LAMPEDUSA DEGLI SBARCHI- testo collettivo anonimo – NOI REBELDIA

lampedusa, rebeldia

LAMPEDUSA DEGLI SBARCHI

-testo collettivo anonimo –

NOI REBELDIA 2014.0.1

.http://www.nadiacavalera.it.

Nina Papiorek
Nina Papiorek
Nina Papiorek
Nina Papiorek

Lampedusa -mi disse- è lontana nella notte
Feroce.  è isola  è sogno  impasto di
Mare  e  di vento africano  arso
Mediterraneo.  sostiene questa cieca
Speranza in cui…  puoi anche annegare

sapremo di sapere aver saputo
tremando tremeremo aver tremato
annego se nuotando avrò nuotato
raccoglieremo reti e non vorremo
preghiere avendo pianto piangeremo

viaggi: sconosciute l’isola e la barca
dossier:  deportati al porto, corpi venduti
maree di corpi in mare, corpi mai  sbarcati
volti svolti, un urlo senza passaporto
e onda in esilio Fetma moriva Lampedusa

Vita il mare arrecò alla terra e nel mare cessò la mia
Come pesce polmonato in ventimila strisceremo
Sulla tua sabbia bianca e fine,
clessidra dei tempi saliremo le tue dune
Gli occhi dilatati di giustizia nella lingua il sale del dolore

di isole promesse voleva bisbigli e vita mutata
salvata – una cattedrale di figlie e risa in nuove lingue
essere nel rosa che invade i fenicotteri a luglio
il tempo reiterato oltre le mura in fiamme, la battaglia
la battigia-  (io, lei) un’anima curvata che potesse approdare

non son’io quella terra sui morti storti
ch’a mani tese mi chiedono la vita lasciata per
un futuro d’acqua muro Io sono la berta che canta
la prateria il falco ch’incanta la gariga il cervo
ch’intriga la prateria la caretta caretta mia diletta

Smarrita e le stelle nascoste e gelida è la notte e a branchi l’Umanità
dolorose orme nel buio oltre l’assassinio della luce scruto della notte il termine
nessun indizio di alba gloriosa tracce di colore soltanto
ma ancora abbaglia clandestina la luce da gocce di rugiada in fragili tele di ragno
resiste il sogno in piccoli splendori forgia il Nuovo la fatica del fare nostro quotidiano

non volevo io essere quella che ero
quello che tutti eravamo non mi serviva
che per piangere i morti in poesia e
sentendomi assolta scrivendo versi
dar loro a voce a me serviva – non a loro

Le loro voci inghiottite dalle onde, e le bocche
Che dolore può esprimere una voce salva
Le mie parole non toglieranno le onde dai loro corpi
E non metteranno aria nei polmoni gonfiati di sale
Solo la morte li ha salvati, mentre NOI dormivamo sereni

è comunque nel vuoto delle stanze che si aprono silenzi
si indugia per testardaggine sguardando il mare
le spalle serrate al muro ascoltando la risacca
la ciotola di cristallo sul davanzale colma di grida
non restano che gesti a ricalco le dita appena ripiegate     così

cantavamo prima di partire cantavamo
partono i bastimenti cantavamo
terra di sogni e di chimere prima di partire
cantavamo per non tornare    ora
nessuno canta più e molti non arrivano mai

Modena, 20 gennaio 2014

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