio della lentezza per la sopravvivenza sociale

Gli individui nascono e si sposano,
vivono e muoiono in mezzo ad un trambusto così frenetico
da indurti a pensare che stiano per impazzire
William Dean Howells

 

golem femmina, elogio della lentezza, simonetta sambiase

Lunedì 9 maggio si celebra la Giornata mondiale della lentezza che a molti  parrebbe una celebrazione inutile (perfino dannosa) perché i cosiddetti “fast thinkers” paiono aver conquistato il mondo e lo stanno anche governando alla stregua dei peggiori monarchi assolutisti della storia passata. Il culto della fretta e della sovrapproduzione è il nuovo riferimento spirituale di questi tempi moderni. Klaus Schwab, fondatore  del Forum economico mondiale scriveva nel 2004: “Passiamo da un mondo in cui i grandi mangiano i piccoli a un mondo in cui i veloci mangiano i lenti”. A tutt’oggi,  la parola d’ordine della maggior parte dei nuovi contratti lavorativi nazionali è “produttività”. Lavora di più e produci di più, non importa se la produzione finale è frettolosa anche nella gestione della qualità, ciò che conta è che hai prodotto di più e che hai consumato più tempo a produrre cose di cui non se ne ha mai a sufficienza pur non avendone bisogno. Primo esempio sott’occhio: quanti nuovi modelli di cellulari ha prodotto quest’anno la Samsung? Ne ha sfornati così tanti perché la comunità internazionale ne aveva bisogno per continuare a sopravvivere ai cambiamenti climatici? Ha poco senso. Anche non pensare ai danni che ci arrechiamo noi stesse\i quando avalliamo questo tipo di accelerazione consumista. E quando si ascolta il ritornello mediatico che bisogna sacrificarsi per uscire dalla crisi che ormai è sistematica, producendo di più per meno salario e immolando il proprio tempo e la propria vita perché lo stato sociale sta crollando e non si possono più tenere aperti gli ambulatori e i pronto soccorso e colmare le buche sulle strade provinciali, dovremmo ricordare quante volte negli ultimi anni i quadri, i dirigenti, i direttori generali e tutta la classe politica dominante hanno cambiato il loro parco macchine, comprando suv e berline nuove di zecca con i sacrifici dei loro dipendenti dai livelli d’inquadramento più bassi. (E’ evidente che la durata massima di operatività per una flotta aziendale non debba superare i 24 mesi, altrimenti potrebbe sovvertirsi l’ordine sociale del capitalismo mondiale). E sempre sulla produttività e sulla velocità e sui sacrifici richiesti alle classi dei lavoratori non autonomi, bisognerebbe ricordare bene le lunghe liste di quegli imprenditori che hanno nascosti i profitti di quei sacrifici nei paradisi fiscali, e che sono ben lungi da riportarli a casa e nei contratti integrativi dei loro dipendenti. E allora è importante innestare nelle nostre vite “l’elogio al rispetto verso gli altri”, più che alla lentezza. Strafottersene della cultura del “lavora fino a crollare”, se il lavoro ti fa restare povero lo stesso perché i capitali prodotti sono già stati presi e portati via e tu resti indaffarato, aggressivo, frettoloso, snervato e pronto a crollare. Perché  se poi crolli,  crolli da solo\sola. Questo è il  Paese dove la riforma delle pensioni Fornero ha creato la più grande ingiustizia sociale verso intere classi di cinquantenni che non usciranno mai dal lavoro se non con pensioni da fame e di ventenni che non entreranno mai nel sistema pensionistico. Potresti restare sola\solo in un Paese dove le uniche pensioni degne di questo nome sono date a quella stessa classe dirigente che cambia il parco macchine ogni 24 mesi. E che impone sacrifici di tempo e lavoro continuamente, anche dal mare salato delle loro vacanze esotiche di un Ferragosto tropicale, mentre l’accelerato lavoratore sta cercando di sopravvivere ai 47 gradi percepiti negli spogliatoi aziendali mai ventilati abbastanza. “Ma la fretta è la politica migliore?”. L’evoluzione si basa sul principio della sopravvivenza della specie che più si adatta non quella che corre più veloce (le cavallette se no governerebbero la Terra).  Sopravvivono e si riproducono più facilmente gli individui che hanno raggiunto un migliore adattamento all’ambiente in cui vivono, e che quindi sono favoriti nella lotta per l’esistenza. “Il capitalismo moderno genera un benessere straordinario ma divora le risorse naturali più rapidamente di quanto Madre Natura riesca a sostituirle. I lunghi orari di lavoro ci rendono malati, infelici, poco produttivi e soggetti a sbagliare. Gli ambulatori dei medici generici sono gremiti di pazienti che lamentano sintomi legati allo stress: asma, insonnia, emicranie, ipertensione e disturbi gastrointestinali, per citarne solo alcuni”. E la sanità italiana costa sempre di più ed è sempre più lenta. Anche nel riconoscere le malattie professionali. Quindi lavoriamo di più e guadagniamo meno, trascuriamo noi stessi fino a sfinirci, trascuriamo affetti e viviamo in superficialità le relazioni perfino all’interno dei nostri affetti perché non abbiamo “abbastanza tempo”. E se poi qualcosa dentro il corpo si spezza, finiamo anche per lasciarli orfani quegli affetti. Orfani che dovranno imparare a sopravvivere in un mondo squalo che apprezza la “morte da superlavoro” soprattutto quella degli altri. Non è mai troppo tardi per fermarsi un’ora . “Fermati. Per un momento. Prima di andare.\Ascoltiamo le grida d’amore\o le grida d’aiuto\il tempo trascinato nella polvere del mondo\se ti fermi e ascolti non sarai mai perduto ” ha scritto il poeta Roberto Roversi ed aveva ragione.

 

  • le citazioni dell’articolo sono tratte dal libro di Carl Honoré, Elogio della lentezza.
    rallentare per vivere meglio, (2004)

 

 

ELOGIO DELLA LENTEZZA

Mi fermo un momento a guardare
Non correre. Fermati. E guarda.
Guarda con un solo colpo dell’occhio
la formica vicino alla ruota dell’auto veloce
che trascina adagio adagio un chicco di pane
e così cura paziente il suo inverno.
Guarda. Fermati. Non correre.
Tira il freno alza il pedale
abbassa la serranda dell’inferno.
Guarda nel campo fra il grano
lento e bianco il fumo di un camino
con la vecchia casa vicina al grande noce.
Non correre veloce. Guarda ancora.
Almeno per un momento.
Guarda il bambino che passa tenendo la madre per mano
il colore dei muri delle case
le nuvole in un cielo solitario e saggio
le ragazze che transitano in un raggio di sole
il volto con le vene di mille anni
di una donna o di un uomo venuti come Ulisse dal mare.
Fermati. Per un momento. Prima di andare.
Ascoltiamo le grida d’amore
o le grida d’aiuto
il tempo trascinato nella polvere del mondo
se ti fermi e ascolti non sarai mai perduto.

Roberto Roversi

Primo. Maggio e Lavoro.

(c) C. Boschini
(c) C. Boschini

Buon PrimoMaggio a tutte noi. Buon PrimoMaggio a tutti voi. Buon primo maggio a questo Paese dove i padroni erano diventati di malavoglia “datori di lavoro” ed ora si stanno vendicando, tagliando stipendi e portando i soldi guadagnati con la bravura dei lavoratori nei paradisi fiscali. Buon Primo maggio a quegli imprenditori che decidono di restare e non di aprire fabbriche nei posti più poveri del mondo per guadagnare due lire (mamma non ci sono più  le lireeee, direbbe mio figlio) in più. Buon Primo maggio ai giovani e alle giovani italiane che sono i più istruiti di tutte le generazioni precedenti e sono quelli a cui daremo stipendi da fame per anni e una pensione per comprare dentiere e un posto nella casa di riposo. Buon Primo maggio a chi non dice che i sindacati devono scomparire perché vuole firmare contratti nazionali al di sotto della soglia di povertà chiamandola “ripresa economica italiana”. Buon Primo maggio a chi dice sciocchezze e crede che tutti le prendano come oro colato e a che dice che i tempi sono cambiati e che bisogna adeguarsi a loro. Ovvio che i tempi sono cambiati. Lapalissiano che i tempi cambiano. E’ come li facciamo cambiare che fa la differenza e la storia. Buon Primo maggio a chi provvede quotidianamente alla cura dei figli, degli anziani, delle persone disabili e poi viene pure penalizzata al lavoro perché “poco disponibile” a fare straordinari  o a trasferirsi in un altra sede. Buon Primo maggio a chi è stato “de-localizzato” messo in contratto di solidarietà, spostato di cantiere, demansionato e ha dovuto accettarlo perché ha bisogno di mangiare due volte al giorno anche se con meno scelta di un tempo e con più acquisti al discount. Buon Primo maggio a chi fa la fila per comprarsi un I-Phone nuovo e non scende in piazza per i propri diritti perché “tanto non cambia mai niente”. Buon Primo maggio a chi urla contro il capolarato e poi non indaga a chi c’è dietro a quelle raccolte di pomodori a pochi spiccioli (ci dovessero mai trovare le multinazionali della distribuzione che vogliono acquistare a poco e rivendere a tanto??? No, non è così non ci credo! E’ uno stereotipo…) Buon Primo maggio a chi crede che fare un figlio sia un valore e non un “costo” per la società. Buon Primo maggio per chi si sveglia tutti i santi giorni alle 4 perché il suo lavoro in fabbrica comincia alle 5 . Buon Primo maggio a chi lavora 40 ore per portare uno stipendio che finisce la settimana prima della nuova mensilità. Buon Primo maggio a chi non sta mai zitto sul posto di lavoro e chiede che tutti gli impianti e la produzione siano a norma di sicurezza perché nessuno muoia o rimanga invalido. Buon Primo Maggio a chi non sta dietro al politico che urla di più ma a quello che è venuto dal mondo del lavoro e sa che significa timbrare il cartellino ogni giorno. Buon Primo Maggio a tutte e a tutti noi che viviamo in una Repubblica fondata sul lavoro. Buon Primo Maggio a chi andrà a sentire la musica in piazza e i sindacati che parlano di lavoro. Buon Primo Maggio al Golem Femmina che a volte sente la primavera a volte l’autunno.

Accadde un mercoledì. Alain Melò, la memoria e il mouvement coopératif

cooperativa anarchiche, il golem femmina

 

Alain Mélo conobbe la sua prima cooperativa a sei anni, quando accompagnò  il padre al lavoro nella tipografia cooperativa di Bellegarde. Il suo interesse per i collettivi cooperativi lo coinvolse sempre più fino agli anni ’70, “periodo fausto del movimento di ritorno alla terra”, durante quale frequentò numerose comunità francesi, dalla  Savoia al Centro del Paese, per poi decidere di fermarsi ad occuparsi stabilmente di quel mondo diventando l’archivista intercomunale della Fraternelle di Saint-Claude. La Fraternelle E’ uno luogo storico immenso.  Ed ancora in cerca di spazio: la Fraternelle a tutt’oggi accanto al suo archivio storico è un luogo dove la vita sociale si immerge di mondo e di arte, con il suo teatro, il suo cinema, il suo jazz bistrò e perfino la sua tipografia dove si stampano libri. E’ una realtà di resistenza attiva\passiva all’inerzia a certa  comunicazione globalizzatante dove le radici e il vivere sociale sono spazzati via da (non) valori di distacco. Mélo sarà a Reggio Emilia questo mercoledì presso lo spazio di via Selo, nel cuore della Cooperativa di Mancasale e Coviolo per raccontarci lo stato delle cose “dalla casa del popolo” in Francia. Siamo tutti invitati\e. 

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riferimenti in rete

http://www.maisondupeuple.fr/

http://villacougnet.it/041210

L’inutile rossetto della Loren e le età delle donne vere.

Ci provo ad avere il passo svelto ma non riesco così vado lenta.  Il reparto geriatrico mi porta alla mente gli ultimi tempi di mio padre nel letto 1155. C’è ancora da guardalo quel numero prima di arrivare dove sono diretta ogni sera da una settimana .  Il padiglione maschile e poi il padiglione femminile. Le porte sono tutte aperte: Buon segno per chi vi è dentro.  Ci sono molte donne in una stanza intorno ad un letto, me ne accorgo perché hanno dei sari colorati (si chiameranno poi così? Non lo so. Chiedo scusa se ho sbagliato) e si muovono tutte intorno ad un donnone in camicia da notte e un segno tribale perpendicolare al mento.  Le stanno dando  da mangiare.  Mi piace quello che vedo, colori in movimento, vita in movimento. La stanza accanto è muta invece. Oltre le sbarre di plastica bianca che fanno da contenimento per impedire le cadute dal letto, sporge un corpo piccolino,  sembra come mummificato in vita, i capelli bianchissimi quasi  trasparenti, la pelle traslucente che copre poco le ossa. Quello che provo costeggiando le altre porte lo descrivo a me stessa e m’intenerisco. Poi arrivo nella stanza dove devo andare, mi tolgo borsa e giacca e reinvento sera dopo sera le emozioni che provo rinominandole senza parole.

Fin dal primo giorno in cui sono tornata in quel reparto mi è venuta in mente una fotografia pubblicitaria di un profumo di Dolce e Gabbana, quella del rossetto dedicato a Sophia Loren, “rosso acceso” come si dice nella generazione di mia madre. In quella foto l’attrice mi era sembrata uno dei manichini di Madame Tussaud. Un genere diverso di mummificazione comunque lontano lo stesso dall’energia nervosa ed elettrica della vita. Avevo progettato anche un articolo sulla senilità negata alle donne, l’avrei intitolato” Accattatevill! La dittatura del rossetto della Loren” e stavo anche  cominciando la cernita di fonti e dati sulla popolazione anziana femminile. Fra le prime letture, avevo trovato un vecchio articolo della Civiltà cattolica, che sembrava darmi ragione. “Le donne anziane costituiscono il settore della popolazione in più rapido aumento. In una società che apprezza la giovinezza e il successo economico, queste donne si trovano spesso di fronte a stereotipi crudeli”.

 Stereotipo e pure crudele: Ci possono stare i due aggettivi  (maschili) alla foto della Loren messa a pari con un’icona profana che pubblicizza il rossetto rossogiunglarosso da 38 euro? Con lo stesso taglio di capelli che da quarant’anni le cotona il viso quadrato (photoshop e piano in lontananza), anzi con gli stessi capelli folti di quarant’anni fa, improbabili nella vita vera? Boh.

Nemmeno la vecchiaia è concessa allora (dall’industria dell’immagine di questo Paese)ad una donna?

Fossi vissuta io negli anni fra il neo-realismo e la dolce vita non avrei preso le difese della Loren?

Sono poco di parte, la mia scelta sarebbe sempre e comunque stata la Magnani, che faceva delle sue rughe un vanto pur essendo (femminilmente) vanitosa come tutte le altre dive, come ho letto nella sua ultima biografia.

Ma a che cosa serve un rossettoSophiaLoren di 38 euro è questo che mi domando? Quale storia commerciale può raccontare quella foto se non un’immagine falsa da decostruire, l’ennesima gabbia per una donna in scaffale vendita\acquisti perfino nella sua età da pensione dal mondo? La mitologia dell’effimero del secondo millennio ha bisogno di questo tipo di foto  per consolidare il proprio consumo all’infinito? Si può rettificare ricordando che  “C’è  ancora Audrey Hepburn a pubblicizzare un orologio”.  Ma sono scatti di archivio,  e poi  il nome dell’attrice è anche legato a dei progetti di charity (un fondo per l’infanzia) che ne danno un valore (umanamente) aggiunto.  Per carità, sull’infanzia è meglio cambiar pagina in casa Loren,  anche se chiaramente non è affatto da collegare all’attrice in nessun modo, ma proprio nessuno, quello che avvenuto quando il marito di sua nipote  è stato messo sui giornali per aver comprato sesso con minorenni durante ore di lavoro (riscrivo che così scrivevano  giornali tradizionali e on line).  Purtroppo quelle sono disgrazie che in famiglia possono capitare! Compratevi un bel rossettorossofuoco che poi tutto passa. Poi passa anche la vita, c’è poco da farsi photoshoppare e quello che resta da guardare  in un letto d’ospedale ti chiede all’improvviso se tu sei stata felice perché lei  lo è stata poco o tanto. Passa la vita anche e comunque e resta solo l’affetto non un rossetto.  Gli affetti, le tue persone care amate con  pudore o teatralmente non importa,  del rossetto da 38 euro sanno poco che farsene, avrebbero ed hanno bisogno  di ben altre bellezze intorno, fatte di pazienza e pazienza e grande coraggio giorno dopo giorno, e giorno ancora a sperare che ce ne sia un altro dove aver forza e sopportazione. La foto con le rughe mattarellate dal photoshop che  empatia o vicinanza emozionale può darci?  E se è questo era il target da colpire, ci sono riusciti benissimo, ben oltre tutti i discorsi sul femminismo e sul genere che tagliano le generazioni,  immagine dopo immagine. Insomma, personalissimissimo intento personale, io non spenderò 38 euro di rossetto rossofiammarossa perché al mio affetto che sta andandosene da questo mondo più o meno alla stessa età della diva che lo pubblicizza, non serve per star bene. Affatto. Cercherò altrove la bellezza.

Nessuno appartiene al cammino – Sessantaquattro anni di Convenzione sui profughi

(c) Pino Oliva
(c) Pino Oliva

Nessuno appartiene al cammino
tranne una tasca
riempita di foglie della notte

(Hoda Ablan)

 

 

Da sessantaquattro anni si ricorda la stipula della Convenzione sui profughi da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni unite,  la Giornata internazionale dei rifugiati.
E da poche settimane, è on line il rapporto finale del MIPEX, che misura annualmente le politiche d’integrazione dei migranti. Voluto dalla Commissione Europea con altri partner internazionali, il lavoro statistico è costituto da otto grandi domande che vanno a formare la carta d’identità delle politiche d’integrazione nei singoli stati del Continente.
I temi del rapporto sono questi:

Mobilità del lavoro, ricongiungimento familiare, educazione scolastica, diritto alla salute, partecipazione politica, diritto alla permanenza, diritto di cittadinanza, rimozioni delle discriminazioni.
Sottraendo le questione del ricongiungimento familiare e del diritto alla permanenza, le altre sei domande su cui si è interrogato il questionario di Mipex appaiono nell’evidenza come le fonti del diritto alla dignità del cittadino.  Le fondamenta su cui si costruiscono le democrazie (più o meno antiche e più o meno esercitate) dei Paesi osservati . Non c’è contrapposizione fra numeri e parole. Le stesse domande che il rapporto sullo stato dei migranti nel continente occidentale si pone, se le pongono anche gli indigeni al di là del tropico del Cancro. La differenza forse è nell’ascolto delle richieste e nella creazione di risposte positive ad esse, dove il migrante deve urlare per farsi ascoltare. E sulla carta, si disegnano colori differenti fra un confine nazionale ed un altro, non dissimili dallo stato dell’integrazione a quello del diritto. Mancano a queste domande quelle sull’accoglienza dei migranti e sulla costruzione di un nuovo modello di cittadinanza sociale e condivisa. Vedremo l’anno prossimo cosa ne scriveranno.

http://www.mipex.eu/

***

(c) Jacques De Tonnancour
(c) Jacques De Tonnancour

In un mosaico tutto personale, qualche tessera ne vorrei tirar fuori, partendo dai primi rifugiati di cui ho memoria.  Non li ho mai incontrati né io né mia nonna paterna che ci teneva tantissimo a loro, tanto da pregarli ogni santo giorno, e quindi i tre componenti della Sacra Famiglia, Gesù piccino, Maria la Madonna e San Giuseppe che attraversano la terra rossa di un deserto per rifugiarsi in Egitto sono nel primo ricordo che ho della parola “rifugio”.

VIAGGIAMMO…..

di Antigone  Kefala

Viaggiammo su vecchie navi
con piccoli cuori che marcivano,
cavalcammo su bestie enormi
insicuri.
Ricordando altri viaggi
e neri abissi
rallegrandoci ogni giorno del passato
di amici che vigilavano
di mobili vecchi di generazioni,
non più accompagnati dai delfini
giungemmo in acque straniere.

***

Un altro rifugio che ricordo, sempre raccontato e mai vissuto, è quello in cui mia nonna materna trascinava i suoi tre ultimi figli per salvarli dalle bombe che cadevano in maniera precisissima di caos sul centro storico e nei pressi del porto della sua città. Estendendo il concetto, mia madre, mia zia e mio zio erano rifugiati già da bambini. I primi profughi della mia famiglia invece, sono venuti fuori dal ramo più povero del solito, che si è stabilito nel sabaudo Piemonte, negli anni del Boooom, a seguito di vincite nei concorsi di varie pubbliche amministrazioni. Avendo avuto un così “caldo” benvenuto locale ( così mi raccontavano, così vi narro) non appena hanno potuto rimpatriare verso la casa avitica lo hanno fatto, tant’è che più nessun cognome a me familiare abita quei posti. Ma non so se questo può contare per respingimento verso i meridionali o per  scampata nostalgia, mi debbo informare meglio.

SPERANZA PER I RIFUGIATI

di Karen Press

puoi tornare indietro
puoi tornare indietro
disseppellire la cassa in giardino
disseppellire la cassa in cortile
disseppellire la cassa nel tuo cuore
disseppellire la cassa nel cuore del bambino

 
puoi tornare indietro
tirarti giù la veste
abbottonarti la camicia
asciugare il sangue
raschiarlo via

puoi tornare indietro
puoi tornare indietro
lavare le pareti
aggiustare la porta
ricordare il gradino nel buio
evitare il buio

puoi tornare indietro
puoi tornare indietro
disseppellire la cassa in giardino
disseppellire la cassa in cortile
disseppellire la cassa nel tuo cuore
disseppellire la cassa nel cuore del bambino

puoi tornare indietro
puoi tornare indietro
deporre gli scheletri nei loro letti
appendere gli anni all’aria
piantare semi, fare la guardia al pozzo
cancellare gli incubi, le tue impronte
chiudere a chiave la porta
lavorare sodo
rendere grazie a Dio

***

Attualmente, proprio in queste ore, ho chiesto a mia cognata notizie della sorella che da tre lustri vive in Francia, dove lavora e ha generato due bellissime bambine.  Non vorrei andarla a trovare (o cercare)  su degli scogli liguri riportata indietro perché difforme dagli sciovinismi d’Oltralpe. Purtroppo, la sua natura è ben mediterranea: ha dei bellissimi capelli neri, il naso niente affatto parigino e se ben ricordo ha pure la quarta di reggiseno, santa donna prosperosa. Speriamo che i francesi non se ne accorgano.

Met