L’inutile rossetto della Loren e le età delle donne vere.

Ci provo ad avere il passo svelto ma non riesco così vado lenta.  Il reparto geriatrico mi porta alla mente gli ultimi tempi di mio padre nel letto 1155. C’è ancora da guardalo quel numero prima di arrivare dove sono diretta ogni sera da una settimana .  Il padiglione maschile e poi il padiglione femminile. Le porte sono tutte aperte: Buon segno per chi vi è dentro.  Ci sono molte donne in una stanza intorno ad un letto, me ne accorgo perché hanno dei sari colorati (si chiameranno poi così? Non lo so. Chiedo scusa se ho sbagliato) e si muovono tutte intorno ad un donnone in camicia da notte e un segno tribale perpendicolare al mento.  Le stanno dando  da mangiare.  Mi piace quello che vedo, colori in movimento, vita in movimento. La stanza accanto è muta invece. Oltre le sbarre di plastica bianca che fanno da contenimento per impedire le cadute dal letto, sporge un corpo piccolino,  sembra come mummificato in vita, i capelli bianchissimi quasi  trasparenti, la pelle traslucente che copre poco le ossa. Quello che provo costeggiando le altre porte lo descrivo a me stessa e m’intenerisco. Poi arrivo nella stanza dove devo andare, mi tolgo borsa e giacca e reinvento sera dopo sera le emozioni che provo rinominandole senza parole.

Fin dal primo giorno in cui sono tornata in quel reparto mi è venuta in mente una fotografia pubblicitaria di un profumo di Dolce e Gabbana, quella del rossetto dedicato a Sophia Loren, “rosso acceso” come si dice nella generazione di mia madre. In quella foto l’attrice mi era sembrata uno dei manichini di Madame Tussaud. Un genere diverso di mummificazione comunque lontano lo stesso dall’energia nervosa ed elettrica della vita. Avevo progettato anche un articolo sulla senilità negata alle donne, l’avrei intitolato” Accattatevill! La dittatura del rossetto della Loren” e stavo anche  cominciando la cernita di fonti e dati sulla popolazione anziana femminile. Fra le prime letture, avevo trovato un vecchio articolo della Civiltà cattolica, che sembrava darmi ragione. “Le donne anziane costituiscono il settore della popolazione in più rapido aumento. In una società che apprezza la giovinezza e il successo economico, queste donne si trovano spesso di fronte a stereotipi crudeli”.

 Stereotipo e pure crudele: Ci possono stare i due aggettivi  (maschili) alla foto della Loren messa a pari con un’icona profana che pubblicizza il rossetto rossogiunglarosso da 38 euro? Con lo stesso taglio di capelli che da quarant’anni le cotona il viso quadrato (photoshop e piano in lontananza), anzi con gli stessi capelli folti di quarant’anni fa, improbabili nella vita vera? Boh.

Nemmeno la vecchiaia è concessa allora (dall’industria dell’immagine di questo Paese)ad una donna?

Fossi vissuta io negli anni fra il neo-realismo e la dolce vita non avrei preso le difese della Loren?

Sono poco di parte, la mia scelta sarebbe sempre e comunque stata la Magnani, che faceva delle sue rughe un vanto pur essendo (femminilmente) vanitosa come tutte le altre dive, come ho letto nella sua ultima biografia.

Ma a che cosa serve un rossettoSophiaLoren di 38 euro è questo che mi domando? Quale storia commerciale può raccontare quella foto se non un’immagine falsa da decostruire, l’ennesima gabbia per una donna in scaffale vendita\acquisti perfino nella sua età da pensione dal mondo? La mitologia dell’effimero del secondo millennio ha bisogno di questo tipo di foto  per consolidare il proprio consumo all’infinito? Si può rettificare ricordando che  “C’è  ancora Audrey Hepburn a pubblicizzare un orologio”.  Ma sono scatti di archivio,  e poi  il nome dell’attrice è anche legato a dei progetti di charity (un fondo per l’infanzia) che ne danno un valore (umanamente) aggiunto.  Per carità, sull’infanzia è meglio cambiar pagina in casa Loren,  anche se chiaramente non è affatto da collegare all’attrice in nessun modo, ma proprio nessuno, quello che avvenuto quando il marito di sua nipote  è stato messo sui giornali per aver comprato sesso con minorenni durante ore di lavoro (riscrivo che così scrivevano  giornali tradizionali e on line).  Purtroppo quelle sono disgrazie che in famiglia possono capitare! Compratevi un bel rossettorossofuoco che poi tutto passa. Poi passa anche la vita, c’è poco da farsi photoshoppare e quello che resta da guardare  in un letto d’ospedale ti chiede all’improvviso se tu sei stata felice perché lei  lo è stata poco o tanto. Passa la vita anche e comunque e resta solo l’affetto non un rossetto.  Gli affetti, le tue persone care amate con  pudore o teatralmente non importa,  del rossetto da 38 euro sanno poco che farsene, avrebbero ed hanno bisogno  di ben altre bellezze intorno, fatte di pazienza e pazienza e grande coraggio giorno dopo giorno, e giorno ancora a sperare che ce ne sia un altro dove aver forza e sopportazione. La foto con le rughe mattarellate dal photoshop che  empatia o vicinanza emozionale può darci?  E se è questo era il target da colpire, ci sono riusciti benissimo, ben oltre tutti i discorsi sul femminismo e sul genere che tagliano le generazioni,  immagine dopo immagine. Insomma, personalissimissimo intento personale, io non spenderò 38 euro di rossetto rossofiammarossa perché al mio affetto che sta andandosene da questo mondo più o meno alla stessa età della diva che lo pubblicizza, non serve per star bene. Affatto. Cercherò altrove la bellezza.

1000 barche per il Mediterraneo

1000barche, il golem femmina, simonetta sambiase

Festival delle generazioni
Né vecchi, né giovani… cittadini accoglienti.

1000 barche per il Mediterraneo: una barca di carta, costruita con le nostre
mani, per ricordare coloro che sono morti attraversando il Mediterraneo per
raggiungere l’Europa.

Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni sono
3.279 le persone morte in mare nel 2014; più di 2.873 i morti o dispersi al
25 settembre 2015 (http://missingmigrants.iom.int/en).
Le nostre barche di carta in Piazza Maggiore, qui a Bologna, giacciono a
memoria, in segno di lutto ma anche di impegno , personale e sociale.
Perché queste tragedie non possono e non devono continuare.

Laboratorio costruzione barche di carta
venerdì 9 ottobre – sabato 10 ottobre
piazza del Nettuno
Stragi nel Mediterraneo:
a memoria e impegno
1000 BARCHE PER
IL MEDITERRANEO

Flash mob
sabato 10 ottobre, ore 18,30
piazza Maggiore

Né vecchi, né giovani, italiani di origine o d’adozione, insieme, come
cittadini accoglienti.
Il nostro impegno, l’impegno dell’Italia e dell’Europa,
deve andare verso:
– l’apertura di canali umanitari e vie d’accesso legali al territorio europeo,
per evitare i viaggi della morte e combattere gli scafisti;
– la sospensione del regolamento di Dublino, che impone ai migranti di fare
richiesta di asilo nel primo paese dell’Unione Europea nel quale arrivano,
e l’accelerazione del processo per un sistema europeo unico di asilo e
accoglienza, condiviso da tutti i Paesi membri;
– un sistema di accoglienza non legato all’emergenza, gestito per piccoli
gruppi e da soggetti competenti, che metta al centro la dignità delle
persone, con il coinvolgimento dei territori, procedure trasparenti e controlli
indipendenti;
– un grande piano di investimenti per posti di lavoro e servizi per
l’integrazione dei rifugiati nella società europea, che significa posti di
lavoro di qualità, sanità, alloggio e istruzione per tutti;
– la promozione di una cultura dell’incontro, che non teme le differenze,
ma le considera occasioni di reciproco arricchimento; che vede le città
come laboratori di cittadinanza, aperti a tutti coloro che si riconoscono in
uno spazio comune di diritti e doveri;
– interventi nella aree di guerra e crisi per trovare soluzioni di pace,
promuovendo concretamente processi di composizione dei conflitti e
transizioni democratiche;
– interventi di cooperazione per lo sviluppo locale sostenibile nelle zone
più povere, dove lo spopolamento e la migrazione sono endemici.
“Un’Europa che non sa accogliere, dare asilo, che non sa esprimere
umanità è un’Europa che ha già perso” (Annamaria Furlan)
Né vecchi, né giovani, italiani di origine o d’adozione, insieme, come
cittadini accoglienti.

Da due generazioni: poesie di Bedocchi e Lodato

Due autori dalle voci diverse come due generazioni. Un filo comune c’è sempre per intrecciarsi. Buona lettura.

 

 

***

Mamma…
Cantami la ninnananna
Ho paura mamma
Prendimi tra le tue braccia.
Papà dove andiamo?
Non voglio lasciare la mia casa
Andiamo a trovare tua zia.
Mamma…
Ho paura
Non avere paura
piccolo mio.
Mamma, voglio la mia culla
Anche questa barca dondola come la tua culla
Ora fai la ninna
O mia piccola stella.
Mamma ho freddo
Mamma… Mamma… Mamm…(a).
Shh…
Sta dormendo
Piccola stella splendente
Ora non ha nulla da temere
Ora non sente più freddo
Ora non cerca le affettuose braccia di sua madre
Ora non si sveglierà piangendo
alle urla dei suoi fratelli
mentre giocano a pallone.
Ora però anche loro stanno dormendo
Quando si sveglieranno, forse
Anche piccola stella farà parte della piccola squadra
e giocherà da portiere.
Però, ora stanno dormendo.
(c) IMRAN LODATO

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Il mio nome è Imran Lodato. Sono nato in Pakistan, ventiquattro anni fa. Ho pubblicato il mio primo libro Opera Nuova, contiene poesie e racconti brevi, presso la casa editrice Youcanprint. Non mi definirei né un poeta né uno scrittore, ma un artista. Avrei girato un film se avessi avuto una macchina da presa…

 

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Quando Caino mi chiamç
io andai
quando mi colpì
morii con la sorpresa negli occhi
e caddi sgomento
non lo posso perdonare
non lo posso perdonare
ma se avessi ascoltato i suoi silenzi
ma se avessi ascoltato i suoi lamenti
ma se avessi ascoltato i suoi tormenti
e l’avessi chiamato al mio altare…

quando mio fratello mi chiamò
io andai
quando mi colpì
pensai ai doni portati all’altare
e caddi sgomento
non lo posso perdonare
non lo posso graziare
ma se avessi ascoltato i suoi silenzi
… i suoi lamenti
… i suoi tormenti
e l’avessi chiamato al mio banchetto…

Oggi non malediresti il fratello
e una terra esangue
che sembra chiedere il suo sangue
non più sudore e canti
non più genio e preghiera
ancora piramidi
ancora piramidi
da lavare nel sangue.

(da Jeux sans frontières )

CLAUDIO BEDOCCHI

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Parafrasando il suo ultimo libro “Jeux sans frontières” possiamo presentarlo come il poeta senza frontiere: Claudio è infaticabile a far sentire l’arte di casa. Testi poetici e teatrali, fotografia, associazioni culturali: non lo troverete mai in un momento di riposo, un caleidoscopio di poesia e arte che continua da anni a produrre cultura sul territorio reggiano.

Dialoghi di scena e poesia – Versi diversi per parole sorelle

golem femmina, giorgia monti, serena piccoli,

E’ un tema caro al GolemFemmina quello che si apre con l’offerta di “messinscena  poetica” del duo Giorgia  Monti – Serena Piccoli: la fluidità delle arti. Il loro spettacolo contamina la poesia con la scena, tenendo bene insieme non il consumo spettacolare ma la capacità di apportare nuove visioni che possano trovare saldezza compositiva nel proprio portato artistico, in un progetto tutto al femminile.

E’ un assunto e un “miris modis” di aprire visioni sulla lettura poetica che fonde le passioni delle due autrici, che l’ hanno proposto al festival di Montegiardino (Repubblica di San Marino) . “La categoria poetica  – racconta Serena Piccoli – abituata meno ad avere un carattere performativo rispetto alle altre. Io chiamo il lavoro dei “Versi diversi per parole sorelle ‘messinscena poetica’, ovvero non un reading come in altre parti, dove si leggono le poesie in piedi senza pretese scenografiche e movimenti attoriali, ma proprio una teatralizzazione della poesia, con un nostro personale allestimento, fatto di piccoli oggetti con cui rimarcare concetti espressi nelle poesie o solo per creare un’atmosfera di sensazioni date non solo dalla parola ma anche da colori, suoni e movimenti.

“Credo che la ‘teatralizzazione poetica’  – continua l’autrice – sia un modo molto efficace di arrivare ad un pubblico più ampio, e questo è, tra gli altri, uno degli obiettivi miei e di Giorgia, non a caso la nostra performance ‘Versi diversi per parole sorelle’ consta di letture di poesie tratte dai nostri libri ‘Che razza di mondo’ di Giorgia Monti ed. Cicorivolta e ‘Nata farfalla’ di Serena Piccoli, ed. WLM, intrecciate alle intense immagini di Silvia Tiso in mostra accanto a noi. La messinscena di un dialogo tra due poete e una fotografa, ognuna col suo punto di vista artistico diverso”.

 

 VERSI DIVERSI PER PAROLE SORELLE

Presentazione evento di poesia e fotografia

Lettura di poesie di

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Giorgia Monti

 

 

 

e Serena Piccoli.

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Immagini di Silvia Tiso.

Due poete contemporanee, Giorgia Monti e Serena Piccoli, dai modi di scrivere simili e diversi si incontrano sullo stesso terreno, quello sgranato e permeabile delle rive e derive della parola poetica, lì dove l’onda si fa imprendibile e arrivando vicino porta lontano.

Ironie dissacranti, sensibilità stremate, amori, timori e orrori della quotidianità diventano oggetto della loro poetica sotto lo sguardo chiaro di una luna che le muove insieme come scostanti maree .

Silvia Tiso cesella gli attimi con i chiaroscuri di un cuore vedente dal caldo crepuscolare della sua caverna, trovando nel dettaglio l’universalità di un linguaggio emotivo limpido e potente, significato e significante della sua visione prospettica.

Tre figure che si svelano nel soffio amletico del vento, sorelle dello stesso intenso sentire.

 

Letture tratte da

“Nata farfalla” di Serena Piccoli – WLM Edizioni

e

“Che razza di mondo” di Giorgia Monti – Cicorivolta Edizioni.

 

 

(dalla rubrica di Rita Galbucci su Versante Ripido) Tre commenti a Vacanza d’Inverno

La poesia è sempre un incontro di riconoscimento reciproco , la poesia la vedi e lei vede te. Così ho visto la poesia di Davide Racca e immediatamente l’ho riconosciuta nella parola limpida , pulita al limite del tratto tagliente, ma dietro al taglio c’è una veduta lunga che sprofonda allo stesso tempo all’interno in nuclei di consapevolezza. C’è vista in questa raccolta, c’è paura governata dalla forma e un andare consapevole incontro a tutto ciò che lo sguardo poetico costringe a dichiarare.
A commento di VACANZA D’INVERNO di Davide Racca, le note di Silvia Secco , Simonetta Sambiase e Paolo Zanardi. 

 

Rita Galbucci

    Cosimo-Mauro-impianti_risultato

su “Vacanza d’inverno” di Davide Racca, Di Felice Ed. 2013.

    

  • Simonetta Sambiase:

I versi della raccolta di Davide Racca sono deputati ad un racconto di una città, Berlino, attraversata in una complessa articolazione di passato e presente, nei luoghi che hanno memoria ma solo se la si cerca con determinazione, come ogni cosa che viene nascosta da un quotidiano straniante. Il poeta se ne occupa immergendo la poesia nel gelo di una natura metropolitana che dell’inverno ha la cattività dei suoi abitanti messi in gabbie solitarie e pellegrine, in un tessuto corale di estraneità sociale e culturale da cui partire non appena scesi da un treno. Il percorso sarà lungo e necessario per rintracciare un pieno, una luce, un valore da poter condividere per trovare un posto nei luoghi nuovi che non ci assomigliano e forse anche potersi aprire l’uno ad un’altra. Vari i toni e le tensioni della raccolta: la vacanza non ha il maiuscolo della punteggiatura e dopo il punto viene la minuscola. I versi non sono colloquiali: fra pause e frammenti si ricostruisce il reportage della vita “altrove”, e se ne fa i conti:

separati da mezzo secolo
gettato alle spalle, a ciascuno
un flacone di silenzio,
una pillola d’oblio, una
vacanza d’inverno.

Il pregio primo della raccolta è il suo lessico. La struttura poetica, fra versi fulmini e versi fiume, ha numerosi passaggi di registro che rendono vivo e magnetico l’intero flusso stilistico e formale.

Uniti i pregi secondo e terzo, perché intessuti insieme nella tematica e il suo valore di traccia e simbolo, bisogna fermarsi più volte su nomi e soggetti dei versi, per acquisire uno sguardo adatto alla parola lungo tutto il percorso che è lungo, attraversa malinconie e nuovi bestiari metropolitani, rioni e luoghi dove la storia appena passata non ha portato che ombre oblique. La partenza è un arrivo. La raccolta si apre in una modernissima stazione e un dialogo con un immigrato cileno; la casa è la ripartizione in viola del léttone Rothko; la visita allo zoo è la fauna dei vinti, con gli animali depauperati di libertà e vecchie simbologie, estranei e senza pace come i versi lunghi che li descrivono:

(trenta pollici di foresta amazzonica per la vedova nera – gli amanti si sposano si massacrano in una nuova dimora). Gli elefanti camuffati da pecore, (- quando si chiede ad una zolla di sole di resistere al ghiaccio), i piraña in terapia di gruppo, l’ ironia macabra sull’alligatore (o la borsa – o la vita)…

 

 

continuate la lettura qui

 

 

http://www.versanteripido.it/rubrica-3pregi-1difetto-racca/

 

 

insieme agli altri commenti critici di Silvia Secco e Paolo Zanardi