Nessuno appartiene al cammino – Sessantaquattro anni di Convenzione sui profughi

(c) Pino Oliva
(c) Pino Oliva

Nessuno appartiene al cammino
tranne una tasca
riempita di foglie della notte

(Hoda Ablan)

 

 

Da sessantaquattro anni si ricorda la stipula della Convenzione sui profughi da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni unite,  la Giornata internazionale dei rifugiati.
E da poche settimane, è on line il rapporto finale del MIPEX, che misura annualmente le politiche d’integrazione dei migranti. Voluto dalla Commissione Europea con altri partner internazionali, il lavoro statistico è costituto da otto grandi domande che vanno a formare la carta d’identità delle politiche d’integrazione nei singoli stati del Continente.
I temi del rapporto sono questi:

Mobilità del lavoro, ricongiungimento familiare, educazione scolastica, diritto alla salute, partecipazione politica, diritto alla permanenza, diritto di cittadinanza, rimozioni delle discriminazioni.
Sottraendo le questione del ricongiungimento familiare e del diritto alla permanenza, le altre sei domande su cui si è interrogato il questionario di Mipex appaiono nell’evidenza come le fonti del diritto alla dignità del cittadino.  Le fondamenta su cui si costruiscono le democrazie (più o meno antiche e più o meno esercitate) dei Paesi osservati . Non c’è contrapposizione fra numeri e parole. Le stesse domande che il rapporto sullo stato dei migranti nel continente occidentale si pone, se le pongono anche gli indigeni al di là del tropico del Cancro. La differenza forse è nell’ascolto delle richieste e nella creazione di risposte positive ad esse, dove il migrante deve urlare per farsi ascoltare. E sulla carta, si disegnano colori differenti fra un confine nazionale ed un altro, non dissimili dallo stato dell’integrazione a quello del diritto. Mancano a queste domande quelle sull’accoglienza dei migranti e sulla costruzione di un nuovo modello di cittadinanza sociale e condivisa. Vedremo l’anno prossimo cosa ne scriveranno.

http://www.mipex.eu/

***

(c) Jacques De Tonnancour
(c) Jacques De Tonnancour

In un mosaico tutto personale, qualche tessera ne vorrei tirar fuori, partendo dai primi rifugiati di cui ho memoria.  Non li ho mai incontrati né io né mia nonna paterna che ci teneva tantissimo a loro, tanto da pregarli ogni santo giorno, e quindi i tre componenti della Sacra Famiglia, Gesù piccino, Maria la Madonna e San Giuseppe che attraversano la terra rossa di un deserto per rifugiarsi in Egitto sono nel primo ricordo che ho della parola “rifugio”.

VIAGGIAMMO…..

di Antigone  Kefala

Viaggiammo su vecchie navi
con piccoli cuori che marcivano,
cavalcammo su bestie enormi
insicuri.
Ricordando altri viaggi
e neri abissi
rallegrandoci ogni giorno del passato
di amici che vigilavano
di mobili vecchi di generazioni,
non più accompagnati dai delfini
giungemmo in acque straniere.

***

Un altro rifugio che ricordo, sempre raccontato e mai vissuto, è quello in cui mia nonna materna trascinava i suoi tre ultimi figli per salvarli dalle bombe che cadevano in maniera precisissima di caos sul centro storico e nei pressi del porto della sua città. Estendendo il concetto, mia madre, mia zia e mio zio erano rifugiati già da bambini. I primi profughi della mia famiglia invece, sono venuti fuori dal ramo più povero del solito, che si è stabilito nel sabaudo Piemonte, negli anni del Boooom, a seguito di vincite nei concorsi di varie pubbliche amministrazioni. Avendo avuto un così “caldo” benvenuto locale ( così mi raccontavano, così vi narro) non appena hanno potuto rimpatriare verso la casa avitica lo hanno fatto, tant’è che più nessun cognome a me familiare abita quei posti. Ma non so se questo può contare per respingimento verso i meridionali o per  scampata nostalgia, mi debbo informare meglio.

SPERANZA PER I RIFUGIATI

di Karen Press

puoi tornare indietro
puoi tornare indietro
disseppellire la cassa in giardino
disseppellire la cassa in cortile
disseppellire la cassa nel tuo cuore
disseppellire la cassa nel cuore del bambino

 
puoi tornare indietro
tirarti giù la veste
abbottonarti la camicia
asciugare il sangue
raschiarlo via

puoi tornare indietro
puoi tornare indietro
lavare le pareti
aggiustare la porta
ricordare il gradino nel buio
evitare il buio

puoi tornare indietro
puoi tornare indietro
disseppellire la cassa in giardino
disseppellire la cassa in cortile
disseppellire la cassa nel tuo cuore
disseppellire la cassa nel cuore del bambino

puoi tornare indietro
puoi tornare indietro
deporre gli scheletri nei loro letti
appendere gli anni all’aria
piantare semi, fare la guardia al pozzo
cancellare gli incubi, le tue impronte
chiudere a chiave la porta
lavorare sodo
rendere grazie a Dio

***

Attualmente, proprio in queste ore, ho chiesto a mia cognata notizie della sorella che da tre lustri vive in Francia, dove lavora e ha generato due bellissime bambine.  Non vorrei andarla a trovare (o cercare)  su degli scogli liguri riportata indietro perché difforme dagli sciovinismi d’Oltralpe. Purtroppo, la sua natura è ben mediterranea: ha dei bellissimi capelli neri, il naso niente affatto parigino e se ben ricordo ha pure la quarta di reggiseno, santa donna prosperosa. Speriamo che i francesi non se ne accorgano.

Met

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