Mutazioni- Poesie contro la violenza sulle donne.

Sono stanca del mio collega, che sparla di me, e della strada che mi molesta,
nego tutte le condizioni e sono stanca anche di negare
Wafaa Lamrani

A poche ore dalla data ufficiale della 18° Giornata internazionale contro la violenza di genere e di tutti i convegni e dibattiti intorno ad essa. A poche ore dalla presentazione dei dati dai centri antiviolenza e da altre istituzioni simili che conteranno le morte ammazzate e quelle che per fortuna l’hanno scampata, seppure peste e pestate; a poche ore dalla presentazione di una delle piattaforme femministe forse più attese, quella di Non una di meno, che nella sua ambizione dichiara di aver scritto “..un piano (che) domanda a ciascun@ di posizionarsi, ognun@ a partire da sé, di prendere parte a un processo di trasformazione radicale della società, della cultura, dell’economia, delle relazioni, dell’educazione, per costruire una società libera dalla violenza maschile e di genere”. Poche ore ancora e  la grammatica imperfetta della violenza verrà passata “ufficialmente” con il rosso del sangue e il blu della speranza, per lavorare a correggere la stortura. Per generare e rigenerare pensieri e azioni. “Per promuovere un mondo nuovo – scriveva dieci anni fa Luce Irigaray – c’è bisogno di pensiero. Non basta fermarsi a qualche slogan concernente il potere, la soggettività femminile, la politica del “fra donne” eccetera. Si tratta di riflettere su quale contenuto oggettivo si mette dietro gli slogan e di verificare se questo contenuto si possa condividere e come”. La condivisione del pensiero non dovrebbe essere omogenea ma eterogena , con tutta l’enorme difficoltà che questo spostamento epocale di necessità ed educazione al rispetto civile porta con se. Eppure le epoche sono convenzioni umane, e come tutte le umane cose, sono perfette e imperfette insieme, nella loro capacità di trasformazione e mutamento continuo. Si può lavorare sulla metamorfosi delle relazioni, e si deve lavorare tutti e tutte insieme, non arrendendosi, ognuno con i mezzi e gli strumenti culturali, lavorativi, empatici di cui dispone. Nessuno è un’isola, recitava Donne, ma sarebbe pericoloso credere di essere tutti e tutte unite in un unico continente indifferenziato. Ognuno è diverso, e la sua diversità è preziosa. E’ il rispetto di questa diversità come diritto, che bisogna interiorizzare e metabolizzare come pensiero di tempo nuovo. L’arte viene chiamata spesso in campo, come se non fosse essa stessa campo e tempo. Sorte comune con l’espressione “cultura” , che viene brandita ad arma di offesa o di auspicio. Ma l’arte produce cultura, e ha in se elementi salvifici nell’immisurabilità della sua ispirazione vitale. Ecco perché, ancora una volta, questo piccolo blog sceglie l’arte poetica per posizionarsi nel flusso del cambiamento che queste ore di vigilia si chiede a tutte e tutti, perché i versi sono i mezzi che esso può mettere a disposizione nell’affrontare la necessità di riscrivere il proprio tempo.

Nda. Ringrazio Nadia Chiaverini e Moussia Fantoli  per i loro testi. Ringrazio di cuore l’attenzione e la cura che Gabriella Gianfelici e Simonetta Filippi continuano a donare al blog.

No desire to open my mouth
(Nessuna voglia di parlare)
di Nadia Herawi Anjuman

No desire to open my mouth
What should I sing of…?

Me, who is hated by life,
No difference to sing or not to sing.

Why should I talk of sweetness?
When I feel bitterness.

Oh, the oppressors feast
Knocked my mouth.

I have no companion in life.
Who can I be sweet for?

No difference to say, to laugh,
To die, to be.

Me and my strained solitude.
With sorrow and sadness.

I was borne for nothingness.
My mouth should be sealed.

Oh my heart, you know it is spring.
And time to celebrate.

What should I do with a trapped wing?
Which does not let me fly.

I have been silent for too long,
But I never forget the melody,
Since every moment I whisper.

The songs from my heart,
Reminding myself of
A day I will break the cage.

Fly from This solitude
And sing like a melancholic.

I am not a weak poplar tree
To be shaken By any wind.

I am an Afghan woman,
Makes sense to moan always.

Nessuna voglia di parlare.
(traduzione di Cristina Contilli
dal libro Poesie e traduzioni
2002-2008)

Che cosa dovrei cantare?

Io, che sono odiata dalla vita.
Non c’è nessuna differenza tra cantare e non cantare.

Perché dovrei parlare di dolcezza?
Quando sento l’amarezza.

L’oppressore si diletta.
Ha battuto la mia bocca.

Non ho un compagno nella vita.
Per chi posso essere dolce?

Non c’è nessuna differenza tra parlare, ridere,
Morire, esistere.

Soltanto io e la mia forzata solitudine
Insieme al dispiacere e alla tristezza.

Sono nata per il nulla.
La mia bocca dovrebbe essere sigillata.

Oh, il mio cuore, lo sapete, è la sorgente.
E il tempo per celebrare.

Cosa dovrei fare con un’ala bloccata?
Che non mi permette di volare.

Sono stata silenziosa troppo a lungo.
Ma non ho dimenticato la melodia,
Perché ogni istante bisbiglio le canzoni del mio cuore

Ricordando a me stessa il giorno in cui romperò la gabbia
Per volare via da questa solitudine
E cantare come una persona malinconica.

Io non sono un debole pioppo
Scosso dal vento

Io sono una donna afgana
E la (mia) sensibilità mi porta a lamentarmi.

Traduzione dal farsi in italiano di Amir e Sashinka Gorguinpour.
In memoria della poeta afgana, massacrata di botte a venticinque anni
dal marito, colpevole di aver osato acclamare i suoi versi in pubblico,
nel novembre del 2005)

***

Usa le mie ossa come speroni
da American Dreams
di Sapphire (Ramona Lofton)

usa le mie ossa come speroni,
intagliati, scolpiti, appuntiti.
lasciali essere coltelli nel cuore
o rasoi
che staccano testicoli.
lascia che impalino i nostri uccisori
e che cavino i loro occhi.
e quando la terra sanguinerà libera della loro presenza,
usa le mie ossa per costruire una casa
dove potremo guarire
e disimparare il patriarcato.
una casa dove mio padre
non potrà entrare, a meno che
non venga per il perdono.

***

alla signora CB

di Nadia Chiaverini

ho deciso /      oggi mi sfratto da sola

scarico la zavorra dalla mia mongolfiera

e prendo il volo                      indocile

lascio il branco                       m’inarco

la sento la brezza leggera del vento

taglio i fili del bucato

mi sporgo dal terrazzo            barcollo

la testa pesa più del corpo

mi capovolgo

e finalmente cado

senza più radici                  affondo

oggi non è giorno di lutto

nell’assenza del confine

divergenti sintonie

ossessione  d’ impotenza / è il paradosso

*

Limitarsi alle domande :

niente  risposte

neppure attenuate  o camuffate

E’ già troppo  / Tutto si stinge

come i lividi sulla pelle

color bluette, in grigioverde

poi trasmuta in giallo ocra

Distopia urbana

***

Bambina mia 

di Gabriella Gianfelici

Bambina mia
violentata:
ti sto cercando.

Bambina mia
non hai più le tue mutande
una mano l’ha strappate via
e tira adesso la tua gonna
e tu soffochi
di paura.
Sei gelida
sei sasso
sei vomito.

Il tuo sguardo fissa il pavimento
o il soffitto
non vuoi vedere
non vuoi sentire
non hai più voce
La lingua è bloccata.
anche la saliva non c’è più.

Sei un niente che vaga nel mondo
uno sgorbio con una tristezza infinita
una solitudine che mangia lacrime.

Vuoi morire
non puoi lottare
ma ti chiedi perché
non sei come le altre bambine
e allora non rinunci.

Sigilli la bocca
non puoi parlare
l’urlo l’ha mangiato già tua madre
sei in pieno deserto.
L’ombra che ti cammina accanto
era la bambina di prima
lei poteva giocare e parlare.
Come t’hanno ridotta
sei paralizzata
stare alla finestra e vedere la vita
solo questo ti è rimasto.

Hai asciugato tutto.
Hai chiuso tutto dentro di te.
Ancora questo fiato sulle spalle
il carnefice non è soddisfatto
è la tua condanna al mondo
gli altri ridono bevono passeggiano
tu rimani preda
e ti chiedi
perché non riesci a morire.

Denti gengive bocca
che continuate a sanguinare
a bagnare questa bambina
che volteggia come una meteora
nel buio del nulla.

Voi siete stati i miei amici notturni
insieme
al sudore dei miei capelli.
Mi domandavano sempre:
“Perché non parli?”
Non rispondevo: ero morta.
Ti rincorro grassa bambina
dal silenzio ingrassata
ma non rientro in te
ancora mi specchio in un’altra
e non posso urlare.
Vivo come se
non fossi stata bambina:
sono nata a dodici anni
oppure speravo di esserlo.

Le miserie le oscenità le bugie
il mio terrore
la vostra indifferenza
sola mi avete lasciata
in balia del mostro.
Sola
come in una pozzanghera nera
scendevo tutte le mattine a disperarmi
e col viso gonfio e fisso
andavo a scuola.

Gli occhi che mi guardavano
sembravano sapessero
ma nulla potevano fare.
Il mio corpo non c’era più
a farmi compagnia solo una bicicletta
con cui correvo correvo correvo
immaginando di poter fuggire.

Perché non sei fuggita prima
bambina mia
perché non hai urlato con quella bocca
non hai pianto da quegli occhi
non sei impazzita dallo schifo?
Peggio è stato macerare tutto dentro.
Peggio è stato non aiutarti.

Come posso volermi bene
come posso ritrovarti
accarezzarti
avvicinarmi a te.
T’ho gettata nello sfondo della mia vita
eppure sei qui
con la tua carne di marmo
i tuoi seni strusciati
le tue mani sporcate.

Difenditi
ti supplicavo dentro
ma l’orrore ti bloccava.
Cresciuta senza appoggi
le carezze di mia nonna
scendevano tenere
ma ancora
non sapevo parlare.

Aspettami bambina
sto cercando di darti la mano
per farti rientrare in me
e piangere insieme.

Piegata in un angolo senza forze
senza conoscenza del mondo
le tue vene scorrevano lacrime
le tue piaghe sempre più purulente.

Imploravi la vita e la morte insieme
soffocavi e risorgevi tutte le volte.
sempre il tuo corpo
era da un’altra parte.
Specchiarsi era impossibile
Il vestito nuovo una tortura
cosa sarebbe servito amarti di più?

Giaceva questa storia dentro di te
dolore silente che niente scopriva.
Piangiamo bambina mia
strozziamoci insieme nel ricordo di ieri
forse potremo ancora amarci
senza timore.

Ricucire gli strappi
unire i lembi del nostro passato
consolarci assieme
in questo dolore da consumare.

Ti cerco ancora
non ti trovo ancora
aspettami ancora.

***

Haiku
di Mussia Fantoli.     
 *
città di notte
il lupo esce a caccia
di cappuccetto
 *
sangue di donna
nascono rose rosse
dove fu sparso
 *
collo spezzato
sembrava addormentata
tra i ciclamini
 *
pianto di donna
contro il cuscino per non
destare i figli
 *
rose di Maggio
prostitute bambine
stessa durata
***

MUTAZIONE 1
di Armanda Guiducci

Com’eri trepido, chiaro, appassionato.
Di una tenerezza quasi
E senza riserve nella gioia
di quell’unica cosa che eravamo.

Lentamente, una forza
ha corrotto i tuoi tratti. Ha disegnato
un altro uomo in te: virile,
ma anche aspro, reticente, irato
verso il tuo cuore stesso e me – che ami
controvoglia, di nascosto, come un furto
o un caro errore, un lapsus reiterato.

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Lo status quo della clava.

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C’era il femminicidio anche quando ero piccola io ma nessuna aveva creato ancora il neologismo. Si sceglievano parole diversissime. La bussola verbale segnava la parola a seconda della difesa che si dava al carnefice per giustificarlo in tribunale e agli occhi dell’opinione pubblica. Quasi sempre si trattava di un “delitto passionale”.  Solitamente la moglie veniva uccisa  o perché il marito era geloso “assai”o perché (peggio del peggio) il marito aveva creduto di “avere le corna” . Raramente veniva uccisa una sorella o una cugina .   O forse sono io che non lo ricordo.  Oppure il casus belli è sempre e proprio  il possesso sessuale della vittima. Altre volte l’assassino pare uccidesse perché esasperato dal brutto carattere della fidanzata o della moglie, che non lo lasciava mai in pace, eccetera eccetera. I nomi delle vittime non li ricordo, perché i fatti di sangue mi spaventavano e lo fanno ancora. Ma quello che mi si è inciso a memoria è il ricordo  delle combriccole di donne, la città delle femmine dal quartiere a tutti i quartieri,   che commentando gli accaduti davano pietà alla vittima ma tutto sommato giustificavano il carnefice. Se l’era cercata, doveva starci più attenta, non doveva esasperarlo, è stata sfortunata, così va il mondo comare mia… Un mondo di donne che accettava l’omicidio come una delle possibilità insite nella vita coniugale. Almeno nella discussione sociale dei salotti, delle botteghe alimentari, dei tavolini con gli spumoni e le granite, delle panchine dei giardinetti, delle prime sdraio a righe bianche a blu delle spiagge di luglio e di agosto. Tutta quella violenza pareva potesse avere un senso perché inserita in un sistema sociale che manteneva lo status quo della clava, impermeabile ai sensi di colpa di una giustizia umana negata alle vittime. La colpa dell’assassino non era mai veramente assoluta. E la solidarietà delle donne si rinchiudeva nel gineceo della propria famiglia, le lotte di genere erano lontane. Non pareva necessario consultare i sociologhi per spiegare perché si accettava quella sorta di sindrome di Procne collettiva che negava ogni evidente sopraffazione al diritto di non essere uccisa dal delirio onnipotente di un proprio familiare. La morta ..si, faceva pena… ma vuoi mettere quanta compassione popolare c’era per quel povero giovane marito o vecchio fidanzato che doveva convivere per tutta la vita con il ricordo di quella passione così potente da averlo costretto a strozzare o sparare alla donna della sua vita? Un’imperfezione sociale dell’italietta comune, dall’ipocrisia qualunquista che zittiva e finiva la giustizia di (ogni) genere. Anche le femministe che conquistavano terreno sociale anno dopo anno, dopotutto non facevano altro che inasprire i poveri uomini e togliere loro il diritto al quieto vivere millenario. Le “femmine moderne”, che andavano a fumare in mezzo alla strada e che guidavano e che non si licenziavano dal lavoro quando si sposavano o peggio ancora ci ritornavano anche dopo essere diventate mamme, erano un modello sociale impresentabile per la cultura nazional-popolare dei musicarelli e dei principi azzurri in canottiera da ascella profonda. Pare che alcune di loro tentennassero anche nell’accettare lo ius primae fabbrica che in certi mercati del lavoro era la norma per l’assunzione di personale femminile, da Nord a Sud, segreto custodito di bocca in bocca da zie zitelle che guardavano con disprezzo l’impurezza del lavoro industriale di genere. Le “certe cose” che non si dicevano erano sconcerie non certo per chi le esercitava ma piuttosto per chi le denuciava apertamente. Cosa ci fosse nella saldatura di tutto il dna sessuofobo del Paese non fu mai trovata, né in mappa né in misura. Ma quegli anelli sono catene ancora oggi, nel confine appena superato del terzo millennio, basti pensare a quello che è successo ad una bella “ciaciona” partenopea che ha ingenuamente creduto che il suo intimo atto di fellatio ripreso dallo smartphone di quello a cui lo stava dando, potesse essere anche un altro modo di godersi la vita. Invece il machissimo idiota ha ben pensato di tramutarlo in un video pubblico che è diventato il nodo scorsoio con cui la forca degli italianissimi beoti ha ucciso la ragazza. E l’anaffettiva cultura nazional popolare, (dai video semi deficienti a certi tipi di blog fai da te che sono anche contenti di chiamarsi “Degrado virale” fino ad una delle maggiori radio private nazionali che poi si è salvata la faccia scusandosi pubblicamente) per mesi, nella totale indifferenza, ha continuato il giochino al massacro dell’autostima della ragazza. Le “femmine moderne” non le hanno fatto barriera attorno, c’è da dirlo. Quando si tocca l’incandescenza della sessualità non c’è solidarietà che tenga. C’è da aver paura sociale. Ricordo ancora che tempo fa, una quotatissima compagna femminista che portava avanti una distorta autodeterminazione del corpo femminile in una sorta di licenza o di ritorno a forme di prostituzione legale, censurò il mio pensiero contrario che interveniva sulla necessità di non porre manco per scherzo di carnevale il ritorno del dibattito e di virarlo sull’autodeterminazione al diritto all’emancipazione economica del lavoro e della parità di trattamento economico. La mia indole sindacale insomma non aveva potuto tacere, come anche la simpatia e vicinanza alle sante donne di un’associazione della mia piccola città che lottano in silenzio e con “la tigna” contro la schiavitù della tratta per scopi sessuali per ridare dignità umana alle “ultime fra le ultime”. Zac. Un taglio netto all’intervento. Zac. Una censura alla censura.  E questa stortura tutta femminista me la porto ancora dentro.  E mi fa paura. Più dei numeri che oggi verranno dati sul femminicidio di quest’anno o del prossimo. Perché dietro ai numeri, alle oscillazioni di incremento o diminuzione delle morte ammazzate, c’è ancora quello spirito ostinato ed ostile che non cede lo scettro sociale della clava. E che difficilmente andrà via anche in questa generazione, a cui però dare merito di averlo cacciato dalla tana dell’abulia della rassegnazione sociale. Che però continua a canticchiare “appena ti trovo da sola ti taglio la gola, ti tagliooo la golaaaa” o “mi hai perquisito gli occhi\e sai sono pulito\non posso uccidertiiii mai più” scritte da glorie canore nazionali senza mai chiederne ragione o scusa. Il patto generazionale è anche questo. Andare avanti verso il rispetto della dignità dell’altro. Ascoltare non solo ascoltarsi. Trasformarsi. Rivoluzionare il quotidiano per allagarlo di coraggio. Non una di meno. Andrà meglio alla prossima generazione.

La violenza sulle donne: poesie e altri contributi

Narda Fattori, Sara Ferraglia, Maria Gisella Catugno, Marta Ajò. Quattro penne a ridosso della giornata mondiale per l’abolizione della violenza di genere. Dal blog Viadellebelledonne.

viadellebelledonne

Femminicidio

Non farlo ti prego non farlo

soccombo ai miei futili orrori

nelle balaustrate di nebbia

perdonami la colpa sottile

il tuo livido mi fiorisce la pancia

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Padova e Or-Dite. Le poesie contro la violenza sulle donne

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OR-DITE!
Trame d’arte contro la violenza sulle donne
Libro e spettacolo ideato e curato da Serena Piccoli

di Serena Piccoli

La violenza sulle donne è un mostro dalle tante facce minacce: psicologica, economica, fisica, sessuale, che si nutre beato all’interno della cultura patriarcale dominante. E più si fa grasso più sento il bisogno di togliergli i viveri.
L’indifferenza è connivenza.
Se ne parla molto da una decina d’anni, e meno male, purtroppo a volte solo per interesse (alcuni pubblicitari la usano per vendere di più, come fosse una moda e non violenza  http://bit.ly/1O349NT).
Bisogna parlarne, parlarne, parlarne, così facendo si fa prevenzione e si aiutano le vittime ad uscire dalla vergogna in cui (loro malgrado) cadono a causa della mentalità ancora vigente, per cui sono le vittime a vergognarsi, non il violento. Vi sono sempre più donne che denunciano, fattore dovuto alla maggiore sensibilizzazione attuata nel nostro paese negli ultimi anni. E meno male. Ma ancora non basta, e lo vediamo ogni giorno con le violentate, le schiacciate, le ingabbiate, le ammazzate.
I numeri sono tuttora altissimi: mariti, compagni, fidanzati, figli maltrattano o uccidono donne che ‘dicono di amare’ , un femminicidio ogni due giorni in Italia. Ecco che noi, persone d’arte, abbiamo il dovere morale e umano di usare i nostri talenti pro-sensibilizzazione, per scardinare stereotipi, far capire, educare al rispetto e all’uguaglianza.
L’indifferenza è violenza.
Da anni come scrittrice sia di poesia che di testi teatrali affronto questo tema e partecipo o organizzo eventi per sensibilizzare in proposito. Nell’autunno del 2015, vista l’emergenza, ho voluto raddoppiare il mio impegno: non solo come da anni faccio nella mia città d’origine, Padova, ma anche in quella d’adozione, Forlì.
Proprio perché abbiamo il dovere di rendere la violenza sulle donne sempre meno accettabile, lo possiamo fare in svariati modi, anche con un evento\spettacolo di letture recitate e musica dal vivo. Questo ho pensato, e da subito non ho voluto i ‘soliti nomi noti’ che si leggono nelle giornate di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne (le nostre grandi madri di lettere e lotta, Beauvoir, Yourcenar, Woolf e Wolf, tanto per citarne alcune). Il mio intento è anche far conoscere artiste e artisti non sulla bocca di tutti, far vedere che tante e tanti di noi portano avanti quella lotta e quelle lettere. E lo fanno bene, qui attorno a noi. Un modo anche questo di ‘solidarietà alle donne’.
E proprio per e da Forlì, dove ho care amiche d’arte (su tutte Giorgia Monti, poeta e scrittrice, Sabina Spazzoli, attrice e regista teatrale e Velia Leporati, preziosa organizzatrice) ho voluto chiamare a raccolta colleghe e colleghi, che come me sentono l’urgenza di educare ai sentimenti, al rispetto, all’uguaglianza, e a promuovere il superamento degli stereotipi di genere.
Il grido di ‘battaglia’ è stato: Or-dite!, artiste e artisti! Mostriamo le molte sfaccettature di questa violenza: dolore ma anche rinascita, crollo e poi rivincita.
Donne e uomini d’arte hanno aderito con generosità ed entusiasmo dandomi i loro contributi artistici e a Silvia Tiso, apprezzata fotografa padovana, ho chiesto scatti sul tema della violenza contro le donne (una sua bellissima foto l’ho scelta come locandina).
A Forlì domenica 29 novembre è stato un successo di pubblico, donne e uomini di ogni età e nazionalità hanno assiepato la sala de La Materia Dei Sogni (chi in piedi per due ore, chi seduto a terra). E’ stato doppiamente soddisfacente vedere una calca così sensibile al tema e alla Poesia (sempre così bistrattata da parte dell’establishment culturale italiano).
Sì, perché la mia idea era che la Poesia la facesse da padrona, proprio per ricordare (o, ancor peggio, far capire a chi è duro di comprendonio) che la Poesia è potentissima, gode di ottima salute, non è affatto lontana da noi (come alcuni erroneamente credono), è di robusta costituzione, lotta silenziosamente per salvarci dallo schifo del mondo.
Credo nella ‘messinscena poetica’ perché la Poesia deve essere letta e, ancor meglio, interpretata\recitata a voce alta, per carpirne meglio immagini ed emozioni. Per questo negli eventi che organizzo invito performer, non persone che la leggano e basta, come fosse un articolo di giornale o una comunicazione di servizio. Sabina Spazzoli è attrice professionista di teatro, mette tutta la sua intensità drammatica, Giorgia Monti calca le scene letterarie da anni interpretando poesie sue e di altri con la dolcezza che la contraddistingue. In questo modo la Poesia torna dove dovrebbe sempre stare: tra la gente (che magari, in parte, è rimasta terrorizzata dai ricordi di scuola), perché ne percepisce l’effetto immediato ed efficace.
A questo proposito, vista l’alta qualità dei testi a me arrivati, gran parte di questi li ho raccolti in una plaquette pubblicata dalle amiche di Exosphere PoesiArtEventi di Reggio Emilia (Gabriella Gianfelici, Simonetta Sambiase e Federica Galetto). Il pubblico ha ben risposto anche al libro, visto che siamo già alla terza ristampa di “OR-DITE! Trame d’arte contro la violenza sulle donne” . La raccolta ha contributi di teatro, fotografia, narrativa e soprattutto Poesia: Gabriella Gianfelici, Serenella Gatti Linares (Bologna in lettere), Gruppo 77 (Rachele Bertelli, Piera Anna Masia, Anna Rizzardi, Francesco Sassetto, Silvia Secco, Claudia Zironi) , Giorgia Monti, Simonetta Sambiase, Clery Celeste, Sharon Elliot e Serena Piccoli.
Vi aspetto tra il pubblico di “OR-DITE! – Trame d’arte contro la violenza sulle donne” a Ponte San Nicolò (Padova), domenica 13 marzo ore 17 presso il Centro Rigoni Stern di Piazza Liberazione 1, spettacolo con il sostegno del comune. Entrata libera.
In scena a interpretare le poesie vi è il cast che ho voluto sin da subito a Forlì: Giorgia Monti, Sabina Spazzoli e la sottoscritta. Nella serata padovana ci sarà anche l’attore Alberto Moni (con me nella Compagnia Teatrale La Betonica) e musica dal vivo del frizzante Marimà Acoustic Duo (Martina Milan e Matteo de Meda) che intervalla le letture. In mostra anche gli scatti della fotografa Silvia Tiso sul tema.

Il mio (e nostro) grido non sarà mai : “Alle armi!”
Bensì : “Alle arti!”

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Storie di donne che non volevano vivere quelle storie. Dal blog di pastoriGloss

Ma terra arida è quella di chi stupra,
tu sei quella che genera il tuo bambino
e la Pace, figlia immortale; per essa
attendono gli uomini. Immacolati

(Olive Tilford Dargan)
trad. S. Sambiase

Dietro un grande uomo c’è una grande donna
dietro ad una grande donna non c’è proprio mai nessuno.
Convinzione personalissima, non intendo passarla come verità universale. Mi serve per meglio presentare Stefania Pastori, una gran donna. Lì a raccontare di come è sopravvissuta (e sopravvive ancora) ad un marito che l’ha quasi ammazzata di botte. Che l’ha cacciata di casa quasi affamandola non solo lei ma anche sua figlia Sofia, che è nata con una grave disabilità. Ha usato l’aggettivo resiliente e se lo è cucito addosso. La sua storia l’ ha raccontata lo scorso novembre a Reggio Emilia ed oggi ne ha scritto un riassunto sul suo blog “pastoriGloss”, al link http://pastoristefaniagloss.blogspot.it/2015/12/emilia-romagna-una-regione-attivissima.html.

Buona lettura

 

Or-Dite. Suggestioni di Cristina Bove sull’antologia contro la violenza sulle donne

 

 

Ci vuole coraggio a essere donne, ci vuole coraggio a scrivere di sé.
Questo coraggio è quanto ispira i testi di questa antologia, accomunati in una sorta di denuncia corale, nel riconoscimento del dolore di un’infanzia sottratta brutalmente o del tormento di un agguato che ha lacerato loro corpo e anima.
 


il golem femmina

 

Le donne subiscono discriminazioni, sopraffazioni, umiliazioni e violenze, fino all’annichilimento, ad ogni latitudine. Tuttavia sono un mistero di sopravvivenza: quando non restano uccise, mettono ancora fiori nei capelli, ancora cantano.
E scrivono per riappropriarsi della propria vita, per potersi amare e continuare ad amare, per abbracciare i propri figli e il mondo.

Ho ritenuto significativo, più di ogni mio pensiero, riassumere le loro voci in una sola voce, che è quella della loro Poesia.

Cristina Bove 

e tutte noi donne siamo in lutto

chiuse nelle bare, in silenzio

semplicemente stiamo

porte chiuse e finestre spalancate

Eri un piccolo uomo piccolo

e io, senza un motivo, ti ho tolto la sete

Al letto di morte. Santa coscienza

e in ogni orribile tunnel

assediato dalla ballata degli orchi

al varo di una nuova notte

spiana come salma di un corpo celeste lontano

I postumi dell’amore li immaginavi diversi

in una scatola

accanto al focolare

a rotolo nello spazio di crateri vuoti.

senza alcuna ragione.

Senza spiegazione

la coscienza nera come un delta allagato

come aveste un fior di malva fra i capelli

Qualche anfratto luminoso

dev’esserci,

Nella pienezza del giorno nuovo

la distesa degli anni che sono silenzio.

non più i fili della complicità a trattenere

Di questo colore a mezza sfera

Resta questa pece. Dalle ali

non si leva s’incrosta si fa cicatrice

La casa decrepita celava

disperazione e violenza.

una solitudine che mangia lacrime

per attraversare

alla distanza del prossimo respiro

quello spazio di carità

Solo per un giorno

ho libri  rose  spicchi di cielo

 

Ndr

L’antologia OR-DITE  – Trame d’arte contro la violenza sulle donne, curata da Serena Piccoli e stampata dall’associazione Exosphere sarà presentata in anteprima domenica nello spettacolo omonimo creato da Serena Piccoli il  29 novembre a Forlì , presso l’associazione La Materia dei sogni, come avevo segnalato nel link https://metsambiase.wordpress.com/2015/11/13/7n-primo-movimento-or-dite-a-forli/

Il patriarcato buonista e la giornata per l’eliminazione della violenza sulle donne

 

 

 

La giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne numero sedici si appresta ad essere celebrata sotto venti di guerra internazionale al di là del mar Mediterraneo, un mare antico ora pieno di portaerei e di chissà quali altri fantascientifici ordigni bellici. Si prepareranno ben altri dati da segnalare nei prossimi tempi? Si accettano scommesse a basso tasso di vincita. Ma “ eliminazione della violenza” è un aulico termine, si può ben celebrare questa giornata così come si festeggia l’otto marzo,il  rosa sta avanzando, le donne  hanno ora ben due giorni di festa all’anno,  poi si ritornerà ad altri problemi, quelli “urgenti nel Paese”.

Così domani luci  sui dati della violenza sulle donne.  Il 25 novembre  sta così bene nelle statistiche internazionali che nel giro di pochi anni si è trasformato in uno slogan a taglio centrale nella pagina di cronaca nera. “Eliminiamo la violenza sulle donne, abbasso il femminicidio” e pian piano lo slogan sta  creando un nuovo stereotipo salvacoscienza. Del resto, in questo Paese antico come il suo mare e che fino a pochi decenni fa faceva di buona prassi familiare il “delitto d’onore”,  si è molto attenti a praticare il buonismo di coscienza.  Molto meno il diritto al bene e al rispetto sociale  perché si andrebbe  a ledere un modo di fare e pensare a cerchi concentrici . Dove il fare “si fa fino ad un certo punto” perché i “veri problemi del Paese” non sono certo questi. Ora ad esempio il problema vero del Paese è decidere se fare o no il Giubileo, se far giocare o no le partite di serie A, se far partire o no l’alleanza delle armate contro i terroristi armati dalle bombe chimiche e fisiche prodotte negli stessi arsenali degli alleanti.

E’ il trionfo del patriarcato, perché non ammetterlo? Seppellire il vivere dietro atti di violenza declinati come necessità di sicurezza o come necessità assoluta in nome di questo o quest’altro valore. Valore violenza come assoluto strumento di valore. S’inchinino tutte al cospetto del più forte. Chi ci salverà? Le femministe?

Nel nostro Paese un movimento come quello di “Stop Patriarchy” che chiede la fine della pornografia e del patriarcato che degrada la donna non potrebbe esistere, visto che le nuove generazioni si affrettano ad allontanarsi perfino dall’aggettivo femminista, che pure le ha portate nelle università a laurearsi e conquistarsi l’ autonomia salariale attraverso un lavoro dignitoso. Noi gli attori porno li mettiamo a pubblicizzare le patatine fritte e alle pornostar dedichiamo serial di quattro o cinque puntate (non lo so quante ne sono e non me ne frega nulla di saperlo).

Meglio è metabolizzare il termine “femminicidio” che è ormai socialmente ed italianamente accettato nell’accezione paternalistica e pietistica innervata in gran parte del senso comune. Che è molto duttile ed elastico, pronto a piegarsi all’uso dell’ autoindulgenza, piuttosto a quello della giustizia sociale. La giustizia paritaria, ad esempio, in questo Stato è sempre in ritardo, perché le emergenze, l’abbiamo già scritto, sono altre e sono d’ispirazione patriarcale. Dove sono le donne allora? Se le son mangiate le crisi economiche, forse, perché le cattive condizioni economiche sono la base della paura, e l’istinto di sopravvivenza è un’arma a doppio taglio, ti salva ma ti condanna alla paura. Allora speriamo che la crisi economica passi presto e ritornino le piazze a chiedere il rispetto dei diritti civili, senza paura.

Che in piazza anche  le donne italiane potessero prima o poi, voler creare  un manifesto “femminista che DENUNCIA che le violenze machiste rappresentano la manifestazione più violenta dell’ineguaglianza di genere e la più grande violazione dei DIRITTI UMANI DELLE DONNE sofferta dalla nostra societa” come quello appena elaborato dalle donne madrilene e lanciato in tutto il mondo con l’hashtag 7n.

Che si mettesse fra le emergenze civili la scomparsa del pietismo bonario del patriarcato. Non si immagina certo  un mondo senza uomini perché questo sarebbe l’inimmaginabile contrario del buon senso ma  il sistema di potere assolutistico  che il patriarcato sceglie di continuare a non estinguere, fatto di uomini “di cattivà volontà” e ,confessiamolo a noi stesse, anche di alcune  donne che scelgono di seguire quella di strada.  Ed ognuno che non contrasta questo modo di condurre la vita sociale degli altri è ugualmente complice. Fino alla prossima donna pestata o alla prima donna uccisa sotto bombe italiane.