Vengo a vederti di nuovo – Le poesie della madre.

PAOLA BALLERINI
Senza titolo

Le tue mani non aprono
pochi i passi curvi
concessi dal deambulatore
la malattia è questo tempo che sgombra
futuro
un codice violato
il luogo dove perdo la misura
e mi frammento

ti muovi così poco adesso
stai ferma quasi come una pianta
sullla tua sedia preferita
solo per una molrvols
il sangue si distingue dalla linfa
esausto è il ferro dei tuoi vasi
come il rame detnro al legno
quando si ossida

osservo in questo mese
come sgusci fuori dal corpo
scivoli – sei precipitata
e io con te
il suono circolare
la profezia minima
di questa estate che ci lascia

da Le Voci della Luna n69.

 

(c)annemarie heinrich

JUANA CASTRO
Calice

E adesso sono
così uguale a te, madre,
che non mi riconosco sul vetro
di questo tuo ritratto così presente.
Se sapessi che tutto
ciò che di te ho odiato e maledicevo
adesso in me lo scopro
così esatto e recente come il cerchio
di una pietra sull’acqua, ripetuta.
Vengo a vederti di nuovo.
toccami, metti le mie dita
qui sulle tue piaghe e aprimi
questa rosa di spine delle costole.
Sono così tua che il mare
la tua voce copia nella mia voce per il suo canto.
E mi sveglio e nell’ora vivo
la tua medesima immensa sete, quella che sempre
nelle tue ossa vuote
irrimediabile ardeva.
Io non son il tuo fantasma, voglio crearti adesso sul filo
di chi ti ha dato il mio essere, resuscitata.
Da morta a morta dimmi:
chi allatta chi, mio serpente?

DARIA DE PELLEGRINI
da Spigoli vivi.

di notte la fasciano stretta
come una volta i bambini
che le gambe e i pensieri
non crescessero storti,
e fatta pesce di vasca aspetta
con fiducia
che cali il livello dell’acqua.

preda d’Alzheimer anche le piazze
hanno perduto memoria.
Panche di marmo e fioriere
segnano in cerchio il bersaglio
al cui centro verde di alghe
e mezza seccata
subisce sputi la vasca dei pesci.

 

(c) renee stout

KATIA COLICA

Baracca 11 (o Canto di Sergio De Simone)

Oggi mia madre mi aspetta, e io saprò esserci.
Non avrò paura di cercarla dietro il filo spinato
in mezzo alle pozzanghere di fango e piscio
tra le ossa parlanti al campo di lavoro
e non le preferirò questa baracca stantia
o lo spavento di muovermi, la paralisi,
l’incredulità bambina che ci immobilizza.
Sarò quello che, invece, indosserà il cappotto di crine
e scarpe senza lacci ai piedi; le calze, invece,
quelle no, quelle le ho perdute sul treno assieme a Dio.
E quando la vedrò metterò le mani in tasca
coprendo il mio tatuaggio per non farle altro male.
Appena la vedrò – da lontano – mi toccherò il cuore
ché le punte di questa stella sul petto buchino solo me.
E, infine, le dirò di questo istante eterno, infinito,
in cui ho fatto un passo avanti per averla.
Ho fatto un passo avanti per riaverla.

da https://perigeion.wordpress.com/2017/03/10/colica-inediti/

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