I canti dell’Interregno. Recensione del nuovo libro di Pina Piccolo da CinqueColonne.it.

icantidell'interregno

Ringrazio tutta la redazione del magazine on line Cinquecolonne.it per aver ospitato la mia recensione sul libro di poesie “I Canti dell’Interregno” di Pina Piccolo.

http://www.cinquecolonne.it/i-canti-dell-interregno.html

 

 

Ora che queste cose le sai,

sei pronta a spezzare

la fune che ti lega

alla zavorra di un passato

graffito da Byron sulla colonna dorica

che da secoli lancia

lo sguardo implorante verso il mare?

Pina Piccolo

Nell’Interregnum “Siamo liberi di fare il bene. Il giudizio è infallibile. Non siamo liberi di fare il male” (Isidore Ducasse), e chiamiamo aiuto alla coscienza che ha voce in versi perché :“La poesia deve avere come scopo la verità pratica” (Isidore Ducasse).  Ne “I canti dell’Interregno” di Pina Piccolo, i versi hanno il canto della narratologia del presente, la voce è alta come dall’alto di un monte sacro dove suona continuamente “il piffero della rivoluzione”, titolo dell’ultima sezione del libro. Non alla tromba o al tamburo è concessa la sveglia della coscienza,  ma al piccolo e legnoso piffero, insistente, squillante,  strumento inusuale di metafora di rivolta, ma nulla è inusuale nella trama del dettato poetico della raccolta di versi.  E’ subito chiaro che non ci saranno ricordi gloriosi nell’Interregno. La storia è quella del presente, l’ora è quella attuale, il “Duecento dopo Darwin” ed è adesso che urge a Pina Piccolo cantare il sonno degli egoismi, usare i versi per la traslazione rigida dell’indifferenza che desensibilizza giorno dopo giorno i sensi, fino a spingere la natura stesso dello sguardo.  Le pupille occidentali “balugicano” sulle armi e sul potere del futile a cui opporre cultura, empatia e una buona dose di ironia. L’olfatto è “disuso a distinguere l’odore della felicità\ da quello della morte in agguato”, mentre  la grande migrazione dei popoli della sabbia e della fame, quella dei “figli malvoluti da mamma Africa”, viene sommersa o salvata, sommersaosalvata, salvataosommersa, i braccianti di Rosarno colgono arance a un euro all’ora per le offerte sottocosto degli ipermercati e zelanti comuni del Belpaese distruggono alberi secolari per far posto all’ennesima speculazione.

In questo scritto, siamo nel territorio della conoscenza del simbolo e del suo uso, un uso plathiano degli oggetti e dei suoi riconoscimenti che viene amplificato al ricordo di ogni dea e dio passato che ha servito la mitologia del Mediterraneo e anche oltre, è non servito a portare misericordia sugli uomini. Si canta il coraggio, si canta il dolore, si canta la verità spogliata e nuda, come dovrebbe esser sempre. “Gridateli i nomi\perché la parola\crea mondi\e racchiude\l’essenza, la perifrasi non media le pagine”, si chiede nei versi dedicati alla morte di  Miriam Makeba”.   “Dopo sessant’anni di battaglia\non ne puoi più, continuano a chiederti\quella scemenza di Pata Pata”, ed invece nell’Interregno, la parola torna nuda e vera, per Zenzile Makeba,  Mama Afrika dalle mille battaglie che sull’ultimo campo desolato della terra, quel Castel Volturno roso da indifferenza e paura, muore in un palco ventoso sopra una piazza quasi vuota, “..di donna integra\che di libertà cantava\in ogni angolo del mondo” l’etica di un epica nuova ed antica insieme: “Cantaci oh Diva\non l’ira funesta del Pelide Achille\che infiniti addusse lutti agli Achei\ma la bellezza del suono\polifonico e inceppato\le sillabe che si librano\volteggiano e cadono\come corvi con le ali spezzate\da uragani prossimi venturi”. I messaggi, gli avvisi dalle sponde, gli scombussolamenti che fanno segnare il sud delle cose perse, sono i canti del caos, “delle nostre magnifiche sorti e progressive\dal  calderone del pianeta gelido ed infiammato” e pazienza se le strofe sono arrossate dall’energia dell’antilirica, il loro labor limae è nella verità di un’esclamazione, nell’assonanza di versi che espongono, nell’ironia che sfronda la visione. Il canto di Pina Piccolo non può né vuole avere pause. E le differenti sezioni che compongono il testo poetico, non ne hanno. Sono sottoposte al tempo dell’Interregnum e vanno al contrario, datando le collezioni poetiche dall’oggi all’ieri e l’energia, o meglio l’élan vital , scorre in crescendo,  chi più vive,  più ha resistenza.

Resilienti sono i versi in cui l’ironia caustica caustica il caos indifferente di una vista che non vuole “disturbare\gli umani traffici\e le disumane trame”; resilienti sono gli omaggi alle scritture che l’autrice ama e disperde nella trama dei versi, concedendo uno slancio lirico che prende alti spazi di scrittura, soprattutto in certe chiuse in cui la poeta affida al ritmo metrico le ultime strofe. Ecco la chiusa di “Ventisei rose di mare”: “L’ultima volta che ognuna\levò in alto gli occhi\forse le arrise Oshun\negra dea dell’acqua dolce\giunta a raccogliere\neri petali di rosa\per farne ghirlanda”. Ecco l’omaggio a José Saramago in “Muore il vecchio” : “Muore il vecchio che i nomi\aveva scovato\osservandoli truce nascosto\a una finestra\organizzando poi processioni\per carpirne il codice\del Grande Libro dei Vivi”. Ecco Montale fra le strofe dei “Versetti dell’alta velocità”: “Ferro, cemento e vetro\forbici, carta o sasso\masso che ruote ti muovi\non recidere quel cordone che alla terra ci lega”. “La terra ci lega” è un verso guida. In tutta l’estensione di questa raccolta, la poesia ha gridato, spiegato, mostrato, evocato come tutte noi e tutti noi abbiamo la stessa terra che ci lega, e che “la crisi consiste precisamente nel fatto\che il vecchio sta morendo e il nuovo non può ancora nascere”.

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Al di là dell’8 marzo – Adele Cambria

Ricordi Adele la sera del tuo compleanno com’eri bella ed elegante? Proprio come piaceva a te: curata, vestita di un abitino giapponese verde smeraldo con fiori arancioni, le scarpe nere col solito tacco….vanitosa, “sciantosa”, frizzante.
I tuoi occhi verdi brillavano.
Sul tuo terrazzo la vista era meravigliosa: il Gianicolo, Trastevere in lontananza, il Tevere, i ponti e il tuo discorrere fluido, colto e sempre ironico.
Ottant’anni compivi piccola fata, e ridevi a rammentare quando a Roma negli anni ’50 per strada ti sussurravano: “a fata, piccola fata!”.

E non capivi ma presto hai compreso: bella ragazza, piccola ma bella!Andavano di pari passo i tuoi interessi, la tua professione e la tua vanità.
A volte non veniva compresa, a volte sembrava troppo. Invece era un tuo modo, un tuo essere piena di colori, di sciarpe, di orecchini vistosi, di enormi collane e deliziosi cappellini.

Hai insegnato che conta ben altro: il tuo passo svelto quando inseguivi operai in sciopero, il tuo andare a Reggio Calabria durante la rivolta, prendere l’aereo per assistere al matrimonio di Grace Kelly e il Principe Ranieri.

Sei stata tutto questo e per tutte noi ha tenuto coraggio, tenacia e grandezza. E mentre ti penso e scrivo, sto qui a vederti con gli occhi e sentire la tua voce che mi racconta ancora di questa o quella storia mentre metto ordine fra i tuoi libri e i tuoi appunti e mi perdo nei tuoi ricordi. Come allora oggi, grazie.

Gabriella Gianfelici 

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Domenica 5 marzo, a Reggio Emilia, nell’ambito della rassegna Trecentosessantacinque giorni donna del Comune di Reggio Emilia, le associazioni Exosphere e Eutopia-Rigenerazioni Territoriali ricordano Adele Cambria, una delle grandi madri del giornalismo e della testimonianza femminista del nostro Paese, insieme a Oriana Fallaci e Camilla Cederna.

Nata a Reggio Calabria , classe 1931, voce ribelle, giornalista, scrittrice, autrice di teatro ed anche di televisione, perfino attrice in alcuni film di Pier Paolo Pasolini, è stata anche  cofondatrice di  Rivolta Femminile e la piccola casa editrice ad esso collegata e di Noi Donne. Nel 1972, presta la sua firma  al giornale di Lotta Continua, diretto da Adriano Sofri, che doveva però avvalersi di direttori responsabili iscritti all’Albo professionale, dimettendosi all’indomani dell’uccisione del commissario Luigi Calabresi,  per forte dissenso dell’editoriale comparso in prima pagina. Uno dei suoi ultimi libri è l’autobiografia  “Nove dimissioni e mezzo – l’Italia vista da una cronista ribelle” in cui scorrono “mezzo secolo di cronaca, di personaggi, di processi e di spettacolo, e d’impegno quotidiano. (S. Mazzocchi). Adele Cambria è scomparsa a Roma, la città dove viveva dal 1956 il 5 novembre dello scorso anno.

I suoi libri saranno custoditi da Archivia, la biblioteca centro di documentazione della Casa delle Donne di Roma, per volontà della scrittrice. Una piccola parte dei suoi libri di poesia, donati a Gabriella Gianfelici, la curatrice del suo archivio personale, sono stati portati al fondo di poesia Exosphere di via Selo a Reggio Emilia.

 

 

 

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La scrittura? E’ gioia percepita – di Gabriella Gianfelici.

 Domenica 15 Maggio 2016 a Terra del Sole (Forlì) PALAZZO PRETORIO, Gabriella Gianfelici terrà un laboratorio di scrittura per INCHIOSTRO DONNA 4° EDIZIONE. Per l’occasione, sul GolemF una sua riflessione sulla scrittura. Buona lettura.
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La scrittura è composta di parole, e la parola è ricordo, testimonianza e conoscenza insieme.

La parola ricorda così la possiamo scrivere, testimonia perché è sulla carta e ci fa conoscere perché scrivendo la fermiamo sulla carta ma, in realtà, nulla si ferma e la scrittura, anche se noi non lo sappiamo, è il più intimo dei nostri pensieri.
Con la parola si diventa tutti portatori di idee, sherpa senza carichi, donne e uomini migratori dentro di sé che cercano nuove strade, varchi e passaggi e tutte le voci, giustamente diverse tra loro, costruiscono l’identità di un luogo ideale: il luogo della parola e dell’ascolto.
Il laboratorio cerca di far sviluppare intuizioni, sensazioni e fuggevoli ricordi che, con l’aiuto di letture e piccoli esercizi, ognuno di noi può far emergere e scrivere così un breve racconto o una poesia.
Recuperare così la gioia della scrittura percepita non come coercizione e mezzo di valutazione ma come creazione, crescita personale e dialogo con gli altri.

Gabriella Gianfelici

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(ritorna poesia) Il Murmure dell’Acqua di Caterina Franchetta

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(Ri)Torna la  poesia femminile sul GolemFemmina
con un inedito di Caterina Franchetta accompagnato da una delle immagini della mostra Anime in cornice a cura di Lucia Ruggieri.

 

 IL MURMURE DELL’ACQUA
Se non fosse per quel chiaro cielo
e per il fuoco che ancora m’arde dentro
concederei a quest’acqua il privilegio
di sciogliermi dai legami ingannatori.
Dal buio pesto dei dolori
raccoglierei lampare
per attirare luci d’altri mari;
e mentre dalle oscure nubi scroscia
ghermirei dall’acqua immagini rinate
lasciando alle gocciole cadute a graspi
di perdersi nell’abbraccio delle pozzanghere.
E quelle sperse nel seguire
i fili delle sferiche vele di passaggio,
lascerei che nel tempo effimero svanissero;
perché fu d’acqua il mio tempo migliore
di quando nacqui, ed altre ancora
intrise in un carico d’anni:
acqua d’attesa con i pori aperti,
di chi ha perso la terra,
e il murmure dell’acqua
l’appassiona.
Caterina Franchetta – 23/8/2015

cat

Dialoghi di scena e poesia – Versi diversi per parole sorelle

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E’ un tema caro al GolemFemmina quello che si apre con l’offerta di “messinscena  poetica” del duo Giorgia  Monti – Serena Piccoli: la fluidità delle arti. Il loro spettacolo contamina la poesia con la scena, tenendo bene insieme non il consumo spettacolare ma la capacità di apportare nuove visioni che possano trovare saldezza compositiva nel proprio portato artistico, in un progetto tutto al femminile.

E’ un assunto e un “miris modis” di aprire visioni sulla lettura poetica che fonde le passioni delle due autrici, che l’ hanno proposto al festival di Montegiardino (Repubblica di San Marino) . “La categoria poetica  – racconta Serena Piccoli – abituata meno ad avere un carattere performativo rispetto alle altre. Io chiamo il lavoro dei “Versi diversi per parole sorelle ‘messinscena poetica’, ovvero non un reading come in altre parti, dove si leggono le poesie in piedi senza pretese scenografiche e movimenti attoriali, ma proprio una teatralizzazione della poesia, con un nostro personale allestimento, fatto di piccoli oggetti con cui rimarcare concetti espressi nelle poesie o solo per creare un’atmosfera di sensazioni date non solo dalla parola ma anche da colori, suoni e movimenti.

“Credo che la ‘teatralizzazione poetica’  – continua l’autrice – sia un modo molto efficace di arrivare ad un pubblico più ampio, e questo è, tra gli altri, uno degli obiettivi miei e di Giorgia, non a caso la nostra performance ‘Versi diversi per parole sorelle’ consta di letture di poesie tratte dai nostri libri ‘Che razza di mondo’ di Giorgia Monti ed. Cicorivolta e ‘Nata farfalla’ di Serena Piccoli, ed. WLM, intrecciate alle intense immagini di Silvia Tiso in mostra accanto a noi. La messinscena di un dialogo tra due poete e una fotografa, ognuna col suo punto di vista artistico diverso”.

 

 VERSI DIVERSI PER PAROLE SORELLE

Presentazione evento di poesia e fotografia

Lettura di poesie di

giorgia_monti_01

Giorgia Monti

 

 

 

e Serena Piccoli.

serena piccoli golem femmina

 

 

 

 

 

Immagini di Silvia Tiso.

Due poete contemporanee, Giorgia Monti e Serena Piccoli, dai modi di scrivere simili e diversi si incontrano sullo stesso terreno, quello sgranato e permeabile delle rive e derive della parola poetica, lì dove l’onda si fa imprendibile e arrivando vicino porta lontano.

Ironie dissacranti, sensibilità stremate, amori, timori e orrori della quotidianità diventano oggetto della loro poetica sotto lo sguardo chiaro di una luna che le muove insieme come scostanti maree .

Silvia Tiso cesella gli attimi con i chiaroscuri di un cuore vedente dal caldo crepuscolare della sua caverna, trovando nel dettaglio l’universalità di un linguaggio emotivo limpido e potente, significato e significante della sua visione prospettica.

Tre figure che si svelano nel soffio amletico del vento, sorelle dello stesso intenso sentire.

 

Letture tratte da

“Nata farfalla” di Serena Piccoli – WLM Edizioni

e

“Che razza di mondo” di Giorgia Monti – Cicorivolta Edizioni.

 

 

Del commediare di femmine e d’Arte – La fune dell’amore

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La Commedia dell’Arte. C’era lei, prima ancora del primato del regista e del testo, quando l’attore era il mestiere del commediare. C’era lei, la Commedia dell’Arte sui palcoscenici piccoli e grandi, con i suoi tipi fissi, con le sue tecniche recitative, con duetti e dialoghi fra maschere irriverenti o drammatiche , con i suoi  innamorati (A che ama B che ama C che ama D che ama A), c’erano i viaggi e le compagnie, e c’erano anche le donne in scena ( nate già femmine, non castrati dell’Opera o attori in gonne e calzette). C’era in quel di di Padova Isabella Andreini, nata nel 1562, attrice e capocomica, letterata apprezzata e citata anche dal tasso, che lavorava a Firenze presso i Medici. A lei è dedicato uno spettacolo “in costume” che va in scena tra pochi giorni a Padova, “La Fune dell’Amore” scritto da Serena Piccoli, su idea di Sabina Spazzoli. “Il testo – racconta l’autrice – vuol mostrare come si viveva in un piccolo paese a fine ‘500, infatti è curato nei dettagli storici (popolazione, abbigliamento, stili di vita, nomi, vicende, urbanistica ecc…) ricavati da ampie ricerche effettuate presso l’Archivio Storico di Terra del Sole (FC), mentre lo sviluppo della trama è di pura invenzione”.

“La fune” del titolo rimanda al tiro alla fune (noto passatempo dell’epoca), nonché metaforicamente alla pena amorosa, poiché vi sono in gioco due coppie. Il dualismo del Palazzo (giustizia\ingiustizia, bellezza architettonica\bruttezza della tortura inflitta ai condannati) emerge parallelamente a quello di Isabella: vorrebbe l’amore ma è bloccata dalla paura di amare. Tra spassose scene di gelosia e scontri tra realtà diverse (geografiche e sociali), vi è posto anche per l’amore e per scoprire (ridendo) che molte cose dei nostri avi non sono poi tanto diverse oggi…

il golem femmina, Locandina_Fune dell'amore_neutra

riferimento in rete

https://www.facebook.com/pages/Serena-Piccoli-autrice/250507165116634?fref=ts

Posso essere racchiuso in uno spazio di noce e considerarmi un re dello spazio infinito- Simonetta Met Sambiase incontra Elena Mazzi

Nuove protagoniste d’arte. La ricostruzione della materia di cui è fatta Terra e Memoria: Elena Mazzi.
Dal blog Carte Sensibili.

( particolare) @ Elena Mazzi
( particolare)
@ Elena Mazzi

CARTESENSIBILI

elena mazzi-itaca

itaca_gabbia

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Chiamarsi a de-costruire la visione sedimentata di uno spazio per ri-costruirlo in una nuova lettura, dal segno al nuovo segno. Una scrittura artistica quella di Elena Mazzi che parte dal racconto in toto di un territorio, una mutazione di segno visivo che ne da una prospettiva dal particolare all’universale, il territorio come uno spazio d’orientamento per il vissuto umano tra passato e presente.

La giovane artista, ci orienta così nel suo impegno artistico: “Negli ultimi anni la mia ricerca si è focalizzata principalmente sulle relazioni interdisciplinari tra arte e architettura, società e territorio. Dal 2009 la mia pratica artistica si sviluppa a partire da aree territoriali problematiche, che hanno recentemente subito traumi di varia tipologia . L’intento è quello di realizzare lavori di natura processuale che informino un pubblico spesso non cosciente delle difficoltà che affliggono le realtà prese in considerazione, così come quello di lavorare in…

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