Jolanda Insana. Il ricordo di chi per me era la Poesia

Marzo 2016. Sasso Marconi e Voci della Luna senza saperlo mi fanno un inaspettato regalo di compleanno. C’è Jolanda Insana nel nuovo numero della rivista dell’associazione e ha accettato di venire in Emilia a raccontarsi. Da settimane spero che non nevichi perché non guido con la neve. Mi sto dicendo una bugia inutile, perché a Sasso ci vado in ogni modo, anche con la tormenta e i lupi che scendono in strada. E sono in sala puntuale. Arriva Jolanda Insana. Non fermerà la voce per quasi due ore. Ha fatto l’insegnante, non le pesa raccontare. Eppure non sta bene, ha dei problemi seri di salute e li racconta insieme al suo sdegno su come Roma ha perso la capacità di curare gli ammalati nelle pubbliche strutture e il calvario che impone questo malgoverno agli anziani che devono fare chilometri per giungere nel nosocomio specializzato in nefrologia. La platea sta incollata alle sue parole. Il racconto continua. Un fuoco d’artificio. Come potrebbe essere altrimenti? Le letture classiche, le sperimentazioni sulla parola, il dialetto, la purezza, il neologismo, la metrica, l’innovazione, la tradizione. Mi sento reverenzialmente assoggettata. E’ sempre stata Jolanda Insana per me la Poesia. La sua lezione continua come viaggio nella storia, in cui I sette di Tebe diventano altro, mutandosi nel racconto della malinconia dell’esule che torna nella sua città e cerca i luoghi perduti della sua giovinezza che ormai gli sono stranieri, perché è lui stesso estraneo alla città, è l’esilio dell’anima, la diaspora umana. E gira il racconto ancora e la diaspora è quella di Messina che svuotò per generazioni le famiglie della cittadina siciliana. E la poetessa comincia a leggere dei brani di Frammenti di un Oratorio. Penso velocissimamente: “E’ un libro che manca alla mia collezione Insana. non appena finisce l’incontro lo vado subito a comprare dal tavolo dove ha lasciato i volumetti. MI riconcentro sul suo racconto. Le poesie del libro sono un fermo immagine di quelle anime doloranti fra miracoli e morte. Sono frammenti di voci che non hanno più il vecchio Oratorio dove erano coro e città insieme. Ci racconta che ha una montagna di inediti sparsi per casa, messi alla rinfusa fra cassetti e scatole di vario genere e ce ne legge alcuni. Penso: “Allora arriverà un altro libro presto. Lo voglio!”. Alla fine resta a salutare e a distribuire dediche. Mi metto in fila. Ho comprato il libro messinese. Lo metto insieme a Turbativa d’Incanto, a La Stortura e a L’Occhio dormiente. Dannazione ho dimenticato Satura di cartuscelle a casa! Ma come ho fatto a dimenticare? Uff. Le ho anche preparato un piccolo regalo, confezionando con carta velina colorata e fiocchi le tre antologie di Exosphere. Glielo do subito perché sono meridionale fino all’osso anche se nata a Torino e mi sento a disagio se arrivo a mani vuote in un’occasione importante. Poi le porgo Frammenti di un Oratorio per farmelo autografare. E le do pure gli altri tre libri. Lei guarda stupita L’Occhio Dormiente e mi dice: “Ma anche questo hai? Non credevo ce ne fossero ancora delle copie in giro” . Le rispondo che sono anni che lo ho, mentre non ho ancora comprato l’antologia, e che ho ancora un suo libro a casa ma che l’ho dimenticato. Insomma fermo la fila. Mi sposto. Valuto la mia conversazione. Le sarò sembrata una groupie di cinquant’anni. Con il timor panico di avere davanti l’idolo in carne ed ossa perché è lei che ha il magma nella parola e mi ci brucia dentro ogni volta che la leggo. Che la sua parola mi emoziona e mi sobbalza. Che sono soggiogata dal suo patrimonio poetico, dal suo maneggiare il metro classico e riempirlo di vita, che la sua libertà espressiva è quella che mi incatena. Ma chissà quante altre e quanti altri ancora glielo hanno detto. Sicuramente lo sapeva già, un’altra in più che glielo diceva le faceva perdere solo tempo magari e c’erano altre persone in fila. E sempre per timore (o fifa boia) non ho mai scritto di lei in questo blog. Solo stasera, stasera che non c’è più, metto giù il mio ricordo personale. E forse dovevo farlo prima, così avrei ringraziato anche Le voci per avercela regalata. E chiedo a chi prenderà in eredità quelle “cartuscelle” inedite di raccoglierle in un libro e darlo in eredità a tutte noi che l’amiamo questa viscera e cuore di poesia insana.

jolanda insana

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