Mutazioni- Poesie contro la violenza sulle donne.

Sono stanca del mio collega, che sparla di me, e della strada che mi molesta,
nego tutte le condizioni e sono stanca anche di negare
Wafaa Lamrani

A poche ore dalla data ufficiale della 18° Giornata internazionale contro la violenza di genere e di tutti i convegni e dibattiti intorno ad essa. A poche ore dalla presentazione dei dati dai centri antiviolenza e da altre istituzioni simili che conteranno le morte ammazzate e quelle che per fortuna l’hanno scampata, seppure peste e pestate; a poche ore dalla presentazione di una delle piattaforme femministe forse più attese, quella di Non una di meno, che nella sua ambizione dichiara di aver scritto “..un piano (che) domanda a ciascun@ di posizionarsi, ognun@ a partire da sé, di prendere parte a un processo di trasformazione radicale della società, della cultura, dell’economia, delle relazioni, dell’educazione, per costruire una società libera dalla violenza maschile e di genere”. Poche ore ancora e  la grammatica imperfetta della violenza verrà passata “ufficialmente” con il rosso del sangue e il blu della speranza, per lavorare a correggere la stortura. Per generare e rigenerare pensieri e azioni. “Per promuovere un mondo nuovo – scriveva dieci anni fa Luce Irigaray – c’è bisogno di pensiero. Non basta fermarsi a qualche slogan concernente il potere, la soggettività femminile, la politica del “fra donne” eccetera. Si tratta di riflettere su quale contenuto oggettivo si mette dietro gli slogan e di verificare se questo contenuto si possa condividere e come”. La condivisione del pensiero non dovrebbe essere omogenea ma eterogena , con tutta l’enorme difficoltà che questo spostamento epocale di necessità ed educazione al rispetto civile porta con se. Eppure le epoche sono convenzioni umane, e come tutte le umane cose, sono perfette e imperfette insieme, nella loro capacità di trasformazione e mutamento continuo. Si può lavorare sulla metamorfosi delle relazioni, e si deve lavorare tutti e tutte insieme, non arrendendosi, ognuno con i mezzi e gli strumenti culturali, lavorativi, empatici di cui dispone. Nessuno è un’isola, recitava Donne, ma sarebbe pericoloso credere di essere tutti e tutte unite in un unico continente indifferenziato. Ognuno è diverso, e la sua diversità è preziosa. E’ il rispetto di questa diversità come diritto, che bisogna interiorizzare e metabolizzare come pensiero di tempo nuovo. L’arte viene chiamata spesso in campo, come se non fosse essa stessa campo e tempo. Sorte comune con l’espressione “cultura” , che viene brandita ad arma di offesa o di auspicio. Ma l’arte produce cultura, e ha in se elementi salvifici nell’immisurabilità della sua ispirazione vitale. Ecco perché, ancora una volta, questo piccolo blog sceglie l’arte poetica per posizionarsi nel flusso del cambiamento che queste ore di vigilia si chiede a tutte e tutti, perché i versi sono i mezzi che esso può mettere a disposizione nell’affrontare la necessità di riscrivere il proprio tempo.

Nda. Ringrazio Nadia Chiaverini e Moussia Fantoli  per i loro testi. Ringrazio di cuore l’attenzione e la cura che Gabriella Gianfelici e Simonetta Filippi continuano a donare al blog.

No desire to open my mouth
(Nessuna voglia di parlare)
di Nadia Herawi Anjuman

No desire to open my mouth
What should I sing of…?

Me, who is hated by life,
No difference to sing or not to sing.

Why should I talk of sweetness?
When I feel bitterness.

Oh, the oppressors feast
Knocked my mouth.

I have no companion in life.
Who can I be sweet for?

No difference to say, to laugh,
To die, to be.

Me and my strained solitude.
With sorrow and sadness.

I was borne for nothingness.
My mouth should be sealed.

Oh my heart, you know it is spring.
And time to celebrate.

What should I do with a trapped wing?
Which does not let me fly.

I have been silent for too long,
But I never forget the melody,
Since every moment I whisper.

The songs from my heart,
Reminding myself of
A day I will break the cage.

Fly from This solitude
And sing like a melancholic.

I am not a weak poplar tree
To be shaken By any wind.

I am an Afghan woman,
Makes sense to moan always.

Nessuna voglia di parlare.
(traduzione di Cristina Contilli
dal libro Poesie e traduzioni
2002-2008)

Che cosa dovrei cantare?

Io, che sono odiata dalla vita.
Non c’è nessuna differenza tra cantare e non cantare.

Perché dovrei parlare di dolcezza?
Quando sento l’amarezza.

L’oppressore si diletta.
Ha battuto la mia bocca.

Non ho un compagno nella vita.
Per chi posso essere dolce?

Non c’è nessuna differenza tra parlare, ridere,
Morire, esistere.

Soltanto io e la mia forzata solitudine
Insieme al dispiacere e alla tristezza.

Sono nata per il nulla.
La mia bocca dovrebbe essere sigillata.

Oh, il mio cuore, lo sapete, è la sorgente.
E il tempo per celebrare.

Cosa dovrei fare con un’ala bloccata?
Che non mi permette di volare.

Sono stata silenziosa troppo a lungo.
Ma non ho dimenticato la melodia,
Perché ogni istante bisbiglio le canzoni del mio cuore

Ricordando a me stessa il giorno in cui romperò la gabbia
Per volare via da questa solitudine
E cantare come una persona malinconica.

Io non sono un debole pioppo
Scosso dal vento

Io sono una donna afgana
E la (mia) sensibilità mi porta a lamentarmi.

Traduzione dal farsi in italiano di Amir e Sashinka Gorguinpour.
In memoria della poeta afgana, massacrata di botte a venticinque anni
dal marito, colpevole di aver osato acclamare i suoi versi in pubblico,
nel novembre del 2005)

***

Usa le mie ossa come speroni
da American Dreams
di Sapphire (Ramona Lofton)

usa le mie ossa come speroni,
intagliati, scolpiti, appuntiti.
lasciali essere coltelli nel cuore
o rasoi
che staccano testicoli.
lascia che impalino i nostri uccisori
e che cavino i loro occhi.
e quando la terra sanguinerà libera della loro presenza,
usa le mie ossa per costruire una casa
dove potremo guarire
e disimparare il patriarcato.
una casa dove mio padre
non potrà entrare, a meno che
non venga per il perdono.

***

alla signora CB

di Nadia Chiaverini

ho deciso /      oggi mi sfratto da sola

scarico la zavorra dalla mia mongolfiera

e prendo il volo                      indocile

lascio il branco                       m’inarco

la sento la brezza leggera del vento

taglio i fili del bucato

mi sporgo dal terrazzo            barcollo

la testa pesa più del corpo

mi capovolgo

e finalmente cado

senza più radici                  affondo

oggi non è giorno di lutto

nell’assenza del confine

divergenti sintonie

ossessione  d’ impotenza / è il paradosso

*

Limitarsi alle domande :

niente  risposte

neppure attenuate  o camuffate

E’ già troppo  / Tutto si stinge

come i lividi sulla pelle

color bluette, in grigioverde

poi trasmuta in giallo ocra

Distopia urbana

***

Bambina mia 

di Gabriella Gianfelici

Bambina mia
violentata:
ti sto cercando.

Bambina mia
non hai più le tue mutande
una mano l’ha strappate via
e tira adesso la tua gonna
e tu soffochi
di paura.
Sei gelida
sei sasso
sei vomito.

Il tuo sguardo fissa il pavimento
o il soffitto
non vuoi vedere
non vuoi sentire
non hai più voce
La lingua è bloccata.
anche la saliva non c’è più.

Sei un niente che vaga nel mondo
uno sgorbio con una tristezza infinita
una solitudine che mangia lacrime.

Vuoi morire
non puoi lottare
ma ti chiedi perché
non sei come le altre bambine
e allora non rinunci.

Sigilli la bocca
non puoi parlare
l’urlo l’ha mangiato già tua madre
sei in pieno deserto.
L’ombra che ti cammina accanto
era la bambina di prima
lei poteva giocare e parlare.
Come t’hanno ridotta
sei paralizzata
stare alla finestra e vedere la vita
solo questo ti è rimasto.

Hai asciugato tutto.
Hai chiuso tutto dentro di te.
Ancora questo fiato sulle spalle
il carnefice non è soddisfatto
è la tua condanna al mondo
gli altri ridono bevono passeggiano
tu rimani preda
e ti chiedi
perché non riesci a morire.

Denti gengive bocca
che continuate a sanguinare
a bagnare questa bambina
che volteggia come una meteora
nel buio del nulla.

Voi siete stati i miei amici notturni
insieme
al sudore dei miei capelli.
Mi domandavano sempre:
“Perché non parli?”
Non rispondevo: ero morta.
Ti rincorro grassa bambina
dal silenzio ingrassata
ma non rientro in te
ancora mi specchio in un’altra
e non posso urlare.
Vivo come se
non fossi stata bambina:
sono nata a dodici anni
oppure speravo di esserlo.

Le miserie le oscenità le bugie
il mio terrore
la vostra indifferenza
sola mi avete lasciata
in balia del mostro.
Sola
come in una pozzanghera nera
scendevo tutte le mattine a disperarmi
e col viso gonfio e fisso
andavo a scuola.

Gli occhi che mi guardavano
sembravano sapessero
ma nulla potevano fare.
Il mio corpo non c’era più
a farmi compagnia solo una bicicletta
con cui correvo correvo correvo
immaginando di poter fuggire.

Perché non sei fuggita prima
bambina mia
perché non hai urlato con quella bocca
non hai pianto da quegli occhi
non sei impazzita dallo schifo?
Peggio è stato macerare tutto dentro.
Peggio è stato non aiutarti.

Come posso volermi bene
come posso ritrovarti
accarezzarti
avvicinarmi a te.
T’ho gettata nello sfondo della mia vita
eppure sei qui
con la tua carne di marmo
i tuoi seni strusciati
le tue mani sporcate.

Difenditi
ti supplicavo dentro
ma l’orrore ti bloccava.
Cresciuta senza appoggi
le carezze di mia nonna
scendevano tenere
ma ancora
non sapevo parlare.

Aspettami bambina
sto cercando di darti la mano
per farti rientrare in me
e piangere insieme.

Piegata in un angolo senza forze
senza conoscenza del mondo
le tue vene scorrevano lacrime
le tue piaghe sempre più purulente.

Imploravi la vita e la morte insieme
soffocavi e risorgevi tutte le volte.
sempre il tuo corpo
era da un’altra parte.
Specchiarsi era impossibile
Il vestito nuovo una tortura
cosa sarebbe servito amarti di più?

Giaceva questa storia dentro di te
dolore silente che niente scopriva.
Piangiamo bambina mia
strozziamoci insieme nel ricordo di ieri
forse potremo ancora amarci
senza timore.

Ricucire gli strappi
unire i lembi del nostro passato
consolarci assieme
in questo dolore da consumare.

Ti cerco ancora
non ti trovo ancora
aspettami ancora.

***

Haiku
di Mussia Fantoli.     
 *
città di notte
il lupo esce a caccia
di cappuccetto
 *
sangue di donna
nascono rose rosse
dove fu sparso
 *
collo spezzato
sembrava addormentata
tra i ciclamini
 *
pianto di donna
contro il cuscino per non
destare i figli
 *
rose di Maggio
prostitute bambine
stessa durata
***

MUTAZIONE 1
di Armanda Guiducci

Com’eri trepido, chiaro, appassionato.
Di una tenerezza quasi
E senza riserve nella gioia
di quell’unica cosa che eravamo.

Lentamente, una forza
ha corrotto i tuoi tratti. Ha disegnato
un altro uomo in te: virile,
ma anche aspro, reticente, irato
verso il tuo cuore stesso e me – che ami
controvoglia, di nascosto, come un furto
o un caro errore, un lapsus reiterato.

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Libri d’artista al fondo. Il dono di Beatrice Palazzetti.

I cataloghi dell’arte. Un dono di Beatrice Palazzetti al fondo di Exosphere.

Exosphere PoesiArtEventi

beatrice

Nuovi arrivi al fondo librario di Exosphere. Grazie alla gentilezza dell’artista romana Beatrice Palazzetti che ha regalato tre meravigliosi cataloghi di libri d’arte al fondo di via Selo, si apre un nuovo capitolo di ricerca e conservazione dell’esperienza poetica nella sala che ospita il nostro fondo.

Nelle prossime settimane, i tre libri saranno catalogati e pronti per la visione nei mercoledì pomeriggio in cui la collezione è aperta e disponibile per gli amanti della lettura.

Mettiamo in essere una breve storia del Libro d’Artista, tratta dal sito ufficiale dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, per iniziare la conoscenza di quest’arte. Si legge che: “Iniziarono artisti come William Morris, con la fondazione della Kelmscott Press, una delle stamperie che già a fine ‘800 in Inghilterra perseguivano l’intento di andare oltre alla produzione industriale, campo del convenzionale che predilige quantità seriale sulla qualità del diverso, del libro. Più di un secolo fa…

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Tre poesie di un probabile contemporaneo

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Tre posie “effimere”, tre poesie “contemporanee”, che reclamano lo spazio del proprio tempo. La scrittura poetica usata come comprensione delle turbolenze della visione e della relazione dei mutamenti dell’intorno e dell’epocale in Sara Ferraglia; l’orogenesi del nuovo mondo che comprime e “tabula” energia di Lyra Davies; l’inaspettato viaggio “intorno al mondo” di Raffaele Sabatino dentro il proprio vicinato, il lontano, lontanissimo distante una sola porta da noi, in un caos cromatico e culturale che investe ma non alleggerisce il cuore dalle nostre nostalgie.
Tre sguardi “utili”, per cogliere le relazioni che corrono attraverso la storia dell’oggi e dell’ immediato, dall’alto dello sguardo e dell’indagine emotiva che scelgie l’accettazione dell’impossibilità dell’orientamento della realtà su piani lineari e prevedibili. “La vita culturalmente più ricca e vasta di oggi obbliga l’individuo a poggiarsi su mille presupposti che egli non può seguire e verificare del tutto e quindi deve accettare per buoni” (Francesca Ieracitano) . Quello che viviamo nell’oggi e nell’intorno, si distinguerà nei ricordi? Si potrà trasformare in storia o sarà dimenticato? La scrittura come comprensione delle turbolenze della visione e delle relazione dei mutamenti dell’intorno e dell’epocale, è l’esatto contrario dell’effimero anche quando è costratte ad utilizzarne colori e parole stampate.

***
La visione distorta delle cose
di Sara Ferraglia
La visione distorta delle cose
ha un suo fascino precipuo.
Sui dorsi dei libri titoli spezzati
stan generando frasi misteriose.
La linea,  che ha perso il suo contiguo,
precipita nel pozzo dei dannati:
volti deformi e trasfigurati
come anime di Munch e Modigliani,
di macchie nere e mostri un florilegio.
Vedere luoghi prima immaginati
e nuove dimensioni e mondi alieni,
visioni alternative,  un privilegio.
Vedere il mondo dentro una clessidra
è un fenomeno raro.
Ciò che più mi addolora
è perder la visione di sinistra
che l’han già persa in tanti
eppur ne abbiam così bisogno, ancora.

 

***

Topography of an Apple
di Lyra Davies
It perches there,                           ripe and globular;
knitted together from           the pinks of the world,
orbiting its own                                 red roundness
like a planet collapsing;                         star-struck,

sunburned and                               staining the sky.
The classroom circles it               like the geography
test is a carousel,              and each revolution sends
us spinning, ducking,                                 bobbing.

The Pacific                                  deflates and spills
through double-glazed                          glass panes
in moon-beaded rivulets,                       welling up
on the sun-lanced            carpet and lacing us with

salty fish-hooks.           The troposphere is tapping
on the skylight,                   dripping cumulonimbi
onto our exam papers                   (wet ink marbles
our fresh photocopies               until question four

is illegible).                                    Swallows tumble
through the windows,                                   flitting
between shafts                  of jalousie-sifted sunlight
and gliding on                             watercolour wings

like paper aeroplanes,               their bodies always
slightly ahead.                     They nose through the
gaping casement towards                    the sky to be
shredded                           in a thrusting jet engine,

feathers parachuting                         like fistfuls of
confetti                            onto bulging rain clouds.
The apple rolls off                 the varnished bureau
and plunges earthwards                     like a meteor,

emerging in the concave                       of a creased
palm, with bruises                 like canyons or moon
craters;                                         topography like a
city skyline: pitted                               and uniform

in banality                              as a stranger breathes
something high-flown                                into the
stars

***

Neighbours
di Raffaele Sabatino

Il mio vicino è indiano
ha la casa sempre piena di gente
uomini coi turbanti bambini
donne bellissime coi bindi

la parete del mio vicino indiano
si vede dai vetri, e da lontano
puoi intravedee i film di Bollywood
lui sposa lei, è tutto un lieto fine

sulla parete del mio vicino
si balla e canta e il bene vince

la parente del mio vicino
è sempre felice

* dalla raccolta Scie,
vincitrice del premio Giorgi 2017

Premio Renato Giorgi 2017 al traguardo.

https://levocidellaluna.wordpress.com/

Premio Renato Giorgi 2017: i vincitori, la premiazione, la tartufesta!

Arrivato l’autunno, e sempre nella meravigliosa cornice della Tartufesta, è tempo di ridare alla comunità ciò che la comunità ci ha dato: premiare è per noi il momento conclusivo di un percorso faticoso ma ricco, imprevisto ma preciso, calcolato e nutrito.

Non siamo un’associazione qualsiasi e il nostro non è un premio qualsiasi: questo vorremmo raccontarvelo con franchezza. Facciamo poesia senza fini di lucro e solo su base volontaria; lo facciamo in nome di una persona che ha costruito, con la sua moralità e con le sue azioni, la storia della nostra comunità e dell’Italia: Renato Giorgi, partigiano, educatore, scrittore e sindaco di Sasso Marconi.

Con il nostro concorso, da 23 anni, pubblichiamo il primo classificato e premiamo in denaro gli altri vincitori perché vogliamo valorizzare e diffondere la buona poesia. Abbiamo deciso di dare un segno di impegno e di onestà al nostro lavoro e, assieme, un esempio di rispetto per la vostra parola: vogliamo che la nostra voce sia sincera e che la vostra trovi lo spazio che merita e che chiede.

Per tutte queste ragioni, domenica 29 ottobre dalle 16.30, vi aspettiamo a Sasso Marconi per farvi conoscere i nostri vincitori.

Gli invitati sono tanti, a partire dall’amministrazione comunale che patrocina il premio a finire con l’ANPI di Sasso che con noi ne condivide l’impegno civile, e ad accompagnarci ci saranno I giardini di pietra (da non perdere) e questo è davvero il motivo finale per cui vi aspettiamo tutti. Ma proprio tutti.

Come la vuoi?

Prendo quello che ho visto per il segno che è questo il momento di riaprire il blog. Il tutto, come un dato di fatto delle mie incontrollabili memorie, della solita accusa  di essere una femminista, fra il cinismo e l’antiromanticismo come guida per la soluzione dei problemi caratteristici del quotidiano. Della lettura dei quotidiani che mi circondano, mediamente pieni di informazioni o vuoti di informazioni. Pezzi di ricordi che hanno dei toni diversi, emergono e chiedono di essere applicati in punti funzionali, visto che questa è una realtà di terzo millennio, utilitarista, da industria Quattropuntozero,  da generazioni composite di iniziali complicatissime (Lgbt, Queer, e sigle indicizzate su Wikipedia), accanto  a ragioni di stato che coincidono con ragioni da commercio spicciolo e grasso, da droni postali etc etc. Il mezzo pieno, il mezzo vuoto. Quello che resiste a tutti i cambiamenti, è l’uso cronico e impunito dell’immagine  femminile come corpo giovane e disponibile per ogni minuzia commerciale, dalla vendita delle lenti a contatto al settimanale di pettegolezzi di due euro.
Trovarsi a fare spesa nel proprio supermercato ed essere costrette a fermarsi a guardare l’ennesimo cartellone con colori acuti e cafoni in cui una giovane donna, platinata, scollata, con la boccuccia rosso e la posa da cover porno dei poveri, avalla la domanda fondamentale della ditta che produce lenti a contatto “La vuoi tedesca? ” è l’indizio che nulla cambia se nessuno vuole cambiare. 

Come la voglio io? La vorrei tolta. Per dignità umana. Vorrei che il pubblicitario che ha inventato lo slogan, il grafico che ha elaborato l’immagine, la ditta che ha commissionato il lavoro, chiedessero scusa a tutte le donne tedesche e a quelle italiane. Gli ammiccamenti, le pruriginoserie, le facilonerie stereotipate, l’indifferenza con cui si avalla il tutto, sono inammissibili nel terzo millennio. Millennio nuovo in cui si uccidono donne ogni giorno, in ogni latitudine e longitudine sociale, e poi si lanciano palloncini rossi chiedendo che si cambi lo stato delle cose. Lo stato delle cose, si cambia non mettendo più in mostra cartelloni come quelli della foto. Brutti e scemi. Scemi e brutti. Vecchi.

Buon autunno a tutte le persone di buona volontà. Il Golem femmina riapre.