Martedì nero fame. Equal Day Pay 2018.

L’Equal Pay Day è un’iniziativa europea per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla disparità di retribuzione tra uomini e donne. Equal pay, la giusta paga. Martedì 10 aprile è la nuova data in cui il mondo ricorda a tutti noi che le donne guadagnano di meno degli uomini,  la giornata in cui l’Europa (e non solo) ricorda l’iniquità della differenza salariale fra donne e uomini. Ogni anno, l’Equal Pay Day, il giorno della giusta paga, è determinato sul calendario dalla differenza dei giorni in più  che servono ad una donna per riuscire a guadagnare tanto quanto un suo collega uomo nell’anno precedente. Di anno in anno, la data si è allargata sempre più sul calendario, finendo ormai ad essere celebrata  in primavera avanzata.

Quest’anno il focus dell’European Equal Pay Day  è dedicato al divario pensionistico (pension gap) delle donne.  Il divario fra quello che le donne e gli uomini ricevono quando  finalmente raggiungono l’età pensionistica è del 39%. In particolare, il divario pensionistico italiano si fissa intorno al 37.1 %, in una media che l’avvicina agli altri Paesi dell’aria mediterranea (la Francia ha il 33%, la Spagna ha il 35.1, mentre il Portogallo raggiunge il 29.9) ma l’allontana da quella scandinava, dove si trovano i divari minori, sotto l’11%.

La cifra del 37.1 % è la punta finale dell’iceberg immobile, fatto di trattamenti economici sfavorevoli che accompagnano le donne italiane lungo tutto il  cammino lavorativo.
Disparità di trattamento economico che, ricordiamolo,  non potrebbe né dovrebbe esistere nel Paese, come sancito dall’articolo 37 della Costituzione indicante che “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore” .

Ed è proprio la “parità di lavoro” che necessita di sorveglianza e monitoraggio.
In primis, quando essa viene inficiata dalle scappatoie funzionali delle disparità di livelli contrattuali, dai premi di produzioni dispensati senza contrattazione collettiva  e dai premi “ab persona” che possono differenziare non poco  la quantità e la qualità salariale fra lavoratori e lavoratrici.
Quanti sono ancora i premi di produzione, di obiettivo, di risultato etc etc, che premiano la presenza o specificatamente la quantità numerica della presenza al posto della qualità produttiva del lavoro? Basta pensare a come la maternità venga contata “in sottrazione” nei luoghi di lavoro.
Altro uso diffuso di “normalità sociale “, soprattutto per alcune tipologie di lavoro in cui la conciliazione dei tempi vita e lavoro è negata da miopi politiche datoriali, è il ricorso al part-time. Il part time è la norma principe non scritta delle donne dopo l’arrivo di un figlio o di una figlia, dopo la presa in atto di un carico di cura familiare che va a sopperire a quelle mancanze di welfare sociale, ed altre disparità di genere che incidono sfavorevolmente  sul tessuto carrieristico ed economico del percorso lavorativo, per approdare alle soglie della pensione, alla deriva economica. La carriera, intesa come percorso meritocratico giustamente retribuito, è il luogo di un’altra sottrazione, che viene indicata sotto l’analogia del “soffitto di cristallo”. L’ascensione in verticale della carriera fino ai suoi vertici, con conseguente ed equa  retribuzione contributiva, si dimostra un’utopia, un gap, tutta al femminile.
L’azione positiva di maggior incisione sul fenomeno è stata la legge Golfo-Mosca per l’equilibrio del genere, applicata in quei lavori in cui lo Stato fa da committente, ma ricordiamo che la norma citata ha un effetto scadenzato e che la data del 2023 non è così lontana nel tempo. Per allora, ci si augura che il cambiamento culturale in ottica di genere possa essere stato completato nel nostro Paese. Ma a tutt’oggi, è cambiata solo la data dell’Equal Pay Day, che si è spostata, nuovamente, in avanti.

 

https://www.senato.it/documenti/repository/istituzione/costituzione.pdf

Art. 37 della Costituzione. La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parita`di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore

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Giovedì diVersi. La poesia femminile? – Bologna, 8 marzo.

8 marzo 2018 h.21:00
La giornata della donna avrà anche ha il suo dibattito declinato sulla poesia femmine al Costarena di via Azzo Gardino, a Bologna, dove tornano gli incontri della seconda stagione dei Giovedì diVersi. Giovedì diVersi è la rassegna poetica a cura di Versante Ripido, che si avvale della direzione artistica di di Silvia Secco e con la collaborazione di Enea Roversi, Claudia Zironi, Francesca Del Moro, Daniele Barbieri, Luca Ariano, Alberto Cini.
Un punto di domanda segue la poesia: si può o no antologizzare poesia al “femminile”? . Nella società letteraria, c’è posto e motivo per declinare la poesia con il genere?
Sotto “riflessione” gli interventi e letture di Amelia Rosselli e altre voci di poete del novecento di: Serenella Gatti Linares, Loredana Magazzeni, Marinella Polidori, Maria Luisa Vezzali, Simonetta Sambiase, Graziella Sidoli e il sottofondo musicale di un violoncello, toccato dalla maestria di
Giacomo Gamberucci.
Condurranno Claudia Zironi e Francesca Del Moro, e il Golem Femmina, vi aspetta tutte e tutti.

I canti dell’Interregno. Recensione del nuovo libro di Pina Piccolo da CinqueColonne.it.

icantidell'interregno

Ringrazio tutta la redazione del magazine on line Cinquecolonne.it per aver ospitato la mia recensione sul libro di poesie “I Canti dell’Interregno” di Pina Piccolo.

http://www.cinquecolonne.it/i-canti-dell-interregno.html

 

 

Ora che queste cose le sai,

sei pronta a spezzare

la fune che ti lega

alla zavorra di un passato

graffito da Byron sulla colonna dorica

che da secoli lancia

lo sguardo implorante verso il mare?

Pina Piccolo

Nell’Interregnum “Siamo liberi di fare il bene. Il giudizio è infallibile. Non siamo liberi di fare il male” (Isidore Ducasse), e chiamiamo aiuto alla coscienza che ha voce in versi perché :“La poesia deve avere come scopo la verità pratica” (Isidore Ducasse).  Ne “I canti dell’Interregno” di Pina Piccolo, i versi hanno il canto della narratologia del presente, la voce è alta come dall’alto di un monte sacro dove suona continuamente “il piffero della rivoluzione”, titolo dell’ultima sezione del libro. Non alla tromba o al tamburo è concessa la sveglia della coscienza,  ma al piccolo e legnoso piffero, insistente, squillante,  strumento inusuale di metafora di rivolta, ma nulla è inusuale nella trama del dettato poetico della raccolta di versi.  E’ subito chiaro che non ci saranno ricordi gloriosi nell’Interregno. La storia è quella del presente, l’ora è quella attuale, il “Duecento dopo Darwin” ed è adesso che urge a Pina Piccolo cantare il sonno degli egoismi, usare i versi per la traslazione rigida dell’indifferenza che desensibilizza giorno dopo giorno i sensi, fino a spingere la natura stesso dello sguardo.  Le pupille occidentali “balugicano” sulle armi e sul potere del futile a cui opporre cultura, empatia e una buona dose di ironia. L’olfatto è “disuso a distinguere l’odore della felicità\ da quello della morte in agguato”, mentre  la grande migrazione dei popoli della sabbia e della fame, quella dei “figli malvoluti da mamma Africa”, viene sommersa o salvata, sommersaosalvata, salvataosommersa, i braccianti di Rosarno colgono arance a un euro all’ora per le offerte sottocosto degli ipermercati e zelanti comuni del Belpaese distruggono alberi secolari per far posto all’ennesima speculazione.

In questo scritto, siamo nel territorio della conoscenza del simbolo e del suo uso, un uso plathiano degli oggetti e dei suoi riconoscimenti che viene amplificato al ricordo di ogni dea e dio passato che ha servito la mitologia del Mediterraneo e anche oltre, è non servito a portare misericordia sugli uomini. Si canta il coraggio, si canta il dolore, si canta la verità spogliata e nuda, come dovrebbe esser sempre. “Gridateli i nomi\perché la parola\crea mondi\e racchiude\l’essenza, la perifrasi non media le pagine”, si chiede nei versi dedicati alla morte di  Miriam Makeba”.   “Dopo sessant’anni di battaglia\non ne puoi più, continuano a chiederti\quella scemenza di Pata Pata”, ed invece nell’Interregno, la parola torna nuda e vera, per Zenzile Makeba,  Mama Afrika dalle mille battaglie che sull’ultimo campo desolato della terra, quel Castel Volturno roso da indifferenza e paura, muore in un palco ventoso sopra una piazza quasi vuota, “..di donna integra\che di libertà cantava\in ogni angolo del mondo” l’etica di un epica nuova ed antica insieme: “Cantaci oh Diva\non l’ira funesta del Pelide Achille\che infiniti addusse lutti agli Achei\ma la bellezza del suono\polifonico e inceppato\le sillabe che si librano\volteggiano e cadono\come corvi con le ali spezzate\da uragani prossimi venturi”. I messaggi, gli avvisi dalle sponde, gli scombussolamenti che fanno segnare il sud delle cose perse, sono i canti del caos, “delle nostre magnifiche sorti e progressive\dal  calderone del pianeta gelido ed infiammato” e pazienza se le strofe sono arrossate dall’energia dell’antilirica, il loro labor limae è nella verità di un’esclamazione, nell’assonanza di versi che espongono, nell’ironia che sfronda la visione. Il canto di Pina Piccolo non può né vuole avere pause. E le differenti sezioni che compongono il testo poetico, non ne hanno. Sono sottoposte al tempo dell’Interregnum e vanno al contrario, datando le collezioni poetiche dall’oggi all’ieri e l’energia, o meglio l’élan vital , scorre in crescendo,  chi più vive,  più ha resistenza.

Resilienti sono i versi in cui l’ironia caustica caustica il caos indifferente di una vista che non vuole “disturbare\gli umani traffici\e le disumane trame”; resilienti sono gli omaggi alle scritture che l’autrice ama e disperde nella trama dei versi, concedendo uno slancio lirico che prende alti spazi di scrittura, soprattutto in certe chiuse in cui la poeta affida al ritmo metrico le ultime strofe. Ecco la chiusa di “Ventisei rose di mare”: “L’ultima volta che ognuna\levò in alto gli occhi\forse le arrise Oshun\negra dea dell’acqua dolce\giunta a raccogliere\neri petali di rosa\per farne ghirlanda”. Ecco l’omaggio a José Saramago in “Muore il vecchio” : “Muore il vecchio che i nomi\aveva scovato\osservandoli truce nascosto\a una finestra\organizzando poi processioni\per carpirne il codice\del Grande Libro dei Vivi”. Ecco Montale fra le strofe dei “Versetti dell’alta velocità”: “Ferro, cemento e vetro\forbici, carta o sasso\masso che ruote ti muovi\non recidere quel cordone che alla terra ci lega”. “La terra ci lega” è un verso guida. In tutta l’estensione di questa raccolta, la poesia ha gridato, spiegato, mostrato, evocato come tutte noi e tutti noi abbiamo la stessa terra che ci lega, e che “la crisi consiste precisamente nel fatto\che il vecchio sta morendo e il nuovo non può ancora nascere”.

Il secondo giorno dell’anno del Cane.

“Su-zi ma questo che anno sarà?”

“Ah?”

“Si, che animale arriva quest’anno con il vostro oroscopo?”

“Ah! Come si dice… Cane. E’ anno cane”

“Ma porta bene o porta male entrare nell’anno del Cane?”

“Anno buono. E’ un anno buono”

“L’hai detto anche l’anno scorso del segno del Gallo. Come può essere che tutti gli anni siano buoni?”

Su-zi mi sorride con pazienza mentre continua ad asciugarmi i capelli.

“E’ buono. Il cane è un segno buono – continua a ripetere – i cani sono gran lavoratori. Tu non vai al lavoro oggi? ”

” No. Allora quest’anno andrà bene – cantileno ancora – perché ho un sacco di progetti da portare a termine e un po’ di fortuna mi servirebbe”.

Su-zi mi sorride nonostante la seccatura di dovermi tranquillizzare ancora sullo zodiaco del suo paese. “Anno buono, è un anno buono. Ti passo la piastra?”

Annuisco e finalmente taccio. E’ il secondo giorno dell’anno del Cane.

La Vandea del #metoo. Che bel sederino, signora Bardot.

 

 

Il #metoo apre l’anno nuovo con la dichiarazione di una vecchia gloria del cinema europeo e mondiale, Brigitte Bardot, che sul Paris Match dichiara, a proposito dello scandalo Weinstein che : “Bisogna distinguere tra le denunce delle donne in generale e quelle delle attrici. La maggior parte delle accuse di queste ultime sono ipocrite e ridicole. Ci sono molte attrici che fanno le civette con i produttori per ottenere un ruolo . E poi vengono a raccontare che sono state molestate”. Per poi aggiungere: “Ho sempre trovato affascinante che mi dicessero che ero bella o che avevo un bel “sederino”. Questo tipo di complimenti sono piacevoli».

Prendiamo atto che secondo un certo tipo di sguardo femminile, le attrici non possano essere tutelate dalle molestie e aggressioni di sfondo sessuale. Che sia giudizio facile (né scritto né sancito) che un certo maschilismo prenda uso ed appoggio da parte sia di taluni  produttori predatori che di qualche donna “attricetta”, a cui una gran pacca sul sedere e altro ancora, sia d’obbligo e faccia solo un gran piacere. Questo giudizio potrebbe forse spiegare l’odio contro Asia Argento  che si è scatenato da taluni noti  e tante sconosciutissime che hanno intasano pagine dei social e lasciato commenti al vetriolio nei giornali on line. Potebbe spiegarsi anche l’arroganza di certe prese di posizioni contro le molestie. Niente di nuovo sotto il sole italiano ed internazionale, si finirebbe per pensare:  quella stessa luce spettrale spesso illumina le lingue che commentano a bassa voce “che tutto sommato, se una ragazza che indossa una minigonna per strada viene stuprata, non si deve gridare allo scandalo”. Che se un datore di lavoro ti getta il viso sul suo pene non c’è niente di male, anzi quella donna dovrebbe ringraziare i santi perché c’è la fila di disoccupate che cercano lavoro e lei invece il lavoro ce l’ha. Che se un cliente di un’azienda (cooperativa, ente pubblico etc etc) ogni volta che arriva ti venga alle spalle non certo per guardare quello che scrivi al computer, si debba sorridere e compiacere perché il cliente ha sempre ragione e porta soldi e se l’impiegata\la commessa\laragioniera\la buyer internazionale\non è compiacente, si danneggia l’azienda (la cooperativa, l’ente pubblico, etc etc).

Un modus operandi, validato dalle basse alle alte sfere,  altrimenti non potrebbe accadere che  un giudice del Consiglio di Stato, tal Francesco Bellomo, avrebbe obbligato le allieve della sua scuola privata di formazione per magistrati, “Diritto e Scienza”, a presentarsi ai corsi in minigonna, tacchi a spillo e trucco marcato, pretendendo anche che non fossero sposate. Un’imposizione fatta in virtù della legge non scritta dei predatori impuniti.  Brigitte Bardot è un problema dello stato francese, ma Bellomo è un problema delle donne italiane, e scusate il campanilismo. Un servitore dello Stato il cui stipendio lo pagano le donne di questo Paese con i loro contributi mensili tolti nelle buste paga, se lavoratrici dipendenti oppure nelle altre forme contributive del lavoro autonomo.  A questo proposito,  le nostre parlamentari potrebbero ideare un disegno di legge che preveda il risarcimento economico a questi “infedeli servitori dello Stato” che andasse ai centri antiviolenza o alle associazioni che si occupano di genere. Ricordate il marito della Mussolini , tal Floriani, che andava a prostitute minorenni durante il suo turno di lavoro come dirigente di Trenitalia? E’ stato licenziato per assenza ingiustificata sul luogo di lavoro? Chissà. Certo, Brigitte Bardot (e prima di lei, quasi in comunione di pensiero, Catherine Deveuve), non ha paragone di fama rispetto a Bellomo. E allora ritorniamo a ragione sul proclama della libertà delle pacche sui sederi femminili della Bardot.  Spetterebbe (forse) a degli specialisti della personalità aiutare una giovane Brigitte con l’autostima di sé che si alza a suon di ammiccamenti e toccatine veloci da qualunque parte arrivino, che poi nel tempo si tramuti in compiacimento nell’attacco verbale a tutta una categoria lavorativa,  a cui, tra l’altro, vi si appartiene. Anche se si è stati “Brigitte Bardot”, il giudizio sulla propria vita passa comunque attraverso i sentimenti e le azioni. Il tempo che si muove e invecchia, potrebbe lasciare saggezza e empatia, ad esempio. E il #metoo è una buona possibilità di tempo nuovo, di tempo che  porti, o  riporti,  i sentimenti e il rispetto come valori di comunicazione fra uomo e donna, liberandola dalla violenza e dall’aggressione sessuale. Brigitte Bardot ha sprecato un’occasione per consegnare uno sguardo intergenerazionale di comprensione e insegnamento. Ma ricordiamo chi è oggi Brigitte Bardot. Come scrive “Vanity fair”, l’attrice è “Diventata un’anziana signora sciupata, icona razzista del Fronte Nazionale”. Il sito Noglobs.or da più informazioni:  “Ricordiamo che Brigitte Bardot é sposata con un militante del Front National, che sostiene Marine Lepen alle elezioni presidenziali, e che è stata condannata 5 volte per odio razziale e omofobia”.

Odio razziale è una gran brutta parola, signora Bardot. Che tu sia un’anziana “sciupata” (che mancanza di stile, Vanity Fair!) o un’anziana meno sciupata ma sconosciuta, l’odio razziale è ancora punibile e indecente in una società civile, che può migliorare indifferibilmente la qualità dei rapporti fra i diversi generi che la compongono, donne e uomini, uomini e donne, donne e donne, uomini e uomini. Lo può fare anche ragionando sul complesso, (molto complesso) hashtag “metoo”. Senza semplificazioni indecenti come quello bardotiniano della pacca sul sedere alle civette. L’hashtag “metoo” non è un’incongruenza delle donne, un’indiscrezione da salotto, una moda femminista passeggera, un noioso femminismo 4.0. E’ un’occasione di muoversi a sdegno sulla persistenza dell’approvazione delle aggressioni sessuali nel terzo millennio dell’umanità. Non va  tritato e servito come ultima moda; non va lasciato privo di discussione sociale e politica. La violenza è inaccettabile in tutte le forme, e va prevenuta sempre. E pure punita (vivaddio!) come ogni atto contro la persona giudicato e sanzionato dai codici legislativi. Il prossimo governo italiano, dovrebbe metterci mano, visto che sono ben tre le proposte di legge che si occuperanno di contrasto alle molestie e alla violenza di genere (1); leggi già presentate ma ancora da assegnare e che lasciano ben sperare che nel carosello degli scontri e sconti sulle violenze a sfondo sessuale si fermi la sarabanda e si scenda tutti e tutte giù. Anche se il nuovo fondo è un ghiaccio sottile, su cui alcuni vogliono ancora scivolare, basti pensare alle pericolosissime boutade degli ultimi giorni sulla riapertura delle case chiuse. Anche qui c’è una donna a validarne la proposta. L’avvocata Giulia Bongiorno, palermitana doc, responsabile del progetto “Doppia Difesa”, è salita sul carro della Lega e benedice le modernissime idee lenoni del suo leader, confidando che: “Sulle case chiuse serve una regolamentazione, basta con il caos. Le prostitute consapevoli devono pagare le tasse”. Magari le stesse tasse che formano lo stipendio di Bellomo. No, niente da fare. La prostituzione è una vergogna non un lavoro. Chi è povera e priva di mezzi deve essere aiutata a trovare un lavoro produttivo e dignitoso, non vendere pezzi del proprio corpo, signora avvocata. La prostituta consapevole è un’immagine ancora più avvilente della pacca sul sedere avvizzito della Bardot. Continuiamo a seguire la sorte che prenderà #metoo, non affondiamoci dentro.

1. Disposizioni per il contrasto della violenza di genere, anche perpetrata con l’abuso del processo.
Introduzione degli articoli 609-ter.1 e 609-ter.2 del codice penale, in materia di molestie sessuali, e altre disposizioni per il contrasto delle medesime nell’ambito lavorativo.
Disposizioni per la tutela della dignità e della libertà della persona contro le molestie sessuali nei luoghi di lavoro.

fonti in rete:

https://www.quotidiano.net/politica/giulia-bongiorno-1.3670955/amp
href=”https://www.vanityfair.it/people/mondo/2018/01/19/brigitte-bardot-molestie-metoo-critiche-attrici-intervista-foto”>

https://www.vanityfair.it/people/mondo/2018/01/19/brigitte-bardot-molestie-metoo-critiche-attrici-intervista-foto
http://www.telegraph.co.uk/news/worldnews/europe/france/11051530/Brigitte-Bardot-calls-Marine-Le-Pen-modern-Joan-of-Arc.html
http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/18_gennaio_09/bellomo-strano-algoritmo-per-lasciare-fidanzati-sfigati-2d62e2b6-f57a-11e7-b250-16cc66648122.shtml

https://parlamento17.openpolis.it/singolo_atto/94010
https://parlamento17.openpolis.it/singolo_atto/92592″>

 

 

Mutazioni- Poesie contro la violenza sulle donne.

Sono stanca del mio collega, che sparla di me, e della strada che mi molesta,
nego tutte le condizioni e sono stanca anche di negare
Wafaa Lamrani

A poche ore dalla data ufficiale della 18° Giornata internazionale contro la violenza di genere e di tutti i convegni e dibattiti intorno ad essa. A poche ore dalla presentazione dei dati dai centri antiviolenza e da altre istituzioni simili che conteranno le morte ammazzate e quelle che per fortuna l’hanno scampata, seppure peste e pestate; a poche ore dalla presentazione di una delle piattaforme femministe forse più attese, quella di Non una di meno, che nella sua ambizione dichiara di aver scritto “..un piano (che) domanda a ciascun@ di posizionarsi, ognun@ a partire da sé, di prendere parte a un processo di trasformazione radicale della società, della cultura, dell’economia, delle relazioni, dell’educazione, per costruire una società libera dalla violenza maschile e di genere”. Poche ore ancora e  la grammatica imperfetta della violenza verrà passata “ufficialmente” con il rosso del sangue e il blu della speranza, per lavorare a correggere la stortura. Per generare e rigenerare pensieri e azioni. “Per promuovere un mondo nuovo – scriveva dieci anni fa Luce Irigaray – c’è bisogno di pensiero. Non basta fermarsi a qualche slogan concernente il potere, la soggettività femminile, la politica del “fra donne” eccetera. Si tratta di riflettere su quale contenuto oggettivo si mette dietro gli slogan e di verificare se questo contenuto si possa condividere e come”. La condivisione del pensiero non dovrebbe essere omogenea ma eterogena , con tutta l’enorme difficoltà che questo spostamento epocale di necessità ed educazione al rispetto civile porta con se. Eppure le epoche sono convenzioni umane, e come tutte le umane cose, sono perfette e imperfette insieme, nella loro capacità di trasformazione e mutamento continuo. Si può lavorare sulla metamorfosi delle relazioni, e si deve lavorare tutti e tutte insieme, non arrendendosi, ognuno con i mezzi e gli strumenti culturali, lavorativi, empatici di cui dispone. Nessuno è un’isola, recitava Donne, ma sarebbe pericoloso credere di essere tutti e tutte unite in un unico continente indifferenziato. Ognuno è diverso, e la sua diversità è preziosa. E’ il rispetto di questa diversità come diritto, che bisogna interiorizzare e metabolizzare come pensiero di tempo nuovo. L’arte viene chiamata spesso in campo, come se non fosse essa stessa campo e tempo. Sorte comune con l’espressione “cultura” , che viene brandita ad arma di offesa o di auspicio. Ma l’arte produce cultura, e ha in se elementi salvifici nell’immisurabilità della sua ispirazione vitale. Ecco perché, ancora una volta, questo piccolo blog sceglie l’arte poetica per posizionarsi nel flusso del cambiamento che queste ore di vigilia si chiede a tutte e tutti, perché i versi sono i mezzi che esso può mettere a disposizione nell’affrontare la necessità di riscrivere il proprio tempo.

Nda. Ringrazio Nadia Chiaverini e Moussia Fantoli  per i loro testi. Ringrazio di cuore l’attenzione e la cura che Gabriella Gianfelici e Simonetta Filippi continuano a donare al blog.

No desire to open my mouth
(Nessuna voglia di parlare)
di Nadia Herawi Anjuman

No desire to open my mouth
What should I sing of…?

Me, who is hated by life,
No difference to sing or not to sing.

Why should I talk of sweetness?
When I feel bitterness.

Oh, the oppressors feast
Knocked my mouth.

I have no companion in life.
Who can I be sweet for?

No difference to say, to laugh,
To die, to be.

Me and my strained solitude.
With sorrow and sadness.

I was borne for nothingness.
My mouth should be sealed.

Oh my heart, you know it is spring.
And time to celebrate.

What should I do with a trapped wing?
Which does not let me fly.

I have been silent for too long,
But I never forget the melody,
Since every moment I whisper.

The songs from my heart,
Reminding myself of
A day I will break the cage.

Fly from This solitude
And sing like a melancholic.

I am not a weak poplar tree
To be shaken By any wind.

I am an Afghan woman,
Makes sense to moan always.

Nessuna voglia di parlare.
(traduzione di Cristina Contilli
dal libro Poesie e traduzioni
2002-2008)

Che cosa dovrei cantare?

Io, che sono odiata dalla vita.
Non c’è nessuna differenza tra cantare e non cantare.

Perché dovrei parlare di dolcezza?
Quando sento l’amarezza.

L’oppressore si diletta.
Ha battuto la mia bocca.

Non ho un compagno nella vita.
Per chi posso essere dolce?

Non c’è nessuna differenza tra parlare, ridere,
Morire, esistere.

Soltanto io e la mia forzata solitudine
Insieme al dispiacere e alla tristezza.

Sono nata per il nulla.
La mia bocca dovrebbe essere sigillata.

Oh, il mio cuore, lo sapete, è la sorgente.
E il tempo per celebrare.

Cosa dovrei fare con un’ala bloccata?
Che non mi permette di volare.

Sono stata silenziosa troppo a lungo.
Ma non ho dimenticato la melodia,
Perché ogni istante bisbiglio le canzoni del mio cuore

Ricordando a me stessa il giorno in cui romperò la gabbia
Per volare via da questa solitudine
E cantare come una persona malinconica.

Io non sono un debole pioppo
Scosso dal vento

Io sono una donna afgana
E la (mia) sensibilità mi porta a lamentarmi.

Traduzione dal farsi in italiano di Amir e Sashinka Gorguinpour.
In memoria della poeta afgana, massacrata di botte a venticinque anni
dal marito, colpevole di aver osato acclamare i suoi versi in pubblico,
nel novembre del 2005)

***

Usa le mie ossa come speroni
da American Dreams
di Sapphire (Ramona Lofton)

usa le mie ossa come speroni,
intagliati, scolpiti, appuntiti.
lasciali essere coltelli nel cuore
o rasoi
che staccano testicoli.
lascia che impalino i nostri uccisori
e che cavino i loro occhi.
e quando la terra sanguinerà libera della loro presenza,
usa le mie ossa per costruire una casa
dove potremo guarire
e disimparare il patriarcato.
una casa dove mio padre
non potrà entrare, a meno che
non venga per il perdono.

***

alla signora CB

di Nadia Chiaverini

ho deciso /      oggi mi sfratto da sola

scarico la zavorra dalla mia mongolfiera

e prendo il volo                      indocile

lascio il branco                       m’inarco

la sento la brezza leggera del vento

taglio i fili del bucato

mi sporgo dal terrazzo            barcollo

la testa pesa più del corpo

mi capovolgo

e finalmente cado

senza più radici                  affondo

oggi non è giorno di lutto

nell’assenza del confine

divergenti sintonie

ossessione  d’ impotenza / è il paradosso

*

Limitarsi alle domande :

niente  risposte

neppure attenuate  o camuffate

E’ già troppo  / Tutto si stinge

come i lividi sulla pelle

color bluette, in grigioverde

poi trasmuta in giallo ocra

Distopia urbana

***

Bambina mia 

di Gabriella Gianfelici

Bambina mia
violentata:
ti sto cercando.

Bambina mia
non hai più le tue mutande
una mano l’ha strappate via
e tira adesso la tua gonna
e tu soffochi
di paura.
Sei gelida
sei sasso
sei vomito.

Il tuo sguardo fissa il pavimento
o il soffitto
non vuoi vedere
non vuoi sentire
non hai più voce
La lingua è bloccata.
anche la saliva non c’è più.

Sei un niente che vaga nel mondo
uno sgorbio con una tristezza infinita
una solitudine che mangia lacrime.

Vuoi morire
non puoi lottare
ma ti chiedi perché
non sei come le altre bambine
e allora non rinunci.

Sigilli la bocca
non puoi parlare
l’urlo l’ha mangiato già tua madre
sei in pieno deserto.
L’ombra che ti cammina accanto
era la bambina di prima
lei poteva giocare e parlare.
Come t’hanno ridotta
sei paralizzata
stare alla finestra e vedere la vita
solo questo ti è rimasto.

Hai asciugato tutto.
Hai chiuso tutto dentro di te.
Ancora questo fiato sulle spalle
il carnefice non è soddisfatto
è la tua condanna al mondo
gli altri ridono bevono passeggiano
tu rimani preda
e ti chiedi
perché non riesci a morire.

Denti gengive bocca
che continuate a sanguinare
a bagnare questa bambina
che volteggia come una meteora
nel buio del nulla.

Voi siete stati i miei amici notturni
insieme
al sudore dei miei capelli.
Mi domandavano sempre:
“Perché non parli?”
Non rispondevo: ero morta.
Ti rincorro grassa bambina
dal silenzio ingrassata
ma non rientro in te
ancora mi specchio in un’altra
e non posso urlare.
Vivo come se
non fossi stata bambina:
sono nata a dodici anni
oppure speravo di esserlo.

Le miserie le oscenità le bugie
il mio terrore
la vostra indifferenza
sola mi avete lasciata
in balia del mostro.
Sola
come in una pozzanghera nera
scendevo tutte le mattine a disperarmi
e col viso gonfio e fisso
andavo a scuola.

Gli occhi che mi guardavano
sembravano sapessero
ma nulla potevano fare.
Il mio corpo non c’era più
a farmi compagnia solo una bicicletta
con cui correvo correvo correvo
immaginando di poter fuggire.

Perché non sei fuggita prima
bambina mia
perché non hai urlato con quella bocca
non hai pianto da quegli occhi
non sei impazzita dallo schifo?
Peggio è stato macerare tutto dentro.
Peggio è stato non aiutarti.

Come posso volermi bene
come posso ritrovarti
accarezzarti
avvicinarmi a te.
T’ho gettata nello sfondo della mia vita
eppure sei qui
con la tua carne di marmo
i tuoi seni strusciati
le tue mani sporcate.

Difenditi
ti supplicavo dentro
ma l’orrore ti bloccava.
Cresciuta senza appoggi
le carezze di mia nonna
scendevano tenere
ma ancora
non sapevo parlare.

Aspettami bambina
sto cercando di darti la mano
per farti rientrare in me
e piangere insieme.

Piegata in un angolo senza forze
senza conoscenza del mondo
le tue vene scorrevano lacrime
le tue piaghe sempre più purulente.

Imploravi la vita e la morte insieme
soffocavi e risorgevi tutte le volte.
sempre il tuo corpo
era da un’altra parte.
Specchiarsi era impossibile
Il vestito nuovo una tortura
cosa sarebbe servito amarti di più?

Giaceva questa storia dentro di te
dolore silente che niente scopriva.
Piangiamo bambina mia
strozziamoci insieme nel ricordo di ieri
forse potremo ancora amarci
senza timore.

Ricucire gli strappi
unire i lembi del nostro passato
consolarci assieme
in questo dolore da consumare.

Ti cerco ancora
non ti trovo ancora
aspettami ancora.

***

Haiku
di Mussia Fantoli.     
 *
città di notte
il lupo esce a caccia
di cappuccetto
 *
sangue di donna
nascono rose rosse
dove fu sparso
 *
collo spezzato
sembrava addormentata
tra i ciclamini
 *
pianto di donna
contro il cuscino per non
destare i figli
 *
rose di Maggio
prostitute bambine
stessa durata
***

MUTAZIONE 1
di Armanda Guiducci

Com’eri trepido, chiaro, appassionato.
Di una tenerezza quasi
E senza riserve nella gioia
di quell’unica cosa che eravamo.

Lentamente, una forza
ha corrotto i tuoi tratti. Ha disegnato
un altro uomo in te: virile,
ma anche aspro, reticente, irato
verso il tuo cuore stesso e me – che ami
controvoglia, di nascosto, come un furto
o un caro errore, un lapsus reiterato.