Vorrei esserne libera

Il suo nome se rigenera se contamina

è una corea, una favela, talora è una pulsazione

dallo spirito ai piedi ai versi, come una rovina

e vorrei

che questa madre perfetta badasse a me

non assediasse in un frastuono di nacchere,

che smettessero di venirmi in bocca

le ombre verse, assottigliate – le scaccio, le smarrisco –

coricate – le omofono, le inseguo –

ne vorrei

e di voci femmine ne divenissero maschie

muscolari come le parole, un allarme:

il contro – le parole – assalgono di notte

per risalire, intaccano ogni cellula

invadono, ne ricercano il silenzio,

per nascere ostruiscono, ed io mi perdo.

Non c’è pace ne condono:

una dismisura, un verso ogivale

la nevrastenia, si ri-costruisce cattedrale

draghe le linee mute, grumi, sillabe, archi

sono impietosi i nomifigli, e si espandono in canti

fili tracce steli fogli

non li ricordi

ti usurpano, si plasmano,

altorilievi,  enormi  incastri

un marenostro di orfani e spettri

i lemmi emersi, come pensieri, come ciottoli puri

tessere smaltate, fessure mosaico

da ogni varco fuoriescono vite

da un trambusto da un tramezzino da un raggio spezzato

ed io ci perdo.

Vorrei berla come un’integra medicina

Vorrei ritrovarla accarezzarmi come ai gigli, come ai gatti

Vorrei che mi guarisse, vorrei che mi gettasse

in un tuono, poesia proscritta in ogni varco

da cui fuoriuscire viva.

Giornata mondiale della poesia 2012 – III) i dimenticati

Ovvio godere a pieno e valutare al ribasso un bene intangibile come la libertà nel quotidiano di un mondo occidentalizzato (il Nord del mondo?) perché l’uso continuo e scontato di un bene lo rende consumo, lo svaluta nella sua identità di bene.

La condizione Libertà è l’ossigeno che ci permette di essere ancora menti pensanti e critiche, nella sicurezza delle nostre dimore occidentali, nei nostri reading sotto casa o all’aperto in luoghi affollati di curiosi e bibliografi e amici che vengono anche a tenerci compagnia. Tutto è concesso,  si è liberi.

Santa libertà, non la si invoca più perché è atea nel nostro respiro.

C’è un rischio nella perdita di questa santità:  sciupare la memoria verso chi i versi li compone fra le sbarre, dietro muri e cancellate chiuse non per pene di violenza e di sopraffazione ma per delitti di richiesta libertà. Esilio, persecuzione, sbarre, sono echi lontanti per chi ascolta la liberta nelle valli tecnologiche e indipendenti del quotidiano.

Questo è un invito a non abbassare (mai) la memoria sulla libertà.

di Raùl Rivero Castaneda

poeta e giornalista indipendente cubano,

firmatario della”Lettera dei Dieci” e da allora censurato e perseguitato in patria.

Oggi vive a Madrid

RIMEDIO

La notte è una macchia quasi eterna.

Io distribuisco tutta

la solitudine del mondo.

Mi salvo

facendo un cigno d’ombra sulla parete

e raccontandogli la vita di Rubèn Darìo.

Subito dopo il poeta ci regale

un’alba d’oro.

http://poesia.blog.rainews24.it/2012/03/21/giornata-mondiale-contro-il-razzismo-le-poesie-dei-lettori

Giornata mondiale della poesia 2012 – II) I poeti, le parole micce e il vento

Da

Carte Sensibili

(di fernirosso)

…sai quando il vento- 21 marzo 2012

GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA

… le parole, fanno accadere le cose, accendono micce e poi in un vento tiepido, come quello dalle braci di un fuoco che si spegne. Proprio come accade a noi tutti, anche se non ne abbiamo mai sufficiente e precisa memoria, come ci ricorda Celan nella sua memorabile “Parla anche tu

(le parole sono incorniciate da opere dell’artista Jane Planson)

http://cartesensibili.wordpress.com/2012/03/21/sai-quando-il-vento-21-marzo-2012-giornata-mondiale-della-poesia/

San Giuseppe 2012

Si consuma Peppino,

in svariate frequenze desaparecide;

tuttavia il contenitore

dove la safena ha preso la via della cenere

è ancora lucido,

aggregato nel marmo con dei fiori di plastica.

Te li ho portati quest’inverno

incorruttibile averno,

incrociati con il cromo dei colori vivi

alla sagra delle lacrime orfane

discendenti

da quelle note che suonavi

come curling su un piano di ghiaccio,

acciaio morto

incrostato da cutine di ricordi

dove il padre

non ha mai smesso di essere l’amato.

Il cordone dell’abbandonata

 

 

Eppure sono annimillenni

che vibra il bianco nel cielo

nessuna ha imparato a cavarne dell’aria

sono prigioni

i colori spettrali di un unico azzurro

senza neppure violacee passioni, solo una gabbia

in cui catturarsi per essere amati da basilischi di sperma

che godono liberi la loro pelle di filo e barba.

 

E tu donnaiolo, davvero sei poco poroso?

Il semplice noi si ottiene dal breve spiegare

toccavi e guardavi nei miei occhi palude

la testa era calva con un’unica treccia

avrei dovuto portare un fermaglio e chiuderti dentro

crearti gemello senza corpo né gambe.

Ancora sei bello e io, scandaglio il mio doppio

la disputa s’interrompe eri tu che scindevi

che buffo – diplopico il nome  – alteravi la visione

aspettando di morirmi per lesa dedizione.

 

Allora ero un buco?

andavo sversata non solo linciata

lasciata deserta di posti comuni e mogli inquietanti

la dea rugata per troppo nitore.

Di tutte le dee morte davanti ai plotoni

ti chiedo di ricordarmi come quella dei gatti

credo fosse egiziana, dal corpo sinuoso

un poema in un plico da perdere subito

prima che il mio nome passineltempo mediocre

fra il nulla che ero e l’eterno che avevo.