Sono cattive le donne che odiano le donne

foto di Pakayla Biehn
foto di Pakayla Biehn

L’ennesima discussione arriva da fra due donne e un uomo di (minimo) potere. Una dice all’altra che lei non festeggia l’Otto marzo perché non è femminista e che queste sono balle, e nel frattempo, piega una spalla verso il basso e gira l’occhio verso l’uomo, che tutto sommato, sta ascoltando. L’altra invece femminista lo è e  vuole continuare ad essere\esserlo nel rumore dei suoi pensieri che variano e che sono pronti ad essere versati nella conversazione ma tacciono nel rispetto della libera scelta. Eppure anche questo non festeggiare il Woman’s Day è un luogo comune ed è ridicolmente pericoloso per il genere femminile. Che donna sceglie l’autodafé della sottovalutazione perfino in una banalissima discussione ad un bar? Eccola lì, è lei che continua a straparlare per stereotipi negativi del suo stesso genere. Eccola lì la donna che odia le donne che non sono lei, le altre con la a minuscola e spregiativa,  quelle “femministe” che di abbassare le spalle per girare graziosamente il collo verso un qualsiasi uomo proprio non ci pensano a meno che l’uomo in questione non sia un gran bel pezzo di manzo. L’altra – la spregevole femminista rompicoglioni insomma – sta guardando ora  l’orologio e valutando se partire a ricordare alla principessina rosa che se è lì ferma a parlare e non è chiusa a casa a far da mangiare al marito e al suocero è perché viviamo in tempi di (quasi) dignità paritaria. Altro che il silenzioso pensare della stanza per sé non siamo nemmeno nel pietismo lombrosiano delle Case del sole, siamo all’ennesima rappresentazione teatrale del tentativo di seduzione come arma di riconoscimento umano.  E’ l’ennesima volta in cui una donna dimentica che se è fuori di casa in un bar in pausa pranzo da un lavoro che le è stato permesso fare con un diploma che le è stato permesso prendere con una macchina che le è stato permesso guidare che le è stato permesso l’ingresso in qualsiasi luogo voglia entrare, se non è stata abbandonata né ripudiata perché sterile, se non è stata mutilata di parte dei suoi genitali perché in questo Paese è vietato, se c’è una nuova legge che cerca di proteggerla dal finire ammazzata senza pietà da un uomo, è perché un’altra donna glielo ha regalato. Regalare è un verbo a vita persa: quello che ti do non è più mio, perdo in quello che ti do qualcosa di me stessa perché tu ti arricchisca con qualcosa di mio. Non si regala per imporre la gratitudine (come nel dramma eduardiano de “Io l’Erede”) ma per lasciare il ricordo di se. Ma certe donne non ricordano, non rispettano, predano come i peggiori accattoni del potere, come in uno stato di guerra continuo in cui il bottino è la realizzazione di un qualcosa PER SE attraverso non la strada della dignità meritocratica (una mulattiera sul Tibet forse è meno faticosa lo si sa bene e non lo si nega ) ma sul solito sentiero che porta alla stanza dell’odalisca, che del resto è sempre  agevolmente frequentato   da che il mondo ha visto il predominio del patriarcato.  “Le donne che odiano le donne sono cattive” scrive Tiziana Maiolo andando però dura anche lei a togliersi sassi e travi dalle scarpe con altre donne. Ma se la Maiolo avesse ragione o no a mettere i panni sporchi della redazione femminile del Manifesto in un suo libro (Donne che odiano le donne) non è la forma di giudizio. La ragione è quella del mettere sul muro\al muro  il disinteresse di una parte contro l’altra del genere femminile. Gli uomini fanno le guerre per occupare un unico spazio ma si coalizzano e si spalleggiano, le donne cosa fanno? “Dopo aver preso coscienza di sé è necessario prendere coscienza delle altre donne diverse da noi, magari per età, per provenienza, per classe sociale, per esperienze di vita e di pensiero – scrive sul blog Femminile Plurale Laura Capuzzo – Il disinteresse per le altre e gli altri più o meno vicini a noi che è funzionale al sistema e al suo prosperare e impedisce quella che a Paestum è stata chiamata la rivoluzione necessaria permanente. Anche per questo è indispensabile essere femminista oggi, per mantenere viva quella tensione al cambiamento che si rende possibile solo con la relazione con le altre, con il confronto, con la condivisione di pratiche, di saperi, di esperienze e di vita”. Confronto: sostantivo astratto, singolare e maschile. Come si confrontano le donne? Non è possibile quantificare né qualificare una risposta. Non è possibile utilizzare una misurazione né politica né filosofica. L’analisi comunicativa si svolgerebbe sulla “categoria femminile” con il rischio di generare dati rigidi; l’esegesi semantica è un’esagerazione ma il dato significativo sulla domanda del perché (certe) donne odiano (tutte le) donne è nella sottovalutazione del proprio ruolo sociale o nella pigrizia nell’intraprendere un cammino di autodeterminazione? Vittimismo masochistico vs incapacità personale e culturale? Ridurre in questi punti la capacità di condizionare la conoscenza del proprio Sè al di fuori del genere è una semplificazione così elementare che neppure in forma sottilissima si può accettare di dialogare: eppure se il confronto non va oltre un ruolo di maschera tradizionale allora la resistenza di questi punti non si è mai raffreddata?

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