Lo status quo della clava.

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C’era il femminicidio anche quando ero piccola io ma nessuna aveva creato ancora il neologismo. Si sceglievano parole diversissime. La bussola verbale segnava la parola a seconda della difesa che si dava al carnefice per giustificarlo in tribunale e agli occhi dell’opinione pubblica. Quasi sempre si trattava di un “delitto passionale”.  Solitamente la moglie veniva uccisa  o perché il marito era geloso “assai”o perché (peggio del peggio) il marito aveva creduto di “avere le corna” . Raramente veniva uccisa una sorella o una cugina .   O forse sono io che non lo ricordo.  Oppure il casus belli è sempre e proprio  il possesso sessuale della vittima. Altre volte l’assassino pare uccidesse perché esasperato dal brutto carattere della fidanzata o della moglie, che non lo lasciava mai in pace, eccetera eccetera. I nomi delle vittime non li ricordo, perché i fatti di sangue mi spaventavano e lo fanno ancora. Ma quello che mi si è inciso a memoria è il ricordo  delle combriccole di donne, la città delle femmine dal quartiere a tutti i quartieri,   che commentando gli accaduti davano pietà alla vittima ma tutto sommato giustificavano il carnefice. Se l’era cercata, doveva starci più attenta, non doveva esasperarlo, è stata sfortunata, così va il mondo comare mia… Un mondo di donne che accettava l’omicidio come una delle possibilità insite nella vita coniugale. Almeno nella discussione sociale dei salotti, delle botteghe alimentari, dei tavolini con gli spumoni e le granite, delle panchine dei giardinetti, delle prime sdraio a righe bianche a blu delle spiagge di luglio e di agosto. Tutta quella violenza pareva potesse avere un senso perché inserita in un sistema sociale che manteneva lo status quo della clava, impermeabile ai sensi di colpa di una giustizia umana negata alle vittime. La colpa dell’assassino non era mai veramente assoluta. E la solidarietà delle donne si rinchiudeva nel gineceo della propria famiglia, le lotte di genere erano lontane. Non pareva necessario consultare i sociologhi per spiegare perché si accettava quella sorta di sindrome di Procne collettiva che negava ogni evidente sopraffazione al diritto di non essere uccisa dal delirio onnipotente di un proprio familiare. La morta ..si, faceva pena… ma vuoi mettere quanta compassione popolare c’era per quel povero giovane marito o vecchio fidanzato che doveva convivere per tutta la vita con il ricordo di quella passione così potente da averlo costretto a strozzare o sparare alla donna della sua vita? Un’imperfezione sociale dell’italietta comune, dall’ipocrisia qualunquista che zittiva e finiva la giustizia di (ogni) genere. Anche le femministe che conquistavano terreno sociale anno dopo anno, dopotutto non facevano altro che inasprire i poveri uomini e togliere loro il diritto al quieto vivere millenario. Le “femmine moderne”, che andavano a fumare in mezzo alla strada e che guidavano e che non si licenziavano dal lavoro quando si sposavano o peggio ancora ci ritornavano anche dopo essere diventate mamme, erano un modello sociale impresentabile per la cultura nazional-popolare dei musicarelli e dei principi azzurri in canottiera da ascella profonda. Pare che alcune di loro tentennassero anche nell’accettare lo ius primae fabbrica che in certi mercati del lavoro era la norma per l’assunzione di personale femminile, da Nord a Sud, segreto custodito di bocca in bocca da zie zitelle che guardavano con disprezzo l’impurezza del lavoro industriale di genere. Le “certe cose” che non si dicevano erano sconcerie non certo per chi le esercitava ma piuttosto per chi le denuciava apertamente. Cosa ci fosse nella saldatura di tutto il dna sessuofobo del Paese non fu mai trovata, né in mappa né in misura. Ma quegli anelli sono catene ancora oggi, nel confine appena superato del terzo millennio, basti pensare a quello che è successo ad una bella “ciaciona” partenopea che ha ingenuamente creduto che il suo intimo atto di fellatio ripreso dallo smartphone di quello a cui lo stava dando, potesse essere anche un altro modo di godersi la vita. Invece il machissimo idiota ha ben pensato di tramutarlo in un video pubblico che è diventato il nodo scorsoio con cui la forca degli italianissimi beoti ha ucciso la ragazza. E l’anaffettiva cultura nazional popolare, (dai video semi deficienti a certi tipi di blog fai da te che sono anche contenti di chiamarsi “Degrado virale” fino ad una delle maggiori radio private nazionali che poi si è salvata la faccia scusandosi pubblicamente) per mesi, nella totale indifferenza, ha continuato il giochino al massacro dell’autostima della ragazza. Le “femmine moderne” non le hanno fatto barriera attorno, c’è da dirlo. Quando si tocca l’incandescenza della sessualità non c’è solidarietà che tenga. C’è da aver paura sociale. Ricordo ancora che tempo fa, una quotatissima compagna femminista che portava avanti una distorta autodeterminazione del corpo femminile in una sorta di licenza o di ritorno a forme di prostituzione legale, censurò il mio pensiero contrario che interveniva sulla necessità di non porre manco per scherzo di carnevale il ritorno del dibattito e di virarlo sull’autodeterminazione al diritto all’emancipazione economica del lavoro e della parità di trattamento economico. La mia indole sindacale insomma non aveva potuto tacere, come anche la simpatia e vicinanza alle sante donne di un’associazione della mia piccola città che lottano in silenzio e con “la tigna” contro la schiavitù della tratta per scopi sessuali per ridare dignità umana alle “ultime fra le ultime”. Zac. Un taglio netto all’intervento. Zac. Una censura alla censura.  E questa stortura tutta femminista me la porto ancora dentro.  E mi fa paura. Più dei numeri che oggi verranno dati sul femminicidio di quest’anno o del prossimo. Perché dietro ai numeri, alle oscillazioni di incremento o diminuzione delle morte ammazzate, c’è ancora quello spirito ostinato ed ostile che non cede lo scettro sociale della clava. E che difficilmente andrà via anche in questa generazione, a cui però dare merito di averlo cacciato dalla tana dell’abulia della rassegnazione sociale. Che però continua a canticchiare “appena ti trovo da sola ti taglio la gola, ti tagliooo la golaaaa” o “mi hai perquisito gli occhi\e sai sono pulito\non posso uccidertiiii mai più” scritte da glorie canore nazionali senza mai chiederne ragione o scusa. Il patto generazionale è anche questo. Andare avanti verso il rispetto della dignità dell’altro. Ascoltare non solo ascoltarsi. Trasformarsi. Rivoluzionare il quotidiano per allagarlo di coraggio. Non una di meno. Andrà meglio alla prossima generazione.

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La violenza sulle donne: poesie e altri contributi

Narda Fattori, Sara Ferraglia, Maria Gisella Catugno, Marta Ajò. Quattro penne a ridosso della giornata mondiale per l’abolizione della violenza di genere. Dal blog Viadellebelledonne.

viadellebelledonne

Femminicidio

Non farlo ti prego non farlo

soccombo ai miei futili orrori

nelle balaustrate di nebbia

perdonami la colpa sottile

il tuo livido mi fiorisce la pancia

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Le ore alla tenda bianca

madre

 

Ora che mi hai costretto ad essere io la madre
madre
appoggiata contro le sbarre del tuo letto d’ospedale
conto le ore della trasformazione
e del troppo silenzio nel tuo farfugliare
che mi dici che vedi Gesù e che c’è un campanello che suona
– le senti o no le voci dei bambini qui intorno? –
mi lasci a svelenare  il cuore dall’illusione
di riaverti ancora come prima
ad urlarmi di non spegnere la televisione che mi parli lo stesso
e di non spaventare la gatta o di come sta il ragazzino
che tuo fratello chiama tutti i giorni
urlando come i sordi sanno far meglio
che tutto ti finisca presto – che io sto bene
e che ti copra
se non ci sarà più cura
quando rifaranno daccapo il tuo letto
sarà andato via anche l’ultimo capello che hai perso
ed io con lui.

S. Sambiase

Scuoti la tristezza e spalanca lo spirito. Miguel de Unamuno tradotto da Anna Fresu

“Scuotiti la tristezza e spalanca lo spirito”

Scuotiti la tristezza e spalanca lo spirito,
perché la pigrizia non ti permetterà di vedere che la ruota del destino
ti starà sempre dietro alle calcagna
e che solo davvero vive l’uomo che supera la vita.
Non incoraggiare la sofferenza
che ti abbandona poco a poco nelle braccia della morte,
perché vivere è sforzarsi e solo questo vale la pena.
Non rinviare oltre il tuo compito
e, al calpestare il cammino della vita,
lanciati come seme al solco senza guardare al passato.
Gettaci dentro tutto ciò che è vivo e lascia in te tutto ciò che è morto,
perché la vita non segue il capriccioso cammino delle nubi
e un giorno questa semina darà i suoi veri frutti.

(c) Traduzione di Anna Fresu
della poesia di Miguel de Unamuno

“Sacúdete la tristeza y despabilla el espíritu”

Sacúdete la tristeza y despabilla el espíritu,
porque la pereza no te permitirá ver que la rueda del destino
siempre va pisándote los talones
y que sólo vive realmente el hombre que rebosa vida.
No alientes el sufrimiento
que te abandona poco a poco en brazos de la muerte,
porque vivir es esforzarse y sólo ello merece la pena.
No postergues por más tiempo tu tarea
y, al hollar el camino de la vida,
arrójate como semilla al surco sin mirar al pasado.
Echa en él todo lo que está vivo y deja lo muerto en ti,
porque la vida no sigue el caprichoso camino de las nubes
y algún día esa siembra dará sus própios frutos.

UNAMUNO, HILDAGO RIBELLE

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Unamuno
di Marìa Zambrano

Miguel de Unamuno (1864-1936) ci offre una vita troppo ricca di peripezie. La sua vita sembra drammaticamente inscritta tra due guerre civili, stretta al loro interno, troncata di netto dall’ultima. Fu un hildago ribelle alla “civilizzazione di corte” del XIX secolo che in quegli anni, a partire dalla Restaurazione, entrava nel suo apogeo, nei suoi giorni più promettenti…
Unamuno è contemporaneo, della stessa generazione di Freud, Bergson e Husserl. Seppure così diversi Bergson, Freud e Husserl hanno qualcosa in comune con “don Miguel”: qualcosa che potremmo chiamare lo spirito, il volume che hanno riempito, lo spazio vitale che hanno ricoperto. Una vita lunga e piena sino alla fine di impegno in un’unica direzione. E nella loro opera un orientamento comune. il “fiume della coscienza”, la misteriosa realtà, quel quid che non è una cosa ma che sostiene le cose. E’ la generazione che si addentra in zone mai esplorate prima, un conflitto percepito da diverse angolazioni ma sempre lo stesso: il conflitto tra la coscienza e ciò che non lo è…
La prima cosa che salta agli occhi nel nostro personaggio è il suo splendore espressivo, la sua immensa capacità di espressione. Genio dell’espressione e della rivelazione attraverso la parola. Se pure entrò nella cultura europea, riuscì a non perdere la chance della natura ispanica, con la sua corsa sfrenata nello spazio senza confini. Unamuno voleva innanzitutto risvegliare l’ansia di vivere, la volontà di esistere, la fede nella resurrezione…
Salamanca fu la sua sposa: qui volle lasciare il suo nome inciso per sempre. Salamanca era forse la misura dell’agorà per don Miguel. Non nella sua azione, ma nella sua vita quotidiana; sentiva la necessità (forse) di uno sfondo in cui si potesse stagliare la sua figura solitaria e ineguagliabile. Il suo ritiro ha tutta l’aria della dissidenza, ma anche della baronia del signore feudale che non cede alla centralizzazione monarchica.In questo è fondamentalmente liberale, tradizionalmente liberale.

 

altri riferimenti
Anna Fresu
http://www.el-ghibli.org/anna-fresu-2/
https://plus.google.com/113309350959983865971

(Testi a pezzetti e mosaici imperfetti da ) L’ingombro – Premio Giorgi 2016

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Il libro L’ingombro è dedicato a Jolanda Insana per volontà dell’autrice e di tutte Le Voci della Luna. Farlo a pezzetti per estrarne letture non è poi così facile perché l’autrice è affezionata a tutto il testo e non riesce a frantumarlo con leggerezza. Parebbe così  che Ella non voglia ringraziare chi ha scelto di leggerla. Non sia mai! E quindi cede, augura al suo lavoro ogni bene e lo mette in rete.

Il libro è edito da Le voci della Luna. Isbn 9788896048436
link di riferimento ufficiale
http://www.levocidellaluna.it/

 

ad Anna e Lucia

Gioventù e giovinette, non esiste errore
fra le erbe alte di Vondel Park
che anno dopo anno sono feconde
di gran pezzi di maschi che ci volano intorno
come mosche dagli occhi azzurri
e una lingua gracchiante a cui non ci si abitua mai
come le cose buone
che abbiamo imparato quanto sappiano di poco
e quanto a lungo sia giovane l’inquietudine e la carne
che spinge e manovra e crepita
su occhi che si sgranano e mani che fanno selfie
trasportandoti a braccia
sull’ennesimo amore che vorresti iniziare in un parco olandese
o nel bosco sotto casa.

e  a tutta l’ingombrante giovinezza delle ragazze

Poesia fra la via Emilia – Il Giorgi e il Tassoni 2016

Questo sabato due appuntamenti con premi prestigiosi di poesia nella lunga dorsale dell’Emilia da Sasso Marconi a Modena.

Il premio Renato Giorgi giunto alla sua ventiduesima edizione, apre alle ore 16 il lungo appuntamento con i poeti di Sasso e la sua premiazione.

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Verso Nord, a Modena, nello storico teatro San Carlo, sarà invece l’ora dell’undicesima edizione del Premio Alessandro Tassoni, a partire dalle ore 18.30.

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i link di riferimento

https://levocidellaluna.wordpress.com/
premi.giorgi@virgilio.it.

http://www.premioalessandrotassoni.it/
premioalessandrotassoni@bollettario.it