Versante Ripido, Flavio Almerighi e Capo Mundi – nel nuovo numero di settembre

 

versante ripido, il golem femmina

Nel nuovo numero di Versante Ripido, sempre ricchissimo di letture, Flavio Almerighi ha recensito Capo Mundi, il mio libro di poesia. Ma c’è molto, molto altro ancora da leggere. Buona lettura.

 

http://www.versanteripido.it

dal numero 8 – settembre 2014

Simonetta Sambiase per molti versi Poeta: Capo Mundi, Onirica Ed. 2014, recensione a cura di Flavio Almerighi.

(c) hengki koentjoro
(c) hengki koentjoro

 

…. La seconda. È che ogni uomo e ogni donna resuscitano a loro stessi nel momento in cui possono traslarsi, trasferirsi, armi, bagagli, esperienza verso una nuova vita, un nuovo approdo, considerando che l’arte della vita e quella della poesia sono somme di approdi. Con tutti i timori del caso, soprattutto quando la costa di partenza è perduta, non si potrebbe più raggiungere, tornare indietro, e la nuova terra non si intravede ancora, nemmeno si conosce la giusta direzione. Eppure il coraggio, la determinazione, la verità “sanno” e spingono ogni Ulisse alla propri Itaca in capo al mondo.

Il rumore di un viaggio
– quello vero o quell’ultimo –
discende e fa paura.
L’essere raggiunti dai suoni nelle orecchie
che franano pensieri impossibili da ascoltare
poco decifrabili, fuori dalla portata delle ore
che ti cambian nome.

Ed ora
non ci è rimasto più che il nulla
come il giorno primo in cui siamo nati
fuori dal mare
con la fame, battito convulso e lungo
questi passi e trapassi saranno per sempre
nuovi accenti di un mondo liquido
pieno di sopravvissute anime invisibili.

http://www.versanteripido.it/ambiase-note-lettura-almerighi/#comment-7039

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Simonetta Met Sambiase : a proposito di Eros e polis di Claudia Zironi

Sulle Carte Sensibili, la (mia) recensione del nuovo libro di Claudia Zironi. Buona lettura, buone emozioni.

CARTESENSIBILI

alberto cini

Alberto Cini- trono6

 .

E’ grande la concentrazione di attenzione per l’Eros in letteratura, anzi è infinita. Ma è anche indistinta, come la sua stessa natura. Una miriade di versioni differenti di libri che raccontano di un bisogno profondo nell’animo e nel corpo. Così, per avviarsi alla lettura di un nuovo libro intitolato d’Eros, bisognerebbe cominciare a decifrarne il contenuto “per sottrazione” , per consentirci l’orientamento nella nebulosa via della condizioneespressione dell’erotismo, e soprattutto per non disperderci o sprofondare nell’ennesima versione di melos eo porno, così interminabilmente di moda. Per definire quale sia stata la condizione della Parola e dell’Eros nel libro di Claudia Zironi, procediamo quindi per esclusione, per atto critico, per indizi, per aperture o informazioni prospettiche, e alla fine della scomposizione ci arriva il necessario ossimoro di oblazione-dominazione dell’Eros della poeta, che ci avvicina a dialogare al suo centro, al suo cuore, al suo ventre, a quel divino…

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Mi ha insegnato a non aver paura della morte – di Giovanna Gentilini.

Ho da fare una breve premessa: quando ho chiesto a Giovanna Gentilini se volesse parlarmi un po’ di più di una sua poesia tratta dal libro “Mentre rammenti ascolta il lievito” lei, come sempre accade, ha promesso di accontentarmi  e così è stato. Mi ha inviata una memoria che non posso non condividere con voi. Buona lettura.

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Felice Casorati

Se penso a lei, la prima cosa che vedo sono le galline, nella cantina, attraverso la finestra, chiusa da un’inferiata, che dava sulla strada. Co, co, co….. le sento ancora mentre beccano il ”pastone”, così chiamavano i grandi la miscela di farina di granoturco e pane vecchio ammollato. Non vedo il viso, ma la vestaglietta di cotone a piccoli fiori su fondo nero, il colore della sua vedovanza, e sopra questa il grembiule da cucina , di cui teneva un lembo con la mano sinistra mentre con la destra spagliava il granoturco. Abitavamo al terzo piano di una casa di nuova costruzione, alla periferia estrema della città, e tutte la famiglie avevano una gallina, dopo la guerra.
Alla morte del nonno dovette lasciare l’appartamento al primo piano e anche la cantina; il suo viso, che non lasciava mai trasparire alcuna emozione, come se fosse rimasto ingessato dal dolore, ebbe un’espressione di disappunto e con un filo di voce : “ come faremo senza galline…”. Andò ad abitare con mia zia Marcella nell’appartamento al primo piano di fronte a quello che era stato il suo. Il nonno era morto nella primavera del 1945, ammazzato dai partigiani in un porcile, e nel giro di un anno la nonna perdette anche la casa e le galline………, un vuoto difficile da riempire. Poi nacque Rossella, mia cugina, e lei, per accudirla, si trasferì in casa del figlio minore, Giorgio, fratello di mia madre e il suo cuore, finalmente si aprì. Le morbide braccia di Rossella allontanarono i fantasmi che popolavano la sua mente. Ma questo avvenne alcuni anni dopo, quando io avevo undici anni. Prima di allora, lei, la donna più anziana della famiglia, m’ incuteva una sorta di timore; era di poche parole, anzi spesso taceva e non accennava mai ad un sorriso. Iniziai a conoscerla e, poi, ad amarla, quando, alla nascita di mio fratello Francesco, avevo nove anni, dovetti trasferirmi dal mio letto al suo. Tutte le sere, dopo aver cenato, scendevo quattro rampe di scale ed entravo nella sua stanza. La nonna toglieva lo scaldino dal letto, era novembre, ed io salivo aggrappandomi al materasso di piume dove mi accoglievano bianche e profumate lenzuola. Una bambola, che le avevano regalato il giorno del matrimonio, vestita di pizzo rosa, seduta su una sedia accanto al letto, guardava me e la nonna mentre recitavamo: Padre nostro che sei nei cieli……; una fila sgranata di preghiere : Ave Maria, Salve o Regina, Angelo di Dio….. . Terminava la litania un numero imprecisato di “ Eterno riposo” per tutti i morti e, per il nonno. Come ricompensa, per l’impegno nella preghiera, la nonna mi raccontava storie di fuochi fatui, i morti, lei diceva, che tornavano a trovare i loro cari. Io ascoltavo rapita; se chiudevo gli occhi, mi sembrava di vederle quelle fiammelle vaganti di notte nella campagna, intorno a casa, e le amavo. Non mi abbracciava, la nonna, ma io sentivo lo stesso il calore del suo corpo sdraiato accanto al mio e la sua voce carezzevole come una piuma.. Lei mi ha insegnato a non averne paura, dei morti. C’era una grande quadro, nella parete in fondo ai piedi del letto, rappresentava una bambina mentre attraversava un ponte sospeso su un dirupo, ad attenderla un angelo; mi dava un po’ di inquietudine quel dipinto,temevo che la bambina cadesse di sotto, anche adesso mi chiedo: “ sarà caduta?…..”. Quando,all’età di ottantaquattro anni, si spense, ero con lei. Il 21 di Aprile di due anni fa, in una fresca mattina di primavera, Rossella ed io andammo a riesumarne le spoglie; di lei non è rimasto che un mucchietto d’ossa e la corona del rosario. L’urna con le sue ceneri è a casa di Rossella; potevamo dividerle a metà? Lei, quasi sicuramente non avrebbe voluto. Io ce l’ho sempre vicina, nel mio cuore.

(c) Giovanna Gentilini
(c) Giovanna Gentilini

Il vent’uno di Aprile a primavera

(da “Mentre rammenti ascolta il lievito”

edizioni Rossopietra, 2013)

 

Tu non sei solo quel mucchietto d’ossa

color di terra mischiate al tuo rosario

sei la bambina

dai capelli biondi e mossi

che salta i fossi

nei campi che circondano il mulino

che il vent’uno di Aprile a primavera

raccoglie viole nei prati a Saliceta San Giuliano

dove fanciulla dai lineamenti fini

incontrasti il tuo Francesco e lo baciasti.

sei la donna

che il vent’uno di Aprile a primavera

lo vide portar via dai partigiani

con lui avevi fatto quattro figli

lo ritrovasti un anno dopo

dentro al suo cappotto

ridotto anch’egli

ad un mucchietto d’ossa

buttato insieme ad altri in una fossa

in quell’inverno di morte e di follia.

sei la nonna delle giuggiole

che mi faceva le trecce ogni mattina.

 

***

Mi ha insegnato a non aver paura/dei morti/la nonna

 

arrampicarsi era un’impresa

sul letto in ferro battuto

il materasso di piume

sfuggiva alla presa

tra piume sprofondo

un momento

poi tutto ritorna

silenzio

nel buio con nonna

a Dio

intonavo

nel buio

lanciavo

preghiere

per i vivi per i morti

per il nonno

 

poi storie

magnifiche storie

nascevano

tra candidi lini

magnifiche storie

tra calde lenzuola

di fuochi

di fatuifuochi e

fantasmi

di mortiviventi

allegri o piangenti

ogni notte a cercare

i parenti

-le luci, le piccole luci

che danzano tra

l’erba dei campi

sono loro

– cantava la nonna –

è   il nonno –

ed io

per amore per pena

a loro per mano

il segreto sentiero

indicavo

per amore dei vivi dei morti

coi morti bambini

per amore per gioco

a strega giocavo

 

(c) Giovanna Gentilini

L’Iraq oggi. Riflessioni da una terra strappata. Di Gassid Mohammed.

(c) Faisal Al-Sudani
(c) Faisal Al-Sudani

È da un po’ di tempo che l’Iraq è diventato il protagonista della stampa mondiale,  da quando gli Yasidi e i cristiani sono diventati la mira dei “mostri” dell’ISIS. Ebbene, sono assolutamente irrequieto e preoccupato da quello che sta succedendo a queste due preziose minoranze della popolazione irachena. Il fatto che queste due minoranze stiano per essere sterminati, o che abbandonino il paese, è un crimine nei confronti dell’umanità, un disastro umano effettuato da quei “mostri”, ma è anche un impoverimento al paese. Perdere la differenza in un paese è perdere una parte importante della sua ricchezza umana. Per cui sono indignato, arrabbiato e anche provo vergogna in quello che sta succedendo oggi.
È noto a tutto il mondo quel che sta succedendo,  del genocidio nei confronti di queste due popolazioni, e lo schiavizzare e addirittura vendere le loro donne nei mercati, di obbligarli ad abbandonare le loro case ecc. È poco noto però al mondo il come stia succedendo tutto questo.
C’è da sapere in realtà che l’Iraq, da quando è caduto il regime dittatoriale, non ha visto pace né vita normale. Nel primo momento, dopo l’occupazione americana dell’Iraq, il Paese era diventato protagonista della stampa mondiale, ma dopo un po’ di tempo è caduto nel l’oblio. Gli iracheni però continuavano a morire in silenzio, all’insaputa di tutto il mondo. La morte non portava la falce per mietere le anime degli iracheni, ma gli strumenti sono diventati più adatti per mieterne il  più alto  numero possibile. Le bombe, le autobombe e i kamikaze sono diventati la falce della morte. Ma i “mostri” estremisti hanno superato persino la morte con la loro astuzia, e sono diventati davvero artisti di morte. Allora ti capita di morire con una bicibomba, o asinobomba.  E hanno persino approfittato di poveri malati di mente e hanno cominciato a farli kamikaze. E mentre stai vicino a un negozio per compare il pane, vedi arrivare un povero matto sorridente, ma non sa lui e nemmeno tu che ti sta portando in tasca la morte. In dieci anni, ogni giorno, muoiono almeno una cinquantina di persone in Iraq. Tutto questo succede e il mondo, con tutte le tecnologie, i satelliti, i social network, non sa proprio niente, o forse meglio dire, non vuole sapere nulla.
Sarò ipocrita se dico che gli iracheni non c’entrano con tutto ciò che è successo durante questi lunghi anni, e con l’ISIS ora, ma c’è da sapere alcune cose.
È da centinaia, anzi, migliaia di anni che gli iracheni vivono in pace, e gli ebrei, prima di essere costretti a lasciare l’Iraq per Israele, i cristiani, gli  yasidi, i mandaei etc, tutti convivevano insieme senza conflitti e guerre. Erano  amici e vicini, si scambiavano piatti tradizionali, si facevano gli auguri per le feste tradizionali ecc. Certo che gli estremisti ci sono stati sempre, in tutte le religioni e le credenze, e ci saranno per sempre, purtroppo, ma non a questo livello, ma non al livello  a cui siamo arrivati oggi con l’ISIS e i loro simili. Ebbene, da dove vengono questi “mostri” che hanno sterminato centinaia di migliaia di iracheni da tutte le religioni e le etnie? Dicevo prima che sarei stato ipocrita se dicessi che gli iracheni non c’entravano, ma posso dire che la maggior parte della violenza è stata importata in Iraq. Certo, qualcuno di voi ora aspetta che io getti tutta la responsabilità sugli Stati Uniti, ebbene, no, non è così. È vero che gli americani hanno fatto di tutto e di più nel mio Paese, anche cose positive, non bisogna negarlo, ma non voglio essere tradizionale e dire che la colpa, tutta la colpa, è degli americani. Devo dire che i primi ad essere incolpati sono gli stessi iracheni. I politici per primi, quei cosiddetti “leader” che non sono mai riusciti, e non hanno mai cercato di infondere amore e fratellanza tra le diverse appartenenze, religioni, etnie sette del popolo iracheno, anzi, si sono approfittati dei conflitti per godersi del trono. Poi c’è il popolo iracheno che è stato oggetto si manipolazione dei politici e anche dei paesi vicini.
La seconda categoria da incolpare, e i primi tra coloro che hanno importato la violenza in Iraq,  sono i paesi vicini, i nostri “fratelli arabi” e i nostri correligionari iraniani. Infatti, la maggior parte dei leader terroristi che l’esercito iracheno ha catturato lungo questi anni in Iraq provengono da Paesi arabi, paesi che appoggiano il terrorismo, lo sostengono a livello economico, militare e anche umano. E ancora oggi la maggior parte dei “mostri” dell’ISIS sono di nazionalità arabe, e il loro sostegno economico, militare e umano è dato da alcuni paesi arabi. Certo che la prima e più grande colpa di alcuni iracheni è anzitutto preparare il terreno per entrare e restare in Iraq, ed anche sostenerli.
Forse il mondo non sa quali paesi sostengono il terrorismo in tutte le sue forme e i terroristi nelle loro diverse appartenenze, ma certo, certissimo che il Consiglio di Sicurezza, gli stati maggiori, le potenze mondiali che si sono riuniti soltanto due giorni fa per condannare non solo il terrorismo ma, e sopratutto, i sostenitori del terrorismo, sanno molto bene chi sono questi paesi. Lo sanno perché sono i loro più grandi alleati, perché sono i paesi che forniscono loro di petrolio, che è il motore delle potenze mondiali. Lo sanno assai bene, ed è proprio questo loro menefreghismo, la loro noncuranza che ha portato la situazione a questo che viviamo oggi.

GASSID MOHAMMED

E’ negli oggetti che ti ricerco – Poeti per Ustica –

Germano Sartelli
Germano Sartelli

Non si sa ancora che spazio avrà la verità e la storia di Ustica ma ancora si ricorda di chiedere il diritto alla verità e alla storia su quello che è successo nei cieli della piccola isola ai bordi del mare di Sicilia. La memoria collettiva è un grande atto di impegno ontologicamente civile, perché scegliere dalla verità quello che bisogna continuare a tramandare e quindi produrre nel tempo come storia e quello che bisogna escludere dalla memoria (e quindi escludere dalla storia) è di per se un procedimento niente affatto oggettivo, i suoi meccanismi di visione e revisione sono fluttuanti fino a che l’universalità della visione (concessa o acquisita stabilmente) non ne fissa la necessità del racconto. Lo spazio della storia è fragile e frangibile e presenta possibilità di fratture, laddove essa possa essere non chiaramente raccontata o volontariamente franta in menzogne e mezze verità per orientare il suo ricordo verso il nulla, ossia verso l’oblio, e non fa male ricordare queste elementari narrazioni in un Paese come il nostro dove la storia ne ha fin troppe di crepe e di fessure che si vorrebbero riparare con il silenzio. Ustica ne è una: una frattura, una memoria che ancora deve depositarsi nel fiume della storia. La consegna del silenzio (nda: eufemismo. Dell’omertà del potere sarebbe giusto scrivere, ma va beh….) è stata data da quel giugno 1980 ad oggi per impedire che la storia dei cieli di Ustica si consolidasse in quella maggiore( la storia patria da ratificare a scatola chiusa) e quello che impedisce al silenzio di dominare, di conquistare lo spazio bianco dell’oblio, è la parola fissa, come il disco rotto che suona incessantemente e disturba. La parola fissa dei parenti e delle loro associazioni, e di quella parte di opinione pubblica che non ha paura di chiedere il diritto alla verità. La parola quindi è un atto turbativo, un’eccezionalità necessaria per conquistare spazio e memoria, che porta con se la responsabilità del rumore del libero pensiero, una certa parola chiede quindi il rispetto, e letta o scritta o parlata,la sua è una necessità “sociale”. Un’urgenza di storia.

Above di Mimmo Rotella
Above di Mimmo Rotella

Le parole del libro “E’ negli oggetti che ti ricerco” sono plurali e corali. Tre poeti e un’artista visuale compongono le loro parole per “ricordare, con il linguaggio universale dell’arte, quelle vite spezzate in una vergognosa e mai del tutto chiarita azione di guerra aerea in tempo di pace”. Spetta a loro quattro tramandare la storia di quelle vite nel silenzio, e il silenzio è uno spazio enorme, infinito, sconfinato, eppure è fin troppo “naturale” all’uomo. La terra sta zitta, vive in assenza di rumore qui come nello spazio astrale, e sono le razze animali (e il loro più agguerrito esemplare, l’uomo) a portare rumori e suoni, ed è l’orecchio umano\animale che li sente, che ne segna la presenza vitale. Dove cercare la vita quando non fa più rumore? Per le parole del libro la vita continua negli oggetti che appartengono non più alla voce\uomo ma agli occhi\ricordo e dagli oggetti che viva e vivida scorre ancora la vita negata che chi rimane in vita cerca di riprendersi come può o come riesce ancora. Leila Falà, la poeta che apre il libro, ha la chiave della parole come di un’apparizione sottovoce di ombre parlanti,” raccoglie in sottovoce le domande\senza preavviso la tua voce\mi risuona di colpo lenta lenta\– guardavo ferma la fuga delle mattonelle?\attendevo un bus? un pane dal fornaio?-.\proprio allora, proprio lei piano rinasce\la tua voce, sottovoce, nota a nota\non intera, sillabe affettuose,\come cura interminabile\per un attimo mi sana, terapia\buona mollica per il cervello.

Tutto è successo e se ne deve fare “fardello” per continuare a sentire la parola, la voce, nei versi e nelle cose che sono state gli amati e le amate: le allegorie divine o nobili sono bandite. Non c’è tensione, non c’è l’attrito del ritmo o del verso, deve emergere la parola , orecchio e voce e simulacro di chi si è amato ed ora è ombra, il cuore dell’enunciato poetico è quella “nota a nota non intera”, i versi non possono consumarsi perché hanno la partitura metrica della memoria.

I versi che seguono Leila sono simili all’eco: Nicola D’Altri sospende nell’eco i suoi versi per “domandare parola” laddove la ragione non c’è più e il sentimento è un costante dolore. L’eco è la voce spersonalizzata di un uomo nello spazio vuoto, che ripete la domanda senza mai rispondere ad alcuno “ Non è successo niente. Niente è mai successo. Tu sei la domanda.” Il tono del verso diventa meno familiare, lo spazio metrico è maggiormente serrato, la voce è un esodo che entra ed esce dal coro delle domande incarnandosi spesso in prima persona in una sequenza di spazi collettivi. Tutto è ombra e sagoma d’ombra; non è possibile dare equilibrio al dolore della perdita e il verso può solo seguire l’esodo degli amati che sono ormai fuori dalla vita, nel corpo di parole che spesso di riducono fino a chiudersi.

Anche Roberta Sireno usa un movimento frammentato nella divisione dei versi, ma i suoi sono i più lunghi, superano la misura metrica per l’esigenza di lasciare spazio all’indagine del cuore nello spazio bianco del ricordo (siamo\sono\occorre\progetto\penso), e l’alternanza fra lunghi versi iconici e versicoli rende l’ordito fluido e tragico nello stesso spazio. Non si espande nulla, tutto finisce per contrarsi in un mondo passato, che seppure appartenente alla comunità vivente ed umana ne è già fuori, erosa dal dolore, e si lascia ai versi il potere di dire “ciò che non sappiamo dire” (G. Mesa) “soffrendo la scomparsa soffrendo deduco la necessità \del lavoro grezzo lavoro sillabico della\cenere sparsa. L’incanto non è più su questa terra “ progetto la nostra morte\universale oltre i rami del cipresso\che mi sta davanti”.

Lo spazio pittorico e grafico nella plaquette è affidato all’artista Germano Sartelli. Nella prefazione si legge che l’artista dona “un’inquietudine di forme,di linguaggio, di materie e di segni in un fluire incessante da una dimensione all’altra. Da un punto di vista all’altro. Da una sola apparente dispersione a una traiettoria ellittica di avvicinamenti e di distanze”. Sartelli sceglie di implodere gli oggetti, in una sorta di lista delle cose mancanti, spostando e posizionando piccoli frammenti di materiale che una volta era un qualcosa di precisamente definito e consumabile ed ora invece è un fantasma che si ripresenta dall’Ade alla Terra senza nessuna gravità. La gravità dell’aria e del cielo dove è esploso il tutto tanti anni fa, la gravità del lutto che è imploro in tutti quelli che non hanno più sentito la voce di chi è rimasto sepolto in quel mare.

SALAM GAZA – Poesie per l’urgenza di Gaza dalla pagina dei 100thousan poets for Change

 

(c) Kaled jarrar
(c) Kaled jarrar

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SALAM GAZA – Poesie per l’urgenza di Gaza è una pagina aperta su Facebook dal gruppo territoriale di Bologna Modena e Reggio Emilia dei 100thousand Poets for Change. E’ un libro in progress per raccogliere poesie per Gaza in italiano, arabo, francese, spagnolo, russo, etc
ed usare la poesia per sostenere lo spirito di resistenza del popolo palestinese soggetto all’aggressione a al bombardamento di Israele. Le poesie che si stanno raccogliendo  (insieme a scritti, foto, video, notizie di letture poetiche e ancora altro) sono inconfutabilmente tante; il Golem femmina  ne prende solo una parte e vi invita a leggerle tutte sulla pagina. Alcune delle poesie raccolte non sono ancora tradotte in italiano: chiunque voglia prenderle e tradurre può liberamente farlo, l’importante è come sempre citarne l’autore\trice.
Restiamo umani. Restiamo umane. Tutti e tutte noi.

(c) Paolo Pellegrin
(c) Paolo Pellegrin

 

Dal tipico kefiah palestinese
dal tremito della morte, e l’urlo della nascita
dalle torture della terra e dal battito della vita
dalle grida dei bambini
al momento della redenzione
il grido del sacrificio
a chi scriverò?
per chi le parole suoneranno in armonia fino alla morte
per chi camminerò e porterò i miei passi lungo l’universo
a chi racconterò la storia del nostro amore perso?
e preparerò come cuscino
il paradiso dei miei sogni
e inciderò le più belle parole sulla tua fronte splendente
dimentico che nonostante i miei lamenti ti amo
sono una storia passata che continuerà a vivere
nell’amore della tua memoria
quando le parole sono diventate fiamme nelle tue ferite
e tutte le forme d’amore sono divenute un gioco
continuerò a tenere i miei occhi aperti nel sole
e il mio cuore nel nome dell’amore
il mio indirizzo è sul cancello del dolore
continuerò
con il mio amore dentro una ferita profonda che illumina il buio
e sono passata a te
ho attraversato luoghi di dolore
ho superato la lava del vulcano
sono uscita dall’eco delle urla e dal calore delle parole
dai mali delle nostre penne
dalle montagne, dagli alberi
dalle nostre coste, dalle nostre sabbie,
dal nostro mare
e dal mio verde ulivo sono venuta a te

a te sono venuta
oh mio cuore
ai miei occhi alla mia terra,
nella mia vita gioisca
tu chiedi una parola per me
sei diventato una canzone.

Hanan Awward

 

 

Ho dimenticato di essere un beduino

che vaga nel deserto
vaga nel deserto
per far sorgere le fonti
e costruire centinaia di belle città
nella poesia appesa nelle tende della cava
e sulle tracce di kefiah
per spandersi in ogni terra
dal momento che io non ho neanche una terra
io non ho terra

Ali Al Khalili

 

“Un attimo”
Desidero solo silenzio e quiete,
non parlarmi di cose del passato e del futuro
non parlarmi di ieri e non andare
all’indomani.
Questo attimo, per me,
non ha nè prima nè dopo
non ha più senso
ieri è scomparso quali echi e ombre
e l’ignoto domani si dilaga lontano
e non si vede più
sarà forse diverso di quanto han disegnato
le mani dai sogni tuoi e miei,
diverso di quanto desideriamo?
Questo attimo, e non altri tempi,
è un fiore che si apre nelle nostre mani:
senza frutti senza radici
ma è solo un fiore di spontanea bellezza,
teniamolo bene prima che si trappi,
amore mio!

Fadwa Toqan

Silenzio per Gaza

Si è legata l’esplosivo alla vita
e si è fatta esplodere.
Non si tratta di morte, non si tratta di suicidio.
E’ il modo in cui Gaza dichiara che merita di vivere.
Da quattro anni, la carne di Gaza schizza schegge di granate da ogni direzione.
Non si tratta di magia, non si tratta di prodigio.
E’ l’arma con cui Gaza difende il diritto a restare e snerva il nemico.
Da quattro anni, il nemico esulta per aver coronato i propri sogni,
sedotto dal filtrare col tempo, eccetto a Gaza.
Perché Gaza è lontana dai suoi cari e attaccata ai suoi nemici,
perché Gaza è un’isola.
Ogni volta che esplode,
e non smette mai di farlo,
sfregia il volto del nemico,
spezza i suoi sogni
e ne interrompe l’idillio con il tempo.
Perché il tempo a Gaza è un’altra cosa,
perché il tempo a Gaza non è un elemento neutrale.
Non spinge la gente alla fredda contemplazione,
ma piuttosto a esplodere e a cozzare contro la realtà.
Il tempo laggiù non porta i bambini
dall’infanzia immediatamente alla vecchiaia,
ma li rende uomini al primo incontro con il nemico.
Il tempo a Gaza non è relax,
ma un assalto di calura cocente.
Perché i valori a Gaza sono diversi,
completamente diversi.
L’unico valore di chi vive sotto occupazione
è il grado di resistenza all’occupante.
Questa è l’unica competizione in corso laggiù.
E Gaza è dedita all’esercizio
di questo insigne e crudele valore
che non ha imparato dai libri
o dai corsi accelerati per corrispondenza,
né dalle fanfare spiegate della propaganda
o dalle canzoni patriottiche.
L’ha imparato soltanto dall’esperienza
e dal duro lavoro
che non è svolto in funzione della pubblicità
o del ritorno d’immagine.
Gaza non si vanta delle sue armi,
né del suo spirito rivoluzionario,
né del suo bilancio.
Lei offre la sua pellaccia dura,
agisce di spontanea volontà
e offre il suo sangue.
Gaza non è un fine oratore,
non ha gola.
E’ la sua pelle a parlare
attraverso il sangue, il sudore, le fiamme.
Per questo, il nemico la odia fino alla morte,
la teme fino al punto di commettere crimini
e cerca di affogarla
nel mare, nel deserto, nel sangue.
Per questo, gli amici e i suoi cari la amano
con un pudore che sfiora quasi la gelosia
e talvolta la paura,
perché Gaza è barbara lezione
e luminoso esempio
sia per i nemici che per gli amici.
Gaza non è la città più bella.
Il suo litorale non è più blu di quello di altre città arabe.
Le sue arance non sono le migliori del bacino del Mediterraneo.
Gaza non è la città più ricca.
(Pesce, arance, sabbia,
tende abbandonate al vento,
merce di contrabbando,
braccia a noleggio.)
Non è la città più raffinata,
né la più grande,
ma equivale alla storia di una nazione.
Perché, agli occhi dei nemici,
è la più ripugnante,
la più povera,
la più disgraziata,
la più feroce di tutti noi.
Perché è la più abile a guastare l’umore
e il riposo del nemico
ed è il suo incubo.
Perché è arance esplosive,
bambini senza infanzia,
vecchi senza vecchiaia,
donne senza desideri.
Proprio perché è tutte queste cose,
lei è la più bella,
la più pura,
la più ricca,
la più degna d’amore tra tutti noi.
Facciamo torto a Gaza quando cerchiamo le sue poesie.
Non sfiguriamone la bellezza
che risiede nel suo essere priva di poesia.
Al contrario, noi abbiamo cercato
di sconfiggere il nemico con le poesie,
abbiamo creduto in noi
e ci siamo rallegrati vedendo
che il nemico ci lasciava cantare
e noi lo lasciavamo vincere.
Nel mentre che le poesie
si seccavano sulle nostre labbra,
il nemico aveva già finito
di costruire strade, città, fortificazioni.
Facciamo torto a Gaza
quando la trasformiamo in un mito
perché potremmo odiarla
scoprendo che non è niente più
di una piccola e povera città
che resiste.
Quando ci chiediamo cos’è che l’ha resa un mito,
dovremmo mandare in pezzi tutti i nostri specchi
e piangere
se avessimo un po’ di dignità,
o dovremmo maledirla
se rifiutassimo di ribellarci contro noi stessi.
Faremmo torto a Gaza
se la glorificassimo.
Perché la nostra fascinazione per lei ci porterà ad aspettarla.
Ma Gaza non verrà da noi,
non ci libererà.
Non ha cavalleria,
né aeronautica,
né bacchetta magica,
né uffici di rappresentanza nelle capitali straniere.
In un colpo solo, Gaza si scrolla di dosso i nostri attributi,
la nostra lingua e i suoi invasori.
Se la incontrassimo in sogno
forse non ci riconoscerebbe,
perché lei ha natali di fuoco
e noi natali d’attesa
e di pianti per le case perdute.
Vero, Gaza ha circostanze particolari
e tradizioni rivoluzionarie particolari.
(Diciamo così non per giustificarci, ma per liberarcene.)
Ma il suo segreto non è un mistero:
la sua coesa resistenza popolare sa benissimo cosa vuole
(vuole scrollarsi il nemico di dosso).
A Gaza il rapporto della resistenza con le masse
è lo stesso della pelle con l’osso
e non quello dell’insegnante con gli allievi.
La resistenza a Gaza non si è trasformata in una professione.
La resistenza a Gaza non si è trasformata in un’istituzione.
Non ha accettato ordini da nessuno,
non ha affidato il proprio destino alla firma
né al marchio di nessuno.
Non le importa affatto se ne conosciamo o meno il nome,
l’immagine, l’eloquenza.
Non ha mai creduto di essere fotogenica,
né tantomeno di essere un evento mediatico.
Non si è mai messa in posa davanti alle telecamere
sfoderando un sorriso stampato.
Lei non vuole questo,
noi nemmeno.
La ferita di Gaza non è stata trasformata in pulpito per le prediche.
La cosa bella di Gaza è che noi non ne parliamo molto,
né incensiamo i suoi sogni
con la fragranza femminile delle nostre canzoni.
Per questo Gaza sarà un pessimo affare per gli allibratori.
Per questo, sarà un tesoro etico e morale
inestimabile per tutti gli arabi.
La cosa bella di Gaza è che le nostre voci non la raggiungono,
niente la distoglie.
Niente allontana il suo pugno dalla faccia del nemico.
Né il modo di spartire le poltrone del Consiglio Nazionale,
né la forma di governo palestinese
che fonderemo dalla parte est della Luna
o nella parte ovest di Marte,
quando sarà completamente esplorato.
Niente la distoglie.
E’ dedita al dissenso:
fame e dissenso,
sete e dissenso,
diaspora e dissenso,
tortura e dissenso,
assedio e dissenso,
morte e dissenso.
I nemici possono avere la meglio su Gaza.
(Il mare grosso può avere la meglio su una piccola isola.)
Possono tagliarle tutti gli alberi.
Possono spezzarle le ossa.
Possono piantare carri armati
nelle budella delle sue donne e dei suoi bambini.
Possono gettarla a mare, nella sabbia o nel sangue.
Ma lei:
non ripeterà le bugie.
Non dirà sì agli invasori.
Continuerà a farsi esplodere.
Non si tratta di morte,
non si tratta di suicidio.
Ma è il modo in cui Gaza dichiara che merita di vivere.

Mahmoud Darwish 1973

For Mahmoud Darwish, whispering his soul over Gaza

You were taken by a merciful death, Mahmoud
Lest phosphorous devour your heart
A chorus of stones answered
As the Strip lay awash in wrath
And a swallow looked and wept
As the bricks came unwrapped
And the song of ages drowned
The knocks of unmanned flight
As a tribe of pigeons cooed
a lone baby to sleep
through the night
And the ghosts of the olive groves
Bereft of poet
Sang the Buraq back to life.

January 2009

PINA PICCOLO

If I stretch my soul between the disintegrating
Earth and the pearly heaven
If I stretch it gently and embroider it
With red roses and white roses
With blue birds and opal butterflies
With meadows the colour of passionate green
If I do if I do
Then call to the children
Under the debris
Underneath the rubble
Further down below the mangled concrete and steel
If I call to them
To rise whole and healed
To rise to rise
Then guide them to the carpet of flowers
Stretching high high
Into the tall tall
Gates of a city of light
Blue here and golden there
Silvery above and rippling ultramarine below
Shining to the left
And gleaming to the right
If I do If I do
So that ,listening, I hear childish laughter
ringing in the city of light
from twinkling star to a glimmering pool
From an amber moon to a shimmering tower
If I do if I do
Will they forgive me?

©Alisar Iram

Grappes de colère sur les rides de mes pages.

Grappes d’avions
De bombes, d’explosifs
S’accrochent aux branches du firmament
Pour planter des clous
Partout à Gaza, ses rives
Ses terres tristes
Dans des corps innocents
Pour brûler vifs
Des enfants,
Des femmes,
Des hommes,
Des vieillards,
Qui ne sont pas guerriers
Qui ne sont pas soldats…
Vents de déceptions
Ivres nagent dans les flammes.
Blessée, meurt la colombe
Gicle le sang et dérive
Et sur le front de l’humanité
Toute l’humanité
S’abattent des raz de marée
De honte,
D’humiliation,
De détresse,
De perdition…
Cérémonies mortuaires
Veuves et orphelins en délire
Chantent les martyrs:
Ces anonymes
Qui sont partis tôt le matin,
Un jour
Sans tambour ni trompette,
En quête d’un gagne-pain perdu
D’un bonheur éphémère
D’un air pur que l’on respire
D’une atmosphère qui ne pue pas
La crasse et la misère
A cause d’une autorité coloniale,
Impériale,
Sioniste,
Raciste et fasciste,
D’une politique expansionniste
Pour guérir l’ambiance environnante
D’une épidémie mortelle
D’une oppression permanente
Qui se propage vite
Qui serre fortement les cœurs
Noircit la chasteté des mœurs
Mais ils sont revenus au bercail
Un soir,
Au crépuscule dans des bières…
Aux assassins récidivistes je dis :-
Moi qui trace sur les rides de mes pages
Des grappes de colère
Faites de paroles sages
Quand mes proches
Mes sœurs et frères palestiniens
Anéantis, disparaissent
Pris dans cet engrenage
Barbare et inhumain
Soûl de sang, de carnage –
Dieu est grand
Nos martyrs ne sont pas morts
Rien ne peut étouffer leurs voix
Qui se dégagent de leurs linceuls
Qui crient vengeance
Venger les affronts, les injures,
Les blessures, les usures
Pour goûter la saveur de la liberté
Respirer le parfum des oliviers et des tilleuls
Mettre en l’avenir toute la foi
En vertu de ces idées abstraites
” Paix, Honneur, Égalité
Justice et fraternité”
Qui pour reconstruire
Ont causé d’énormes dégâts.
(c) Mohammed Hachoum.

Pour Gaza

Pour Gaza,
J’écris,
Je pleure,
Je milite.

Pour Gaza,
On se manifeste,
On s’indigne,
On observe l’espoir.

Pour Gaza,
Mon sang agite,
Mon corps frémit
Ma plume écrit.

Pour Gaza,
Tout le monde
Doit être solidaire
Tout le monde doit réagir.

Pour Gaza,
Mes larmes,
Coulent en silence
Elles se révoltent.

Pour Gaza,
Nos enfants pleurent,
Nos femmes agitent
Et nos hommes bougent.

Pour Gaza,
La terre doit s’arrêter,
Afin de donner la liberté,
Aux palestiniens.

La terre doit s’arrêter,
Afin de juger les coupables
Afin d’essuyer les lames
Des victimes de guerres

On ne doit pas jouer et massacrer,
Les palestiniens afin de gagner les élections
C’est une honte pour tous les israéliens
Qui ont manifesté contre les bombardements

Pour Gaza,
J’enfile le canevas de l’histoire,
Avec les pleurs de mon sang
Pour Gaza je griffonne mes maux sur mes papiers.

Ö ! Peuples du monde,
Ö ! Justice du monde
Regardez la TV
Et écouter la Radio Palestine saigne.

Ö ! Peuples du monde,
Vous pouvez aider Palestine
Pour sa liberté et pour sa dignité
Et pour sa reconstruction.

Que dois- je faire,
Que dois-faire,
Dans un monde sourd
Dans un monde insensible,
Et esclave de la matière.
© FATTOUM ABIDI

another beer, guys?*

lead rains have fallen from skies of odium
and starred aircrafts are flying back to the hq

amos, shlomo and bram set up their camping chairs
and tables
on the hilltop in front
of the gaza border

they check the iphone batteries: they’re full
and so is the portable fridge
the coal in the barbecue is red hot
the golani brigade’s banner waves smugly
in the sundown breeze
the stereo blasts
metallica’s “kill’em all”

the buddies uncap three beers
and have a toast:
“l’chayim!”

one talmud song and
one selfie
as they wait for the next raid

thuds of shellfire
flashes of explosions
and palls of smoke
from the agonizing strip

“what a splendour…” sobs amos
“this is what i call a fucking gig!” shouts shlomo
“wooooo-ohhhh” grunts bram

a round of hi-tens
and they down the beers

harar and jijiga
warsaw
rotterdam
london
dresden
hamburg
chongqing
guernica
hiroshima
nagasaki
hanoi
beirut
belgrade
mururoa
grozny
kabul
baghdad
gaza
gaza
gaza…

fascists in different eras and
under different flags
have always had a flair for
crashing down cities
bodies
and spirits

their progenies chill on viewpoints with
a hot dog in one hand
and a binocular in the other

and enjoy the show

“there is no rationality in the nazi hatred”
primo levi wrote
“consciences can be seduced and obscured again”
and again
and again…

the aircrafts are coming back
the iphones are ready

“another beer, guys?”

* written after reading harriet sherwood’s article “israelis gather on hillsides to watch and cheer as military drops bombs on gaza” the guardian, 20 july 2014

RAPHAEL D’ABDON

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IL FUNERALE
Anche il giorno del tuo funerale
fu un giorno di festa
Erano venuti dal paese
a trovarti
col vestito nuovo della domenica.
Mi sorridevano
mi accarezzavano
regalandomi caramelle
– tutti i bambini sono felici così –
e fuori era una gran giornata di sole
vento e polvere di giugno.
Prima ricordo solo granate esplose in aria
e corse, fughe nella notte
notti trapuntate di bengala
che finivano nel labirinto di un rifugio.

DAVIDE ARGNANI

Bambino di Gaza

Sento rimbalzare nel petto
la tua paura e nelle mani
la ferocia di chi ti ha strappato
al seno di tua madre.

Della sua pena accolgo il riflesso
nei suoi occhi riconosco la rabbia
dell’uomo che diventerai
perché così ti vogliono – disperato e terrorista

né tuo padre nè tua madre potranno difenderti
dove ti hanno imprigionato sei solo
a deflagrare il tuo mondo infantile
nel buio dell’umiliazione della carne

bambino di Gaza io lecco le tue ferite
le porto con me come stigmate
marchiate dall’odio reciproco
dal diritto criminale del più forte

dal sogghigno sanguinario
che ti stritola in spire di serpente
perché così ti vogliono
– all’angolo cieco – figlio dannato

in terra bruciata di Gaza.

Fabia Ghenzovich
Così la terra esplode – dice Kahfee e Faizah lo ripete
mentre Efia le fa eco e Jumapili lo scrive
e la vecchia Minkah lo ricorda, Afsaneh ne tesse una favola,
Akhtar ne vede il fiore, e Darya ne tocca il mare, Elaheh prega per tutti,
Farahnaz azzittisce il suo seme di gioia, Ghoncheh depone un bocciolo dalla veste
e

milioni di persone volano
dovunque in aria volano
senza lasciare un segno
corpi e macerie in una sola amalgama di orrore
poi a terra piombano le strade la voce e la gente
si stringe intorno a quella oscura eclissi china
intorno ai moncherini di una vita che non riconoscono

FERNANDA FERRARESSO

da maremarmo-lietocolle editore 2014
Si aspetta una parola necessaria per spiegare la guerra:
è sul necessario che si accende la parola.
Un muro è un muro
ma un muro necessario a chi vende droni da fuoco
è l’interruzione della linea dei campi
e più non son campi
quel che si formano intorno ai rifugi di fortuna
zeppi di tende e poi lamiere e poi silenzi cavi.
Si coniuga il presente di uccidere in maniera sequenziale
l’esposizione al dolore è ritmata
a chi è necessario piantare il campo di guerra
il raccolto avviene
e si vendemmia
con sudari al posto dei filari.

MET (Simonetta Sambiase)

Eutanasia del pensiero

chi se ne andrà
lascerà indietro il non vissuto
il punto di penombra
il film girato tutto in un istante
si stordirà di giochi
avrà amnesie
per sbarrare le porte alla vecchiaia
chi resta
ha voce fioca
anche se penserà d’aver gridato e se
avrà creduto di mostrare al mondo
un indice puntato sulla luna
senza nemmeno l’indice
_malaluna di sangue ed il suo vuoto_
chi ha coraggio
fotografa la guerra e le macerie
corpi di fango e polvere
(sembrano resti di Pompei)
erano vivi _forse derelitti_
ma sono diventati troppo in fretta
soggetti morti da documentare
e c’è chi vuole non saperne più
di proiezioni
di manifesti e resoconti
di promesse e utopie liberatorie
pure sapendo che
nessuno guarda se non c’è chi mostra
nessuno legge se non c’è chi scrive

CRISTINA BOVE

Sentieri Letterari – Il Magazine –

 

 

 

 

sentieri letterari, il golem femmina

 

Per chi ha ancora le parole

comunichiamole a gesti,

nelle orbite dei saluti, nell’aria degli abbracci

da uomo a te, da giovane a nomade ….

(S. Sambiase)

 

 

 

 

 http://issuu.com/sentieriletterari/docs/rivista_issuu

Una redazione culturale di giovanissimi , ma giovani – giovani –  giovani –  non pseudogiovani over trenta come spesso accade nel mondo rallentato della cultura poetica o forse della cultura italiana in genere, fermo restante le canoniche eccezioni che confermano la regola, naturalmente. Questi giovani redattori – vi raccontavo –  dapprima hanno messo su e curato un bel blog sulla piattaforma Blogspot poi hanno creato anche una magazine mensile su Issuu. In alto a questo articolo trovate il link di riferimento. L’editoriale informa che il primo numero è dedicato al Progresso. Una gran sostantivo, il progresso, fin troppo mobile negli ultimi secoli, è forse giusto che se ne riapproprino i giovanissimi   (del progresso) che magari lo utilizzeranno con un po’ più di sale in zucca, riposizionando lo strumento progresso nella stadera del bene e del meglio e non in quella del necessario e dell’ineluttabile. Che si possa arrivare alla costruzione di uno spazio umano “in progress” dove la grammatica essenziale sia dialogante attraverso le  generazioni e i continenti. Questo “potrebbe essere” il progresso futuro delle genti, delle sequenze impreviste di buonsenso concatenate oltre le parole e i proclami di progresso. Un luogo “condiviso da tutti gli umani, dove è possibile tessere, continuamente e a vari livelli, legami di ospitalità reciproca tra tutti, uomini e donne, indipendentemente dalle loro tradizioni, appartenenze locali, razza o età” (L. Irigaray). Ci si aspetta così tanto da una magazine su una piattaforma gratuita? Si. Radicalmente tanto come il tanto da consegnare ad un giovanissimo, l’immenso cambiamento della nuova generazione che altrimenti finisce schiacciata dalla vecchia. Tanto quanto e altro ancora, è Cultura non può che essere ambiziosa. Auguri Sentieri Letterari, buon lavoro e buon progresso.