MAJDAN, COME UNA PREGHIERA. POESIA RUSSA E UCRAINA PER LA PACE- Simonetta Met Sambiase

La Pace e Venezia. Incontro con Olga Sedakova. Dalla dimora ospitale delle Carte Sensibili

CARTESENSIBILI

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DOMENICA 29 MARZO A SANT’ELENA
AL CENTRO STUDI DONNE PER LA PACE
A cura de La 7 stanza e di Waves

MAJDAN, COME UNA PREGHIERA. POESIA RUSSA E UCRAINA PER LA PACE

Domenica 29 marzo nel pomeriggio , a cura de ” La Settima Stanza” e di Waves si svolgerà un’iniziativa che vede al centro la più importante poeta russa vivente, Olga Sedakova , oltre all’esposizione di 45 foto dell’artista ucraina Miroslava Besman, mostra che sta girando in varie città di’Italia e d’Europa, su piazza Majdan il giorno della grande manifestazione pacifica
e piena di speranza di poco più di un anno fa.
Lo scopo di questo evento sta in un nostro intento di pace tra Russia e Ucraina nel tramite della poesia e dell’arte: oltre il resto, la stessa era presente a piazza Majdan in quel giorno.e proprio di questo, di quell’esperienza politica e spirituale intende rendere testimonianza.

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La casa e l’edera – Una poesia di Eleonora Boschi e tre foto di Virna Danieli.

(c) Virna Danieli
(c) Virna Danieli

La casa e l’edera

Io sono una casa abbandonata
e fuori di me un cancello
che avverte “pericolo di crollo”
quindi forse per prudenza
nessuno bussa alla mia porta

(c) Virna Danieli
(c) Virna Danieli

Il mio dolore è come edera
e come edera mi soffoca
sulle mura spoglie si inerpica
e sull’intonaco colato ai lati di ogni finestra
come rimmel dagli occhi dopo la pioggia

Il mio dolore è rigoglioso
abbraccia forte le mie pareti stanche
rendendo la facciata verde brillante
come foglie di una pianta rampicante

(c) Virna Danieli
(c) Virna Danieli

Io sono una casa abbandonata
e dentro di me la decadenza
vuota, sporca, inospitale e fredda
ma dalla mia facciata non sembra
se sono bella è grazie alla mia edera.

ELEONORA BOSCHI

Poesia, slam, e altro ancora: Giornata mondiale della poesia a Reggio Emilia.

Con fili di seta

 ho tessuto un canto selvaggio

Selvaggia è stata la mia voce

e tenero era il mio canto.

 Esther Granek

(traduzione S. Sambiase)

ghirba, giornata internazionale della poesia, il golem femmina, golem femmina, simonetta sambiase,

(dal sito Unesco.it)
“Ogni anno si celebra la Giornata Mondiale della Poesia nel primo giorno di primavera.  Istituita dall’UNESCO in quanto si riconosce all’espressione poetica un ruolo privilegiato della promozione del dialogo interculturale, della comunicazione e della pace”.

(http://www.unesco.it/cni/index.php/news/314-giornata-mondiale-della-poesia-2015)

Sabato 21 marzo 2015, in occasione della Giornata Mondiale della Poesia, Ghirba in collaborazione con la Compagnia Pietribiasi/Tedeschi organizza il primo grande Ghirba Poetry Slam a Reggio Emilia.  Regole base per partecipare: leggere solo testi propri, nessuna scenografia, nessuna base musicale, tre minuti a disposizione. Una giuria popolare condotta da un cerimoniere stabilisce in modo gioioso ma inesorabile il vincitore. Ricchi premi e cotillons per tutti.

Reciteranno per noi:

MATTEO DE BENEDDITTIS
KEVIN GOZZI
ELEONORA BOSCHI
DAMIANO CABASSI
MET SAMBIASE
DEBORA REGGIANI
CLAUDIO BEDOCCHI
ARTURO BERTOLDI
MICHELE GIULI

FRANCESCO GELATI
IMRAN LODATO

 

 

Rassegna a cura della Compagnia Pietribiasi/Tedeschi  http://cinziapietribiasi.wix.com/compagniateatrale

 

 

Pierluigi Tedeschi

335 244402

il golem femmina, compagnia tedeschi pietribiasi

Poesie del Padre – Di padre, s’attende l’attesa

(c) Maurizio Galimberti
(c) Maurizio Galimberti

La tenerezza di Joe infatti, era così straordinariamente proporzionata ai miei bisogni, da rendermi un bambino nelle sue mani. Sedeva e parlava con me con l’antica confidenza, l’antica semplicità, ‘antico modo conciliante e protettivo, così da farmi quasi credere che tutta la mia vita sucessiva ai giorni della vecchia cucina, fosse una delle sofferenze causatemi dalla febbre, che ora era passata. Faceva per me ogni cosa….

(da Grandi Speranze, di Charles Dickens)

Di padre

Di padre s’apprende il nome.
La mano muta nell’abbandono
Fra cancelli ancora suggellati
Su svelte scarpinate in vie di fuga.
Coraggi assediati sul costato
Fra attimi sbiaditi in pause
Al poi trarne avviso nei domani.

Di padre s’apprende il credo
La lotta avviata su strade inesplorate
Sterminate da bandiere disuguali
Ai venti primi in fila
Proni agli estuari.

S’apprende il taglio di mete andate a colpa
La piena degli imbrogli necessari
Sopra opzioni naufragate in salde sere.

Di padre s’apprende scavo.
Grinze ammansite nelle vene
Al riverbero fra occhi temperati
Su rimbombi di ricordi
Idolatrati.

S’apprende l’urlo spietato
Decantato a fierezza sopra scudi
Al tono di spettare
annuvolato
Reciso a sfascio in ghiaia.

L’aroma del tabacco
Disperso fra castagni
Come oro radiato
A crearne eclisse e svago.
Il fiato silenzioso
Usurato dentro ansie imbavagliate.
L’occhiata scalza
Sopra messe stanate da cuscini
Al gergo della fitta
Mascherata d’ornamenti.

Di padre s’apprende l’attesa.
Il polso al bordo letto
Cullante sul sarà
Come pendolo scordato.
Occhi dissolti
In calo a pelle ossuta.
Germi di gerani rispediti
Su sfide sorte a capo
Celebrate da ire in grugno a Dio
A formarne clessidre senza sabbia.

MARINA MINET  (da “Le Frontiere dell’anima, Ed. Liberodiscrivere 2006)

(c) Thomas Hart Benton
(c) Thomas Hart Benton

Quando trovai mio padre a bocca spalancata che,

di sbiego sulla seggiola, fissava morto la televisione accesa,

e quando lo riponemmo vestito a festa,

proprio allora, già composto, infilai nel suo taschino

una fotografia di mia madre,

che già da molto sorbiva la luce tetra o

tenerella delle stelle.

Pensai: unitevi ora, che in vita

vita vi ha dispersi.

E la colazione a volere unire\riunire,

mi è rimasta come piega

o dovere o lama. O presunzione.

Quella che non vedesti, e ti apparve incompresa,

fu comprensione.

In realtà, era costernata afflizione.

GABRIELLA MALETI

Dialoghi interrotti 

L’alloro staglia fronde

contro l’azzurro terso,

il vecchio pota l’olivo

come ieri.

Massiccia fissità

della montagna: qui il tempo

è infinito presente.

In questo attimo chiaro ti rivedo

piegato sulla terra

dura da dissodare, arida

da concimare, solcare, sarchiare

bassa da coltivare.

Ma il sole dorava spighe

tremava la rugiada

su teneri germogli di smeraldo

andavi in prima linea avanti l’alba

mescolando il tuo fiato con quello delle brume.

Ora che non combatti più con i rovi

nidifica la serpe tra le zolle

e non conosce ostacoli l’ortica.

Fra terra e cielo dialoghi interrotti

in una primavera sbalordita

cui soffocano palpiti gli spini.

(c)  John Hedgecoe
(c) John Hedgecoe

GIOVANNA BONO MARCHETTI 

Nelle mie smarrite sere

Raccontami, pà,

delle domeniche mattina,

quando per mano

mi conducevi in piazza fra giganti:

ero un pulcino senza paura

dentro i miei primi  pantaloni lunghi

tenuti su con le bretelle.

Raccontami di te,

dei nonni,

del tuo paese natio…

perché non mi senta

buttato qui in mezzo senza radici.

Lasciami guardare

nei tuoi occhi stanchi

le mattine gelide

a raccogliere arance

fra le foglie inzuppate di rugiada

o i meriggi

di canicola

a mietere frumento

con la gola arsa di polvere

e il sordo grattare di cicale nella testa….

e i tuoi ritorni a casa, sempre più lenti,

per i chilometri a piedi,

dopo la fatica

eroe senza gloria e senza pretese.

Lasciami scovare

tra le pieghe della tua fronte

i pensieri amari, le preghiere mute

dei giorni con le mani in mano

a spiare il cielo

sulla soglia di casa o all’osteria,

per la pioggia di settimane,

che ti rubava il pane.

Vecchio olivo ricurvo

dalle ferite incallite,

e dai groppi di pietra,

ancora vengo a cercare la tua frescura,

il profumo di terra smossa ed erba

la risacca stanca della tua voce

nelle mie smarrite sere….

(c) Jacqueline Osborn
(c) Jacqueline Osborn

PAOLO SALOMONE

Ultimo canto per il padre

Vorrei parlarti, padre, in questa notte

da questa nave che batte a fatica

le tenebre e ricerca un porto vero

dopo prove d’approdi, di conati

falliti sempre d’una piuma. Intanto

scorre il vento sull’équore increspato,

grida un sottile silenzio, uccellino

di cristallo: perciò trabocca ancora

fiume di canto dagli argini della

memoria, note tristi che ravviva

l’arpa del cuore.Rivedono gli occhi

(o credono) il mare verde del grano

e viti appese a sinuose colline

sotto cieli d’infanzia – azzurri, dunque -,

solerti al ruzzo passeri e fringuelli,

il tuo volto giocondo a fatica.

Ed ora, d’oltre il cielo, sappi padre,

che questo tumido lacerto detto

cuore serba anche il pianto del distacco

celato per pudore dai tuoi occhi,

quando partii, nel vento della vigna:

perenne graffio, padre, acre dolore.

PASQUALE BALESTRIERE

Dipingere è una dichiarazione d’amore – Giovanna Gentilini e il nudo femminile.

(c) Giovanna Gentilini
(c) Giovanna Gentilini

IL NUDO FEMMINILE: QUANDO DIPINGERE è UNA DICHIARAZIONE D’AMORE

di Giovanna Gentilini.

Durante una lezione, una mia allieva mi rivolse una domanda: ci si può innamorare dell’oggetto del dipingere anche se questo è una natura morta? La mia risposta fu sì: non c’è amore nelle mele di Cèzanne?.
Nella pittura come nella vita, succedono innamoramenti e colpi di fulmine che non finiscono mai, ti accompagnano tenendoti per mano su ogni foglio bianco. Questo è successo anche a me da prima che nascessi, quando ero ancora dentro la pancia di mia madre. Per cui,ora, non avendo una modella, come alla scuola libera del nudo che frequentavo negli anni dell’Accademia, sovente poso una sguardo discreto sui corpi abbronzati distesi al sole oppure passo ore a guardare gli scatti fotografici dei maestri della fotografia: David Hamilton , Imogen Cunningham……

(C) Giovanna Gentilini
(C) Giovanna Gentilini

Che cos’è che mi cattura e fa sì che io scelga proprio quell’immagine su cui lavorare e non un’altra? In fondo non conosco quelle donne, oppure sì? Che cosa mi attrae? Razionalmente non trovo una spiegazione e neppure la bellezza dell’immagine influisce sulla mia scelta, anche se l’apprezzo. Allora cercherò di raccontare che cosa mi succede quando mi soffermo con lo sguardo sui corpi nudi delle modelle, su quelle immagini, a volte rubate, dietro le quali , comunque e sempre, c’è l’occhio attento, a volte anche amoroso, di un uomo o di una donna.

(c) Giovanna Gentilini
(c) Giovanna Gentilini

Nel momento in cui il mio sguardo si posa sulla curva di una natica , sulla pienezza di un seno,o sul morbido abbandono di un braccio, più storie si intrecciano, e tutte, con la loro urgenza entrano nella mia mente passando attraverso la gola. Storie di uomini e di donne, soprattutto di donne, le donne che hanno intessuto la vita di chi scatta l’immagine, e della donna che si offre come modella ; e qui, è lo sguardo degli uomini sulle donne che prevale,anche se a volte chi fotografa è ella stessa una donna. Proprio per questo e, nonostante tutto questo, a me arrivano, come attraverso fessure tra i muri, sussurri, sospiri, risate, movimenti di quel corpo di donna che si spoglia; le calze sfilate e appoggiate vicino alle scarpe nere col tacco di gomma, la camicetta di cotone a righe bianche e blu che una giovane mano sfila da una massa ribelle di capelli di un castano dorato. Quando le storie si incontrano, la mia e quelle delle altre, allora la scelta si compie. Altre donne riemergono dalla memoria e popolano i muri del tempo,e sono le mie donne, quelle che coi loro corpi hanno intessuto le pagine della mia vita , la nascita, l’infanzia e l’adolescenza: la pancia rotonda e i seni grandi e sodi di mia madre, in sottoveste di raso nero, seduta sul letto matrimoniale che parla e ride ( reggiseno della settima misura che oggi, senza alcun dubbio, equivarrebbe alla dodicesima), mia zia Italina che alle undici di sera, dopo aver lavato i piatti e quando tutti sono andati a letto, si lava col sapone bianco di Marsiglia, quello per il bucato; braccia da lottatore, e seni grossi e penduli dentro il lavello di cucina, uguale a quello di molte altre famiglie di quell’epoca,in graniglia bianca e marrone. Io,che dormivo lì ,proprio lì, ascoltavo i suoi sospiri (mio zio Agostino era scappato in Sicilia per sfuggire ai partigiani) e il gocciolare dell’acqua, rumori lievi che mi arrivavano attraverso le lenzuola insieme al profumo penetrante del Marsiglia, e quando tutto taceva mi alzavo, senza fare rumore , e, al buio, andavo alla scoperta del mio corpo di adolescente riflesso nei vetri della finestra ……….

L’ANTITEORIA DELLE FEMMINE – 8 marzo, poesia e resilienza

(c) Shannon Bool
(c) Shannon Bool

E’ stata una donna , Emmy Werner, a scardinare le teorie deterministiche, ed è stato Garmery a creare il termine resilienza, definendo “ per la prima volta con questo termine il processo attraverso cui determinate persone riescono a superare situazioni di disagio anche molto gravi. I successivi studi hanno ampliato il concetto, affermando che la resilienza è possibile non soltanto da parte di singole persone ma anche da gruppi e comunità” (Bianca Pileri) . Scardinare ogni stereotipo depositario di sofferenze e ingiustizie, sabotare la stasi dell’accidia verso il conformismo deterministico. Pochissime parole, ma tutte dedicate alla giornata delle donne, che è ben diversa dalla sua commercializzazione di “festa della donna”. E’ questa una giornata per evidenziare tutti gli sfavori dedicati al genere femminile, senza paura di attraversare il percorso sociale di parità (di carriera e di parità economica in primis, visto il clima di povertà che aleggia nel mondo del lavoro italiano), lasciando per un attimo fuori ogni altro fattore. Dedicato a chi ogni giorno trasforma un mondo di disagio familiare, sociale ed economico in un processo di cambiamento positivo, attraversando i fuochi di vari inferni per costruire ponti verso realtà terrene di speciale normalità ed equilibrio, e tenendo intatto il mondo, tutto sommato.

SIMIN BEHBAHANI
(detta La Leonessa, poetessa iraniana)
TI RICOSTRUIRO’ DI NUOVO, MIA PATRIA

Ti ricostruirò di nuovo, mia patria
anche con mattone della mia vita
ti appoggerò sulla colonna
colonna fatta con le mie ossa
ancora ti racconterò dei fiori
per i tuoi giovani
ancora diventeremo sangue per te
e diluvio con le nostre lacrime
Se sarò morta da cento anni
mi alzerò in piedi dalla sepoltura
per combattere i tuoi malevoli
se sono vecchia oggi
avendo possibilità di imparare
comincerò la gioventù
insieme con i giovani.

CARMEN YANEZ
(Cilena, scampata rocambolescamente alla morte dalla polizia politica di Pinochet, moglie di Luis Sepúlveda)

VIAGGIO
Di notte si inventano
corsieri di sogni.

Il corpo e l’anima
si ormeggiano facilmente
alla coda dei treni taciturni.

DONNA
Quanto hai dato donna:
secoli di luce
che non hanno riflesso le coscienze
ingoiate da abissi di silenzio.

E quanto ancora:
radici per contenere la terra
velluto d’amore
una spiga per toccare il cielo
fertili semi di coraggio
per un mondo abitato dalla guerra.

E quanto ancora.

Dai tuoi occhi
albe e nebbie,
revisione del giudizio
nella speranza dei fiori.
Piccola di piccole cose
recuperate dall’infanzia
nella scrittura dei sogni.

E quanto ancora.

Foglie che coprono il pudore dell’universo
laghi generosi di acque vergini
spessore del segreto
delle profonde radici del tuo tempo.

Quanto autunno
inondando la terra
e un colore crepuscolare
nella corteccia.

TULLIA D’ARAGONA
(Ferrarese, figlia di una cortigiana, in uno dei suoi sonetti più famosi, a Bernarndo Ochino, dove la poeta cinquecentesca si ribella contro la misoginia del riformatore cappuccino)
XXXV.
A Bernardo Ochino
Bernardo, ben potea bastarvi averne
co ‘l dolce dir, ch’a voi natura infonde,
qui dove ‘l re de fiumi ha più chiare onde,
acceso i cuori a le sante opre eterne;

che se pur sono in voi pure l’interne
voglie, e la vita al vestir corrisponde,
non uom di frale carne e d’ossa immonde,
ma sete un voi de le schiere superne.

Or le finte apparenze, e ‘l ballo, e ‘l suono,
chiesti dal tempo e da l’antica usanza,
a che così da voi vietati sono?
Non fora santità, fora arroganza
torre il libero arbitrio, il maggior dono
che Dio ne diè ne la primiera stanza.

(c Loredana D'Argenio
(c Loredana D’Argenio

ANGYE GAONA
(Colombiana, attivista per i diritti umani, arrestata dalla polizia e tenuta in carcere per sei mesi senza prove)

L’APPELLO
Attenzione, Signori: non c’è più casa.
Solo questa: quella che vedono e calpestano.
Non c’è più,
venite tutti a vedere.
Avvicinate orecchio e cuore alla Terra,
considerate, Signori, il peso dell’età
duecentocinquantamila anni, e guardate:
non c’è più casa.
Che cosa farete?
Presumibilmente:
siederete su le corone,
rovescerete i calcoli,
cuocerete il cancro
nei forni del governo.
Il fumo che ascende,
arrogante e rapace,
è sufficiente a dare la notizia:
la rovina è nell’aria.
Direte: la borsa, il crollo…
In quel momento sentirete:
Viene l’hums, giunge
Il muschio a fecondare
questo ovulo che galleggia!
In quel momento, Signori, vedrete:
la Terra senza artifici,
senza rivestimento né controllo,
la Terra che a suo modo vi ripeterà:
non c’è più casa,
avanzando sopra le scuse,
sopra i bilanci, sopra i guadagni,
obbligando il proprio ordine verde e celeste
a prendere la casa
e a porre ogni cosa
al suo posto.

Per non spegnere l’attenzione sulla vicenda della poeta cilena, Valeria Raimondi ha dedicato una sua composizione, che qui ospitiamo

ANGYE GAONA, COLPEVOLE DI POESIA

Avevo solo le mie parole.
Ma le mie parole fendevano il ventre molle del potere,
allora mi cucirono le labbra, mi vestirono delle loro colpe infami e dei loro abiti lerci.

Avevo solo le mie parole, leggère
ma le mie parole facevano troppo rumore, come sogni colorati, e coprivano i loro spari
quindi le imprigionarono dentro mura mute affinché altri non sognassero con me.

Avevo solo le mie parole, crude
puntate sulla loro vergogna
e le mie parole squarciavano il velo osceno,
e fu allora che tagliarono la mano che impugnava la lama.

Avevo solo le mie parole, appena nate
che si alzavano in volo nella loro fetida aria
e allora mi tolsero l’aria,
mi rinchiusero affinché respirassi la loro.

Avevo solo i miei versi, liberi,
e la mia verità si aggrappava come edera ai loro piedi piantati nel fango
e divenni dunque la più forte delle minacce
e misero a tacere me, la libertà e la poesia.

Avevo solo le mie parole innocenti, di poeta, di donna
ma poiché la poesia urla nel silenzio assordante
e come una donna può partorire figli e seppellire i morti ,
delle mie parole ebbero infine così folle paura
che fui detta “colpevole” e vollero ricacciarmele in gola.

Ma non posso ancora tacere.
Ho solo le mie parole, fatele vostre.
Perché si sappia di che stavo parlando.
Perché ho sempre detto solo ciò che da qui ho potuto vedere.

Valeria Raimondi

(c) Mira Hnatyshyn
(c) Mira Hnatyshyn

FADWA TUQUAN
(Palestinese, ha cantato la sofferenza del suo popolo)

SOSPIRI DAVANTI ALLO SPORTELLO DEI PERMESSI

Fermarmi sul ponte a mendicare un permesso!
Ahimè! Mendicare, sì, un permesso di attraversata!
Soffocare, perdere il fiato
nel caldo del mezzodì!
Sette ore di attesa…
Ahi! Chi ha rotto le ali del tempo?
Chi ha paralizzato le gambe al giorno?
Il caldo mi flagella la fronte
e il sudore mi colma gli occhi di sale.
Ahimè!
Migliaia di occhi
sono fissi con calorosa ansia
allo sportello dei permessi;
sono specchi di angoscia,
titoli di ansia e di pazienza.
Ahimè! Mendicare un permesso
!E la voce di un militante straniero
scoppia furiosa come uno schiaffo
sul volto della folla:
«Arabi…Disordine…Cani!
Tornate indietro!

Non venite vicino al cancello!
Indietro!…Cani!…»
Una mano sbatte con rabbia lo sportello dei permessi,
chiudendo ogni possibilità,
in fronte alla folla che preme.
Umiliata la mia umanità,
pieno di amarezza il mio cuore
e il mio sangue è tutto veleno e fuoco!
«Arabi! Disordine! Cani!»
O santa vendetta del mio popolo offeso!
Ormai ho solo da attendere,
ma il momento giungerà…
il momento della giustizia e della vendetta!
FUGA
Hai odiato la realtà della gente
e ti sei tuffata con l’immaginazione
nel mondo della fantasia;
vivi soltanto di visioni, di sogno, di ombre;
figlia della fantasia, quando esci
da questo mondo immaginario?
Svegliati, ti è bastato
questo viaggio fantastico
nel miraggio del deserto.
Tu vivi perduta nel mondo dei sogni
in un orizzonte remoto e strano
e riempi la tua anima prigioniera
del canto nostalgico e desioso dell’esule.

tu vivi con la fantasia fuori dal mondo
superando il corso delle stelle
e penetrando
nell’immensità misteriosa dell’infinito
Non appartieni a questa terra.
Perché vuoi proiettarti in alto, fuori di essa?
Ti ha forse spaventata il sangue che si sparge
sulla terra e la tirannia dei forti
che opprimono i deboli e i grandi disastri?
Ti ha spaventata la durezza della vita
e la lotta fra gli uomini?

In chiusura una piccola poesia di sostegno della poeta siciliana Laura La Sala.

Le donne Libanesi
nun vanno dall’estetista
nè dal parrucchiere
coperto è il viso
il grido è negli occhi
e il burca fino ai piedi

Le ragazze dell’Islam
non vanno in discoteca
seguono le madri,
nè conservatorio
coltivano e mangiano radici
Non cè un calendario di festività
patiscono la guerra
come la fame e il giorno,
che forse non verrà

Le donne Nigeriane
amano i loro figli
che sanno di petrolio, conflitto,
L’occidente che non è mai contento.
Sotto quel velo c’è un colpo di mortaio
e musica rok di bombe a domicilio

Distrutti dalla guerra
con il morale a terra
ora anche i bambini
si chiama assassini
con mitra e bombe a mano
questa è la loro scuola.

La donne dell’islam
Turchi Isdrailiti
Curdi Pakistani
con gli occhi nel terrore,
amano senza velo

Lettura in forma di lettera – Antonio Devicienti su Capo Mundi

 

capo mundi, golem femmina, il golem femmina

 

 

Lettura in forma di lettera

 

Carissima,

ho letto da cima a fondo il tuo Capomundi e così la tua lingua pacata, liquida e come ritornante per ondate successive mi ha accompagnato fino a questo capo sporto sul mare dove davvero sembra che il mondo finisca (o inizi), dove la gente (e potremmo essere noi stessi o avremmo potuto essere noi stessi) arriva colma di disperata speranza.

La poesia non si sottrae al dovere di dire l’emigrazione e la sofferenza e, in questo caso, dice in modo non sentimentalistico né retorico, ma, nella chiarezza di un linguaggio saldo e pacato, fa affacciare sull’abisso del dolore, della paura, dell’offesa, perché il mare vicino e attorno a Capo Mundi è abisso naturale (a quanti metri giace il fondale, premuto sotto la massa enorme incalcolabile dell’acqua?) ed abisso dei sentimenti: c’è la nostra indifferenza (abissale, appunto) e c’è l’aspettativa di chi galleggia su quei gusci fatiscenti e pericolosi, c’è l’abissale fame di profitto degli scafisti e di chi sta dietro di loro e c’è l’abisso di un futuro indecifrabile.

Hai detto l’attesa, questo mi ha colpito in particolare, che nel molto, ricco tuo dire tu abbia detto l’attesa di chi varca il mare, la sospensione di vite che attendono di varcare prima il deserto (hai notato come affiori alle labbra il medesimo verbo? deserto e mare accomunati nella loro vastità, nella loro perigliosità, nel loro profilarsi, comunque, come speranza), poi attendono in un porto, poi attendono (angosciatissime) nei barconi, poi attendono l’approdo, l’accoglienza, comunque la savezza, la fine del grande, periglioso balzo.

E tutte le nostre vite si congegnano come un’attesa infinita e come un continuo dover varcare, a ben pensarci.

E ancora: in questi giorni così tristi per l’Oriente e per l’Occidente il tuo libro viene a saldare i destini degli esseri umani tra di loro, ne ricorda la comune debolezza e la comune straordinarietà. Si accendano i verbi allora, dici con ispirata pregnanza, da persona che crede nella scrittura pensi alla parola che dica ed accompagni l’andare di tutti, di “noi” e di “loro” e proprio in questa separazione e contrapposizione dei pronomi tu decidi di parlare come se fossi una “di loro”, con uno sforzo di carattere etico ed intellettuale pensi con i loro sentimenti e senti con i loro pensieri: che io sia ancorata, scrivi.

Hai composto così un cantico ed una riflessione in versi, un poema del mare e un documento dei sentimenti di chi viene strappato alle sue radici e scagliato in un altrove ignoto e spesso freddo, ostile. Ti sei allontanata da te stessa e, presa la penna tra le dita, hai voluto dire di destini altri che, però, sono anche i nostri, comuni, come già notato, quindi a te stessa ti sei riavvicinata, ma non per ripiegarti nel solipsismo di tanta poesia chiusa in se stessa: per ritrovare te dentro gli altri.

 

Antonio Devicienti

 

a piè di pagina
Questo scritto di Antonio l’ho riservato come regalo di compleanno, e quindi oggi è la data giusta per pubblicarlo.

Vi lascio i riferimenti in rete di Antonio Devicienti, il cui blog è un cammino critico personalissimo e importante.

 

https://vialepsius.wordpress.com/

 

Vi lascio anche i riferimenti del mio Capo Mundi, così da continuare a ringraziare l’editore che ha creduto in questo progetto.

http://www.oniricaedizioni.it/booksheet.aspx?id=69

Grazie a tutti. Simonetta S.