Sotto il cielo di Lampedusa – Antologia

sotto il cielo di Lampedusa

http://www.ilgiocodeglispecchi.it/libri/scheda/sotto-il-cielo-di-lampedusa

Dalla prefazione di Erri de Luca: i versi di questa raccolta somigliano a onde, stanno in una corrente che accompagna. Mettersi è il verbo di chi deve andare allo sbaraglio di un’emigrazione: mettersi nel viaggio. E’ carovana, pista nel deserto, in mani di mercanti di persone. Sono i peggiori: di qualunque altra mercanzia avrebbero premura di custodia e consegna. Il corpo umano è diventato la più redditizia delle merci. Occupa poco spazio e pure se non sbarca, non arriva a destinazione, ha pagato lo stesso. Naufraga da invincibile. Non può essere fermata la spinta di chi ha smesso di aspettare. Ogni persona delle miriadi che si mettono nel viaggio, si stacca da un’oppressione e si sporge sul vuoto. Questi versi plurali, irregolari, non possono riempirlo, ma vogliono tenere compagnia alla vita sospesa dei viaggianti.

blu

da SOTTO IL CIELO DI LAMPEDUSA

QUASI AD ESSER NOMI

Il vento trasporta i nomi

li gira li spira

e ho visto l’invisibile giro del mondo

la pioggia nei miraggi

il deserto e l’antica rosa dei mondi

che come vento mi attraversa

mi mischia e mi sottrae dalla superficie

quasi ad essere un niente

un’altra in un altro.

 

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Ma Natale c’è ancora? La raccolta completa di Carte Sensibli

Un lungo lavoro quello di “… ma Natale c’è ancora”,  l’invito del blog ad aprirsi alla replica,  ad una domanda di fede in tempi in cui la Fede non ha più connotati esclusivamente religiosi. Aver fede nella possibilità di rinascere al mondo e forse a se stessi. Ad una “chiamata” che possa arrivare o essere sentita. A un dubbio a cui rispondere. Non lasciare che gli aggettivi diventino iperboliche indignazioni e solitudini, essere nell’essere e ancora vivere. O fermarsi, all’opposto di quel flusso del nulla in cui si è trascinati. Vi invito a leggere la raccolta completa dei versi dei tanti poeti che hanno raggiunto una risposta all’invito della domanda di Carte Sensibili.

http://cartesensibili.wordpress.com/2013/12/25/ma-natale-ce-ancora-raccolta-completa/#comment-11146

Natale 2103

Se si è perso o no Dio 

non è accaduto mentre si incartavano i regali nell’ Ipermercato.

 

(tratta da  La risposta,

poesia di Meth Sambiase

nella raccolta di  Carte Sensibili  per Natale 2013)

Rispondiamo all’appello dei trentatré nomi di Dio

e guardiamo le mani alzarsi nell’assenza

fuori, è il giorno della sua nascita

per chi crede che sia ancora acerbo il mondo

il pudore dell’intermittenza della fede

e l’anima un vaso da riempire e tracimare. 


DECOSTRUZIONE – lo svuotamento degli stereotipi (II)

Decostruzione – lo svuotamento degli stereotipi

Secondo  comandamento stereotipato

2- Non nominare il poeta invano perché o è pazzo o si sta ubriacando nel sottoscala

Tomas Serrano
Tomas Serrano

Poche settimana fa mio figlio (pre)adolescente, tornando da scuola mi ha chiesto chi fosse una certa Ada Merlino che la professoressa di lettere aveva nominato e definito  in classe come una “pazza ma grande poetessa italiana”. Due più due, la Merini nell’immaginario collettivo è stata pazza e grande potessa nello stereotipo  della grande poetessa perché pazza, fiancheggiamento solidale della televisione inculturale del nostro Paese.
Dalla parte della cultura (e della sapienza critica “liquida” di chi fa poesia) bisognerebbe fermarsi a decostruire questo noiosissimo stereotipo, che ronza nel pietismo sociale che liquida e fa annegare la valenza del fare e soprattutto DEL LEGGERE POESIA nel nostro Paese.

Necessario quindi non poco per il percorso della destrutturazione dello stereotipo del poeta

a) pazzo

b) disadattato sociale

3) nullafacente e\o lussurioso

4) incomprensibile

del prezioso articolo di Francesco Sassetto ospitato sul blog culturale Carte Sensibili con una mia breve nota introduttiva.

Ecco il link. Buona lettura.

TRA EQUIVOCI E STEREOTIPI: L’IMMAGINE DEL POETA NELLA SOCIETà CONTEMPORANEA

Berit Hildre
Berit Hildre

http://cartesensibili.wordpress.com/2013/12/18/tra-equivoci-e-stereotipi-limmagine-del-poeta-nella-societa-contemporanea-francesco-sassetto/

Io sono il vento – La poesia di Zoë Akins

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Sul tema della memoria, che sarà il cuore portante del premio Alessandro Tassoni di quest’anno, la curiosità se non il caso mi ha guidato verso   dei passati forse ancora troppo sconosciuti e tutti al femminile. E   ho trovato delle poesie di Zoë Akins, fra cui Io sono il vento, che mi hanno ricordato in personalissimi giri di memoria la scrittura di una delle mie poete preferite, Else Lasker-Schüler. Le due penne non potrebbero (forse) essere più diverse, come le loro vite. I luoghi di vita sono ancora più distanti: la Berlino via via sempre più di miseria e di vagabondaggio della Lasker-Schüler, le colline luccicanti di dive e divine della Hollywood del cinema muto della Akins. In comune le due donne hanno la straordinarietà del loro vissuto.

***

Americana, era nata il giorno prima di Holloween nel 1886 ed era una donna del Sud Zoë Akins: il Missouri dove nasce e cresce è solo convenzionalmente nel MidWest. Saint-Luois fu la casa della sua gioventù, la città dove la donna che vinse il Pulitzer per la Drammaturgia  nel 1935 cominciò il suo percorso nella letteratura. Zoë Akins fu molte scritture: critica, giornalismo, testi  per il teatro e per il cinema hollywoodiano e poesia. La poesia fu raccolta in due volumi,  Interpretations (1914) e The Hills Grow Smaller (1934). E fu soprattutto una donna che lavorò ed emerse in un mondo eccessivo e trasgressivo non perdendo mai la rotta del suo talento e della sua conquista alla libertà da ogni condizionamento sociale ed espressivo. La sua Hollywood fu quella del cinema muto e di Greta Garbo, per cui Akins realizzò la sceneggiatura di Margherita Gauthier, una Signora delle Camelie di rara bellezza.

zoe akins

zoe akins

I suoi lavori letterari furono spesso dichiarati “too liberal” per quei tempi ed ebbero alterne fortune di pubblico, almeno fino al Pulitzer. Non erano giudizi di torto: Akins era molto più “liberal” dei suoi testi, sia nel posizionarsi saldamente all’interno di un mondo estremamente maschilista come quello dell’industria cinematografica americana sia nelle scelte personali. L’Akins  non aveva “confini amorosi”, e “divideva” la sua casa di Frankline Avenue  durante gli anni d’oro del cinema muto con l’attrice Jobyna Howland.   Di loro scriverà  Cecil Beaton su Vogue nel 1931: “la loro casa è piena degli oggetti più squisiti, così piena di fascino e di personalità della letteratura”. Un ospite fisso era George Cukor, il famoso regista. Nel 1932 Zoë Akins sposava lo svedese Hugo C. L. Rumbold, che  amava ricordare il suo grado militare di capitano (avuto durante la prima guerra mondiale) ma che di mestiere era un ottimo costumista e successivamente impresario teatrale. Le due poesie qui tradotte dall’inglese, Io sono il vento e La Viandante, sono contenute nella prima raccolta di poesia della Akins.

Georgia O'Keeffe
Georgia O’Keeffe

IO SONO IL VENTO

(1914)

Sono il vento che trema,

tu la terra ferma:

Io sono l’ombra che scorre

oltre la rena.

Sono della foglia l’oscillare,

Tu – l’incrollabile albero;

Sei come le stelle che stanno immobili,

Io sono il mare.

Tu sei la luce eterna

come una torcia io morirò…

Tu sei il crescendo di una musica immensa

Io – se non un grido.

***

LA VIANDANTE

(1914)

Le navi stanno distendendosi nella baia

I gabbiani  oscillando attorno ai loro alberi;

Il mio spirito impaziente come loro

sogna i fianchi delle stelle.

Così tanto amo il vagabondare

Così tanto amo il mare ed il cielo

che sarà una pietosa cosa

in una piccola tomba seppellirmi.

***

(trad. a cura di S. Sambiase

si ringrazia Federica Galetto per l’aiuto alla poesia La Viandante)

Decostruzione – lo svuotamento degli stereotipi

Primo comandamento stereotipato
1) Tu mi salverai, oh donna!

***

Maria Giulia Bernardi
Maria Giulia Bernardi

Dell’imposizione della salvezza dell’uomo alla donna crocerossina e madonnadellegrazie, avevamo creato insieme ai 100Thousand poets for change un incontro lo scorso marzo all’interno di “Voci salve”. La donna salvifica opposta alla donna autodeterminatasi è un pilastro della società patriarcale. Salvami o donna da ogni impegno familiare, mettiti a fare la serva, bada a tutto tu che sei così brava, sacrificati perché sei tu la mia salvezza e via col tango (Ultimo tango a Parigi, sarà citato alla fine del post). stereotipi1

Ritorno a scrivere (sul Golem) di questo stereotipo perché sto ritrovando nel quotidiano il suo uso da parte di attempati signori, che dopo aver divorziato dalle mogli (fatto personale e giustissimo, al cuor non si comanda) per giustificare la presenza nel loro nuovo letto di giovanissime ragazzette usano queste benedizioni “Giusy mi ha salvato, stavo andando alla deriva” o “da quando ho conosciuto Michela mi son rimesso al mondo”. Or dunque, a questo mondo è tutto concesso perché il suo fine ultimo è essere salvati da una giovanissima crocerossina dell’anima ? Poveri uomini di mezza età, soprattutto benestanti, così spersi nel naufragio del mondo da non aver altra zattera che una nuova e luccicante ragazza a cui aggrapparsi. Ma piantatela.

da Ultimo tango a Parigi (di B. Bertolucci, F. Arcalli e A. Varda)

stereotipo 3

PAUL  Vuoi che questo potente e luminoso guerriero costruisca una fortezza dove tu possa rifugiarti, per
non avere mai più paura, per non sentirti sola, per non sentirti esclusa. E’ questo che cerchi, vero?
JEANNE  Si.
PAUL   Non lo troverai mai!
JEANNE  Io l’ho già trovato quest’uomo.
PAUL  Bhè, non passerà molto che si  costruirà lui una fortezza per te, fatta con le tue tette, con la tua
vagina, con il tuo odore, con il tuo sorriso. Una fortezza dove lui si sentirà al sicuro e così stupidamente virile che vorrà la tua riconoscenza sull’altare del suo cazzo.

Alibi

Jolanda Spagno
Jolanda Spagno

“… tutti mi dicono: “Ah pazza mangiata dalle streghe, rosa

dalle fole,

soldato d’imprese disperate, marinaio senza vela né remi

dove t’avventuri?”

(da  Alibi di Elsa Morante )

(da Leporis, inCanti matrigni)

Se questo novembre

ne promettesse di dire o dell’arte

di stare con delle piume a corona

e se m’insegnassero a ballare

anche quando è deserta la festa

sarò sulle assi come un impiglio

a lucidarmi e a volere il caldo

per cominciare il canto

con me c’erano due vicoli

tre paia di scarpe

la pioggia a cascata

e lui che mi stava

come su un trono imperfetto

abbandonato

aspettava nel suo corpo marziale

la mia pagana venere inibita

o forse morta come la stagione che passa

stagione morta

dicono in ogni tasca che si svuota

e i giorni dei desideri stanno passando

sotto questi capelli d’acqua.