Miholjsko ljeto – canto per la Bosnia. Paolo Maria Rocco, dal concorso 2018 de LaRecherche.it.

Miholjsko ljeto
di Paolo Maria Rocco

IV classificata al concorso 2018
Il Giardino di Babuk
– Proust en Italie –
organizzato da LaRecherche.it

http://www.ebook-larecherche.it/ebook.asp?Id=229

Miholjsko ljeto

Le corse degli oggetti, hai detto, il loro suono
riverbera costante, risoluto
sul manto di catrame, e stanno
il bene tuo e il mio nel cardine del tempo
e in questa successione rutilante
di parole, in questo sguardo sagittale
che poi svetta… e si fa uguale
a un turbine di notte, a un temporale. Tu, spettatrice
della stessa tua vacanza, una visione
sei chiamata del mondo ad evocare, rigorosa
come fosse della luce un’alternanza
speculare, o dei tuoi occhi. Sì, le corse degli oggetti

E poi le ruote che mordono l’asfalto, il presagio
hai detto, deliziato di un quadro disegnato
dall’atomo versatile di un vetro, dalla vista
ch’è interrotta da una rete sullo schermo
di gocce ovali e innumerevoli
di pioggia. Così perfetto
e tenero è il paesaggio che si fa saldo
nel cuore del ritorno, della vita del pensiero
la sua testimonianza, luogo del sorriso che s’irradia
dalla Bosna al tuo candido incarnato: si distilla
cilestrino un miholjsko dal baleno ljeto sulle sponde
del tuo fiume e sul ponte di Jalija immacolato

(c) N. Isakoviç.

* Miholjsko ljeto: in lingua bosniaca significa Estate di San Martino, qui evocata a Zenica, in Bosnia e Herzegovina. Bosna è il nome del fiume che attraversa Zenica, solitamente declinata al femminile: la Bosna. Jalija è il nome di uno dei ponti che, a Zenica, unisce le sponde della Bosna.

***
I versi sono copyright dell’autore. Il blog ha “preso in prestito” la poesia dall’ebook de La Recherche.it, mantenendone il link originale, e nel caso di segnalazione  dell’ autore, si impegna a rimuovere l’articolo.

Annunci

I canti dell’Interregno. Recensione del nuovo libro di Pina Piccolo da CinqueColonne.it.

icantidell'interregno

Ringrazio tutta la redazione del magazine on line Cinquecolonne.it per aver ospitato la mia recensione sul libro di poesie “I Canti dell’Interregno” di Pina Piccolo.

http://www.cinquecolonne.it/i-canti-dell-interregno.html

 

 

Ora che queste cose le sai,

sei pronta a spezzare

la fune che ti lega

alla zavorra di un passato

graffito da Byron sulla colonna dorica

che da secoli lancia

lo sguardo implorante verso il mare?

Pina Piccolo

Nell’Interregnum “Siamo liberi di fare il bene. Il giudizio è infallibile. Non siamo liberi di fare il male” (Isidore Ducasse), e chiamiamo aiuto alla coscienza che ha voce in versi perché :“La poesia deve avere come scopo la verità pratica” (Isidore Ducasse).  Ne “I canti dell’Interregno” di Pina Piccolo, i versi hanno il canto della narratologia del presente, la voce è alta come dall’alto di un monte sacro dove suona continuamente “il piffero della rivoluzione”, titolo dell’ultima sezione del libro. Non alla tromba o al tamburo è concessa la sveglia della coscienza,  ma al piccolo e legnoso piffero, insistente, squillante,  strumento inusuale di metafora di rivolta, ma nulla è inusuale nella trama del dettato poetico della raccolta di versi.  E’ subito chiaro che non ci saranno ricordi gloriosi nell’Interregno. La storia è quella del presente, l’ora è quella attuale, il “Duecento dopo Darwin” ed è adesso che urge a Pina Piccolo cantare il sonno degli egoismi, usare i versi per la traslazione rigida dell’indifferenza che desensibilizza giorno dopo giorno i sensi, fino a spingere la natura stesso dello sguardo.  Le pupille occidentali “balugicano” sulle armi e sul potere del futile a cui opporre cultura, empatia e una buona dose di ironia. L’olfatto è “disuso a distinguere l’odore della felicità\ da quello della morte in agguato”, mentre  la grande migrazione dei popoli della sabbia e della fame, quella dei “figli malvoluti da mamma Africa”, viene sommersa o salvata, sommersaosalvata, salvataosommersa, i braccianti di Rosarno colgono arance a un euro all’ora per le offerte sottocosto degli ipermercati e zelanti comuni del Belpaese distruggono alberi secolari per far posto all’ennesima speculazione.

In questo scritto, siamo nel territorio della conoscenza del simbolo e del suo uso, un uso plathiano degli oggetti e dei suoi riconoscimenti che viene amplificato al ricordo di ogni dea e dio passato che ha servito la mitologia del Mediterraneo e anche oltre, è non servito a portare misericordia sugli uomini. Si canta il coraggio, si canta il dolore, si canta la verità spogliata e nuda, come dovrebbe esser sempre. “Gridateli i nomi\perché la parola\crea mondi\e racchiude\l’essenza, la perifrasi non media le pagine”, si chiede nei versi dedicati alla morte di  Miriam Makeba”.   “Dopo sessant’anni di battaglia\non ne puoi più, continuano a chiederti\quella scemenza di Pata Pata”, ed invece nell’Interregno, la parola torna nuda e vera, per Zenzile Makeba,  Mama Afrika dalle mille battaglie che sull’ultimo campo desolato della terra, quel Castel Volturno roso da indifferenza e paura, muore in un palco ventoso sopra una piazza quasi vuota, “..di donna integra\che di libertà cantava\in ogni angolo del mondo” l’etica di un epica nuova ed antica insieme: “Cantaci oh Diva\non l’ira funesta del Pelide Achille\che infiniti addusse lutti agli Achei\ma la bellezza del suono\polifonico e inceppato\le sillabe che si librano\volteggiano e cadono\come corvi con le ali spezzate\da uragani prossimi venturi”. I messaggi, gli avvisi dalle sponde, gli scombussolamenti che fanno segnare il sud delle cose perse, sono i canti del caos, “delle nostre magnifiche sorti e progressive\dal  calderone del pianeta gelido ed infiammato” e pazienza se le strofe sono arrossate dall’energia dell’antilirica, il loro labor limae è nella verità di un’esclamazione, nell’assonanza di versi che espongono, nell’ironia che sfronda la visione. Il canto di Pina Piccolo non può né vuole avere pause. E le differenti sezioni che compongono il testo poetico, non ne hanno. Sono sottoposte al tempo dell’Interregnum e vanno al contrario, datando le collezioni poetiche dall’oggi all’ieri e l’energia, o meglio l’élan vital , scorre in crescendo,  chi più vive,  più ha resistenza.

Resilienti sono i versi in cui l’ironia caustica caustica il caos indifferente di una vista che non vuole “disturbare\gli umani traffici\e le disumane trame”; resilienti sono gli omaggi alle scritture che l’autrice ama e disperde nella trama dei versi, concedendo uno slancio lirico che prende alti spazi di scrittura, soprattutto in certe chiuse in cui la poeta affida al ritmo metrico le ultime strofe. Ecco la chiusa di “Ventisei rose di mare”: “L’ultima volta che ognuna\levò in alto gli occhi\forse le arrise Oshun\negra dea dell’acqua dolce\giunta a raccogliere\neri petali di rosa\per farne ghirlanda”. Ecco l’omaggio a José Saramago in “Muore il vecchio” : “Muore il vecchio che i nomi\aveva scovato\osservandoli truce nascosto\a una finestra\organizzando poi processioni\per carpirne il codice\del Grande Libro dei Vivi”. Ecco Montale fra le strofe dei “Versetti dell’alta velocità”: “Ferro, cemento e vetro\forbici, carta o sasso\masso che ruote ti muovi\non recidere quel cordone che alla terra ci lega”. “La terra ci lega” è un verso guida. In tutta l’estensione di questa raccolta, la poesia ha gridato, spiegato, mostrato, evocato come tutte noi e tutti noi abbiamo la stessa terra che ci lega, e che “la crisi consiste precisamente nel fatto\che il vecchio sta morendo e il nuovo non può ancora nascere”.

Il secondo giorno dell’anno del Cane.

“Su-zi ma questo che anno sarà?”

“Ah?”

“Si, che animale arriva quest’anno con il vostro oroscopo?”

“Ah! Come si dice… Cane. E’ anno cane”

“Ma porta bene o porta male entrare nell’anno del Cane?”

“Anno buono. E’ un anno buono”

“L’hai detto anche l’anno scorso del segno del Gallo. Come può essere che tutti gli anni siano buoni?”

Su-zi mi sorride con pazienza mentre continua ad asciugarmi i capelli.

“E’ buono. Il cane è un segno buono – continua a ripetere – i cani sono gran lavoratori. Tu non vai al lavoro oggi? ”

” No. Allora quest’anno andrà bene – cantileno ancora – perché ho un sacco di progetti da portare a termine e un po’ di fortuna mi servirebbe”.

Su-zi mi sorride nonostante la seccatura di dovermi tranquillizzare ancora sullo zodiaco del suo paese. “Anno buono, è un anno buono. Ti passo la piastra?”

Annuisco e finalmente taccio. E’ il secondo giorno dell’anno del Cane.

La Vandea del #metoo. Che bel sederino, signora Bardot.

 

 

Il #metoo apre l’anno nuovo con la dichiarazione di una vecchia gloria del cinema europeo e mondiale, Brigitte Bardot, che sul Paris Match dichiara, a proposito dello scandalo Weinstein che : “Bisogna distinguere tra le denunce delle donne in generale e quelle delle attrici. La maggior parte delle accuse di queste ultime sono ipocrite e ridicole. Ci sono molte attrici che fanno le civette con i produttori per ottenere un ruolo . E poi vengono a raccontare che sono state molestate”. Per poi aggiungere: “Ho sempre trovato affascinante che mi dicessero che ero bella o che avevo un bel “sederino”. Questo tipo di complimenti sono piacevoli».

Prendiamo atto che secondo un certo tipo di sguardo femminile, le attrici non possano essere tutelate dalle molestie e aggressioni di sfondo sessuale. Che sia giudizio facile (né scritto né sancito) che un certo maschilismo prenda uso ed appoggio da parte sia di taluni  produttori predatori che di qualche donna “attricetta”, a cui una gran pacca sul sedere e altro ancora, sia d’obbligo e faccia solo un gran piacere. Questo giudizio potrebbe forse spiegare l’odio contro Asia Argento  che si è scatenato da taluni noti  e tante sconosciutissime che hanno intasano pagine dei social e lasciato commenti al vetriolio nei giornali on line. Potebbe spiegarsi anche l’arroganza di certe prese di posizioni contro le molestie. Niente di nuovo sotto il sole italiano ed internazionale, si finirebbe per pensare:  quella stessa luce spettrale spesso illumina le lingue che commentano a bassa voce “che tutto sommato, se una ragazza che indossa una minigonna per strada viene stuprata, non si deve gridare allo scandalo”. Che se un datore di lavoro ti getta il viso sul suo pene non c’è niente di male, anzi quella donna dovrebbe ringraziare i santi perché c’è la fila di disoccupate che cercano lavoro e lei invece il lavoro ce l’ha. Che se un cliente di un’azienda (cooperativa, ente pubblico etc etc) ogni volta che arriva ti venga alle spalle non certo per guardare quello che scrivi al computer, si debba sorridere e compiacere perché il cliente ha sempre ragione e porta soldi e se l’impiegata\la commessa\laragioniera\la buyer internazionale\non è compiacente, si danneggia l’azienda (la cooperativa, l’ente pubblico, etc etc).

Un modus operandi, validato dalle basse alle alte sfere,  altrimenti non potrebbe accadere che  un giudice del Consiglio di Stato, tal Francesco Bellomo, avrebbe obbligato le allieve della sua scuola privata di formazione per magistrati, “Diritto e Scienza”, a presentarsi ai corsi in minigonna, tacchi a spillo e trucco marcato, pretendendo anche che non fossero sposate. Un’imposizione fatta in virtù della legge non scritta dei predatori impuniti.  Brigitte Bardot è un problema dello stato francese, ma Bellomo è un problema delle donne italiane, e scusate il campanilismo. Un servitore dello Stato il cui stipendio lo pagano le donne di questo Paese con i loro contributi mensili tolti nelle buste paga, se lavoratrici dipendenti oppure nelle altre forme contributive del lavoro autonomo.  A questo proposito,  le nostre parlamentari potrebbero ideare un disegno di legge che preveda il risarcimento economico a questi “infedeli servitori dello Stato” che andasse ai centri antiviolenza o alle associazioni che si occupano di genere. Ricordate il marito della Mussolini , tal Floriani, che andava a prostitute minorenni durante il suo turno di lavoro come dirigente di Trenitalia? E’ stato licenziato per assenza ingiustificata sul luogo di lavoro? Chissà. Certo, Brigitte Bardot (e prima di lei, quasi in comunione di pensiero, Catherine Deveuve), non ha paragone di fama rispetto a Bellomo. E allora ritorniamo a ragione sul proclama della libertà delle pacche sui sederi femminili della Bardot.  Spetterebbe (forse) a degli specialisti della personalità aiutare una giovane Brigitte con l’autostima di sé che si alza a suon di ammiccamenti e toccatine veloci da qualunque parte arrivino, che poi nel tempo si tramuti in compiacimento nell’attacco verbale a tutta una categoria lavorativa,  a cui, tra l’altro, vi si appartiene. Anche se si è stati “Brigitte Bardot”, il giudizio sulla propria vita passa comunque attraverso i sentimenti e le azioni. Il tempo che si muove e invecchia, potrebbe lasciare saggezza e empatia, ad esempio. E il #metoo è una buona possibilità di tempo nuovo, di tempo che  porti, o  riporti,  i sentimenti e il rispetto come valori di comunicazione fra uomo e donna, liberandola dalla violenza e dall’aggressione sessuale. Brigitte Bardot ha sprecato un’occasione per consegnare uno sguardo intergenerazionale di comprensione e insegnamento. Ma ricordiamo chi è oggi Brigitte Bardot. Come scrive “Vanity fair”, l’attrice è “Diventata un’anziana signora sciupata, icona razzista del Fronte Nazionale”. Il sito Noglobs.or da più informazioni:  “Ricordiamo che Brigitte Bardot é sposata con un militante del Front National, che sostiene Marine Lepen alle elezioni presidenziali, e che è stata condannata 5 volte per odio razziale e omofobia”.

Odio razziale è una gran brutta parola, signora Bardot. Che tu sia un’anziana “sciupata” (che mancanza di stile, Vanity Fair!) o un’anziana meno sciupata ma sconosciuta, l’odio razziale è ancora punibile e indecente in una società civile, che può migliorare indifferibilmente la qualità dei rapporti fra i diversi generi che la compongono, donne e uomini, uomini e donne, donne e donne, uomini e uomini. Lo può fare anche ragionando sul complesso, (molto complesso) hashtag “metoo”. Senza semplificazioni indecenti come quello bardotiniano della pacca sul sedere alle civette. L’hashtag “metoo” non è un’incongruenza delle donne, un’indiscrezione da salotto, una moda femminista passeggera, un noioso femminismo 4.0. E’ un’occasione di muoversi a sdegno sulla persistenza dell’approvazione delle aggressioni sessuali nel terzo millennio dell’umanità. Non va  tritato e servito come ultima moda; non va lasciato privo di discussione sociale e politica. La violenza è inaccettabile in tutte le forme, e va prevenuta sempre. E pure punita (vivaddio!) come ogni atto contro la persona giudicato e sanzionato dai codici legislativi. Il prossimo governo italiano, dovrebbe metterci mano, visto che sono ben tre le proposte di legge che si occuperanno di contrasto alle molestie e alla violenza di genere (1); leggi già presentate ma ancora da assegnare e che lasciano ben sperare che nel carosello degli scontri e sconti sulle violenze a sfondo sessuale si fermi la sarabanda e si scenda tutti e tutte giù. Anche se il nuovo fondo è un ghiaccio sottile, su cui alcuni vogliono ancora scivolare, basti pensare alle pericolosissime boutade degli ultimi giorni sulla riapertura delle case chiuse. Anche qui c’è una donna a validarne la proposta. L’avvocata Giulia Bongiorno, palermitana doc, responsabile del progetto “Doppia Difesa”, è salita sul carro della Lega e benedice le modernissime idee lenoni del suo leader, confidando che: “Sulle case chiuse serve una regolamentazione, basta con il caos. Le prostitute consapevoli devono pagare le tasse”. Magari le stesse tasse che formano lo stipendio di Bellomo. No, niente da fare. La prostituzione è una vergogna non un lavoro. Chi è povera e priva di mezzi deve essere aiutata a trovare un lavoro produttivo e dignitoso, non vendere pezzi del proprio corpo, signora avvocata. La prostituta consapevole è un’immagine ancora più avvilente della pacca sul sedere avvizzito della Bardot. Continuiamo a seguire la sorte che prenderà #metoo, non affondiamoci dentro.

1. Disposizioni per il contrasto della violenza di genere, anche perpetrata con l’abuso del processo.
Introduzione degli articoli 609-ter.1 e 609-ter.2 del codice penale, in materia di molestie sessuali, e altre disposizioni per il contrasto delle medesime nell’ambito lavorativo.
Disposizioni per la tutela della dignità e della libertà della persona contro le molestie sessuali nei luoghi di lavoro.

fonti in rete:

https://www.quotidiano.net/politica/giulia-bongiorno-1.3670955/amp
href=”https://www.vanityfair.it/people/mondo/2018/01/19/brigitte-bardot-molestie-metoo-critiche-attrici-intervista-foto”>

https://www.vanityfair.it/people/mondo/2018/01/19/brigitte-bardot-molestie-metoo-critiche-attrici-intervista-foto
http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/europe/france/11051530/Brigitte-Bardot-calls-Marine-Le-Pen-modern-Joan-of-Arc.html
http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/18_gennaio_09/bellomo-strano-algoritmo-per-lasciare-fidanzati-sfigati-2d62e2b6-f57a-11e7-b250-16cc66648122.shtml

https://parlamento17.openpolis.it/singolo_atto/94010
https://parlamento17.openpolis.it/singolo_atto/92592″>

 

 

Al di là dell’Otto marzo – Pagateci il giusto! #herpayrise

 

Woman’s Day 2017. Parliamo finalmente dei soldi delle donne? Il tabù profondo della differenza retributiva a parità di lavoro fra uomo e donna, il gender gap, è cosi insito nel nostro Paese che l’Italia quest’anno ha peggiorato la sua posizione nell’indicatore mondiale di disparità di trattamento fra uomo e donna, che viene redatto dal Word Economic Forum, scendendo ancora nella sua classifica, dal quarantunesimo posto al cinquantesimo. Scorrendo i dati, le due voci che catapultano le donne del Belpaese verso il medioevo retributivo sono la partecipazione e le opportunità al lavoro e della differenza di salario per lavoro similare (equal pay for work of equal value). Quest’ultima voce ci vede alla centoventisettesimo posto nel mondo, e pare che dopo di noi non ce ne siano così tanti di Paesi a finire la lista. La fotografia di tutta la carriera lavorativa e salariale è presto visibile, con le spalle al muro di una vita complicata da carichi di cura e attività domestica che continuano a gravare sulle donne, finanche dopo la pensione, quando si sostiene la cura di nipoti e familiari fin quando la propria salute lo permetta.  La Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere,  in una relazione rilasciata nel settembre 2016, ha scritto: “che, rispetto agli uomini, le donne sono maggiormente soggette a interrompere più volte la carriera e a dover lavorare a tempo parziale, dal momento che in casa la responsabilità delle cure alla persona incombe loro in maniera sproporzionata” e “ che il divario salariale tra uomini e donne persiste ancora nell’UE e nel 2014 era pari al 16,3 %, principalmente a causa di fenomeni di discriminazione e segregazione, che si traducono in un numero maggiore di donne nei settori in cui il livello di retribuzione è inferiore rispetto ad altri per lo più occupati da uomini”.  A parte qualche isola felice, in zona scandinava e polare, dove welfare e contribuzione sono ripartiti in maniera efficace, il gender gap è il  nemico comune di tutte le donne.  Chidi King, direttrice del Dipartimento Eguaglianza dell’ITUC, il raggruppamento internazionale dei sindacati, lo scorso febbraio ha spiegato che:  “Le recenti stime mondiali alla luce di aumenti progressivi del (gender) gap, ci dicono che una cesura significativa di questo fenomeno non sarà possibile fino al 2069. Se non agiamo ora, i cambiamenti nel mondo del lavoro, incluso l’automazione e l’economia on-demanding, potrebbero rendere il divario ancora più insanabile”. Previsione dunque di almeno due o tre generazioni di donne che dovranno continuare a lavorare più del dovuto, in casa e fuori casa, per raggiungere una stabilità nelle proprie  risorse economiche. Tornando all’oggi, anche   quando le lavoratrici vanno  in pensione lo spettro della povertà non si allontana. Le donne vivono statisticamente più a lungo ma la classificazione  non ha mai preso in carico la qualità di questa lunga vita,  Ancora nella relazione UE si legge che “il divario pensionistico di genere (il cosiddetto “gender gap in pensions”), che può essere definito come la differenza tra la pensione media percepita (al lordo dell’imposizione fiscale) dalle donne e quella percepita dagli uomini, nel 2012 era del 38% per la fascia di età dei 65 anni e oltre e che che le donne godono di una copertura pensionistica inferiore a quella degli uomini e che sono sovrarappresentate nelle categorie dei pensionati più poveri e sottorappresentate nelle categorie più ricche”. Ricchi e povere. Una lunga catena di ingiustizia sociale. Sulle spalle delle donne. E finora le statistiche hanno affrontato le casistiche delle lavoratrici regolari, perché il fenomeno del precariato e il ritorno del lavoro in nero getterebbe ancor più nel pozzo la vita retributiva delle donne italiane. Eppure tutto accade intorno a noi , non solo platealmente nella compilazione della busta paga, ma anche nelle scelte “politiche” di organizzazione del lavoro che spesso ignorano l’uguaglianza di genere. Comincerei a chiedere dei comitati o degli uffici per le pari opportunità nelle aziende: ci sono e stanno funzionando?  Come mai nei premi aziendali, per quelle aziende virtuose che ancora hanno questo istituto contributivo, si premia ancora e solo  la presenza del lavoratore\trice nel posto di lavoro, ignorando i bisogni di cura e maternità che la legge tutela? Come mai la conciliazione dei tempi del lavoro continua ad essere la richiesta urgente e cronica delle lavoratrici agli sportelli delle federazioni sindacali? Come mai nei premi aziendali, per quelle aziende virtuose che ancora hanno questo istituto contributivo, si premia ancora e solo  la presenza del lavoratore nel posto di lavoro, ignorando i bisogni di cura e maternità che la legge tutela? Le donne che fanno figli, ricordiamolo una volta a tutti e tutte, svolgono un lavoro sociale che permette di continuare la vita stessa della società, non possono essere “punite” economicamente negli accordi per i premi di produzione perché assenti. E’ un’ingiustizia sociale non solo economica. E continuando a leggere il sociale, a che punto siamo con le “quote rosa”? Le quote rosa che dovrebbero naturalmente esaurirsi nel 2022 (secondo l’utopica speranza della Golfo Mosca) hanno portato dei cambiamenti di sostanza nelle prospettive economiche e lavorative delle donne, o sono state delle corse a tappare dei buchi neri per quelle società in Borsa e statali che non avevano ancora formato e dato spazio alla managerialità femminile? E quanto hanno pagato quelle manager che sono riuscite a sfondare “il tetto di cristallo”? E quelle manager hanno poi rinvestito la loro esperienza in azioni positive verso il proprio genere per ampliare e difendere le dipendenti della loro azienda dal più alto livello retributivo al più basso? Questo Woman’s Day 2017 deve tenere conto di tutti questi punti di domanda oltre il suo giorno. “Le donne sono il cuore dell’economia europea”. E il cuore è un unico corpo di due grandi parti che battono all’unisono. Lo dimentichiamo spesso, perse nel  vissuto complicato e stancante dell’economia degli ultimi dieci (lunghissimi) anni. E l’hashtag lanciato dai sindacati europei, l’#herpayrise,  per ridurre il gender gap deve essere sostenuto fino alla sua risoluzione. Non basterà (quando accadrà e speriamo  il più presto possibile) una diminuzione di qualche punto percentuale in una classifica di numeri stilati su una carta a dirci che si può costruire una nuova società di inclusione e diritti ugualmente distribuiti. Dovremmo tenerne anche la memoria storica per impedire che l’ingiustizia accada di nuovo.

riferimenti in rete

https://www.etuc.org/press/she-needs-pay-rise-herpayrise#.WL8oQTvhDIU

Al di là dell’Otto Marzo. Le origini. Camicette Bianche.

Triangle Shirtwaist fire, incendio alla Triangle Shirtwaist, Isaac Harris e Max Blanck, camicette bianche, 8 marzo, femminismo, golem femmina, golemf, simonetta sambiase, met sambiase, ester rizzo

A metà tra testo biografico e testo storico, il libro Camicette Bianche di Ester Rizzo nasce dall’esigenza dell’autrice di ridare memoria e posto storico alle vittime dell’incendio del Triangle Waist Company del 1911. La tragedia  del Triangle Waist, il 25 marzo 1911 segna il punto di non ritorno del capitalismo patriarcale delle fabbriche americane, quando bruciarono vive 126 operaie nel rogo della fabbrica di camice per signora della Triangle Shirtwaist Company di New York di proprietà di Max Blanck e Isaac Harris.  Tradizione popolare, vuole questo rogo l’origine del Woman’s Day, la Giornata dedicata  “alle rivendicazioni dell’emancipazione delle donne e per l’acquisizione dei loro diritti di lavoratrici in varie parti del mondo, dagli Usa alla Russia, all’incirca dal 1907 in poi”. Più precisamente” l’’8 marzo – ricorda la scrittrice – in realtà è una data convenzionale che ricorda vari eventi tutti collegati fra loro”.  Tutti concentrati nei primi anni dello scorso secolo. Erano anni in cui non esistevano datori di lavoro, ricordiamolo, ma padroni. Anni in cui si poteva anche affermare che “Non è un problema se bruciano gli operai, in fondo sono solo un sacco di bestiame” (ct, pag 85). Nel libro, la lunga lista delle vittime del Triangle Waist è compilata con attenzione e precisione nelle sue ultime pagine. E’ una delle sue parti  più dolorose:  contare quante operaie avessero solo quattordici o quindici anni quando bruciarono vive perché nel loro edificio le poche uscite erano bloccate e le loro postazioni erano create in modo di non poter comunicare fra di loro. Quasi tutte loro erano italiane e russe. Alcune erano di seconda generazione, come oggi si usa indicare. Ma molte di loro avevano affrontato il lungo viaggio oceanico dall’Italia a Ellis Island da pochi anni, con il libretto rosso da emigranti.  I nomi, le storie della fabbrica delle camicette bianche, sono stati tenacemente ricercati dall’autrice, che le ha accompagnate a noi nei loro giorni americani insieme a quello che ne fu dei loro figli, dei  padri e delle madri, vittime “indirette della tragedia”. Ne riporto una,  quella della madre di “Sonia Wisotsky, Esther, che dopo che la figlia diciassettenne morì, non dormì più per tutta la vita in un letto. Sistemava tre sedie allineate e lì passava l’intera notte. Era la punizione che si infliggeva per aver permesso alla figlia, sei mesi prima, di lasciare la Russia ed andare in America. Così racconta Esther Mosak, pronipote di Sonia” (ct, pag 69)

Il processo ai due titolari della fabbrica, accusati di omicidio colposo, durò appena ventitré giorni, “con centotre testimoni, la maggior parte della difesa ed in tanti ebbero il dubbio che alcuni fossero stati pagati per affermare il falso… Harris e Blanck furono assolti da una giuria di soli uomini, che arrivò al verdetto in sole due ore. Quando uscirono dal tribunale furono circondati da una folla che piangendo gridava: “Ridateci le nostre mogli, le nostre figlie, le nostre sorelle. Dov’è andata a finire la giustizia?” . Un unico coro di voci si alzò: “Omicidio! Omicidio! Omicidio! “. (ct. pag 72).

Isaac Harris e Max Blanck
Isaac Harris e Max Blanck

Il racconto del libro continua offrendo un panorama diverso, quello degli interventi legislativi che seguirono il rogo delle operaie.
“Comunque, quelle donne non morirono invano. Il 14 ottobre 1911 venne istituita la “Società Americana degli ingegneri per la Sicurezza. Nei quattro anni successivi si approvarono otto nuove leggi che furono inserite nel codice del lavoro, poi altre venticinque ed infine altre tre nel 1914. Inoltre, tale leggi stabilirono orari limitati di lavoro per donne e bambini”. (ct, pag 75).   Il  seguito della storia è fatto di conquiste e diritti, di donne che guidano cambiamenti legislativi,   a cominciare da quelle all’interno del Trade Union League, i sindacati dei lavoratori, che pochi anni prima del rogo, nel 1903,  aveva creato la costola di genere, il WTUL, il Woman’s Trade Union League, aprendosi così alle istanze delle lavoratrici.

Women’s Trade Union League, 2 gennaio 1910
Women’s Trade Union League, 2 gennaio 1910

Al suo vertice, Rose Schneiderman, classe 1882, nata in Polonia  anche lei emigrata come la maggior parte delle operaie del Triangle W. “Sin da giovanissima, nel 1903, iniziò a lottare per migliorare la vita dei lavoratori e grazie a lei le donne poterono entrare a far parte dei sindacati” (ct, pag 76).  Il discorso di Rose alla commemorazione delle vittime del rogo tenutosi il 2 aprile, esattamente una settimana dopo, prese la parola in un discorso di fuoco e lacrime, paragonando le fabbriche e i loro macchinari a moderni strumenti di tortura per poveri”.  (http://trianglefire.ilr.cornell.edu/primary/testimonials/ootss_RoseSchneiderman.html)

Triangle Shirtwaist fire, incendio alla Triangle Shirtwaist, Isaac Harris e Max Blanck, camicette bianche, 8 marzo, femminismo, golem femmina, golemf, simonetta sambiase, met sambiase, ester rizzo

E’ ricordata inoltre Frances Perkins (per un refuso la indicano come Francis? nda) , che divenne la prima Segretaria del Lavoro nella storia degli Usa, in quota Democratica, durante i difficili anni della Depressione.  Durante il mandato, per sua volontà si  rafforzarono  i diritti dei lavoratori e lavoratrici, con le tutele contro gli incidenti sul lavoro,  l’introduzione del salario minimo, l’indennità di disoccupazione e il divieto del lavoro infantile. Citiamo anche Anne Morgan, figlia di uno dei potenti typhoon dell’epoca, avvocata anch’essa come la Perkins, che non esitò a schierarsi a fianco delle rivendicazioni sindacali derivate dal rogo del Triangle W. L’ultima figura restituita dal libro è quella di Rose Rosenfeld Freedman, un’operaia sopravvissuta al rogo del 25 aprile, che per tutta la vita restò fedele al ricordo dell’accaduto, battendosi per la sicurezza sui luoghi di lavoro e sostenendo le lotte e le rivendicazioni sindacali delle lavoratrici. Come integrazione delle lotte femministe dell’epoca, laddove il libro si ferma, si potrebbe anche ricordare Jane Addams, che in termini di azioni politiche e sociali delle politiche di genere è una delle figure più rilevanti del femminismo americano, leader del movimento riformista americano, ed Elizabeth Gurley Flynn, la Giovanna d’Arco dell’Est, che in quegli anni era presente a New York nell’Industrial Workers of the World, il sindacato radicale americano, che organizzò buona parte degli scioperi del 1912 per la rivendicazione della giornata lavorativa di otto ore e che subì repressioni brutali finanche con l’impiccagione dei propri componenti. Lottò a lungo per la tutela legale dei sindacalisti e dei militanti perseguitati per le idee politiche. (R. Lupinacci).

Triangle Shirtwaist fire, incendio alla Triangle Shirtwaist, Isaac Harris e Max Blanck, camicette bianche, 8 marzo, femminismo, golem femmina, golemf, simonetta sambiase, met sambiase, ester rizzo

Il libro Camicette Bianche, sarà presentato a Modena questo giovedì, nell’ambito della rassegna Lottomarzo, organizzato dai sindacati confederali e dall’Udi territoriale.

riferimenti fotografici in rete

http://trianglefire.ilr.cornell.edu/index.html

L’Anno del Gallo italico.

gallo, capodanno cinese 2017, roberto saviano, preti pedofili, emiliano fittipaldi, il golem femmina, golemf, simonetta sambiase, met sambiase, antigone l'eterna, antigone contraria

Il Gallo aprirà  domani dalle ore 1.08  il Capodanno Cinese  che cade sempre alla seconda luna nuova dopo il solstizio d’inverno. Questo universale animale da cortile, o precisamente il suo simbolo astrologico, comincerà il suo dominio astrologico per tutto l’anno.  Antigone la contraria ha letto che nella simbologia orientale  il gallo viene considerato un potente amuleto contro le forze occulte della mente. C’è da sperare che esso possa influenzare anche quest’altra parte del mondo e che possano essere tirate vie  non tanto le forze occulte, che in letteratura comune sembrano circostanziali di  sette religiose o massoniche, ma quelle esplicite delle menti  in disuso per cronico scetticismo, rassegnazione e accidia. Pare che il padrone oroscopico di quest’anno “porti con se fierezza, franchezza, coraggio di esporsi con una fiducia illimitata nelle proprie risorse, sospinto dall’ambizione verso traguardi sempre più alti . (Laura Tuan). La franchezza è insindacabilmente la qualità che dovremmo importare in questo (strano) Paese che grida sempre che è ora di cambiare e poi si trasforma con la lentezza di una lumaca al bar. Paese  furbo nella sua accezione negativa, come quando per portare ascolti e sponsor ad un festival nazional popolare di canzonette, mette sul palco il figlio di un boss della camorra. Onestissimo e talentuoso, per carità. Mai le colpe dei padri debbono ricadere sui figli, ma vuoi mettere che orgoglioso momento di spettacolo si poteva trasmettere se su quello stesso palco si invitava anche Roberto Saviano? Esser franchi non è una richiesta, ma una locuzione che apre le parole alla verità, quella sgradevolmente vera. Siamo franchi e franche quando non ne possiamo più di aver dovuto mangiare tutta la sabbia dove si è ficcato il nostro collo, e allora mitragliamo e cannoneggiamo verità nude e crude. La verità fa scoppiare le guerre e pare che per rimediare a ciò abbiamo inventato la diplomazia internazionale che invece non le fa mai accadere, come ben si vede da quando esiste il racconto della storia umana. Ad esser franchi forse (forse) si può vendere qualche libro di denuncia. Antigone la contraria ad esempio, vuole comprare l’ultimo di Emiliano Fittipaldi, Lussuria, dove si scrivono delle verità sulla cupola di potere che nasconde gli abusi pedofili di una parte ingiustificabile del clero cattolico. Fittipaldi è un gallo cinese quando scrive, con il coraggio di esporsi con una fiducia illimitata nella verità, che “in Vaticano ci vorrebbe un direttore del personale più accorto. Papa Francesco è un abile comunicatore, ma all’atto pratico non ha fatto nulla. Solo operazioni di facciata: ha istituito una commissione antipedofilia che non ha potere di indagine. In compenso uno degli “insabbiatori” (delle indagini sulla pedofilia) il cardinale honduregno Maradiaga, il papa l’ha nominato suo consigliere”. E ci vuol del coraggio a tirar fuori dalla santità comunicativa l’attuale pontefice. Un coraggio da gallo Asterix, per finire in leggerezza, con la sua indomita anarchia anti-colonizzazione romana. Per estensione, c’è anche il ruolo del franco tiratore, che quando decide di entrare nell’ombra della zona d’ombra politica riesce anche a far cadere “inciuci” di una certa qualità. L’auspicio di quest’anno gallico e gallinico potrebbe generarsi dall’insospettabile franco tiratore che è in ogni uomo e donna di buona volontà, e che dovrebbe quest’anno uscire fuori dalla zona di sicurezza e finalmente dire e pretendere di ascoltare solo la verità. Anche solo per un anno ogni dodici. Meglio dodici mesi ogni cento e rotti che non farlo mai.

riferimenti
intervista di Federica Furino a Emiliano Fittipaldi
su Gioia n4\2017