Resistenza. Nel cuore della barriera – già su Versante Ripido

già pubblicato su Versante Ripido

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Si parte a resistere dalle influenze esterne: la realtà sociale è un luogo anelastico in cui è difficile trovare una chiarezza netta, come ad esempio quella della verità scientifica. Da essa (da questo luogo non fisico ma totalmente umano e frammentato) si trae la sintassi temporale di popoli e nazioni e la si fissa nella memoria tramite la storia. E questo pezzo di scrittura che può diventare un’arma potente di esistenza e resistenza. Perché i meccanismi di redazione e trascrizione della storia hanno dentro un “peso di resistenza” duttile e rocciosa insieme, che finisce per antologizzare troppo spesso la leggibilità umana dalla parte dei vincitori. Questo è un punto della barriera: se si sceglie di antologizzare solo una parte del flusso informativo e di divulgarlo in maniera più o meno ufficializzata, si è fatta resistenza passiva all’interno di un presente e passato collettivo che viene privato di una sua parte. La storia ufficiale è una figura “retorica di stato in luogo” e può fare barriera. E resistenza. Scriveva Theodor Fontane nel 1881 “Non vedo perché ci si debba sempre occupare degli uomini e delle loro battaglie; di solito la storia delle donne è molto più interessante” Siamo nel cuore della barriera. L’edificazione della storia da parte della conquista bellica e del dominio territoriale, un luogo primario che non cambia posto nel podio del contesto della storiografia di una nazione, né segna capitoli di fondamento nell’antologizzazione scolastica del dominio di un genere. Ne disegna perfino la toponomastica del proprio territorio. Questo accade anche in molti luoghi della cultura letteraria. ”Si conosce quasi tutto del Novecento letterario italiano ed europeo – si legge nell’archivio della casa del popolo di Massenzatico, la prima casa del popolo d’Italia – ma si sa veramente poco della narrativa socialista, anarchica, comunista e radicale che ha avuto un grande ruolo nella formazione culturale degli scrittori dell’ultimo secolo. Pochi sanno che De Amicis è stato un grande propagandista socialista; poco si sa del Mariani libertario o del Pascoli ribelle; poco si sa della Negri femminista e del Carrà anarco-futurista. Poco si sa del Cavallotti radicale ecc”. Eppure quei nomi citati sono quelli che continuano a sostare nei sussidiari dell’istruzione obbligatoria di secondo grado. Delle stesse case del popolo e soprattutto dei loro archivi non si fa uso nella letteratura storiografica ufficiale. Un modello di equità sociale e di partecipazione ugualitaria, che nel secolo in cui la lotta sociale “l’hanno vinta i ricchi” (M. Revelli) viene messo in resistenza passiva dalla sua diffusione, anche nella regione che ha visto la nascita della prima casa del popolo italiana, a nome ed energia di Camillo Prampolini, nel 1883, durante il secondo congresso socialista. Il suo piccolo archivio ci consegna quei nomi sopra citati, a rispondenza di un’altra letteratura socialmente impegnata e meno lirica. Interessante anche il carteggio di Prampolini con Annamaria Mozzoni, una delle figure storiche del femminismo italiano, traduttrice del libro “La servitù delle donne di Mill” e autrice di vari libri sui diritti civili, fra cui “La liberazione della donna”, scritto “nel 1865, dopo che il Senato italiano aveva modificato in peggio gli articoli sulla condizione delle donne già approvati dalla Camera dei deputati”. Resisteva Mozzoni, resisteva il potere contro qualsiasi indebolimento del suo stato. A tutt’oggi la toponomastica italiana vede il nome della Mozzoni in una via di Milano, perpendicolare alla via Anna Kuliscioff ed una nuova piazza a Roma. Invece della Destra storica italiana ne abbiamo piene le strade. Questo è anche un anno di retorica ufficiale sul voto attivo\passivo alle donne, sono settant’anni che nel Paese abbiamo il suffragio universale. La storia di questa conquista che fu rivolta non solo all’elettorato di genere femminile, ma prima ancora a tutto l’elettorato perché la barriera resistente era formata dall’eliminazione ad un diritto di espressione legato alla condizione sociale dell’elettore, non viene ospitata nella storiografia divulgativa. L’entrata “sistematica” di parte della storia sociale di genere non compare ancora come necessità di esistenza storica. Decostruire il genere non è un esigenza sentita dai revisionisti, basti pensare alla fatica di comunicare il patrimonio letterale femminile svolto al sociale. Se si volessero leggere in italiano i romanzi proletari dedicati agli scioperi degli operai tessili di Gastonia, North Carolina, della primavera del 1929, ad esempio, non se ne troverebbero tracce. Le cosiddette “Gastonia novels” sono un gruppo di romanzi della prima metà degli anni Trenta che raccontano la storia della rivolta degli operai, “culminata in una repressione brutale, nell’arresto degli agitatori e nello sfratto forzato delle famiglie che non si piegano alla polizia. I romanzi riprodurranno non solo il crescendo di violenza, minacce di linciaggio e pestaggi contro gli operai ma anche l’incarcerazione e i processi per “cospirazione a istigazione all’omicidio”. Li scrivono tre donne, Grace Lumpkins (To make my bread), Myra Page (Gathering Storm) e Fielding Burke, nome d’arte di Olive Tilford Dargan (Call home the heart), generalmente considerata la più dotata nella descrizione sociale. Così come non è possibile ancora trovare tradotto il testo di The Book of the Dead (1938),di Muriel Rukeyser “ uno degli esperimenti di poesia-documentario più articolati del decennio – rievochi la vicenda luttuosa dei minatori di Hawk’s Nest e del processo “prezzolato” con cui si decreta la vittoria del capitale sulla loro causa” (Cinzia Scarpino). Quello che “realmente” accade è il luogo della resistenza. Basti pensare alle censure odierne alla letteratura italiana di migrazione, che subisce il taglio della mannaia della storiografia ufficiale anche perché, come ben lo descrive Armando Gnisci, “ che assolutamente nuovi sono questi problemi per gli studiosi di letteratura, o almeno per quelli che sono assuefatti a trattarla da un punto di vista esclusivamente nazionale”. Ancora una volta è una letteratura della parte sociale dei vinti: “Il più delle volte, come ci hanno raccontato i nostri scrittori, da Pirandello a Pavese a Gavino Ledda, si trattava di poverissimi contadini analfabeti, sradicati dalle campagne e da abitudini millenarie e trasportati in America, in Australia o nelle miniere del Belgio” – scrive Gnisci . Che nel suo libro dedicato a questo argomento, riporta i ricordi di alcuni immigrati del dopoguerra, come testimonianza. Una di queste, Carolina Giuliani scriveva “siamo andati a Foggia dal paese dove abitavo, poi da lì a Milano. A Milano ci hanno preso le infermiere e ci hanno portato sotto la “gare” (stazione) di Milano e ci hanno fatto stare per tre giorni lì e ci hanno dato i lettini chi sopra chi sotto, poi ci hanno dato una targhetta marcata “emigrante” e ci hanno portato tutti in fila a visitare. In Svizzera ci hanno dato un cestino con le banane, ma le banane non le conoscevo e le ho buttate dal treno “. ”Credo che queste poche e povere righe dimenticate siano altrettanto significative del famosissimo e universale “Diario”di Anna Frank: anche fra gli sventurati va introdotta parità”- osserva Gnisci. Che ricorda anche che l’ultima miniera di carbone belga è stata chiusa nel 1984, dopo che tanti italiani emigrati erano diventati neri in faccia e nei polmoni o erano morti nelle loro gallerie. Anche questa parte di realtà sociale è dimenticata sempre ed istituzionalmente dalla coscienza storica e civile, quella stessa che ha però in ognuna delle proprie famiglie almeno un cognome comune sparso in giro per il mondo da ritrovare. Interrogarsi se le leggi del “mercato sociale” siano le stesse che regolino la valorizzazione di tutto il tessuto storico della collettività è fare resistenza in attivo, e se il mito fondativo della resistenza è essere in strada (dai Vespri siciliani ai forni manzoniani, dai cortei operai per i diritti del lavoro a quelli femministi per il diritti delle donne) la strada della cultura dovrebbe aprire tutti i suoi archivi per colmare le insufficienze e scavarci dentro per colmarle.

Simonetta Sambiase

Arbitri del nostro destino – Jane Eyre e i 200 anni di Charlotte Bronte

 

invece di piegare la fronte sotto la sua volontà,
l’ho sfidato
(da Jane Eyre)

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Duecento anni fa nasceva la terza figlia dei  Brontë. Il suo libro più importante (forse l’unico per cui la si ricordi) è un lungo romanzo pubblicato nel 1847, Jane Eyre.  Ad esso togliamo le pagine dove c’è Rochster “en travesti” da zingara ed altre parti che si conciliano con lo spirito dei tempi e finiremo immersi in lui, e nei dialoghi e nei monologhi interiori sappiamo che Jane è appena dietro di noi. Il suo lieto fine lo ha creato lei, non le è sceso dal cielo. Autodeterminazione è un termine che useremmo oggi, ma non possiamo cercarlo  nei luoghi storici di questo romanzo. Eppure è già lì. L’alta considerazione di se e del proprio valore, la ricerca dell’emancipazione attraverso il lavoro e la capacità di attraversare una quotidianità invasiva e granitica senza perdere la propria bussola interiore.  Chiedere rispetto. Resistere e crescere, crescere e diventare, fra negativi e positivi, una persona raggiante vita. Ecco il posizionamento del personaggio (fortemente autobiografico nella prima parte) di Jane Eyre all’interno della letteratura di genere. La pagina di paragone è con la Austen da sempre, ma questa autrice  cerca il lieto fine in un sistema chiuso da poche interazioni (il ballo, il salotto, la campagna addomesticata, il chiacchiericcio,  il cattivo pretendente vs il ricco pretendente, il futuro prete, il nobiluomo, l’altezzosa antagonista, etc). La Bronte nella sua scala narrativa ci mette dentro più vita e più dolore. Ad esempio  la parrocchia non è un luogo idilliaco dove andare a fare la vita della moglie anglicanamente serena come nei romanzi dellla Austen.  Il convitto religioso è un posto da poveri e come povere vengono trattate tutte: ingiustamente. La morte è dietro l’angolo e  non fa differenze nel portarti via affetti o liberarti dagli aguzzini. I colpi di scena sono drammatici, non consentono la nobiltà del silenzio e del ritiro: è la malasorte che disequilibria il mondo e con essa bisogna farci i conti e tenere duro, giorno dopo giorno, pensiero dopo pensiero.  Ettari di azioni minime e disciplinate , lande di emozioni e coraggio da attraversare. In Jane Eyre non si vacilla, perché nessuno può afferrarti nella caduta, hai solo te stessa per rimetterti in piedi. Elizabeth Bennet ha sorelle, madre, padre, amiche con cui superare la via sentimentale che la porterà al ricco Darcy  da domare. Jane Eyre no e nemmeno si aspetta che possa conquistarsi una posizione più elevata socialmente,  “strana, povera e oscura, brutta e piccina” eppure “del giudizio del mondo (se) ne lava le mani. L’opinione degli uomini la sfido”. Non tanto femminista ma rivoluzionaria della morale. Ed è per questo coraggio che ancora oggi l’amiamo così tanto.

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tre brani da Jane Eyre

di Charlotte Brontë

Il riposo non fa gli uomini felici; occorre loro azione e se non possono esercitarla, la creano. Milioni e milioni sono condannati a una vita più tranquilla della mia e milioni si ribellano in silenzio alla loro sorte. Nessuno suppone quante rivolte, oltre quelle politiche, fermentino nella massa degli essere viventi, che popolano la terra.

Si suppone che le donne siano generalmente calme; ma le donne sentono come gli uomini, hanno bisogno, come essi, d’esercitare le loro qualità, occorre loro un campo più vasto per estrinsecarle;

***

E’ pazzia di lasciare che nel cuore si accenda un amore che deve divorare la sua vita, se non è conosciuto e diviso, e, se è tale, simile a un fuoco fatuo, smarrirla in un labirinto di dolori senza uscita.

Ascolta la tua punizione Jane Eyre: domani prenderai uno specchio e farai fedelmente il tuo ritratto, senza omettere un solo difetto, senza addolcire nessuna linea dura, senza trascurare nessuna spiacevole irregolarità. Sotto vi scriverai: “Ritratto di un’istitutrice brutta, povera e senza attinenze di famiglia”.

“Dio ci ha dato, in una certa misura, il potere di essere arbitri del nostro destino; quando la nostra energia domanda un appoggio che non può avere, quando la nostra volontà aspira a una meta che non può conseguire; non abbiamo bisogno di lasciarci morire di fame o di dolore, dobbiamo solo cercare un altro nutrimento per lo spirito, così forte come quello proibito che voleva gustare e forse più pure; noi dobbiamo soltanto scavare col piede avventuroso una via che se è più difficile, non è né meno diretta né meno larga di quelle chiusa dalla fortuna dinanzi a noi.

 

da Voci dell’Aria – May Ziadeh

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da VOCI DELL’ARIA
Antologia di Poesia Femminile

UNA PICCOLA STORIA
di May Ziadeh
(1886-1941)

Non è il varo di una nuova nave
che non àncora la sua via per navigare
A leggerlo si prova un … un quasi piacere
è una quieta per l’anima affaticata
Così essa non è né lunga né spossante
nulla d’impenetrabile o di misterioso
lei è così, così piccola e, potrebbe essere, interessante!
Datemi ascolto ma in modo serioso….

(trad. S. Sambiase)

Datemi ascolto, ma in modo serioso... Sono versi che identificano parte del lavoro poetico giornalistico di May Ziadeh che con la sua poesia e i suoi scritti fu pioniera di una nuova identità femminile palestinese che ben si espresse nel 1921, quando alla conferenza egiziana “The goal of life” , May Ziadeh fece appello a tutte le donne arabe di aspirare alla libertà e di non chiudersi all’Occidente mantenendo pienamente la propria identità Orientale. Ziadeh lasciò 15 libri di poesia,  scrisse anche studi biografici e sensibili di tre scrittori di donne pionieristici e poeti, Warda al-Yaziji, A’isha Taymur, e Bahithat al-Badiya. E per vent’anni condusse una fitta corrispondenza con Khalil Gibran, che viveva a Ney Work, senza mai incontrarlo di persona.

Alcune poesie di May Ziadeh sono contenute nell’Antologia Voci dell’Aria, antologia dedicata al patrimonio poetico femminile curata dall’associazione Exosphere, in lettura per Primavera Donna del Comune di Reggio Emilia sabato 23 aprile alla Ghirba, l’ex Gabella.

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Associazione Culturale Exosphere PoesiArtEventi, di Simonetta Sambiase, Gabriella Gianfelici e Federica Galetto, in collaborazione con Eutopia Rigenerazioni Territoriali, nell’ambito della manifestazione PRIMAVERA DONNA 2016 organizza sabato 23 aprile alle ore 17.00,  presso GHIRBA – Biosteria della Gabella, Via Roma 76, Reggio Emilia la presentazione dell’Antologia poetica femminile “VOCI DELL’ARIA”, con letture di Giovanna Gentilini, Simonetta Sambiase, Mara Paltrinieri, Gabriella Gianfelici, Eleonora Boschi e Giorgia MOnti 
Si darà voce alla poesia femminile, il cui patrimonio culturale è escluso da buona parte della critica antologica del nostro Paese. “VOCI DELL’ARIA” si divide in una prima parte dedicata alla traduzione di poetesse che hanno attraversato tempi e luoghi diversissimi della storia artistica mondiale, e di una seconda parte che chiama a raccolta un caleidoscopio del panorama contemporaneo. La pubblicazione è stata  curata interamente dall’Associazione culturale Exosphere.

riferimenti in i rete
https://middleeastrevised.com/
https://exospherepoesiarteventi.com/

http://www.7per24.it/2016/04/21/voci-dellaria/

http://www.cinquecolonne.it/voci-dell-aria.html

La forza di ogni cosa creata. Due poesie dal patrimonio poetico femminile negli antipodi d’Europa

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Dal patrimonio poetico femminile, due autrici fra ‘Cinquecento e ‘Seicento agli antipodi dell’Europa, Anne Collins e Selvaggia Bracalli Bracciolini. Sono due poete diversissime fra loro per scrittura ed ispirazione. La prima, Anne Collins, è un nome che si trova su un titolo a capo pagina di un libro antico e raro intitolato “Divine Song and Meditations” stampato in Inghilterra nel 1653. Di lei si sa solo che ha scritto molti dei versi dei libri durante una lunga malattia, come spiega nel prologo del libro. La sua scrittura è leggera e piena di grazia religiosa, con metafore immediatamente riconducibili alla bibliografia testamentaria. L’altra autrice è nata a Pistoia nel XV secolo nella famiglia Bracalli. Di lei si sa che scrisse delle poesie in Volgare durante la prima metà del secolo e che andò in sposa nel 1534 ad un certo Guglielmo Bracciolini. Il suo metro è cantato in un sonetto laico che chiama a testimoniare allegorie classiche per il posto del mondo del femminile.

 

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THE SOUL’S HOME
di Anne Collins

Such is the force of each created thing
that it no solid happiness can bring
which to our mind can give contentment sound;
For, like as Noah’s dove no succours found
Till she return’d to him that sent her out
Just so, the souk in vain may seek about
For rest or satisfaction any where,
Save in his presence who hath sent here here;
Yea though all eartly glories should unite
their pomp and spendour to give such delight,
yet could they no more sound contentmente bring
than star-light can make grass or flower sping.

LA CASA DELL’ANIMA
(trad. Simonetta Sambiase)

Tale è la forza di ogni cosa creata
che non c’è vera felicità ad esser portata
a quelle nostre anime che possono profondamente sentire.
Perché, come la colomba di Noe che non trovò soccorso
fin a che non ritornò a colui che là mandò via
sappiate che, inutilmente l’anima può cercare
pace o soddisfazioni in tutti i luoghi della terra
la salvezza è nella presenza di chi l’ha mandata ad errare
Si anche se tutta la gloria terrestre si unisse
al fasto e allo splendore , che tutto facesse delizia
ancora nulla potrebbe portarci il suono della gioia
che la luce delle stelle fa germogliare dall’erba o dai fiori.

* ringrazio della consulenza sulla traduzione
Lia Aurioso e Anna Maria De Rosa

Minerva tra Geometria e Aritmetica Veronese

 

BEN TI PUOI DIR FELICE
di Selvaggia Bracalli Bracciolini

Ben ti puoi dir felice, e al mondo sola
Patria, che nel tuo nido alberghi tale
ingegno, e di beltà immortale,
di cui su in ciel l’eterna fama vola,

tal che a Minerva il seggio, e il nome inuola,
a lei d’ogni virtù essendo uguale;
né te di cupido arco, né strale,
che pudicizia in lei tiene norma e scuola.

Questa è degna di lode e di trofei,
che la sua grazia, e il chiaro suo splendore
gli uomini vince al mondo; e in ciel gli dei

e però fide mie compagne e sorelle,
rallegriamoci con Flora per costei
del sesso femminile gloria e onore .

11° Premio Tassoni

L’undicesima edizione del prestigioso Premio Alessandro Tassoni è al via. La scadenza del concorso è prevista per il 31 maggio. Quest’anno, come spiega l’infaticabile organizzatrice Nadia Cavalera, la novità principale è  l’alternanza negli anni dei generi letterari. Quest’anno è riservato  ai libri di poesia e teatro. Rimane il premio honoris causa e il premio alla Tesi di Laurea sul Tassoni.

premio tassoni 2016, il golem femmina

poesia, narrativa, teatro, saggistica
Undicesima edizione, Modena, Anno 2016
a cura dell’Associazione Culturale Le Avanguardie e della rivista Bollettario,
in collaborazione con il Comune di Modena e la Biblioteca Estense Universitaria
Patrocinio della Provincia di Modena e dell’Università di Modena e Reggio Emilia
– Facoltà di Lettere e Filosofia –

REGOLAMENTO

Art. 1
Il Premio si articola in 4 Sezioni: Sezione A, Sezione B, Sezione C, Sezione D.
Art. 2
Sezione A: 2 Premi (di € 500 ognuno), per un libro di narrativa e/o saggistica (edito dal gennaio 2015 al marzo 2016) che, in omaggio ideale al Tassoni, risulti innovativo, impegnato civilmente per la costruzione di un mondo più giusto e democratico. Ogni autore può concorrere con un solo libro; le case editrici con massimo 4 proposte. Non sono ammesse le antologie.
Art. 3
Sezione B: 1 Premio honoris causa a autor*, o personalità che, per meriti particolari, si siano distinte nel mondo culturale. La scelta è autonoma, ma saranno apprezzate eventuali segnalazioni.
Art. 4
Sezione C: 1 Premio, di € 250, per una tesi di Laurea su Alessandro Tassoni.
Art. 5
Sezione D: 3 Premi in libri per i primi tre classificati del Concorso di poesia relativo alle ultime tre classi delle scuole Medie Superiori della Provincia di Modena.
Art. 6
La partecipazione al Premio è gratuita.
Art. 7
La Giuria del Premio è composta da: Annalisa Battini (Fondo Premio A.Tassoni c/o Biblioteca Estense Universitaria, Largo Porta Sant’Agostino 337, 41121 Modena); Augusto Carli (via Modonella 80, 41121 Modena); Nadia Cavalera (corso Canalchiaro 26/a, 41121 Modena); Francesco Muzzioli (via Carlo Bartolomeo Piazza 8, 00161 Roma); Sandro Sproccati (c/o Accademia di Belle Arti, via delle Belle Arti, 54, 40126 Bologna); Giorgio Zanetti (Palazzo universitario “Giuseppe Dossetti”, Viale Allegri 9, 42121 Reggio Emilia).
Art. 8
Le case editrici, gli autori e i neolaureati, dovranno far pervenire le loro opere, da aprile a giugno (farà fede il timbro postale), ai componenti della Giuria. Nel solo invio a Nadia Cavalera (presidente) va acclusa una lettera in cui si comunica la partecipazione con tutti i dati personali e si dà l’autorizzazione al loro uso.
Art. 9
I vincitori dovranno presenziare necessariamente (non sono ammesse deleghe) alla cerimonia di assegnazione che si terrà a Modena, nell’autunno 2016, in data e luogo che saranno tempestivamente comunicati.
Art. 10
Il giudizio della Giuria è insindacabile e i libri inviati non verranno restituiti.
Art. 11
La partecipazione al Premio comporta la totale accettazione del presente regolamento, reso ufficiale dalla pubblicazione sul sito http://www.premioalessandrotassoni.itInfo: tel. 059211791 – 3393473493 premioalessandrotassoni@bollettario.it

 

 

 

PREMIO ALESSANDRO TASSONI_bando 2015-1

La stella errante: breve viaggio nell’ultimo lavoro di Paolo statuti

Georgia O'Keeffe
Georgia O’Keeffe


la finestra che sbatte
è una tachicardia
e che una lettera non scritta
non è poi la fine del mondo

Paolo Statuti

La vita come lungometraggio aperto su uno spazio pieno di eventi e di cose, un mondo bazar dove poter scegliere cosa offrire, cosa prendere e cosa lasciare in eredità del proprio passaggio. “Non devo gridare\ per attirare la gente\basta un sorriso” e le strofe de La Stella Errante di Paolo Statuti conducono in un luogo dove la vita scorre ed è scorsa fra gli affetti e l’arte e lo spirito che anela al cielo, la fede che sorregge fino all’ “ultimo desiderio\ leggere ancora una pagina di cielo”, proprio come gli uccelli la cui vocazione alla spiritualità affascina il poeta. La Stella Errante è un treno a Varsavia che “scivola via su pattini-rotaie \tempo spazio\racchiusi nel vagone. Nel campo una mucca\suona il fagotto\e concede il bis\che nessuno richiede”. E’ “*la sonata del sole e della pioggia” : Varsavia, Masečín, Roma, Sainte-Victoire,“le sante chiese di Russia”, la campagna “che amo\consolante rifugio\serena bellezza”, e in tutte le rotte c’è sempre musica buona, Chopin e Bach in primis, perché tutta l’arte dona “sguardi increduli” con cui avvicinarsi al mondo o con cui avvicinarsi a Dio. C’è ovunque il proprio luogo, dovunque e dappertutto ci sono tracce del tempo passato “*nessun sentiero fa tornare indietro” ma non importa, la vita è trascorsa in pace, ispirata da grandi affetti e amori vicini. E’ il libro del commiato, fra rassegnazione ed incanto “l’anima ringiovanisce un po’ eppure è sempre più vecchia“, la casa è un luogo amico, difende e protegge i ricordi di tutti, perfino di un topo che arriva inatteso in cantina mentre si prende una bottiglia di vino (quello buono) per celebrare un amico, una figlia, un amore, un ricordo “io dico spasibo\ e ripeterò spasibo\ormai per sempre” e il libro è pieno di dediche come in un album di foto di famiglia. La stagione è l’autunno, perché commuove “che nasce\dal caldo grembo dell’estate e muore\nel freddo abbraccio dell’inverno”. La lirica è tutta intessuta di immagini d’autunnale spiritualità che vengono elaborate in grande varietà di strofe in un moto pacato e riflessivo che regna nella maggior parte dei componimenti poetici. Non c’è sperimentazione linguistica né tensione nel linguaggio poetico. Quasi sempre l’io narrante converge con l’autore che ama aprirsi però a varie forme metriche. Si incontrano distici e Haiku, rime baciate, anafore e componimenti in versi liberi in un ritmo consolatorio intessuto di immagini che costantemente invitano al coraggio della commozione, “la marcia dei pellegrini\ e i rintocchi della campana\portano sollievo\come fresca mano\su una fronte ardente”.

da LA STELLA ERRANTE

di Paolo Statuti
(c) GSE Edizioni

CONTINUITà

L’abito chiaro ell’alba
gli occhi spenti delle case
il pizzicato degli uccelli
il brontolio delle caffettiere
il viavai dei bagni
i saluti plastificati
il grugnito delle vetture
L’abito scuro della sera
gli occhi accesi delle case
le avide occhiate
il clic degli interruttori
il cigolio delle reti
i sogni i ronfi
le coscienze archiviate
DON CHISCIOTTE
Cavaliere della Mancia,
ti vedo alle prese coi giganti.
Dulcinea come sempre
ti è accanto e ammira
il tuo coraggio,
sicuramente ti ama.
Anche Sancio a modo suo
ti ama e ti dà consigli,
ma tu giustamente
non lo ascolti.
Ecco ora sei partito
a lancia bassa,
ma…che succede?
Dei maligni stregoni
hanno trasformato i giganti
in mulini a vento
e una palla ti ha colpito in pieno.
Ora Sancio si ubriacherà
dal dispiacere.
Ronzinante farà un nitrito
di plauso,
scoprendo i denti gialli
e cariati.
E la dama del Toboso
ti bacierà
facendoti arrossire.
Don Chisciotte,
patrono dei poeti,
ogni notte in cielo
vedo la tua stella,
non posso sbagliare,
perché è l’unica stella errante
POESIA
Se non sai cos’è la poesia,
immagina d’esser sordo
e udire scendere
dal cielo un accordo…
immagina di esser cieco
e vedere accendersi
il fuoco del tramonto…
immagia d’esser muto
e poter dire:
tu piccola stella
risplendi, tremando
d’infinito…
10 APRILE 2010
prima silenzio
poi un rombo
uno schianto
uno scoppio
poi un nuovo silenzio
nel bosco di Smolensk
e in milioni di cuori
polacchi.
LA MIA ULTIMA PREGHIERA
Mio Dio,
quando mi chiamerai,
accoglimi con un sorriso
per come sono,
per quello che ho fatto
e non fatto nel bene e nel male,
non essere un giudice severo,
sii misericordioso,
ma con tutto il cuore t’imploro,
non farmi tornare mai più
su questo Pianeta:
potrei esser un corrotto
o un terrorista,
un padre senza lavoro
oppure un analfabeta,
un mafioso o un camorrista,
un bambino che muore di fame,
un clandestino annegato,
una donna violentata,
una pianta malata tra i rifiuti,
un pesce soffocato dalla plastica,
un uccello avvelenato
dall’aria inquinata.
Se devo rinascere, mio Dio,
trovami un luogo nell’immenso universo,
lontano dall’uomo
e vicino ai saggi animali,
e se mi vedrai triste e solo
mandami un Tuo angelo
con tre ali
si, un angelo poeta
musicista e pittore,
con una poesia da tradurre,
una cantata da ascoltare
e una tela da dipingere insieme.
Grazie, mio Dio e adesso –
l’ultimo favore –
che la mia anima
sia per sempre preda
del Tuo Infinito Amore!

* Friedrich Hölderlin

Paolo Statuti è nato a Roma il 1 giugno 1936. Nel 1963 si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma e nel 1975, presso la stessa Università, ha conseguito la laurea in lingua e letteratura russa ed altre lingue slave (allievo di Angelo Maria Ripellino). Nel 1982 ha debuttato in Polonia come poeta e nel 1985 come prosatore. E’ autore di numerose traduzioni letterarie pubblicate (prosa e poesia) dal russo, ceco e soprattutto dal polacco nella lingua italiana. Ha collaborato con molte riviste letterarie polacche e italiane. Ha pubblicato in Italia due libri di favole: “Il principe-albero” e “Gocce di fantasia” (Edizioni Effelle di Marino Fabbri) e un volume in Polonia : ”Drzewo, które było księciem” (Ed. Nasza Księgarnia, Warszawa, 1989). Il suo ultimo lavoro è il libro “La stella errante”, prefazione di Nazario Pardini.

Dal 1982 al 1990 ha collaborato con la Redazione Italiana della Radio Polacca, realizzando molte apprezzate trasmissioni letterarie. Nel 1990 ha ricevuto il premio annuale della Associazione di Cultura Europea – Sezione Polacca, per i meriti conseguiti nella divulgazione della cultura polacca in Italia.

Negli anni 1991-1997 la insegnato la lingua italiana presso un liceo statale di Varsavia.

Pratica anche la pittura (olio e pastello) ed ha al suo attivo numerose mostre personali. Da molti anni vive in Polonia.

Poesie del padre – Io, diventato padre di mio padre. Tu, diventato figlio di tuo figlio.

(c) Dinah Maxwell Smith
(c) Dinah Maxwell Smith

L’AZZURRO 
di Simonetta Filippi

– Signora, mi scusi, ma da mio padre si è accesa una luce intermittente arancione…
– Non è niente, ora vengo
… … …
– Signora sono ancora io, la figlia del 25… ora si è accesa una luce intermittente rossa sempre più veloce…
– Arrivo, arrivo… non si preoccupi!

Sì, però al mio babbo piace il celeste ha capito? Il celeste. Da sempre. Tutto era celeste nella nostra casa, lui dipingeva tutto di celeste anche il bordo delle sedie in formica lo dipingeva di celeste, e anche le sedie erano già celesti, non azzurro, proprio CELESTE, come le sue camicie e il gilè di lana

– Mamma, allora, di che colore si prende il pigiama a babbo?
– Quello lì, celestino, a lui gli piace, è sempre stato fissato col celestino
– È vero, non celeste, ma CELESTINO.

(al quinto, terzo piano, ore 11 del 31 marzo 2016)
Domani mattina io e mia sorella lo vestiremo così: abito blu, camicia azzurra e gilè, quello di lana, celestino.

 

(c) Jules de Balincourt
(c) Jules de Balincourt

QUANDO PARTIVI PADRE
di Grazia Fresu
Quando partivi, padre,
si faceva silenzio sulla soglia
ci lasciavi
l’immagine della tua nave
il tuo abbraccio
che già tesseva la lontananza,
sulle punte dei piedi
cercavo il tuo sguardo
irriducibile promessa del ritorno,
vivere in un’isola
ci avrebbe cantato
le tue traversate
per mari sconosciuti
le tue veglie accorate
il nostro sonno
di agitati fantasmi
e intermittente presenza,
quando partivi, padre,
l’infanzia si slabbrava
in un’eco di domande accorate
nel disegno delle tue abili mani
nel sorriso di irriducibile attesa
che nostra madre ci cuciva addosso
come un vestito da festa,
forse lì per la prima volta
ho misurato il distacco
la ferita di un voluto abbandono
le sere dove un uomo manca
nella casa nella memoria nel cuore
e le donne sedute intorno al camino
lo disegnano con le lingue
della fiamma che sale,
forse lì per la prima volta
una scheggia di poesia mi ha trafitto
insegnandomi le inesorabili leggi
del destino e lì, padre,
sei stato quello
che non avrei più avuto…
un marinaio che ritorna
riportando l’amore
dai viaggi e dalla pena.

DA QUESTA PARTE DEL MONDO
di Ferdinando Battaglia

Da questa parte del mondo
Il vivo è vivo,
Il morto è morto
E non ha più respiro;
Da questa parte del mondo.

Da questa parte del mondo
Si chiama padre un padre
E figlio un figlio,
Ma non è solo così,

Ché da questa parte del mondo
Ci siamo incontrati
In un legame che è altro
Da ciò che sei stato
E da ciò che ancora io sono
Da questa parte del mondo;

Pur senza memoria
Noi abbiamo il ricordo
Di una carne comune:

Non solo tu padre
E non solo io figlio,

Anche senza sapere
Chi saremo – per davvero – stati.

(c) James Roper

da TRITTICO DEL DISTACCO

di Pasquale Di Palmo

Papà, il nostro dialogo
è fatto di silenzi
e ammiccamenti
di accenni e vuoti assensi

mentre a un tavolino di caffè
in una fredda giornata di aprile
ti imbocco come un bimbo
sotto un cielo che ha tinte di gheriglio.

Tu, nel baccello della carrozzina,
diventatomi qui,
appena nato,
parvenza di figlio.

X

Io, diventato padre di mio padre.
Tu, diventato figlio di tuo figlio.
Ti lavo ti sfamo
ti accudisco.
Mangi, come un cane,
dalla mia mano.
Non articoli che poche
parole intelligibili
scandite in corone
di frasi senza senso.
Parole che somigliano al silenzio.
Mi guardi e ti guardi.
Con quegli occhi
sempre più piccoli e smarriti
mentre la tua voce di nebbia
mi esorta febbricitante a portarti
– «andemo dài andemo» –
laddove non esistono che nuvole
ignare di ogni nostra parentela.