La lotta di classe fra la lepre e la tartaruga – Elogio della lentezza per la sopravvivenza sociale

Gli individui nascono e si sposano,
vivono e muoiono in mezzo ad un trambusto così frenetico
da indurti a pensare che stiano per impazzire
William Dean Howells

 

golem femmina, elogio della lentezza, simonetta sambiase

Lunedì 9 maggio si celebra la Giornata mondiale della lentezza che a molti  parrebbe una celebrazione inutile (perfino dannosa) perché i cosiddetti “fast thinkers” paiono aver conquistato il mondo e lo stanno anche governando alla stregua dei peggiori monarchi assolutisti della storia passata. Il culto della fretta e della sovrapproduzione è il nuovo riferimento spirituale di questi tempi moderni. Klaus Schwab, fondatore  del Forum economico mondiale scriveva nel 2004: “Passiamo da un mondo in cui i grandi mangiano i piccoli a un mondo in cui i veloci mangiano i lenti”. A tutt’oggi,  la parola d’ordine della maggior parte dei nuovi contratti lavorativi nazionali è “produttività”. Lavora di più e produci di più, non importa se la produzione finale è frettolosa anche nella gestione della qualità, ciò che conta è che hai prodotto di più e che hai consumato più tempo a produrre cose di cui non se ne ha mai a sufficienza pur non avendone bisogno. Primo esempio sott’occhio: quanti nuovi modelli di cellulari ha prodotto quest’anno la Samsung? Ne ha sfornati così tanti perché la comunità internazionale ne aveva bisogno per continuare a sopravvivere ai cambiamenti climatici? Ha poco senso. Anche non pensare ai danni che ci arrechiamo noi stesse\i quando avalliamo questo tipo di accelerazione consumista. E quando si ascolta il ritornello mediatico che bisogna sacrificarsi per uscire dalla crisi che ormai è sistematica, producendo di più per meno salario e immolando il proprio tempo e la propria vita perché lo stato sociale sta crollando e non si possono più tenere aperti gli ambulatori e i pronto soccorso e colmare le buche sulle strade provinciali, dovremmo ricordare quante volte negli ultimi anni i quadri, i dirigenti, i direttori generali e tutta la classe politica dominante hanno cambiato il loro parco macchine, comprando suv e berline nuove di zecca con i sacrifici dei loro dipendenti dai livelli d’inquadramento più bassi. (E’ evidente che la durata massima di operatività per una flotta aziendale non debba superare i 24 mesi, altrimenti potrebbe sovvertirsi l’ordine sociale del capitalismo mondiale). E sempre sulla produttività e sulla velocità e sui sacrifici richiesti alle classi dei lavoratori non autonomi, bisognerebbe ricordare bene le lunghe liste di quegli imprenditori che hanno nascosti i profitti di quei sacrifici nei paradisi fiscali, e che sono ben lungi da riportarli a casa e nei contratti integrativi dei loro dipendenti. E allora è importante innestare nelle nostre vite “l’elogio al rispetto verso gli altri”, più che alla lentezza. Strafottersene della cultura del “lavora fino a crollare”, se il lavoro ti fa restare povero lo stesso perché i capitali prodotti sono già stati presi e portati via e tu resti indaffarato, aggressivo, frettoloso, snervato e pronto a crollare. Perché  se poi crolli,  crolli da solo\sola. Questo è il  Paese dove la riforma delle pensioni Fornero ha creato la più grande ingiustizia sociale verso intere classi di cinquantenni che non usciranno mai dal lavoro se non con pensioni da fame e di ventenni che non entreranno mai nel sistema pensionistico. Potresti restare sola\solo in un Paese dove le uniche pensioni degne di questo nome sono date a quella stessa classe dirigente che cambia il parco macchine ogni 24 mesi. E che impone sacrifici di tempo e lavoro continuamente, anche dal mare salato delle loro vacanze esotiche di un Ferragosto tropicale, mentre l’accelerato lavoratore sta cercando di sopravvivere ai 47 gradi percepiti negli spogliatoi aziendali mai ventilati abbastanza. “Ma la fretta è la politica migliore?”. L’evoluzione si basa sul principio della sopravvivenza della specie che più si adatta non quella che corre più veloce (le cavallette se no governerebbero la Terra).  Sopravvivono e si riproducono più facilmente gli individui che hanno raggiunto un migliore adattamento all’ambiente in cui vivono, e che quindi sono favoriti nella lotta per l’esistenza. “Il capitalismo moderno genera un benessere straordinario ma divora le risorse naturali più rapidamente di quanto Madre Natura riesca a sostituirle. I lunghi orari di lavoro ci rendono malati, infelici, poco produttivi e soggetti a sbagliare. Gli ambulatori dei medici generici sono gremiti di pazienti che lamentano sintomi legati allo stress: asma, insonnia, emicranie, ipertensione e disturbi gastrointestinali, per citarne solo alcuni”. E la sanità italiana costa sempre di più ed è sempre più lenta. Anche nel riconoscere le malattie professionali. Quindi lavoriamo di più e guadagniamo meno, trascuriamo noi stessi fino a sfinirci, trascuriamo affetti e viviamo in superficialità le relazioni perfino all’interno dei nostri affetti perché non abbiamo “abbastanza tempo”. E se poi qualcosa dentro il corpo si spezza, finiamo anche per lasciarli orfani quegli affetti. Orfani che dovranno imparare a sopravvivere in un mondo squalo che apprezza la “morte da superlavoro” soprattutto quella degli altri. Non è mai troppo tardi per fermarsi un’ora . “Fermati. Per un momento. Prima di andare.\Ascoltiamo le grida d’amore\o le grida d’aiuto\il tempo trascinato nella polvere del mondo\se ti fermi e ascolti non sarai mai perduto ” ha scritto il poeta Roberto Roversi ed aveva ragione.

 

  • le citazioni dell’articolo sono tratte dal libro di Carl Honoré, Elogio della lentezza.
    rallentare per vivere meglio, (2004)

 

 

ELOGIO DELLA LENTEZZA

Mi fermo un momento a guardare
Non correre. Fermati. E guarda.
Guarda con un solo colpo dell’occhio
la formica vicino alla ruota dell’auto veloce
che trascina adagio adagio un chicco di pane
e così cura paziente il suo inverno.
Guarda. Fermati. Non correre.
Tira il freno alza il pedale
abbassa la serranda dell’inferno.
Guarda nel campo fra il grano
lento e bianco il fumo di un camino
con la vecchia casa vicina al grande noce.
Non correre veloce. Guarda ancora.
Almeno per un momento.
Guarda il bambino che passa tenendo la madre per mano
il colore dei muri delle case
le nuvole in un cielo solitario e saggio
le ragazze che transitano in un raggio di sole
il volto con le vene di mille anni
di una donna o di un uomo venuti come Ulisse dal mare.
Fermati. Per un momento. Prima di andare.
Ascoltiamo le grida d’amore
o le grida d’aiuto
il tempo trascinato nella polvere del mondo
se ti fermi e ascolti non sarai mai perduto.

Roberto Roversi

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