La Cultura non è mai violenza

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“Che si tratti delle rappresentazioni degradanti dei media o del linguaggio sessista utilizzato in politica, il risultato è sempre lo stesso: ridimensionare la donna, ricordandole come il suo posto “naturale” sia accanto all’uomo, zitta e consapevole della superiorità maschile. In fondo, il sistema della politica e il sistema televisivo si intrecciano a meraviglia e riflettono una visione molto precisa dei ruoli di genere. L’uso della parola spetta agli uomini. Le donne devono limitarsi ad essere belle e tacere” (Michela Marzano)

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“C’è sempre stata (la violenza) però adesso si manifesta in maniera drammatica. Trent’anni di televisione commerciale modello Drive In, in pratica di tette e culi al vento, hanno cambiato agli occhi del maschio l’immagine della donna. La donna è un oggetto. E io maschio, posso farne quello che voglio” (Bice Cariati\Sveva Casati Modigliani)

Noé Sendas
Noé Sendas

“…Rispetto allo schema miserabile, le cose vanno più o meno avanti, e a volte tornano indietro, come quando si dà la caccia a un evaso. Evadono le donne, e uomini danno loro la caccia per riportarle dentro, o farle fuori. Da noi la caccia è vietata: a chi non ce la fa proprio, non resiste all’eventualità che la “sua” donna diventi di un altro, o anche soltanto decida di non essere più “sua”, resta il bracconaggio. Botte, minacce, coltellate di frodo. Una questione maschile” .(Adriano Sofri)

“… Fate così: evitate di coinvolgere gli uomini. Non serve che si rappresentino “contro” per distinguersi dai “perdenti” perché moltissimi uomini sono già contro. Me li ritrovo a fianco ogni giorno senza che abbiano alcun bisogno di realizzare sulla mia pelle la loro aspirazione di riuscita nella vita. Non consumano il loro ideale di mascolinità nel tutoraggio, rispettano la mia autodeterminazione e casomai mi stanno a fianco, come io sto a fianco a loro, per lottare, insieme, nelle direzioni che scegliamo…Se io smetto di essere vittima, se mi salvo da sola, se smetto di essere la vostra palla da tirare in porta per segnare un goal, siete davvero in grado di continuare a giocare e vivere o io devo restare a fare la vittima vittimizzata per dare un senso alla vostra esistenza?” (Eretika\Enza Panebianco)

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… Perché la situazione dei mass media in Italia non si evolve?  Perché si continuano a presentare le donne come merce sessuale invece che come esseri creativi e agenti di innovazione? Perché persistono e prevalgono nell’informazione stereotipi sessisti fuorvianti e offensivi? Perché le cronache, sul complesso fenomeno della violenza contro le donne, sono sempre affrontate senza competenza e consapevolezza?

Il risultato è che oggi nella cultura dei quotidiani e più in generale dei media c’è una quota di impreparazione e di indifferenza che riguarda le vicende di vita delle donne. Sono cronache di violenze subite, di diritti violati, di relazioni pericolose, che mai vengono affrontate con la capacità di illuminare i fatti , ma sempre e solo con l’intento di rendere intrigante la vicenda.

La violenza sui giornali: prevalgono gli stereotipi.

Ne abbiamo avuto una conferma di recente, grazie a una breve indagine condotta su alcuni quotidiani e riviste femminili degli ultimi anni, allo scopo di esaminare il linguaggio usato nei casi di stupro, abuso sessuale e maltrattamento.

Abbiamo così riscontrato che, accanto a scarne notizie di cronaca, dove i fatti vengono riportati in modo abbastanza neutro, più spesso emergono elementi che conferiscono una connotazione particolare all’episodio o a chi l’ha vissuto. I testi sono scritti in maniera:

– Sensazionalistica, in modo da suscitare scalpore e curiosità

(“Violentatore di anziane sospettato di 28 stupri”, La Repubblica 24-04-01)

– Morbosa, spettacolare: (“La vittima trovata nuda e avvolta in un lenzuolo con mani e piedi legati” dal Corriere della Sera del 9-8-2001).
Talvolta lo stupro è raccontato attraverso sequenze con dettagli inutili e viene sottolineato il nesso con film dai contenuti violenti (“Arancia Meccanica” il riferimento più usato).

– Romanzata, tale da sminuire un fatto drammatico spostandolo più sul tono dell’emotività piuttosto che sull’analisi dell’evento: “…adocchiano la giovane che passeggia per il paese… apprezzamenti alla sua bellezza sempre più grevi… il viaggio finisce dove comincia l’incubo: un casolare di campagna. La lama di un coltello luccica al sole” da Corriere della sera, 8-4-2003).

– La donna viene descritta come un soggetto debole, fragile, insicuro, incapace di difendersi. Per chi esce da sola, non accompagnata e quindi non protetta, la città diventa un luogo di pericolo, perché il rischio di subire una violenza è sempre in agguato (“…era andata a fare una passeggiata ai giardini…la ragazza camminava lungo i viali, ma qualcuno l’aveva già notata” da la Repubblica). All’insegna di questa “necessità di protezione” delle donne vengono frequentemente rivolti messaggi, diretti o indiretti, che invitano a non uscire di casa a una certa ora e a essere “prudenti”, quasi che esista un comportamento corretto che metta al riparo dalla violenza.

– Per contro, l’aggressore appare come un personaggio inquietante, a volte quasi onnipotente visto che è riuscito ad agire con tanta violenza su una persona. Più che altro viene fatta risaltare la sua “potenza” da un punto di vista fisico ed economico (“diciotto anni, macchine potenti, disponibilità di appartamenti da trasformare in alcove”, settimanale Chi).

– L’errata convinzione che la violenza abbia origine da un incontenibile e improvviso desiderio sessuale fa sì che gli autori degli articoli si soffermino a descrivere l’aspetto fisico e l’età della donna, se sessualmente attraente o no (“Aria sveglia, carina, lunghi capelli castani”; “aveva un viso acqua e sapone”, da il Resto del Carlino). Se la vittima ha un handicap fisico, questo è messo in evidenza (“La ventisettenne è sordomuta e ha subito l’amputazione di una gamba”, da il Messaggero).

– In molti casi la donna viene colpevolizzata, per un motivo (“…e qui si apre un altro problema: la responsabilità di chi subisce e non si ribella. Pensiamo al caso di una madre che viene picchiata dal marito davanti ai figli e non fa niente per interrompere la violenza.” da Chi;) o per l’altro (“Margherita aveva 34 anni, amava le chat e organizzava incontri con uomini contattati su Internet” da La Stampa; “…c’è chi dice che la ragazzina in estate avrebbe prima accettato il corteggiamento del ragazzo e forse qualcosa di più, ma poi si sarebbe tirata indietro.” da Corriere della sera, 10-4-2003). Non si tiene conto del fatto che, quando manca il consenso, siamo sempre in presenza di una violenza.

– In ogni caso, nell’ambito dell’articolo di cronaca, non viene fatta alcuna analisi dei fenomeni, non si cerca di capire, non ci si chiede, per esempio, perché la gente sia rimasta indifferente nell’assistere a un episodio di violenza (lo stupro della donna di Cologno nel 2001), da dove nasca il meccanismo di possesso/violenza nei confronti della donna (i casi in cui l’uomo uccide l’ex moglie, l’ex fidanzata), perché ragazzini “di buona famiglia” decidano di abusare di una coetanea (la violenza di Concorezzo)” (dal “Le donne producono sapere, salute, cambiamento. Centri in movimento, il Movimento dei Centri Antiviolenza“, Patron editore, Bologna, 2005)

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Riga ed Errore

Jeff bark
Jeff Bark

Lo sbaglio è nello sbaglio

un’altra sottrazione

e m’estraggono dalle inesattezze

correzione a (nostro) comando

così tanto a croce

sembra la ragione degli altri

s’introduce fra le credenze

e l’oroscopo del giorno, bella stella,

altre righe e poi un genere

non siamo abbastanza

noi invecchiamo spaccandoci

lubrificando errori 

che non si potranno raccontare.

in memoria di un egoistico piacere: io libro tu libri (da Carte Sensibili)

libreria guida

Questo post è dedicato non solo a Geppino Guida che come un leone ha combattuto nell’arena dei gladiatori dell’ex Banco di Napoli (targato San Paolo, il vecchio magari non avrebbe avallato la svendita di un pezzo di cuore culturale della città partenopea, ma sono una sentimentale, magari sbaglio) ma anche a me , che da Guida ho riempito l’adolescenza e la libreria di casa.
Torno al centro. Le librerie. I librai. Il piacere e la necessità di una figura culturale, che non metterebbe mai Fabio Volo nello scaffale dei filosofi (Libreria Feltrinelli al Grande Emilia di Modena e non dite che non è vero perché non sono ancora totalmente cieca).

Quello che sarà il futuro delle librerie, “lo scopriremo solo vivendo”, luoghi dove si mangia e si beve magari o altro ancora, vedremo. Ora quello che conta è non star zitta. Sul prezioso (ed ospitale) blog Carte Sensibili, la riflessione di un declino o di un declinare possibile e possibilista.

Vi lascio il link e buona lettura.

http://cartesensibili.wordpress.com/2013/11/12/se-si-potesse-declinare-cosi-io-libro-tu-libri-noi-libriamo-sarebbe-una-salvezza-meth-sambiase-sul-declino-delle-librerie/

L’impegno al ricordo. Via delle belle donne ospita il racconto del tre novembre a Modena.

“Spetta a noi, tutti insieme, vigilare

perché la nostra società sia una società di cui  andare fieri”

Stéphane Hessel

il cielo di lampedusa

Ringrazio Federica Galetto e il blog Via delle belle donne per aver ospitato il mio racconto della giornata modenese deIl Cielo di Lampedusa, che ha raccolto l’impegno dei 100thousand poeta for change e delle comunità somale ed eritree al ricordo del naufragio inumano avvenuto un mese prima nel mare delle nostre coste siciliane.

Ne trascrivo la parte finale, per tutto l’articolo, vi invito su http://viadellebelledonne.wordpress.com/2013/11/09/il-cielo-di-lampedusa/

…….
E’una scelta di campo, con i mezzi che ognuno ha. I poeti hanno la poesia, una via naturale è quella di permettere alla poesia di esercitare ora ed ancora ora un impegno civile, perché le voci dei poeti restituiscono la vita, non l’accidia. L’accidia è  un modo di agire metabolizzato da parte dell’italiano qualunquista, questo, quello di liberarsi dalle voci dell’indignazione e della commozione lasciando agli altri la forma per costruire il futuro che alla fin fine liberi i mari dai fantasmi dei morti. Il futuro possibile siamo noi stessi e noi stessi ne siamo responsabili come individui, invece (parafrasando Sartre). Gli accadimenti di Lampedusa sono il passato? I morti in fondo al mare nella carcassa di una scafo sepolti sotto gli occhi televisivi da un funerale che teneva fuori il dolore degli affetti dei familiari in nome del gran pavese di Stato sono il passato? Quanto tempo è passato? Un mese? Un viaggio?

Simonetta Sambiase

Verso di noi e noi li respingiamo. Warsan Shire (traduzione Pina Piccolo)

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Fra le poesie di Contenitore Lampedusa, la voce della giovanissima poetessa Warsan Shire,  “non suona lotta”.  E’ la lotta fra l’oppresso e l’oppressore non può limitarsi al pietismo e alla compassione dello sguardo dell’Altro, che poi ha “altro” da fare il giorno dopo. Siamo nati per caso su questa terra e distribuiti a caso nei suoi frammenti di spazio, possiamo differenziare le nostre vite solo riformando in ogni luogo il diritto alla dignità e alla vita stessa. Non è da poco conto ricordalo.
Contenitore Lampedusa vorrebbe  che la tomba marina di Lampedusa sia l’ultima nelle nostre acque,  e i poeti che hanno lasciato i loro versi, credono che  un per una nuova partecipazione sociale tutto quello che si deve scrivere e fare vada fatto oltre il giorno della compassione mediatica.
Tutte le poesie  di Contenitore Lampedusa sono scaricabili gratuitamente dal sito Glob011.

Casa
di Warsan Shire
(Traduzione di Pina Piccolo)

Nessuno lascia la propria casa a meno che

casa sua non sia la bocca di uno squalo

verso il confine ci corri solo

quando vedi tutta la città in fuga

i tuoi vicini che corrono più veloci di te

in gola il fiato insanguinato

il tuo ex-compagno di classe

quello che ti ha baciato fino a farti girare la testa dietro alla fabbrica di lattine

ora tiene nella mano una pistola più grande del suo corpo

lasci casa tua

quando è proprio lei a non permetterti più di starci.

nessuno lascia casa sua a meno che non sia proprio lei a scacciarlo

fuoco sotto ai piedi

sangue che ti bolle nella pancia

non ti sarebbe mai saltato in testa di farlo

se non fosse per  la lama che ti stampa minacce incandescenti

sul collo

e nonostante tutto continui a canticchiare  l’inno nazionale

sottotono

e solo dopo aver strappato il passaporto nei bagni di un aeroporto

singhiozzando ad ogni boccone di carta

ti risulta chiaro il fatto che non ci tornerai.

dovete capire

che nessuno mette i figli su una barca

a  meno che l’acqua non sia più sicura della terra

nessuno va a bruciarsi i palmi delle mani

sotto i treni

sotto i vagoni

nessuno passa giorni e notti nel ventre di un tir

nutrendosi di giornali a meno che le miglia percorse

abbiano un significato diverso da un qualsiasi altro viaggio.

nessuno striscia sotto ai recinti

nessuno vuole essere picchiato

commiserato

nessuno se li sceglie i campi profughi

o le perquisizioni a nudo che ti lasciano

il corpo pieno di dolori

o il carcere,

perché il carcere è più sicuro

di una città che arde

e un secondino

nella notte

è meglio di un carico

di uomini che assomigliano a tuo padre

nessuno ce la può fare

nessuno lo può sopportare

nessuna pelle può resistere a tanto

Il

Tornatevene a casa neri

rifugiati

sporchi immigrati

richiedenti asilo

che prosciugano il nostro paese

negri con le mani tese

hanno un odore strano

selvaggio

hanno distrutto  il loro paese e ora vogliono

distruggere il nostro

le parole

gli  sguardi storti

come fai a scrollarteli di dosso?

forse perché il colpo è meno duro

che  un arto divelto

o le parole sono più tenere

che quattordici uomini tra

le cosce

o gli insulti sono più facili

da mandare giù

che le macerie

che le ossa

che il corpo di tuo figlio

fatto a pezzi.

a casa ci voglio tornare,

ma casa mia è la bocca di uno squalo

casa mia è la canna di un fucile

e a nessuno verrebbe di lasciare casa sua

a meno che non sia stata lei a inseguirlo fino all’ultima sponda

a meno che casa tua non ti abbia detto

affretta il passo

lasciati stare i tuoi stracci

striscia nel deserto

sguazza negli oceani

annega

salvati

fatti fame

chiedi l’elemosina

dimentica la tua dignità

la tua sopravvivenza è più importante

Nessuno lascia casa sua se non quando essa diventa una voce sudaticcia

che ti mormora nell’orecchio

Vattene,

scappatene da me adesso

non so cosa io sia diventata

ma so che qualsiasi altro posto

è più sicuro che qui.