Del commediare di femmine e d’Arte – La fune dell’amore

il golem femmina, golemfemmina

La Commedia dell’Arte. C’era lei, prima ancora del primato del regista e del testo, quando l’attore era il mestiere del commediare. C’era lei, la Commedia dell’Arte sui palcoscenici piccoli e grandi, con i suoi tipi fissi, con le sue tecniche recitative, con duetti e dialoghi fra maschere irriverenti o drammatiche , con i suoi  innamorati (A che ama B che ama C che ama D che ama A), c’erano i viaggi e le compagnie, e c’erano anche le donne in scena ( nate già femmine, non castrati dell’Opera o attori in gonne e calzette). C’era in quel di di Padova Isabella Andreini, nata nel 1562, attrice e capocomica, letterata apprezzata e citata anche dal tasso, che lavorava a Firenze presso i Medici. A lei è dedicato uno spettacolo “in costume” che va in scena tra pochi giorni a Padova, “La Fune dell’Amore” scritto da Serena Piccoli, su idea di Sabina Spazzoli. “Il testo – racconta l’autrice – vuol mostrare come si viveva in un piccolo paese a fine ‘500, infatti è curato nei dettagli storici (popolazione, abbigliamento, stili di vita, nomi, vicende, urbanistica ecc…) ricavati da ampie ricerche effettuate presso l’Archivio Storico di Terra del Sole (FC), mentre lo sviluppo della trama è di pura invenzione”.

“La fune” del titolo rimanda al tiro alla fune (noto passatempo dell’epoca), nonché metaforicamente alla pena amorosa, poiché vi sono in gioco due coppie. Il dualismo del Palazzo (giustizia\ingiustizia, bellezza architettonica\bruttezza della tortura inflitta ai condannati) emerge parallelamente a quello di Isabella: vorrebbe l’amore ma è bloccata dalla paura di amare. Tra spassose scene di gelosia e scontri tra realtà diverse (geografiche e sociali), vi è posto anche per l’amore e per scoprire (ridendo) che molte cose dei nostri avi non sono poi tanto diverse oggi…

il golem femmina, Locandina_Fune dell'amore_neutra

riferimento in rete

https://www.facebook.com/pages/Serena-Piccoli-autrice/250507165116634?fref=ts

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Nessuno appartiene al cammino – Sessantaquattro anni di Convenzione sui profughi

(c) Pino Oliva
(c) Pino Oliva

Nessuno appartiene al cammino
tranne una tasca
riempita di foglie della notte

(Hoda Ablan)

 

 

Da sessantaquattro anni si ricorda la stipula della Convenzione sui profughi da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni unite,  la Giornata internazionale dei rifugiati.
E da poche settimane, è on line il rapporto finale del MIPEX, che misura annualmente le politiche d’integrazione dei migranti. Voluto dalla Commissione Europea con altri partner internazionali, il lavoro statistico è costituto da otto grandi domande che vanno a formare la carta d’identità delle politiche d’integrazione nei singoli stati del Continente.
I temi del rapporto sono questi:

Mobilità del lavoro, ricongiungimento familiare, educazione scolastica, diritto alla salute, partecipazione politica, diritto alla permanenza, diritto di cittadinanza, rimozioni delle discriminazioni.
Sottraendo le questione del ricongiungimento familiare e del diritto alla permanenza, le altre sei domande su cui si è interrogato il questionario di Mipex appaiono nell’evidenza come le fonti del diritto alla dignità del cittadino.  Le fondamenta su cui si costruiscono le democrazie (più o meno antiche e più o meno esercitate) dei Paesi osservati . Non c’è contrapposizione fra numeri e parole. Le stesse domande che il rapporto sullo stato dei migranti nel continente occidentale si pone, se le pongono anche gli indigeni al di là del tropico del Cancro. La differenza forse è nell’ascolto delle richieste e nella creazione di risposte positive ad esse, dove il migrante deve urlare per farsi ascoltare. E sulla carta, si disegnano colori differenti fra un confine nazionale ed un altro, non dissimili dallo stato dell’integrazione a quello del diritto. Mancano a queste domande quelle sull’accoglienza dei migranti e sulla costruzione di un nuovo modello di cittadinanza sociale e condivisa. Vedremo l’anno prossimo cosa ne scriveranno.

http://www.mipex.eu/

***

(c) Jacques De Tonnancour
(c) Jacques De Tonnancour

In un mosaico tutto personale, qualche tessera ne vorrei tirar fuori, partendo dai primi rifugiati di cui ho memoria.  Non li ho mai incontrati né io né mia nonna paterna che ci teneva tantissimo a loro, tanto da pregarli ogni santo giorno, e quindi i tre componenti della Sacra Famiglia, Gesù piccino, Maria la Madonna e San Giuseppe che attraversano la terra rossa di un deserto per rifugiarsi in Egitto sono nel primo ricordo che ho della parola “rifugio”.

VIAGGIAMMO…..

di Antigone  Kefala

Viaggiammo su vecchie navi
con piccoli cuori che marcivano,
cavalcammo su bestie enormi
insicuri.
Ricordando altri viaggi
e neri abissi
rallegrandoci ogni giorno del passato
di amici che vigilavano
di mobili vecchi di generazioni,
non più accompagnati dai delfini
giungemmo in acque straniere.

***

Un altro rifugio che ricordo, sempre raccontato e mai vissuto, è quello in cui mia nonna materna trascinava i suoi tre ultimi figli per salvarli dalle bombe che cadevano in maniera precisissima di caos sul centro storico e nei pressi del porto della sua città. Estendendo il concetto, mia madre, mia zia e mio zio erano rifugiati già da bambini. I primi profughi della mia famiglia invece, sono venuti fuori dal ramo più povero del solito, che si è stabilito nel sabaudo Piemonte, negli anni del Boooom, a seguito di vincite nei concorsi di varie pubbliche amministrazioni. Avendo avuto un così “caldo” benvenuto locale ( così mi raccontavano, così vi narro) non appena hanno potuto rimpatriare verso la casa avitica lo hanno fatto, tant’è che più nessun cognome a me familiare abita quei posti. Ma non so se questo può contare per respingimento verso i meridionali o per  scampata nostalgia, mi debbo informare meglio.

SPERANZA PER I RIFUGIATI

di Karen Press

puoi tornare indietro
puoi tornare indietro
disseppellire la cassa in giardino
disseppellire la cassa in cortile
disseppellire la cassa nel tuo cuore
disseppellire la cassa nel cuore del bambino

 
puoi tornare indietro
tirarti giù la veste
abbottonarti la camicia
asciugare il sangue
raschiarlo via

puoi tornare indietro
puoi tornare indietro
lavare le pareti
aggiustare la porta
ricordare il gradino nel buio
evitare il buio

puoi tornare indietro
puoi tornare indietro
disseppellire la cassa in giardino
disseppellire la cassa in cortile
disseppellire la cassa nel tuo cuore
disseppellire la cassa nel cuore del bambino

puoi tornare indietro
puoi tornare indietro
deporre gli scheletri nei loro letti
appendere gli anni all’aria
piantare semi, fare la guardia al pozzo
cancellare gli incubi, le tue impronte
chiudere a chiave la porta
lavorare sodo
rendere grazie a Dio

***

Attualmente, proprio in queste ore, ho chiesto a mia cognata notizie della sorella che da tre lustri vive in Francia, dove lavora e ha generato due bellissime bambine.  Non vorrei andarla a trovare (o cercare)  su degli scogli liguri riportata indietro perché difforme dagli sciovinismi d’Oltralpe. Purtroppo, la sua natura è ben mediterranea: ha dei bellissimi capelli neri, il naso niente affatto parigino e se ben ricordo ha pure la quarta di reggiseno, santa donna prosperosa. Speriamo che i francesi non se ne accorgano.

Met

Poesie del padre – L’unico uomo che mi ha amato dal primo respiro di placenta.

(c) Silvano Campeggi
(c) Silvano Campeggi

C’E’ UNA SEPOLTURA

di Sabrina Spinella

C’è una sepoltura

che non mi dà pace

nemmeno se non spreco

più lacrime

da anni

quelle ossa ripulite

formavano l’unico uomo

che mi ha amato

dal primo respiro di placenta.

Perdere il padre autorizza

la mia mancanza per sempre.

 

dal libro  Via del ponte perso (c) Guido Vicari Editore

(c) Howard Schatz
(c) Howard Schatz

L’OMBRA

di Giorgina Busca Gernetti
Nei pressi della Soglia imperscrutabile
un’Ombra vana appare
e s’accosta ondeggiante nell’oscura
acqua fonda del lago, s’allontana
quasi il timore la spingesse lungi
dallo spirito livido nel lago.
Ma si volge dubbiosa tra le alghe
tornando accanto allo spirito triste.

«Padre, sei tu?» pare esclamare fioca
l’anima-spirito del lago grigio.
«Sei tu, padre, che infine mi compari
sì ch’io ti veda almeno oltre la morte?»
«Figlia mia, son tuo padre, riaffiorato
dal buio della guerra che mi spense
prima che tu nascessi. Ora gli abbracci
solo tra fredde ombre.»

«Padre, soltanto questo mi è concesso?
Le carezze paterne non conosco.»
«Sorte amara per te, piccola mia,
e per me, che mi spensi nella morte
piangendo le mie bimbe abbandonate
senza poter vedere
te, che crescevi ancora dentro il grembo
della madre piangente.»

E svanisce tra l’alghe l’Ombra amata.

*

Dal poemetto L’anima e il lago, Pomezia 2010, Tricase-Le 2012²

 

EPICEDIO PER MIO PADRE

di Giorgina Busca Gernetti

 

Ho deposto un cuscinetto di terra

italiana

davanti alla tua lapide,

amato Padre mio,

nel Sacrario in terra straniera:

la stoffa è rossa, bianca, verde.

 

La guerra è sempre atroce,

anche se s’abbellisce

di nobili ideali

e s’ammanta di gloria.

 

Atroce per chi muore

e per chi vive.

 

*

 

 

Dal libro Ombra della sera, Genesi Editrice, Torino 2002

 

(c) John Singer Sargent
(c) John Singer Sargent

A MIO PADRE

di Walter Valeri

Oh padre come sei pula che il vento seleziona

sei stato pane crusca e cibo oltre la fame
qui dentro casa dove hai gridato
dentro la notte oltre la notte

rotto di rabbia e ossesso di farina. Sei stato
servo mai arreso e hai detto al figlio
di un corpo che dimagra col crescere dell’anima

e con pietà d’ogni tua colpa vergognosa.
Che dura verità la tua sapienza
figlio di un servo e della Rosa

se mi hai insegnato di non sputare a tavola
e di guardare franco negli occhi dell’amico
poi con dolcezza i seni della sposa

che fiore aspro vivo senza scampo
sei venuto qui gridando
nel segno di tuo padre ed egli di suo padre in te

perché prendesse voce in chi seduto scrive
mite e feroce la nostra nuova storia. Oh padre
come sei pula che il vento seleziona

e come ti somiglio
mentre a fatica la morte ci allontana.

Poesia tratta dalla raccolta Another Ocean, Sparrow Press, Mass., USA, 2012.

 

 

UN SOLO FIUME

di Roger Waters

Quando il vento falcia le messi/
E gli uomini validi cadono/
E i bimbi impauriti e increduli si rannicchiano nelle braccia tenere delle madri/
A proteggersi dalla lama incurante dei banditi/
Mio padre, ora distante/
Ma vivo, e caldo e forte/
In una bruma uniforme tabacco/
Parla./
Figlio mio, dice./
Non opporti al dolore del tuo lutto/
Ma affilane e appuntane la lama./
Che /
Tu non sfugga mai/
Obnubilato, crudele,/
A sfide ardue da sostenere./
Che prezzo ha un figlio?/
Quale?/
Il tuo o il mio?/
Questo a casa?/
L’uccellino implume che ingolla scodelle di vermi di pasta/
Oppure/
Quello in tv, morto e sgranato in qualche fosso dei Balcani/
Non riuscire a capire che il lutto di altri padri/
Nega i legami forgiati in sangue filiale/
E il vessillo lucente passato da uomo a bambino/
Al posto d’onore, forte, privo di meschinità e rancore./
Quindi/
Raccogli le tue lacrime, dice mio padre/
Raccogli in una coppa quella medaglia di sale/
Sgorga da un unico fiume/
Su quel fiume figlio mio/
Mi sono giocato la vita.

(Traduzione di Emilia Benghi)

riferimento in rete :

http://www.repubblica.it/spettacoli/musica/2013/11/11/news/un_solo_fiume_la_poesia_di_roger_waters_dedicata_al_padre-70738504/

 

Sull’orgoglio di insegnare ancora – Simonetta Filippi in TESTO LIBERO (gli occhi dei bambini non mentono e scavano dentro)

scuola, sciopero scrutini, golemfemmina

domani gli scrutini, nuovi scioperi… mortificata mi preparo all’ennesimo spreco di energia… e allora ripenso alla scuola vera, quella che è stata per me e che amo ancora adesso… uno sfogo, un testo libero sono UN’INSEGNANTE con orgoglio

TESTO LIBERO

di Simonetta Filippi

Metà anni ’70, io, diplomata all’Istituto Magistrale a Giugno, a Maggio dell’anno dopo vengo chiamata per i miei primi tre giorni di supplenza. Capelli corti, salopette in jeans, mi presento al Direttore di una delle scuole elementari più malfamate della città (ma anch’io sono cresciuta qui, dentro queste strade e questi cortili). Lui mi guarda e sorride:

-Signorina, mi creda, la supplenza è in una quinta difficile, ci sono molti ripetenti, ragazzi grandi, situazioni particolari… lei è giovane, sono solo tre giorni, il maestro della classe rientrerà sicuramente… la richiameremo, non si preoccupi…

E me la ricordo la scuola e la mia voglia di riscatto: potente, razionale e indistruttibile come la mia determinazione e la convinzione che avrei insegnato a PENSARE per capire e diventare forti, per riuscire a dire NO.

Il primo anno, in una materna comunale ero “tirocinante volontaria”, non guadagnavo niente, ma alla fine dell’anno scolastico avrei avuto un certo punteggio per “salire” in graduatoria.

Una mattina la direttrice chiese se qualcuna di noi voleva fare delle ore di straordinario, pagate, naturalmente. Io dissi di sì, non vedevo l’ora di portare soldi a casa.

La direttrice mi chiamò dicendomi di raggiungerla in ufficio che doveva parlarmi.

E mi parlò delle lotte dei lavoratori, degli scioperi, delle manifestazioni per raggiungere condizioni di lavoro più giuste, più UMANE … e mi insegnò il RISPETTO del lavoro proprio e altrui, mi parlò di quel senso di ONESTÀ e GIUSTIZIA che fa sentire liberi e ti fa camminare a testa alta.

Non mi disse niente degli straordinari, ma io capii che non era giusto farli, perché il mio maggiore guadagno non doveva essere il frutto di una mancato lavoro destinato ad altre colleghe… e non li ho mai fatti, gli straordinari, come non ho mai accettato di fare neanche un’ora di supplenza per la stessa ragione.

E CONTINUO A CAMMINARE A TESTA ALTA

Io insisto dicendo al direttore di non preoccuparsi per me, e che accettavo la supplenza. Lui, allora mi dice che, per sicurezza, fuori dall’aula, avrebbe fatto sedere su una sedia,il bidello, pronto ad intervenire. Intanto mi accompagna davanti alla porta della classe, mi guarda per capire l’effetto che mi fa la confusione proveniente dall’interno dell’aula e poi mi lascia lì, davanti. Io entro.

La scuola materna dove ero tirocinante era frequentata dai figli degli ex baraccati, alle famiglie era stato assegnato l’alloggio e adesso i bambini venivano a scuola più regolarmente. Dicevano molte parolacce e ne conoscevano il significato! Allora la direttrice ci propose un corso di aggiornamento sull’educazione sessuale. Dopo la teoria iniziammo a presentare ai piccoli le varie parti del corpo umano nominandole con i termini esatti, non volgari. Una mattina arrivò in classe una “donnona” che dopo avermi squadrato ben bene, mi chiese:

– Chi è la maestra della mi’ bimba?-

Io sorridente risposi: – Sono anch’io… dica pure signora-

e lei: – Ma mi dici un po’ino, ieri la bimba, tutto il giorno, anche a tavola mentre si mangiava, diceva vagina di qua, vagina di là… ma cosa v’ol dire?-

Nell’educazione sessuale si erano dimenticati dei genitori!

In quegli anni il Comune ci offriva la partecipazione a corsi di aggiornamento gratuiti anche fuori dalla nostra città, spesso in Emilia Romagna ed è lì che ho iniziato a PARLARE DI SCUOLA.

E non è facile quando ci sei dentro, rischi sempre di parlare di te e girarti intorno.

IO, io, io…

E allora DEVI metterti in gioco, DEVI imparare ad intervenire, a non restare passiva, DEVI confrontarti, discutere, DEVI affrontare la realtà scolastica per capirla e viverla CON GLI ALTRI.

Ricordo verbali di collegi docenti tragi-comici dove è scritto di maestri che dormivano durante le riunioni, di maestre che lavoravano all’uncinetto, chi leggeva libri, chi correggeva i compiti, interventi finiti in scoppi di pianti, litigi, minacce, uscite drammatiche …

E poi situazioni di assoluta passività, di menefreghismo, di “furberia”, nascosti in fondo, oggi con il cellulare…

Ma anche di dirigenti motivati, forti nella loro dolcezza, presenti e consapevoli, vere guide alle quali rivolgersi per costruire INSIEME…

ed altri che abbandonano vergognosamente un collegio per non sapere più che dire, per aver perso la voglia di fare…

In classe il caos: sedie e banchi senza una sistemazione logica, piccoli gruppi impegnati a: giocare a carte urlandosi parolacce, mangiare e bere, scrivere e leggere sui diari, alcuni tranquillamente affacciati alla finestra aperta, con una gamba che pende fuori mentre lanciano oggetti a quelli di sotto, accompagna il tutto un volare occasionale di fogli, quaderni e quant’altro, con la conseguente colorita risposta orale dei proprietari degli oggetti.

Una volta una direttrice mi invitò ad andare a Milano ad un convegno nel quale si affrontava il tema dell’Arte nella scuola… L’arte è una mia grande passione… mi preparai scrupolosamente. Eravamo tanti a Milano, camera di lusso, un ricco buffet, ma dopo gli interventi della mattina ebbi chiaro il sentore di un convegno organizzato per dare fumo negli occhi…

Durante una pausa, si formò un gruppo di una ventina di noi, venuti da tutta Italia, (ci si capisce al volo, da un’alzata di sopracciglia, un sorrisetto beffardo, un sospirone…) scambiandoci le opinioni concludemmo che eravamo in una gran presa di giro…

Nel pomeriggio l’ultimo saluto delle autorità e poi gli interventi dei docenti, io sarei stata la prima.

Si presentarono quattro rappresentanti di Fabrika che conclusero dicendo che avevano messo a punto un prezioso kit da distribuire nelle scuole “Questo ci permetterà di arrivare anche in Cina, e, attraverso i bambini, convinceremo anche i genitori!”

I quattro erano vestiti di tutto punto, giacca e cravatta, scuri, funerei, mi ricordarono i conigli di Pinocchio, ero infastidita da loro, da quello che avevano detto, salii sul palco nervosa, arrabbiata, nel cercare gli appunti che mi accorsi di averli lasciato sulla sedia, in platea, avrei dovuto parlare a braccio cercando disperatamente di ricordarmi quello che avevo scritto… maldestramente mi aggiustavo i capelli, quando il cinturino dell’orologio si impigliò nella fascia che avevo in testa, mi tolsi tutto con un gesto di stizza e iniziai a urlare:

– No, no, questa non è la scuola, questa non è la scuola! LA SCUOLA É …

e partii con uno sproloquio rivolto ai quattro conigli, a quello che avevano detto e continuai a sfogarmi caricandomi sempre più con le parole di incoraggiamento urlate dai miei sostenitori appena conosciuti, criticai il convegno e le sue finalità, terminai dichiarando che sarei uscita dalla sala. Un applauso e tanti mormorii mi accompagnarono… finimmo la notte ai Navigli, noi, sparuto gruppo di insegnanti rappresentanti di una scuola italiana già allo sbaraglio, io nominata per l’occasione ‘A FATA che si contrappone ai conigli, mentre in piedi su una spalletta, guidavo l’ubriaco coro di resistenza che cantava Bella ciao.

All’improvviso, un fischio, potente, lanciato da chissà chi… in un attimo riordinano i banchi, si siedono e mi guardano, tutti. Gli occhi dei bambini non mentono e scavano dentro.

LA SCUOLA SONO i bambini “aggressivi” e le bambine “tranquille”, specchi di una realtà che deforma ed esclude…

LA SCUOLA È P. e il suo essere madre di sé e della sua, di madre, da proteggere come una bambina…

LA SCUOLA È R., albanese, quando entra il lunedì mattina e si arrampica fin sull’armadio stravolto da un weekend di violenze…

LA SCUOLA È N., fuggita all’improvviso con la famiglia per un progetto europeo di integrazione dei rom improvvisamente non più finanziato…

LA SCUOLA È A., kosovaro, appena arrivato, e il suo kalasnikov costruito con le Lego…

LA SCUOLA È N., fuggita con la famiglia dalla Libia, aggrappata al corpo del padre e poi al mio, occhi chiusi e labbra serrate…

LA SCUOLA É R, autistico che grida la sua gioia urlando suoni, saltando da una parte all’altra dell’aula mentre noi tutti comunichiamo a gesti, parliamo piano per non disturbarlo e sorridiamo, contenti che ci sia…

LA SCUOLA È E., dieci anni, situazione familiare allucinante… io e lui: amore a prima vista, un anno scolastico fantastico che si concluse con una gita di una settimana. Ognuno di noi insegnanti aveva adottato un alunno in difficoltà economiche impegnandosi a comprargli tutto il necessario per partecipare alla gita. Ricordo io ed E. felici in giro per la città a comprare di tutto, a scegliere i vestiti, gli accessori, a ridere dal parrucchiere, a mangiare il gelato, vicini. Leggevo la felicità nei suoi occhi, lui nei miei. Non volli leggervi lo smarrimento alla fine dell’anno scolastico, lo salutai convinta di averlo aiutato a diventare forte. L’anno dopo ebbi l’incarico in un’altra città, lontana, non pensai più a lui fino a quando qualcuno mi disse che, dopo pochi anni, era morto di overdose

Mi avvicino alla cattedra, mi siedo, restituisco lo sguardo a tutti e poi… faccio il gesto più inutile e sbagliato che potessi scegliere: apro il registro per fare l’appello.

LA SCUOLA DENTRO E LA SCUOLA FUORI: due mondi ancora troppo lontani fra loro

Eppure si parlava di equipe psico-medico-pedagogica che avrebbe affiancato il lavoro degli insegnanti e non MARCHIATO A FUOCO un essere umano in crescita con definizioni “precotte” che non dicono niente e negano l’individualità

E IL SINGOLO DIVENTA SIGLA PERDE UNICITÀ E VALORE

Inizio a chiamare gli alunni leggendo i nomi scritti sul registro, ma, ovviamente, mi rispondono altri, tre, quattro contemporaneamente, un bel gioco per loro, e ricomincia il caos…

Eppure ci sono stati i Decreti Delegati … e mi ricordo l’emozione dei primi incontri con i genitori… e M., Presidente del Consiglio di Circolo, alla prima riunione quando arrivò con la tuta da lavoro e si chiuse in un’aula per ripresentarsi cambiato, in giacca e cravatta… e, con il suo fare, ci ricordò che

LA SCUOLA É IMPORTANTE E HA DIRITTO AL MASSIMO RISPETTO

Rimango immobile, li guardo, uno ad uno, penso… improvviso un altro fischio lanciato da chissà chi… si fermano e una voce dice: – Supplente, come sei “bona” me la fai una sega?-

IL RISPETTO CHE PRETENDO PER ME

di poter decidere, oggi, di andare in pensione senza vedermi penalizzata e sentirmi mortificata e delusa

IL RISPETTO CHE HO PER TE

padre della bambina dai grandi occhi scuri, e dei tuoi 5 limoni sui mille venduti al mercato e immolati alla scuola in nome di scelte profondamente ingiuste

IL RISPETTO CHE HO PER VOI

esseri in crescita, e per il vostro diritto di vivere senza retorica né compromessi

Mi alzo, invito tutti a spostare i banchi ai lati dell’aula, a prendere le sedie, a sederci in cerchio, vicini, mi siedo anch’io e poi li guardo:- Parliamo-

 

http://www.simonettafilippi.it/

 

 

Dovunque sia la mia terra – Terra portatile, un progetto di Alfonso Lentini

(c) progetto Patria Portatile
(c) progetto Patria Portatile

Ma io amo anche le radici
del mio piccolo gelido paese.
Se dovessi morire mille volte,
io là vorrei morire:
se dovessi mille volte nascere,
là vorrei nascere,
vicino all’araucaria selvaggia,
al forte vento che soffia dal Sud.
Nessuno pensi a me.
Pensiamo a tutta la terra, battendo
dolcemente le nocche sulla tavola.
(da Ode alla Pace di Pablo Neruda)

alfonso lentini, il golem femmina,

Frammenti di pace – dalle letture di La Pace è in fiamme

Inizia il cammino della Pace è in fiamme sul GolemFemmina. La Pace è in Fiamme è percorso collettivo di parole e pace, creato con i testi e le letture di quaranta poeti da tutt’Italia e non solo, che considerano la Pace come il quinto elemento della vita. Il due giugno, a Reggio Emilia, è stato dato l’avvio alle letture. Ne portiamo sul blog anche una inedita, di Miriam Bruni. Per chi volesse continuare a scriverne o leggere, c’è sempre posto e voce.

(c) Marilena Cataldini
(c) Marilena Cataldini

DALLE TUE LABBRA DIO

di Miriam Bruni

Dalle tue labbra Dio
nascono i fiori
e le dolci colline
dalle tue dita pure.
Queste esplosioni
vogliamo,
di gemme e di chiari
colori! Non bombe
che spezzano figli,
e vite dai cuori vermigli…

(c) Miriam Bruni