MFD ’15 – Musica e libertà a Bologna – Un appunto di Serenella Gatti Linares

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Musica e Libertà

 

“Libertà”: non è una parola che si possa usare solo per la Musica. E’ un termine generale da adoperare in ogni ambito: passa dall’uno all’altro, perché tutto è collegato. “Libertà” ha la stessa etimologia di “liber”, libro. La lettura è “libertà”. Dunque, secondo me, è sempre un problema di ignoranza: solo tramite la Cultura cambia la mentalità. Da qui il ruolo centrale della Scuola, a cui oggi tolgono finanziamenti, invece di aumentarli. E’ a Scuola che si impara lo spirito critico. Ma se agli insegnanti è impedito l’esercizio delle facoltà critiche, come possono insegnarle ad altri?

La Musica contribuisce alla Libertà, non può esprimersi senza di essa, perché è un linguaggio universale di Pace: comunica anche senza che si comprendano le parole… Ma ancora e prima di tutto il vocabolo “Libertà” si collega, a mio parere, al Movimento di Liberazione della Donna, al Femminismo, la più grande Rivoluzione sociale del Novecento. Finché non ci sarà assoluta parità fra uomo e donna nel Mondo, questa parola sarà manchevole. E non alludo solo ai mutamenti giuridici, ma anche a quelli sociali, perché esistono censure, regole sotterranee non scritte, striscianti contro le Donne. Ad esempio, quelle collegate ai concetti di Spazio e di Tempo.

Oggi si assiste addirittura ad un ritorno all’indietro: basta vedere l’immagine stereotipata della Donna nei mass-media o, peggio, la nascita dell’odioso neologismo “femminicidio”. Come può esserci libertà totale dalle censure nella Musica, se più della metà del genere umano è ancora sottomesso?

Tornando alla Musica, ho notato che esiste del razzismo verso le “Ragazze del Rock”, che non vengono trattate paritariamente dai colleghi maschi e dal mercato discografico. Mi collego anche al mondo della Letteratura. Nella Storia sempre i poeti sono stati osteggiati, condannati, uccisi nei regimi totalitari, perché considerati sovversivi. E si sa che a volte un libro può sconfiggere più di una battaglia.

Nel mondo editoriale italiano d’oggi, si assiste a ciò che succede pure in campo musicale: viene pubblicato ciò che è commerciale, (come le confessioni di un calciatore o di una velina, per di più scritte a pagamento da sconosciuti), mentre, chissà… , libri bellissimi restano per sempre nei cassetti. Nelle Antologie scolastiche anche oggi è sparuto il numero delle scrittrici donne, rispetto a quello degli uomini.

Poi c’è la rivoluzione delle “nuove tecnologie”: mi stupisco ancora di fronte alle loro infinite potenzialità. Soprattutto usate dai più giovani, hanno aspetti positivi e negativi, a seconda dell’uso che se ne fa, però sono alla base dei movimenti pacifisti internazionali, di fenomeni come la “Primavera araba” nel Maghreb, di un nuovo modo di fare politica. Sono questi gli strumenti principali per lottare insieme, contro la censura in qualunque campo.

Il 2 marzo 2013 si è svolta a Bologna la terza edizione del “Music Freedom Day”, presso il Circolo Katia Bertasi di Bologna, ad opera dell’Associazione Bo Ground (a favore del Rock underground bolognese) e di Hibrido Radio (promozione musicale internazionale), in collegamento con la Ong danese Freemuse. Nel pomeriggio c’è stato un Convegno in cui si è discusso in modo interessante sulla libertà di espressione in campo musicale, che viene tradita in tutto il Mondo, più di quanto si immagini. La sera si sono alternati musicisti e poeti, con nomi di spicco dell’intellettualità locale,  con performances centrate sul tema, ognuno col proprio linguaggio e contenuto.

Evento emozionante e coinvolgente, che spero continui attirando un numero di persone ancora maggiore, con conseguenze di tipo operativo.

Infatti, c’è bisogno ancora di lottare, sia a livello culturale, sia sociale, per sfuggire agli stereotipi, sia utopico, perché l’Utopia cambia la Storia.

Serenella Gatti Linares

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Dedicato a Carla Accardi- Simonetta Met Sambiase

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Nel primo anniversario della scomparsa di Carla Accardi, sulle Carte Sensibili una dedica alla grande artista italiana.

CARTESENSIBILI

carla accardi

carla accardi

Carla-Accardi-Di-ramo-in-ramo-2010.

Dal ponte dell’Accademia, ho riattraversato Venezia dopo quindici anni di assenza. Da lì comincia la mia “casa veneziana”, nel compresso spazio del quartiere. Al book store del Gugghenaim ho preso cataloghi per quanto le mie mani potessero permettersi ancora di trasportare per tutta la giornata (il mio costoso paese delle meraviglie quel piccolo luogo!). Un libro in particolare non ho resistito ad aprire subito: Le donne e l’Arte nel XX e XXI secolo, a cura di Uta Grosenick. Amaramente, l’elenco ha una sola presenza italiana, Vanessa Beecroft, che però ha il padre inglese; rarissime le figurazioni legate alla ricerca cromatica in astrazione (a parte Lee Krasner, che non poteva essere ignorata d’altronde). Un libro dedicato ad un’architettura “solida” dell’arte femminile, questa dev’essere stata la linea critica della curatrice, ne prendiamo atto. Se la curatrice avesse posto (ampia) attenzione anche al linguaggio del segno, avrebbe messo interesse…

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Cosa chiamano cielo i prigionieri – da Porto Azzurro : Lettere d’amore a Giuseppina da Napoleone e dai detenuti – A cura di Simonetta Filippi e Clara Rota

Io non ho mai visto un uomo che guardasse  

  con occhio così ansioso 

verso il minuscolo lembo d’azzurro

che chiamano cielo i prigionieri,

verso ogni nuvola che trascina alla deriva

il suo vello di lana sfilacciato 

(Oscar Wilde, da La ballata del Carcere di Reading)

(c) chiamiamolannina
(c) chiamiamola annina

IL MARE:

DENTRO UN’ISOLA: L’ELBA

DENTRO UN PAESE: PORTO AZZURRO

DENTRO UNA CASA DI RECLUSIONE

DENTRO UNA PICCOLA STANZA

DENTRO 19 PERSONE:

16 DETENUTI, UN AGENTE, DUE DONNE

SCRIVONO LETTERE D’AMORE PER GIUSEPPINA

COSTRUISCONO PICCOLE VALIGE DI CARTA PER NAPOLEONE:

PAROLE E GESTI: UN BAGAGLIO PER EVADERE

 

“DARCI UN TAGLIO, parole e gesti” è il titolo dei laboratori di scrittura ed arte che dal 2010, con l’Associazione CHIAMIAMOLA ANNINA, proponiamo ovunque ci sia un gruppo di persone che hanno voglia di mettersi in gioco.

Ma quando Paolo Maddonni, l’educatore del carcere di Reclusione di Porto Azzurro, ci chiese di proporre un laboratorio ai detenuti, Clara, che aveva già lavorato nel carcere di Monza, era entusiasta, invece io ho faticato per ricordarmi e convincermi di nuovo che lo scopo dei nostri incontri è: ENTRARE IN RELAZIONE. Ce lo siamo dette tante volte anche di fronte a situazioni non facili: noi offriamo una chiave di comunicazione, l’arte del fare e la scrittura arrivano dove altri linguaggi falliscono, l’importante è NON GIUDICARE perché il giudizio è personale, non universale, crea barriere, preclude il contatto. Ma io non riuscivo a pensare come potessi comunicare senza giudicare guardando negli occhi un uomo che magari aveva commesso violenze e…

La valigia di Giuseppina
La valigia di Giuseppina

Il laboratorio: Aprile 2014. L’Isola d’Elba è impegnata nella preparazione dei deliranti festeggiamenti per il bicentenario dell’arrivo di Napoleone Bonaparte, noi proponiamo ai detenuti un laboratorio ironico chiedendo loro: che cosa si sarebbe portato l’imperatore, detenuto anche lui, durante il soggiorno forzato? Il suo cavallo bianco? I suoi ricordi? L’occorrente per il bagno al mare? I suoi mobili, compreso il famoso letto dei cigni? E mentre fuori continuano i preparativi, noi, qui dentro, 16 detenuti, un agente, io e Clara, ci divertiamo realizzando, in carta, ben 8 miniature di valige per napoleone. Non è stato facile, inizialmente gli uomini lavorano in piccoli gruppi chiusi: Siciliani, arabi, romeni e coppie isolate… sono bravissimi, attenti, concentrati, come solo chi conosce il valore del tempo sa fare… lo spazio è piccolo, c’è tensione. Un detenuto sta disegnando il grande cavallo bianco dell’imperatore, ma non sa come realizzare la coda e la criniera… un siciliano si ricorda di quando era bambino e al suo paese, durante le feste, ritagliava gli addobbi di carta in un certo modo… lo invitiamo a farlo, ed ecco che si materializza una magnifica coda di cavallo. Applauso di tutti, si ride, ci si rilassa, si sfotte il disegnatore del cavallo per l’occhio troppo dolce e, tutti d’accordo, si decide che è una cavalla, quella disegnata, uno scrive “chevalle” sulla valigia. Il gruppo si è formato con la giusta leggerezza, così che possiamo leggere alcune lettere d’amore da Napoleone a Giuseppina, e insieme, proviamo a scoprire il lato umano di quest’uomo votato alla guerra, le sue debolezze, la donna che amava e che lo tradiva. Il gioco continua e li invitiamo a diventare essi stessi gli amanti di Giuseppina e a scriverle parole d’amore.

Siamo soddisfatti quando alla fine mostriamo ad altri le nostre opere e veramente felici, tutti, quando un gallerista le considera degne di una mostra nella sua galleria d’arte, a Marciana Marina, FUORI da qui e noi con loro.

A laboratorio finito possiamo dire di avere raggiunto il nostro scopo: si è formato il gruppo, siamo entrati in relazione, ed io, in 12 ore, non ho avuto neanche il tempo di giudicare, anche perché stiamo già pensando alla prossima proposta: l’edizione cartacea di questo libro…

Simonetta Filippi

(presidente dell’Ass. CHIAMIAMOLA ANNINA)

http://www.chiamiamolaannina.it/

 

AMOROSE EVASIONI, il golemfemmina, il golem femmina, simonetta sambiase, met sambiase,

brani tratti dal libro

AMOROSE EVASIONI

LETTERE D’AMORE A GIUSEPPINA DA NAPOLEONE E DAI DETENUTI DI PORTO AZZURRO

***

… mi manchi tanto, ti vorrei abbracciare, sentire la tua voce, il tuo sorriso che mi fa ringiovanire, le tue parole e tutto il resto. sei la mia ragione di tutto, niente è più bello che essere insieme a te…

(Valentin)

***

… ho bisogno di voi, del vostro profumo. Se chiudo gli occhi riesco quasi a sentirlo, di toccare la vostra pelle, di gustare le vostre labbra…. non so se posso farcela a stare senza di voi così a lungo, vi vedo dappertutto e quando capisco che non siete voi, vorrei farmi del male, si, perché so che non potrete mai essere solo mia, appartenermi nell’animo e nelle carni…

(Santino)

***

… sogno un mondo d’amore dove non esistono né guerre né dolore. Sogno un mondo dove si possa perdonare e non continuare a giudicare…

(Olsi)

 

le palme sono in silenzio, nonostante il vento – In memoria di Assia Djebar.

le palme sono in silenzio, nonostante il vento,

la marea si ritira il deserto sussurra

Assia Djebar

Assia Djebar è andata via da questo mondo l’otto febbraio, all’età di 78 anni. Avevo scritto su di lei nel 2012, a proposito delle poetesse algerine in lingua francese. Lo ripropongo quel  breve scritto a mo’ di saluto. 

 

assiadjebar, golemfemmina,

Separare il vissuto con il cantato è impossibile nelle opere di molte poetesse algerine di lingua francese. E’ il vivere quotidiano in guerra contro di loro, nella ricerca della piena e libera espressione e non solo culturale. Dall’indipendenza, ottenuta anche con il sacrificio delle donne algerine, fino al Fronte di salvezza islamica, non c’è pace per il vivere al femminile che chiede spazi diversi dalle visioni canonizzate della legge religiosa. E che paga spesso con l’allontanamento dalla propria terra, con l’esilio se non con la clandestinità la voce delle scrittrici e delle poetesse che non si allineano alla conservazione del sistema.

Assia Djebar. Le voci del suo mondo l’assediano, come riporta il titolo di un suo scritto. Forse è a tutt’oggi una delle più celebrate artiste algerine in lingua francese. Nata nel 1926, è la prima autrice magrebina ad essere ammessa all’Accademia francaise, una delle poche donne vincitrici del Neustadt International, premio della Pace nell’ottobre 2000. Fatima-Zohra Imalayen ha cambiato il suo nome in Assia Djebar all’uscita del suo primo romanzo per non destare disapprovazione di suo padre, insegnante di lettere, e pian piano è diventata una delle scrittrici più famose del Nord-Africa. E Assia Djebar è mossa, come lei stessa dice “dall’urgenza della scrittura, l’urgenza della parola dinanzi al disastro” L’urgenza della denuncia, del recupero della memoria. La volontà di togliere il velo del silenzio alle donne islamiche”. Il mondo dell’Islam è patriarcale, e raccontare la condizione femminile è un impegno gravoso – qualcuno ha scritto nel sito ufficiale dell’artista – ma va da se che lo spirito femminile è indomabile, e le artiste del Magreb fermano le voci tra quelle che le assediano anche se la pace è lontana.

L’UOMO CHE CAMMINA

L’uomo che cammina

a volte nella notte a volte nella luce

nella luce dei fuochi d’artificio

dei proiettori

delle parole

a volte nella notte

nella notte difficile.

Dall’altra parte, gli altri

disarmato delle tenebre

innocente di alcun crimine se non della pietà

guardare

gli spettatori del viaggio

che hanno paura del naufragio

la deriva non è al largo

ceneri nel loro delirio il cuore

dietro l’uomo che cammina.

L’uomo che cammina

la sua memoria veemente

gli dice che che dobbiamo imparare

a parlare protestare gesticolare

gli hanno detto la libertà

si nutre

anche della pubblicità

una foto ben scattata una frase ben detta

compra i cuori, i sentimenti

di dolce, di tenero e d’ indifferente

del sonno del beato

del boia delle donne

gli altri,

– dice la canzone –

sono un risparmio di tempo

di sudore e di sangue

sono da sempre dei Barbari

Senza lirismo

senza storia

L’uomo che cammina

alle calcagna il poeta

luppolo ai piedi

sull’ombra di un volto silenzioso

ombra della morte ombra di ghigliottina

ombra dell’ombra

della realtà.

II

Io non ho detto nulla all’uomo

non ho nulla da dire

semplicemente sono solo stanca sono stanca sono stupefatta

perché dichiarare

le palme sono in silenzio, nonostante il vento,

la marea si ritira il deserto sussurra

e l’oro quell’oro sul sole

giuro non ho nulla da dire

le luci m’accecano e i fari

ho bisogno della notte ho bisogno di un suicidio

ho bisogno di tirar fuori i miei polmoni mi bruciano

sono stanco stanco ha detto l’uomo senza dirlo

la strada sarà una rigida pendenza

non ho il coraggio di cantare

sono vinto non ho nulla da dire

per il futuro.

III

Il silenzio tra di noi non è di moda

è una bestia che mi assedia

il silenzio ciò che l’innocenza

non libera da qualsiasi tua passione

se tu rifiuti i nostri miraggi

se tu deridi i nostri occhi

celebrare il martire non può

la sola vista dei tuoi stracci

scaccia tutte le celebrazioni

o dobbiamo fino alla fine della festa tributarti

un trionfo

tra gli applausi

tu hai ben evitato lo sprezzo della vittoria

tu hai ben evitato gli specchi

se vuoi esplodere arrestarti ritrovarti

se non vuoi fuggire nella foresta

se vuoi dormire

se si vuoi dimenticare

se vuoi vivere

dovrai trascorrere nel molto

la nostra lingua e difenderla

Essere acclamato ribelle o incoronato re

o morire nell’arena in pubblico perché no

lo scherno e la gloria e la morte dell’eroe

queste sono gli allori delle parole

tesori sulla spiaggia

queste sono le armi

che offriamo al nostro rimorso ai nostri simili

i barbari che probabilmente hanno un solo passato e di sangue

per superare il mutismo, contenere i demoni

mostri dei nostri ricordi delle nostre mitologie

dei nostri inni di gloria della nostra identità

noi

noi consegniamo castrato

il nostro vocabolario.

L’uomo che cammina a piedi

Senza tradimenti senza riposo

(traduz. S. Sambiase)

(già postato su WSF con il titolo Le Costruttrici d’Oriente – III Parte, a cura di Met Sambiase)

 

Assia Djebar copyright Giovannetti/effigie
Assia Djebar
copyright Giovannetti/effigie

 

« Je ne vois pour les femmes arabes

qu’un seul moyen de tout débloquer:

parler, parler sans cesse d’hier et d’aujourd’hui. »

(dal libro Femmes d’Alger dans leur appartement, 2004)

 

Assia Djebar

(Fatma-Zohra Ima­layène)

Cherchell, 30 giu­gno 1936 – Parigi, 8 febbraio 2015

tratto da Il manifesto, articolo di Giuliana Sgrena

 

L’opera di Assia Dje­bar è dedi­cata in gran parte all’emancipazione della donna, alla sto­ria, all’Algeria vista attra­verso la vio­lenza e le sue lin­gue. Assia Dje­bar scri­veva in fran­cese: «Scrivo dun­que, e in fran­cese, la lin­gua degli anti­chi colo­niz­za­tori, che è tut­ta­via diven­tata irre­ver­si­bil­mente quella del mio pen­siero, men­tre con­ti­nuo ad amare, sof­frire e anche pre­gare ( in arabo, la mia lin­gua madre». L’assunzione del fran­cese è stata vis­suta in modo radi­cal­mente oppo­sto da altri scrit­tori che la con­si­de­ra­vano la «lin­gua dell’esilio».

Que­sta inti­mità con la lin­gua fran­cese per­mette ad Assia Dje­bar di essere ammessa all’Accademia di Fran­cia, la prima volta di un autore alge­rino, ammis­sione pre­sen­tata dai fran­cesi come un gesto di «ricon­ci­lia­zione». Al con­tra­rio, Assia Dje­bar nel suo discorso di inse­dia­mento, 22 giu­gno 2006, non rispar­mia cri­ti­che ai colo­niz­za­tori: citando un «discorso sul colo­nia­li­smo», del poeta Aimé Césaire, sot­to­li­neava come le guerre colo­niali in Africa e in Asia ave­vano di fatto «resa inci­vile e sel­vag­gia l’Europa».

È stata que­sta anche l’occasione per ricor­dare come «scrit­tori, gior­na­li­sti, intel­let­tuali, uomini e donne d’Algeria che, negli anni 90, hanno pagato con la vita il fatto di scri­vere, esporre le loro idee o sem­pli­ce­mente inse­gnare … in lin­gua fran­cese». E Assia Dje­bar ha reso omag­gio agli intel­let­tuali alge­rini assas­si­nati con Bianco d’Algeria, seguito da un sag­gio Ces voix qui m’assiègent (1999) e poi altri testi auto­bio­gra­fici come La femme sans sépul­ture (2002), la Dispa­ri­tion de la lan­gue fra­nçaise (2003), Nulle parte dans la mai­son de mon pere (2007).

Tra le varie atti­vità arti­sti­che di Assia Dje­bar vi è anche quella di regi­sta, alla quale si è dedi­cata soprat­tutto negli anni 70, rea­liz­zando due film: La Nouba des fem­mes du Mont Che­noua, pre­mio della Cri­tica inter­na­zio­nale a Vene­zia nel 1979, e un corto, La Zerda ou les chants de l’oubli (1982). A par­tire dagli anni ’80 Assia Dje­bar si era sta­bi­lita nella regione pari­gina, ma alter­nava la sua resi­denza fran­cese con sog­giorni in Loui­siana e a New York, dove ha pro­se­guito la sua car­riera uni­ver­si­ta­ria. Una vita estre­ma­mente impe­gnata che ha pro­cu­rato alla scrit­trice alge­rina nume­rosi rico­no­sci­menti in tutto il mondo. È stata più volte can­di­data anche al pre­mio Nobel, ma non l’ha mai ricevuto.

Debito il tempo. Valeria Raimondi – Note di lettura di Simonetta Met Sambiase

Katherine Chang Liu tratto dal blog Carte Sensibili
Katherine Chang Liu tratto dal blog Carte Sensibili

(azzurro troppo azzurro) Debito il tempo di Valeria Raimondi su Carte Sensibili. Buona lettura.

CARTESENSIBILI

katherine chang liu.

Katherine Chang Liu1.

Valeria Raimondi sceglie la parte “femmina” del tempo della nostra vita, mai svolto o passato come segno di stagione stabile, equilibrio di giorni e emozioni. Il suo tempo è un altro: E’ il tempo dei cicloni e dei vortici, sentimentali e razionali insieme, in un ossimoro di passione esatta e crudele raziocino che deraglia verso la pienezza della vita. Le poesie che compongono il libro Debito il tempo (vincitore del premio Eros e Kairos 2014), sono figlie di “uno stupore che si ammanta di abbondanza”; esse sono scritte per accompagnare quel sentimento impossibile da domare di (r)esistere alla vita del cuore, anche quando appare lontana, anche se a volte appare ostile. E’ il debito che nessun tempo paga e va sempre affrontato, in una guerra alla rassegnazione che segna in rosso le sconfitte meritandosi lo stupore dell’’azzurro delle piccole o grandi vittorie. Nella…

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Scrivo e vedo. La natura attraverso lo sguardo di Laura Tarugi e lo scritto di Giovanna Gentilini

…la stessa natura di nuovo risolve le cose dissolte:

questi nell’esporre la dottrina noi siamo soliti chiamare

materia e corpi generatori delle cose,

e li denominiamo semi delle cose, e inoltre li designamo

corpi primi, perché tutto da essi primamente ha esistenza.

Lucrezio, Sulla natura delle cose, Libro I

 

Una Natura liberata dalla presenza corporale dell’uomo , il solo animale che la rende addomesticata e asservita. Una natura originaria. Elementare. Che non si combina con nessun altro elemento. Fatta di tutti glli elementi che si combinano in essa in un’alchimia che ancora stupisce. La grazia della bellezza fuori dall’umano, dentro l’umano. E’ la scelta di Laura Tarugi, per la sequenza delle sue fotografie, qui riprodotte.

La mistica della Natura attraversata dalle emozioni di un “corpo nato di terra che in terra torna” . Lo spirito della Natura e lo spirito della donna che tenta di dialogare con lei in parità di piani percettivi, perché senza l’illusione che di due anime se ne possa far una si vive fuori dalla Grazia. E’ la mutua certezza di Giovanna Gentilini che alle foto di Laura Tarugi ha dato “voce e fluttuo”, come fissa John Donne .

(c) Laura Tarugi
(c) Laura Tarugi

tintinnano sulle foglie
gocce di pioggia
fresche messaggere d’autunno
sulle ciglia
sulle labbra
si rincorrono
assetata le bevo e canto
canto sulla strada che si inerpica al monte
nelle ombre lunghe dei faggi
mi intano
un buio cavo si avvera
imbrunisce il silenzio.

 

(c) Laura Tarugi
(c) Laura Tarugi

 

colore dell’oro è l’erba

piccoli passi scendono dall’alto

come a rincorrere un uccello

nell’ora della sua morte.

(c) Laura Tarugi
(c) Laura Tarugi

 

 

fresche aurore

avanzano

la notte

io

respiro

il giorno

(c) Laura Tarugi
(c) Laura Tarugi

non ho mai desiderato

raggiungere l’orizzonte

per toccarlo

mi basta guardalo

l’indice ne percorre

la morbida curva

si attarda sulle onde

dense

sinuose

poi giù giù fino al molo

qui

 

le gambe a ciondoloni

lo sguardo fisso a piombo

ascolto la madre

il suo respiro

batte sordo sugli scogli

e in me / fa eco

dentro.

(c) Laura Tarugi
(c) Laura Tarugi

 

quel profumo di canne palustri

di grano appena tagliato

quel fremito di rondini in volo

nell’azzurro di luce

tra i rami slanciati dei pioppi

mi prendeva

l’estate

 

(C) TUTTE LE FOTO SONO DI LAURA TARUGI

(C) TUTTI I TESTI SONO DI GIOVANNA GENTILINI

(Meglio ripeterlo. Le autrici consentono la ripresa parziale o totale dei loro lavori solo se richiesta  e se completa delle loro firme)

 

Potage de sabot – Poesie per Erri De Luca – (da Sprigionate le parole a Reggio Emilia)

 “Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero

con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione

Art.21  della Costituzione della Repubblica Italiana

erri de luca, il golem femmina

Il dove è stato nella libreria Conad di Reggio Emilia (che qui ufficialmente ringraziamo:  Grazie infinite); il quando è stato a pochi giorni dal processo contro l’intellettuale partenopeo Erri De Luca; il chi è stato dato dall’adesione  di poeti dalla parte bassa della via Emilia, fra Bologna\Modena\Reggio Emilia; il come è stato dato dalla parola contraria (non solo di Erri De Luca ma in questi giorni è lui che la sta pagando, una gogna tutta italiana); il perché è il perché si!.  Abbiamo (cercato) di aprire la bocca per il muto prima che i muti diventiamo tutti noi altri, menti libere e di buona volontà.

Alcune poete hanno scritto degli inediti per Erri De Luca. Il GolemFemmina  li ospita con l’augurio che essi possano viaggiare anche altrove. Per la cronaca burocratica, le autrici sono ben felici di autorizzare chiunque a diffondere i loro testi. Si chiede loro solo il buonsenso di non cancellare la loro firma.

Ad Erri De Luca e al diritto alla parola contraria.

IL CANTO DEGLI ZOCCOLI 

per Erri De Luca

Sabot, sabot, sabot
Zoccolo, zoccolo duro
da gettare in pasto agli ingranaggi
alla macchina che ti dà il ritmo
alla macchina che ti scandisce il tempo
la macchina e l’ingranaggio
linguaggio e lignaggio
decretano la fine dell’agio
araldi di disagio

Mangia, macchina, mangia
Les sabots les sabots les sabots
lo zoccolo duro del tessitore
E oggi ricorre il 173esimo
In cui Jacques, operaio lionese
per acquietarla, dis-alimentarla
ingozzò di zoccolo la macchina

Potage de sabots
Sabotage

Pina Piccolo 

LETTURE PACIFICHE

per parlare del parlare

della lingua che madre

batte dove duole il dente

e duole qui dove esige dire

la parola che il pensiero dice.

E il pensiero quale è?

Di un potere potente

che fa ciò che crede

e del tuo dissenso

fa scartoffie, melina, finta di niente

potere intransigente

che ti nega la voce

e tu allora per dire

devi erigerti alto.

E da in alto devi dire il pensiero.

Altri si lasciano tacere da soli

si danno per vinti censurano

il proprio dire e ala fine

anche il proprio pensare.

E’ così che muore ogni criterio

di quella che chiamammmo

democrazia che la Arendt ci disse

che dovevamo pensare

se non volevamo rifare

i campi di concentramento.

***

E quando sono incazzata

io parlo incazzata

la voce forte dice cose dure

E la prova di forza è farmi dire piano

che altrimenti vengo tacciata

di essere io la violenta.

Eppure io non ho che la parola e

di parole ogni giorno son massacrata.

Parole che feriscono, ma io non ferisco.

Feriscono il mio senso di bene,

di cittadinanza.

Parole che diventano fatti,

che diventano soldi e

pagano chi mi disfa il lavoro, la casa

un bosco il paese. Il Paese.

Approvvigionano mafie e corrotti.

Il Paese. Il mio amore per il quieto vivere

per una libertà leggera

rispettosa di ciò che altro.

Leilà Falà

ALZIAMO FORTE E CHIARA LA PAROLA

alziamo forte e chiara la parola
qui nella pianura
lungo la valle fino al monte
perché ci ascolti il fiume,
l’acqua del torrente
la vigna, gli alberi del melo
e gli abeti, i salmoni
i petti rossi e le aquile
nel cielo
il bosco tutto, le cime innevate
alziamo forte e chiara la parola
per la cova degli uccelli
il palco dei cervi
i pascoli d’altura
per il bosco e il suo silenzio
per il ventre del monte
violato
alziamo forte e chiara la parola
per fare da barriera
all’insipienza e all’ingordigia
dello stato
alziamo forte e chiara la parola
per gli uomini e le donne
che con il sangue ed il sudore
hanno fatto fertile la terra
per il nascere dei figli
senza polveri di amianto
nelle vene

Giovanna Gentilini 

LUPI E FALCHI

Io che nel sociale sono impegnata
giusto quel tanto da non farmi male
alle mie poesie cambio le parole
per renderle facili da capire.
Negli arzigogoli nascondo testa e coda
affinché la voce possa uscire filtrata
come da un imbuto,
anche se capita, forse a causa di correnti da più lati
mi resti chiusa in petto solidificata,
e da questo intreccio fatale al risultato
fuoriesce alfine il filo d’un belato
e lupi e falchi attorno, con un boccone
fanno di me grosso bottino scarso di parole.

Caterina Franchetta
Reggio Emilia, 25.1.2015

LA PAROLA CONTR’ARIA

È lì nella lingua

che s’annida il nemico di donne santi e incanti

fritt’aria riccia e spiccia

ci vuole inermi ubbidienti solerti

tra gli sterpi certe serpi

e io dico no con erri

sabotando seduta stante la parola dominante

in pratica creazione continua nov’ovazione

perenne provocazione per una storia

di follia retriva prepotenza giuliva

da far brillare all’istante

e sbriciolare d’ogni altare le macerie

trucide gardenie piene di tenie.

Nadia Cavalera

S. Sambiase, G. Gentilini, C. Bedocchi
S. Sambiase, G. Gentilini, C. Bedocchi
C. Franchetta
C. Franchetta
L. Failà, N. Cavalera.
L. Failà, N. Cavalera.
N. Cavalera, L. Fornieri, C. Bedocchi
N. Cavalera, L. Fornieri, C. Bedocchi
M. Paltrinieri
M. Paltrinieri